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		<title>Gattuso in campo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2025 09:17:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Al Presidente del Senato, on. Ignazio La Russa, non è piaciuta la scelta di Rino Gattuso a responsabile della Nazionale di calcio. Lui, il Presidente, si sarebbe orientato su altri nomi che pure ha fatto. Pazienza. Noi calabresi, invece, ne siamo contenti.<br />
E stavolta ci tocca citare il Governatore Loiero quando nel 2008 ingaggiò prontamente Gattuso per schierarlo dalla parte giusta. Una campagna pubblicitaria che portò la regione più povera d’Italia a divenire sponsor della più ricca nazionale del mondo, quella azzurra, fino ai mondiali del Sudafrica. “Che diamine, &#8211; scrisse Enzo Romeo su <i>Itaca </i>appena al terzo numero del giornale &#8211; la Calabria non può fare a meno di un campione del mondo – <i>la vittoria dell&#8217;Italia sulla Francia ai campionati del 2006. N.d.R. &#8211;</i> che non molla mai, che ringhia in campo e che è esempio di generosità fuori dal rettangolo di gioco! «Greci, Normanni, tutti sono passati da qui. E ci credo, con queste bellezze!», esclama il calciatore durante una delle scene girate a Le Castella e a Roseto Capo Spulico. Rino appare spesso con la mano sul cuore, mentre con l’altra regge un remo, una spigola, un mazzo di cipolle…<br />
“Carino. Solo, c’è la questione quattrini, tanti. Otto milioni di euro, hanno scritto con enfasi, soprattutto i giornali del Nord, riprendendo una interrogazione presentata a Strasburgo da Beniamino Donnici, ex Assessore al Turismo in una delle Giunte Loiero d’inizio legislatura (e ribattezzando Loiero in <i>Loieuro</i>). Dunque, soldi provenienti dalla contribuzione dell’Unione europea, ma destinati, in realtà, al piano di promozione turistica della Regione. Ed in chiave di promozione turistica la Regione Calabria ha versato alla Federcalcio un milione e ottocentomila euro.<br />
“Gattuso ci sta simpatico. Ha detto che lui è orgoglioso di essere un terrone, che pensa e parla sempre in calabrese perché «è più veloce e più comodo». Nella sua autobiografia ha scritto che «essere calabrese vuol dire dare sempre l’anima, sudare su ogni pallone» e che i calabresi sono «tutti combattenti, gente che non si scorda da dove arriva, e che è orgogliosa delle proprie radici». Ha chiesto che i 500 mila euro che gli spettano per gli spot vengano devoluti all’associazione “Forza Ragazzi”, da lui fondata per aiutare i giovanissimi calabresi con la creazione di nuove strutture sportive e sociali. A Corigliano Calabro, paese di pescatori, ha aperto uno stabilimento per l’allevamento di molluschi. Insomma, nessuno meglio di lui.”<br />
Sono trascorsi diciassette anni e il 2026 è dietro l’angolo. Forza Ringhio, non c’è due senza tre. Alza nuovamente la coppa d’oro per la terza volta!</p>
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		<title>Il lume azzurro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jan 2024 11:05:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lume azzurro narra le vicende di una famiglia che vive in un piccolo paese della Calabria ai piedi del monte Pollino. I fatti si svolgono<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 14pt;"><strong><img loading="lazy" class=" wp-image-11183 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/Il-lume-azzurro-e1705062717258.jpeg" alt="" width="200" height="300" />Il lume azzurro</strong> narra le vicende di una famiglia che vive in un piccolo paese della Calabria ai piedi del monte Pollino. I fatti si svolgono a partire dalla metà del 1800 fino a metà 900. Oltre agli eventi direttamente legati alla famiglia come matrimoni, nascite, storie d’amore talvolta condivise, talvolta osteggiate. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 14pt;">Il romanzo evidenzia in modo particolare la condizione femminile dell’epoca. Dominante è la grande forza delle donne, siano esse poverissime o facoltose, che in entrambi i casi, travolte da un destino decisamente avverso, riescono con coraggio e tenacia a districarsi nelle situazioni più difficili.</span></p>
<div id="attachment_11182" style="width: 154px" class="wp-caption alignright"><img aria-describedby="caption-attachment-11182" loading="lazy" class="wp-image-11182" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed.jpg" alt="" width="144" height="193" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed.jpg 957w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-766x1024.jpg 766w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-768x1027.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-109x146.jpg 109w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-37x50.jpg 37w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-56x75.jpg 56w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/01/unnamed-505x675.jpg 505w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" /><p id="caption-attachment-11182" class="wp-caption-text">Maria Feoli</p></div>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 14pt;">Al tema della condizione femminile si aggiunge quello del viaggio che, se anche di cornice, al romanzo ne è parte integrante con tutte le sfumature che esso comporta. Emigrazione, lontananza dai luoghi cari e nuove scoperte. Teatro dei fatti narrati è un piccolo borgo calabrese ma in virtù delle scelte o del destino dei protagonisti si sviluppano talvolta in luoghi lontani saldandosi inevitabilmente alle vicende storiche del secolo. Cento anni densi, terribili e allo stesso tempo sorprendenti. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-size: 14pt;">Leggiamo di briganti, di invasori francesi, di emigranti e di “Merica”. Di fattucchiere e magie, di proprietari terrieri e di mercanti, di malattie e di incomprensibili guarigioni, di sogni premonitori, delle due guerre, di fascismo e socialismo, di riunioni segrete e poi di prigionia, di morte e finalmente di rinascita. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #3366ff;"><a style="color: #3366ff;" href="https://www.calabriain.online/agenda/cento-anni-di-storie-di-donne-e-uomini-forti/" target="_blank" rel="noopener">https://www.calabriain.online/agenda/cento-anni-di-storie-di-donne-e-uomini-forti/</a></span></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Quando fu il giorno della Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jun 2022 13:50:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 1.5000 km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 1.5000<br />
km. quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta<br />
si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo.<br />
Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a sé stesso<br />
di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più<br />
bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli<br />
arcipelaghi giapponesi.<br />
Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto,<br />
allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte, a<br />
Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina,<br />
a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India,<br />
a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la<br />
quercia, al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale, al<br />
Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro, alle<br />
montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro, al greppo<br />
la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine, all’onda il<br />
riflesso del sole.<br />
Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo, a San Giovanni<br />
in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco, ad Antonimina il fango<br />
medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante, a Pazzano<br />
la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia,<br />
a Belmonte il marmo verde.<br />
Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone, Democede pure<br />
a Crotone, Alcmeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone, Filolao pure<br />
a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio,<br />
Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore<br />
a Celico, Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a<br />
Cosenza, il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella<br />
a Stilo, Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri<br />
a Taurianova, Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilea pure a Palmi,<br />
Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami.<br />
Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion, ancora a Rossano<br />
l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna,<br />
a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone, a Santa Severina<br />
il Battistero a rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta,<br />
a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale, a Crotone il Tempio</p>
<p>di Hera Lacinia, a Mileto la zecca, pure a Mileto la Basilica della Trinità,<br />
a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale, a Tropea il Duomo, a San Giovanni in<br />
Fiore la Badia Florense, a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il<br />
Castello, a Reggio il Tempio di Artemide Facellide, a Spezzano Albanese<br />
la necropoli della prima età del ferro.<br />
Poi distribuì i mesi e le stagioni. Per l’inverno concesse il sole, per la<br />
primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole. A gennaio diede<br />
la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta, ad aprile<br />
la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia, a<br />
luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India,<br />
a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia.<br />
Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose,<br />
i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati, i mendicanti<br />
protetti, gli infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali, le bestie<br />
amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre, il cielo<br />
terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante, il clima mite,<br />
il profumo delle erbe inebriante.<br />
Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso<br />
da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del creatore verso<br />
il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il diavolo per<br />
assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria,<br />
il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora, la siccità, la mosca<br />
olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società, la<br />
vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria,<br />
l’emigrazione.<br />
Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce,<br />
l’ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno<br />
della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del<br />
meglio.<br />
E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro, toccò a lui<br />
prender sonno mentre si svegliava il Signore. Quando, aperti gli occhi, poté<br />
abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta,<br />
Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo.<br />
Poi, lentamente rasserenandosi, disse: “Questi mali e questi bisogni sono<br />
ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola. Ma essi non impediranno<br />
alla Calabria di essere come io l’ho voluta. La sua felicità sarà raggiunta con<br />
più sudore, ecco tutto”.<br />
<em>Utta a fa juornu c’a notti è fatta -.</em></p>
<p><em><span style="color: #ff0000;">Una notte che già contiene l’albore del giorno</span></em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10925" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2022/06/firma-repaci.png" alt="" width="387" height="150" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2022/06/firma-repaci.png 387w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2022/06/firma-repaci-260x101.png 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2022/06/firma-repaci-50x19.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2022/06/firma-repaci-150x58.png 150w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></p>
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		<title>TURISMO DELLE RADICI Sarà prezioso il contributo degli Italiani all’estero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 12:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/tempo-presente/turismo-delle-radici-sara-prezioso-il-contributo-degli-italiani-allestero/">TURISMO DELLE RADICI Sarà prezioso il contributo degli Italiani all’estero</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p>(NoveColonneATG) Roma &#8211; Le comunità italiane all’estero sono “una risorsa fondamentale” e daranno un “prezioso contributo” per lo svolgimento del progetto sul turismo delle radici. Lo afferma il sottosegretario agli Esteri, <strong>Benedetto Della Vedova</strong>, intervenendo il 1°febbraio alla riunione del Consiglio generale degli italiani all’estero.</p>
<p>Della Vedova ricorda che la Farnesina, quale amministrazione attuatrice, realizzerà il progetto del turismo delle radici nel quadro del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, linea di investimento &#8220;Attrattività dei Borghi&#8221; (Missione 1, Componente 3, Investimento 2.1), di cui il ministero della Cultura è amministrazione titolare.</p>
<p>Si tratta di un progetto del “valore di 20 milioni rivolto agli italiani all’estero e agli italo-discendenti: un bacino di circa 80 milioni di persone”, prosegue Della Vedova spiegando l’obiettivo: “Aumentare e garantire quei flussi turistici che mediamente sono fuori dai percorsi tradizionali, la maggior parte delle ‘radici’ dei nostri connazionali all’estero non sono nelle grandi città d’arte ma nei paesi e nei piccoli borghi”. Si tratta quindi di “un elemento strategico di diversificazione dei flussi turistici” nel quale le nostre comunità che vivono fuori dai confini nazionali “giocheranno un ruolo importante anche nella fase di attuazione”.</p>
<p>Le attività “coinvolgeranno non solo la rete diplomatica ma anche gli uffici dell’Enit e tutto il mondo associativo. Sarà avviata – conclude Della Vedova – un’importante campagna di comunicazione e promozione”.</p>
<p>&nbsp;</p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div>
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			</item>
		<item>
		<title>Renato Turano “il profumo del pane”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Feb 2022 13:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una storia straordinaria di ordinaria emigrazione quella del Sen. Renato Turano scomparso all’inizio dello scorso dicembre. Si è aperto un grande vuoto fra le comunità dei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/esperienze/renato-turano-il-profumo-del-pane/">Renato Turano “il profumo del pane”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una storia straordinaria di ordinaria emigrazione quella del Sen. Renato Turano scomparso all’inizio dello scorso dicembre.<br />
</strong><strong>Si è aperto un grande vuoto fra le comunità dei calabresi nel mondo </strong><strong>che Turano con tanta passione e serietà ha rappresentato, sia nel corso dei suoi due mandati come parlamentare </strong><strong>nella circoscrizione Nord America, </strong><strong>sia nella sua attività professionale e associativa</strong></p>
<p><strong><br />
Antonio Minasi</strong></p>
<p>Ho incontrato più volte il Sen. Turano nelle occasioni offerte dalle attività della Consulta Regionale dei Calabresi nel Mondo ma il ricordo più vivo rimane l’intervista per la rivista <em>Itaca</em>, qualche anno addietro, che qui ripropongo.</p>
<p><em> </em><em>Il profumo del pane. </em>Quale miglior titolo per un libro che vuol fare memoria di una storia di famiglia? Si avverte un sentimento caldo di cose buone, di affetti, di solidarietà.</p>
<p>A volerlo è stato Renato Turano, originario di Castrolibero in provincia di Cosenza, eletto per la seconda volta senatore della Repubblica italiana nella Circoscrizione Nord America (Canada, Stati Uniti, America Centrale, insomma dall’Alaska al Panama). L’occasione del libro è stata un anniversario importante, «i 50 anni di attività del nostro business» dice Turano e aggiunge «l’abbiamo scritto in inglese per la mia famiglia, per i miei figli». E fatte le dovute verifiche circa vicende e date si passerà all’edizione definitiva in italiano, lingua con la quale è stato originariamente scritto.</p>
<p>Un racconto che parte dal 1860, quando il bisnonno aveva sei anni, e arriva al 2012. Nel mezzo tanti viaggi di andata e ritorno dagli Stati Uniti dei vari componenti della famiglia, incerti se fermarsi o meno. Ambientarsi e mettere un piede saldo non fu facile.</p>
<p>Così anche per il papà di Renato. Nel 1955 va negli USA a trovare il fratello partito tre anni prima. Abituato a lavorare con cravatta e giacca – in Calabria era rappresentante del caffè Sesso – arrivato negli USA, senza conoscere la lingua inglese, la prima occupazione è stata andare a lavorare nelle costruzioni delle fognature. A Chicago il freddo è molto rigido, resiste poco più di un anno.  “Non fa per me” conclude. Ma ritornato in Calabria sopravviene il dubbio “forse ho fatto uno sbaglio”. Ci sono tre ragazzi che crescono e si rende conto che il futuro per loro sarà difficile. Così torna in America nel ‘57 e l’anno successivo chiama tutta la famiglia. Renato, è lui il più grande, ha 15 anni.</p>
<p>«Zio Carmine» racconta Turano «aveva un negozio di alimentari con un piccolo forno accanto. Papà aiutava il fratello a fare il pane. Era abituato a farlo, gli piaceva. In famiglia fra sorelle e fratelli erano in nove e ogni due settimane si faceva il pane. Le donne impastavano, gli uomini infornavano. Quel pane ben lievitato, buono, la pagnotta come si fa in Calabria.</p>
<p>«A fine settimana andando a trovare gli amici porta una pagnotta. “Dove hai trovato questo pane così buono?”. L’ho fatto io. “Allora portamelo anche la prossima settimana, anche per la mia famiglia”.</p>
<p>«Io e i miei fratelli più piccoli, Umberto e Giancarlo, l’abbiamo aiutato da subito, soprattutto consegnando, nel vicinato, il pane di casa in casa. È così che è cominciata la nostra attività. Nel 1962 abbiamo iniziato con un forno di appena 60 mq, oggi abbiamo cinque stabilimenti, quasi mille dipendenti».</p>
<p>Posso chiederle con che fatturato?</p>
<p>Renato Turano ride e glissa. «Forniamo pane, diversi tipi di pane. Abbiamo uno stabilimento in Florida, uno in Georgia e tre nell’area metropolitana di Chicago. Il nostro pane arriva nei ristoranti, nelle catene di supermercati. Forniamo istituzioni come ospedali, scuole<em>».</em></p>
<p>Senatore, quale rapporto ha conservato con la Calabria?</p>
<p>«Quando siamo arrivati negli Stati Uniti papà ci raccomandava di conservare il legame con l’Italia. Diceva “Non si sa mai… Potrebbe darsi che torneremo a lavorare in Italia”. È intenzione di ogni emigrato andare in cerca di fortuna, ma poi ritornare nel proprio paese. Un sogno, penso, che papà ha sempre avuto, fino all’ultimo dei suoi giorni. È morto a Chicago nel 1989, all’età di 76 anni.</p>
<p>«Io e i miei fratelli abbiamo studiato. Ci siamo tutti laureati, ma siamo rimasti sempre uniti in questi cinquant’anni<em>».</em></p>
<p>Lei che studi ha fatto?</p>
<p>«Economia e commercio. Ho conseguito un master e anche un dottorato».</p>
<p>Se non sbaglio, lei è l’unico calabrese eletto all’estero. Ci rappresenta assieme a tutti gli emigrati italiani. È un po’ un portabandiera…</p>
<p>«Sono stato eletto dal 2006 al 2008<em>.</em> Nella successiva legislatura c’è stato un contenzioso sull’esito elettorale con un altro candidato, ma la Commissione per la Giunta delle elezioni, nel corso di cinque anni, non è riuscita a dirimere la questione. In questa tornata il PD ha ricevuto 26.000 voti, le mie preferenze sono state quasi diecimila».</p>
<p>Ha mai pensato che potrebbe tornare in Calabria? In un ruolo politico o imprenditoriale?</p>
<p>«Ah! Con i fratelli l’abbiamo pensato tante volte, ci sarebbe piaciuto, ma se non l’abbiamo fatto è stato per non dividere la famiglia. Ho sempre pensato che la mia fortezza è la mia famiglia. Ho tre figli, nove nipotini e non posso accettare che non mi siano vicini. Un sentimento trasmessomi da papà».</p>
<p>E se fosse un impegno poco assorbente, per così dire non a tempo pieno?</p>
<p>Una lunga pausa d’incertezza e poi «È molto difficile… difficile».</p>
<p>Però, mi pare che lei sia tornato frequentemente in Calabria…</p>
<p>«Sì, io ho mantenuto i legami che papà diceva, sia con i parenti che con alcuni enti. Sono stato presidente della Camera di Commercio a Chicago, ho fatto parte della Assocamere estere (76 Camere di Commercio nel mondo). Abbiamo fatto accordi istituzionali con le università a favore degli studenti, sia in USA che in Calabria. Con l’Unical è stato un grandissimo successo, cresciuto dal 2006 quando sono stato eletto al Senato. In realtà il meccanismo delle borse di studio era già attivo dal 1992.</p>
<p>Cosa pensa della situazione giovanile?</p>
<p>«Sono molto preoccupato perché il 37,5% dei giovani sotto i 35 anni in Italia non ha un lavoro. Se poi parliamo della Calabria, del Sud, la percentuale cresce.</p>
<p>«Il danno è per il giovane, ma ancor di più per il Paese. L’età tra i 20 e 40 anni è la più produttiva. Il Paese non può crescere se perde il suo braccio produttivo. La soluzione sta nel creare lavoro e quindi crescita, sviluppo. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso un’infinità di imprese, anche piccole. L’artigianato è sparito».</p>
<p>Senatore Turano, lei sa che c’è il problema, non sufficientemente all’attenzione delle nostre istituzioni, della lingua italiana all’estero…</p>
<p>«In numerose comunità emigrate siamo già alla quinta, sesta generazione. La grande emigrazione dall’Italia è cominciata intorno al 1900-1920. Negli anni ’40 durante il conflitto mondiale, abbiamo rinunciato all’insegnamento dell’italiano ai figli. Si è cercato di americanizzare i figli. Si voleva che non fossero emarginati, ma pienamente integrati».</p>
<p>Un senso d’inferiorità?</p>
<p>«Oggi l’abbiamo superato molto bene».</p>
<p>Parliamo dei calabresi…</p>
<p>«I calabresi da noi sono molto più calabresi dei calabresi in Italia».</p>
<p>In che senso?</p>
<p>«Nel senso che mantengono le tradizioni; hanno voglia di stare insieme, di associarsi. Anche aiutarsi reciprocamente».</p>
<p>Ma sono pure litigiosi?</p>
<p>«Eh, quello è nel nostro DNA, ma è un problema che si va risolvendo, i giovani hanno una mentalità diversa».</p>
<p>Che prospettive ci sono per gli imprenditori calabresi che desiderano entrare nei mercati del Nord America?</p>
<p>«Sono mercati sterminati. Occorre avere una produzione adeguata alla domanda. Se non sei in grado di riempire almeno un container è inutile provarci. Stiamo parlando di mercati che richiedono almeno 50 container all’anno».</p>
<p>E se le imprese si associassero?</p>
<p>«Questo è il problema, non si associano».</p>
<p>Lei è stato per lungo tempo, anche con incarichi di responsabilità, nella Consulta regionale dell’emigrazione…</p>
<p>«Penso che la Consulta sia una cosa molto utile, dà alla Calabria ambasciatori in tutto il mondo, ma la Regione non li utilizza in modo appropriato. Reinventano la ruota ogni volta. Se c’è un consultore, dovrebbero appoggiarsi a lui quando si recano all’estero, ma spesso è proprio il consultore a saperlo per ultimo».</p>
<p>Torniamo, per chiudere, alla <em>Turano baking company</em>. Quali prospettive?</p>
<p>«C’è una nuova generazione che sta prendendo le redini dell’azienda. Noi fratelli abbiamo deciso che i figli – ce ne sono tre per ciascuno – avrebbero dovuto innanzitutto laurearsi e prima di entrare in azienda lavorare per almeno tre anni, altrove. Il direttivo oggi è quindi composto da nove membri e sei di loro sono impegnati <em>full time</em>».</p>
<p>Senatore, la sento orgoglioso, ma soprattutto molto innamorato del suo lavoro.</p>
<p>«In tutto quello che si fa ci deve essere passione, altrimenti è un lavoro e io posso dire di non aver mai lavorato».</p>
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		<title>Ninì Sapone,  affascinato dalla magia del Presepe</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2021 09:44:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ‘Presepe meccanico’ di Ninì sapone, animandosi nei suoi personaggi e nella scenografia dei luoghi, cattura irresistibilmente l’attenzione di bambini e persone di ogni età. Ad<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il ‘Presepe meccanico’ di Ninì sapone, animandosi nei suoi personaggi e nella scenografia dei luoghi, cattura irresistibilmente l’attenzione di bambini e persone di ogni età. Ad esso si aggiunge una Mostra di<em> Presepi dall’Italia e dal mondo </em>allestita annualmente nel Museo diocesano, con manufatti in materiali e tecniche diversi, provenienti dalle varie regioni d’Italia e da Europa, Africa, Asia e Americhe.</strong><br />
<strong>Un percorso suggestivo che rinnova la magia della Notte Santa.</strong></p>
<p><strong> </strong><span style="font-size: 12pt;"><strong>Lucia Lojacono</strong>*</span></p>
<p><strong><sub> </sub></strong>Fin dalla fine del Settecento, in Calabria e, in particolare, a Catanzaro trovò ampia diffusione una particolare forma di teatro popolare legato al Natale, ‘<em>U prisebbiu chi si motica</em> (Il presepio che si muove). Essa attesta quanto radicato sia nella nostra tradizione il senso di stupore che suscita ed il fascino che esercita un presepe che abbandoni la staticità dei suoi protagonisti per ‘prender vita’: ciò era particolarmente vero un tempo quando, ancora lontana l’attuale evoluzione tecnologica, non era agevole ‘animare’ le singole figure presepiali e gli elementi di contesto.</p>
<p>L’arrotino che mola la lama, il fabbro che batte il ferro sull’incudine, la tessitrice che aziona con piedi e braccia il telaio, il pescatore che getta la lenza, la donna che lava i panni, il vasaio che gira il tornio, il contadino che zappa, le pale del mulino che girano, le porte che sbattono: questo ed altro concorre a destar l’incanto, in particolare, dei bambini che varcano la soglia della chiesa del Santo Cristo a Reggio Calabria ove, per la generosa disponibilità dell’Arciconfraternita dei Bianchi, è ospitato il Presepe meccanico di Ninì Sapone.</p>
<p>Antonio Sapone, detto Ninì, è stato uno dei più sensibili maestri presepisti italiani. Una passione che manifestò fin da ragazzino progettando e realizzando presepi con i materiali più diversi.</p>
<p>«I suoi piccoli tesori – racconta la figlia Adriana – prendevano forma in vasi, cocci, giare, televisori, conchiglie, tazze e nei caratteristici <em>bomboli</em> (che si adoperavano soprattutto in passato per tenere l’acqua al fresco), trasformati dalla sua pazienza certosina e dal suo estro in autentici capolavori…Curvo per ore su un coccio, un quadro, un guscio di noce, dava forma a montagne, cavità, casolari, stradine, in recipienti troppo piccoli per le sue grosse mani, ma non per la sua ingegnosità, rendendo palpabile il suo anelito di promozione e salvaguardia del culto del presepio».</p>
<p>Fondamentale fu il sodalizio con don Matteo Plutino che nel 1981 lo avvicinò all’<em>Associazione Italiana Amici del Presepe</em>, dando vita a una Sezione reggina che, dopo la scomparsa del sacerdote, fu a lui dedicata.</p>
<p>Nello stesso tempo decisivo fu l’incontro con Vito Marinelli che lo iniziò ai segreti della meccanica e dell’elettricità, spingendolo ad abbandonare la staticità delle statuine e dei paesaggi per dar vita ai primi pastori in movimento e alla conseguente animazione scenografica del contesto. Ne nacque il capolavoro di Ninì Sapone, l’opera che per anni ha affascinato e catturato l’attenzione di bambini e persone di ogni età: «Il Presepe meccanico – afferma Adriana – dove tutto diventa elemento portante di quel villaggio millenario che, animandosi, si trasforma per incanto in un vero e proprio gioiello tecnologico dall’invidiabile suggestione».</p>
<p>Alla creazione personale di presepi Ninì affiancò negli anni la ricerca di statuine e presepi per arricchire la propria collezione, documentando usi, costumi e tradizioni del Natale legati non solo alle varie regioni d’Italia, ma anche ai Paesi europei ed extraeuropei. Fu così che maturò l’idea di dotare la città di Reggio Calabria di un Museo dedicato, che riunisse ed esponesse le testimonianze raccolte: nacque nel 1997 in via Filippini il Museo del Presepe, cui erano annessi un archivio, una biblioteca e un laboratorio per quanti volessero apprendere l&#8217;arte presepiale.</p>
<p>Nel 2012 i figli Adriana e Gianni, per dare un seguito concreto all’opera di divulgazione del padre, immaturamente scomparso nel 2008 &#8211; era nato a Bianco (RC) nel 1942 – hanno donato al Museo diocesano la straordinaria collezione paterna, nucleo essenziale del Museo del Presepe di via Filippini.</p>
<p>Tra le opere appartenenti alla <em>Collezione di presepi “Ninì Sapone”</em> risaltano le statuine in ceramica dei fratelli Allegra di Reggio Calabria e quelle in terracotta di Giuseppe Pesa di Seminara, i manufatti in cartapesta di scuola siciliana del maestro Antonino Indovina datati al 1860 circa, le fantasiose composizioni di Francesco Scarlatella di Caltagirone, i gruppi ispirati al Settecento napoletano opera del maestro Antonio Greco di Castellamare di Stabia e Antonio Malacario di Boscotrecase, quelli in cartapesta di scuola leccese di Marco Epicochi, le pregevoli creazioni di Alberto Finizio ed una, in particolare, di Adelma Rita Giani, i presepi bergamaschi in gesso, quelli liguri in ceramica policroma verniciata a fuoco opera di Delia Zucchi e, ancora, le composizioni lignee di Karl e Heinrich Demetz di Ortisei in Val Gardena.</p>
<p>Ad essi si aggiunge una sezione dedicata ai <em>Presepi dal mondo</em>, con manufatti in materiali e tecniche diversi, provenienti da Europa, Africa, Asia e Americhe.</p>
<p>Poiché il Museo diocesano non dispone di un unico ampio spazio in cui allestire un’esposizione permanente dei presepi, una parte della Collezione è esposta nei locali dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, presso il Seminario regionale Pio XI di Reggio Calabria, il resto è allestito annualmente in Mostra temporanea nel portico del Museo ed il grande Presepe meccanico è ospitato nella chiesa del Santo Cristo o dell’Arciconfraternita dei Bianchi, a pochi metri dal Museo.</p>
<p>Attualmente il Presepe meccanico di Ninì Sapone, ricostruito dal nipote Maurizio De Marco, traduce un bozzetto dell’autore e con l’impiego di avanzate tecnologie elettroniche racconta, nell’alternarsi delle fasi del giorno, il passaggio della Cometa e la nascita del Salvatore, tra mirabili giochi di luce ed effetti scenici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono intuibili le ragioni che motivano l’interesse del Museo diocesano per l’arte presepiale: aldilà del pregio artistico e della qualità estetica delle singole opere, ciò che assume significato è che attraverso di esse si rivela e si esprime in modi e linguaggi straordinariamente efficaci, proprio perché popolari, la storia della Salvezza.</p>
<p>Nel caso della <em>Collezione di presepi “Ninì Sapone”</em> il compito di ‘far parlare’ le opere è affidato non tanto e non solo all’allestimento quanto all’attività didattica che i Servizi educativi museali hanno posto in essere. Alle scuole di ogni ordine e grado, ma anche a bambini, giovani e adulti appartenenti a comunità parrocchiali, movimenti ecclesiali e associazioni culturali, è proposta la visita guidata e l’attività <em>Viaggio nel Presepe</em>: un’esperienza didattica attorno al tema della <em>Natività </em>tradotto e reinterpretato nelle iconografie, forme, materie e tecniche più svariate, come ben esemplificato nei gruppi presepiali recentemente acquisiti.</p>
<p>In particolare, nel caso dei bambini, il <em>Viaggio nel Presepe </em>ha inizio davanti a quello meccanico di Ninì Sapone: qui essi ascoltano il racconto del sacro evento attraverso le parole dei <em>Vangeli dell’Infanzia</em> di Luca e di Matteo, rapiti dal succedersi delle fasi del giorno, in un’alternanza di giochi di luce ed effetti sonori mentre gli educatori che li accompagnano sottolineano il significato simbolico dei singoli personaggi, dei colori usati, delle attività manuali illustrate.</p>
<p>La successiva visita a alla Mostra allestita in Museo offre loro un itinerario che, partendo dalla Calabria, attraversa le varie regioni d’Italia, giunge al Trentino Alto Adige e poi, ancora, si trasferisce nel resto d’Europa e nei continenti extra-europei, occasione per far comprendere il senso del Natale, seppur tradotto e reinterpretato in modi differenti.</p>
<p>La ricchezza della <em>Collezione Sapone</em> consente di illustrare come l’evento della <em>Natività di Gesù</em> sia reso, anche attraverso velati simbolismi, nelle diverse situazioni rappresentate (mestieri e attività manuali ormai scomparsi, i personaggi tipici della tradizione presepiale calabrese, il <em>Presepe contadino </em>nell’interpretazione del napoletano Alberto Finizio, quello regale e fantasioso di manifattura inglese o, ancora, il Presepe Masai, solo per citare alcuni esempi). In particolare, affascinano e rapiscono la fantasia di grandi e piccini i <em>Presepi dal mondo</em> i quali, con la diversità dei loro tratti fisiognomici o, ancora, dell’abbigliamento, offrono tangibile prova dell’universalità del messaggio cristiano.</p>
<p>In conclusione, la<em> Collezione di Presepi “Ninì Sapone”</em> arricchisce il patrimonio d’arte del Museo diocesano, testimoniando il valore del Presepe, la sua arte e il fascino che da esso promana a quanti siano interessati a esserne non solo destinatari, ma anche continuatori e promotori.</p>
<p><em>* Direttore del Museo diocesano </em>“Mons. Aurelio Sorrentino”<em> di Reggio Calabria</em></p>
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		<title>A tavola con tredici portate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Dec 2021 09:41:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giorni di grandi, trionfali abbuffate quelli del ciclo natalizio, almeno del ciclo tradizionale, quello ormai affidato esclusivamente alla memoria, ché per il resto, e per dirla<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Giorni di grandi, trionfali abbuffate quelli del ciclo natalizio, almeno del ciclo tradizionale, quello ormai affidato esclusivamente alla memoria, ché per il resto, e per dirla con un abusato luogo comune, oggi tutti i giorni è Natale! Difatti, in nessun’altra occasione si mangia tanto e con tanta varietà di pietanze; in nessun altro periodo si trascorre tanto tempo a tavola. Quasi a voler “fare il pieno” per l’anno che sta per cominciare, o, a rivoltare la frittata, quasi a volersi rifare di un anno intero di pasti in tutti i sensi “al risparmio”; ergo: abbuffate come terapeutici <em>deblocages</em> della psicosi del cibo.</p>
<p>A parte, poi, che le feste natalizie concludono un ciclo e ne aprono un altro, che ci si augura prospero. E siccome è risaputo che la miseria porta altra miseria, mentre l’abbondanza propizia la ricchezza, che razza di buon augurio sarebbe festeggiare le festività natalizie con frugali e frettolosi pasti?! Per cui, quello che per quantità e qualità è, sul piano alimentare, eccezione e abuso in tutto il resto dell’anno, nelle stesse festività diventa regola.</p>
<p>Comunque, il menù più ricco e più vario &#8211; anche se non vi compare la carne, ma solo pesce e verdura &#8211; è quello per il cenone della Vigilia di Natale, le cui pietanze debbono essere necessariamente nove o tredici, secondo i luoghi, e altrettanti i tipi di frutta, se no si fa il malaugurio alla casa e alla famiglia. E in tale ritualità numerica è facilmente intuibile il sostrato originariamente cabalistico che percorre tutta la cultura popolare calabrese, e che, assegnando natura fortemente simbolica ai numeri, riconosce loro grande capacità di influenzare la “natura delle cose” e il loro accadere nel tempo e nello spazio.</p>
<p>Fra l’altro, e detto <em>en passant</em>, dopo il cenone non bisogna sparecchiare la tavola, sulla quale deve rimanere del cibo per Gesù Bambino che, dopo la mezzanotte, affamato com’è passerà per mangiarlo, lasciando la sua benedizione.</p>
<p>Pernicioso malaugurio è altresì il non preparare le “fritture” canoniche, cioè i vari dolci generalmente a base di farina e uova che vanno prima fritti e, poi, ricoperti di miele di fichi o glassa &#8211; chiamate qui in un modo e là in un altro &#8211; le fritture sono sotto ogni cielo calabrese dello stesso genere e tutti riconducibili, <em>mutatis mutandis</em>, alle “famiglie” dei “turdilli”, degli “scalilli” e della “ciciarata”. Bisogna prepararne in abbondanza, perché debbono bastare fino all’Epifania; inoltre bisogna farne “complimento” ai “sangiovanni”, ai parenti ed agli amici; offrirne a quanti arrivano in casa per dare gli auguri; mandarne a quei vicini che, essendo in lutto o in estrema indigenza, non hanno potuto friggere di loro (per inciso: la peggior bestemmia che si possa mandare è “che tu non possa accendere il fuoco a Natale!”).</p>
<p>Entrare nel dettaglio delle varie pietanze e delle varie “fritture” è come voler svuotare uno stagno in punta di forchetta: non solo ogni paese ha le sue tradizionali specialità ma in ogni casa c’è un proprio modo di prepararli.</p>
<p>Relativamente meno vago si fa, invece, il discorso sul torrone, dolce anch’esso immancabile sulle tavole natalizie: gli ingredienti usati sono  diversi da zona a zona per cui è possibile dire, sempre all’ingrosso, quale sia tipico d’un luogo e quale d’un altro; quello di Soriano (CZ), ad esempio, è fatto di miele di fichi e ghiande; quello di Bagnara (RC) di mandorle, miele d’api e zucchero; quello di Reggio Calabria di zucchero, mandorle bollite, frutta candita e limone ed è, inoltre, detto “torrone gelato” perché, a differenza degli altri, è preparato a freddo, senza mantecare l’impasto sul fuoco. Ed è anche una specie di torrone la “giurgiulena” di Castrovillari o il “cumpiettu” di Serra San Bruno (CZ), che sono un impasto di miele d’api, semi di sesamo e mandorle.</p>
<p>E per lasciare, appunto la bocca al dolce, e, così, tanto per gradire, voilà la ricetta per preparare l’umile ma impareggiabile torrone casalingo.</p>
<p>In una casseruola di rame far sciogliere a fuoco lento lo zucchero, per poi aggiungervi le mandorle precedentemente abbrustolite, e mantecare a lungo. Quindi stendere l’impasto su un ripiano di marmo, lasciarlo raffreddare e tagliarlo a strisce larghe due dita.</p>
<p>Buon Natale!</p>
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		<title>Giuseppe Pesa ultimo “pasturaru”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 08:49:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Di Stilo, giornalista e scrittore, nel dicembre del 1993 incontrò Giuseppe Pesa (1901-97) apprezzato esponente di un artigianato artistico ormai pressoché scomparso. I personaggi del presepe<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Umberto Di Stilo, giornalista e scrittore, nel dicembre del 1993 incontrò Giuseppe Pesa (1901-97) apprezzato esponente di un artigianato artistico ormai pressoché scomparso.<br />
</strong><strong>I personaggi del presepe di Pesa restituiscono, con poesia e verità, l’immagine di una Calabria antica, così come l’autore l’ha conosciuta ed amata. </strong><strong>Ci piace ricordarlo proponendo l’intervista che a lui fece Umberto Di Stilo.</strong></p>
<p><strong>Umberto Di Stilo</strong></p>
<p>A Seminara, dove vive da circa mezzo secolo, è conosciutissimo. Tutti sanno indicare la sua abitazione al numero civico 55 della centralissima via Barlaam, a pochi passi dal santuario della “Madonna dei Poveri”.</p>
<p>Per avere indicazioni e notizie sulla sua produzione e sul suo stato di salute, basta chiedere, sia pure in modo evasivo, del <em>pasturaru</em>, dell’artista che per decenni, e sempre con successo, si è dedicato alla creazione di statuine per il presepe e che applicandosi con estrema passione si è guadagnato un posto di rilievo nel mondo artistico delle terrecotte.</p>
<p>Lo testimoniano concretamente i suoi diversi “pezzi” che, in tempi diversi, sono entrati a far parte di private collezioni e alcune statuine che, per la loro importanza artistica, oltre che sociale, sono diventate patrimonio del Museo dell’Etnografia e del Folklore di Palmi.</p>
<p>La signora Concetta, figlia dell’artista, in due vetrinette, tiene ben esposte numerose statuine.</p>
<p>Sono le ultime opere dello scultore che, acciaccato dagli anni, standosene seduto su un divano, le ammira con un pizzico di orgoglio, rimpiangendo il tempo in cui attendeva alla loro creazione e in cui, operando febbrilmente sotto l’impulso creativo, dalle sue dita, che con sicurezza e maestria lavoravano l’argilla, vedeva nascere suonatori di zampogna, pifferai, giovani e premurose donne con in testa la cesta dei doni, contadini al lavoro nei campi, re magi e tutte quelle tipiche figure che da sempre fanno parte della classica iconografia del presepe.</p>
<p>«Le mie mani non sono più sicure, diversamente avrei ancora continuato a lavorare», si affretta a dichiarare. E aggiunge: «Ho ancora la voglia di modellare, ma le non buone condizioni di salute non mi permettono di tenere fermi gli attrezzi. Perché, vedete, tutto quello che ho creato l’ho fatto con il solo aiuto di una stecca e poi, in fase di rifinitura e di colorazione, di alcuni pennellini. Ma per usare questi attrezzi le mani devono essere ferme, invece le mie&#8230;».</p>
<p>E, mentre un velo di tristezza scende improvvisamente sul viso che il tempo, implacabile, gli ha segnato di profonde rughe, istintivamente, con occhi ancora vispi, si guarda le mani che tremano sotto il peso degli anni e di qualche immancabile acciacco.</p>
<p>Ciononostante Giuseppe Pesa, l’ultimo <em>pasturaro</em> di Calabria, parla con sicurezza e se non fosse per l’udito che in questi ultimi anni si è sempre più indebolito, non dimostrerebbe le sue rispettabili 92 primavere.</p>
<p>Lucidissimo, sulle ali del ricordo, ripercorre tutta la sua vita, da quando &#8211; il 10 maggio del 1901 è nato a Briatico &#8211; fino a un giorno di due estati addietro, quando si è reso conto di non essere più in grado di lavorare.</p>
<p>«Quello è stato il più triste giorno della mia vita, anche se, specie in gioventù, durante gli anni difficili del primo conflitto mondiale, i giorni neri non sono mancati.</p>
<p>«È triste dover chiudere l’attività che ti ha dato da vivere e che ti ha riservato innumerevoli soddisfazioni&#8230;. Ma contro le leggi di natura nulla è possibile. Bisogna rassegnarsi, ringraziando il Cielo per quanto fino ad oggi la vita ci ha dato».</p>
<p>Apprendiamo, così, che sin da bambino ha seguito il padre, Pasquale, che, <em>santaro</em> e apprezzato decoratore, era chiamato in tutti i paesi della Calabria per restaurare chiese e statue e per rendere più accoglienti le case dei nobili e dei ricchi.</p>
<p>Aveva appena otto anni (e si cominciavano a rimarginare le ferite prodotte dal terremoto del 28 dicembre 1908) quando la famiglia Pesa aprì bottega a Palmi ove si era trasferita perché in tutta la zona era assai richiesta l’opera degli artisti-restauratori-decoratori come suo padre Pasquale. E fu proprio a Palmi che l’attività dei Pesa divenne intensa.</p>
<p>Sin da ragazzo, però, pur non disdegnando il delicato lavoro di restauro, Giuseppe Pesa si è sentito attratto dalla scultura e, seguendo il suo naturale istinto, al modellaggio dell’argilla ha dedicato tutti i suoi momenti liberi, scoprendo che gli erano sufficienti pochi e misurati tocchi perché l’argilla assumesse la figura, le fattezze e le tipiche espressioni delle persone che gli vivevano vicine.</p>
<p>Inizialmente fu come un gioco. Poi quando imperioso si fece il momento creativo, Peppino Pesa si recò per due anni a Roma per lavorare in una fabbrica di statue e successivamente, tornato a Palmi ha frequentato per un anno la scuola di disegno sotto l’esperta guida del professor La Scala.</p>
<p>«Lo studio della figura mi è stato molto utile – afferma – così come preziosa fu la permanenza a Roma. Sapevo modellare l’argilla, ma senza l’esperienza formativa romana sarei rimasto un eterno dilettante».</p>
<p>A quel tempo non era stato, ancora, scoperto l’uso della plastica, per cui i “pastori” del presepe erano fatti in terracotta o gesso.</p>
<p>La moglie, Maria Rosa Fiorio, divenne la sua più valida collaboratrice. A lei, infatti, è sempre stato affidato il delicato compito di procedere alla cottura delle statuine perché l’argilla si trasformasse in terracotta. E poiché questo lavoro era effettuato nei mesi estivi, l’anziana signora, con un sorriso appena abbozzato, ricorda che al caldo afoso di agosto si aggiungeva quello infernale che scaturiva da quella capiente <em>furnacetta </em>di ferro in cui, con molta cautela, si facevano cuocere le delicate figurine di creta.</p>
<p>Per ogni statuina che, con estrema cura, ci porge la figlia Concetta, Pesa ne illustra caratteristiche e significato.</p>
<p>«Questo è il giovane calabrese che festeggia la nascita di Gesù al ritmo della tarantella. Notate che indossa i costumi tipici dei pastori di Aspromonte, in particolare quelli di Cardeto&#8230; Questo è il carretto degli zingari. Ho avuto l’idea di riprodurlo nell’argilla un giorno di alcuni anni addietro allorché vidi passare questa famigliola a bordo di uno sgangherato carretto, trainato da un vecchio e stanco asino&#8230; ».</p>
<p>Quel che colpisce, al di là dei piccoli particolari &#8211; il tripode di ferro penzolante dalla sponda del carretto &#8211; è l’abilità con cui l’artista ha saputo dare naturalezza all’atteggiamento della donna che seduta sul sedile posteriore della rustica vettura, per reggersi meglio si appoggia alla spalla del marito. Un gesto consueto, ma Pesa è riuscito a dare vita alla sua creta restituendoci la delicata e soffusa tenerezza che lega i due anziani nomadi.</p>
<p>Nell’universo artistico di Pesa, diversi sono i pastori a piedi nudi. Questo particolare rispecchia le condizioni sociali del tempo, giacché la realtà è sempre stata l’unica, inesauribile ispiratrice dell’artista <em>pasturaru</em>.</p>
<p>Molte sue opere s’ispirano al mondo contadino calabrese. Nella loro semplicità rispecchiano la storia sociale e civile delle nostre contrade rurali. Oltre a costituire le tessere preziose di quel mosaico artistico che Giuseppe Pesa, con modestia e costanza, ha realizzato in tantissimi anni di paziente lavoro. Sono soprattutto l’inno all’arte popolare che, in Calabria, forse proprio nel <em>pasturaru</em> di Seminara ha trovato il suo ultimo genuino cantore.</p>
<p>Delicatamente poetica è la coppia di anziani che avanzano a braccetto. La donna all’arcolaio che raccoglie il cotone, il banditore, la massaia che dà il mangime alle galline, il macellaio che, in attesa di clienti, insegna a leggere al figlio, il vecchio suonatore di organetto, la “strage degli innocenti” nella quale una madre atterrita stringe fra le braccia il suo pargoletto, sono opere che, per la loro fedele rispondenza al mondo contadino che le ha ispirate, prim’ancora che per la loro bellezza artistica, meritano di stare nei più rinomati musei di arte popolare moderna. Di quell’arte, cioè, che non conosce accademie e che scaturisce spontanea.</p>
<p>Ma quanti sono i soggetti che Giuseppe Pesa ha realizzato in oltre 70 anni di intensa attività artistica?</p>
<p>Alla domanda non sa dare (né può darla, in verità) una risposta neppure l’artista.</p>
<p>«Sono molti, moltissimi», si limita a dire. «Impossibile ricordare&#8230; Quanti <em>pastura</em> ho fatto? », si domanda. «E chi lo può sapere! Sono sicuramente diversi migliaia, tra quelli grandi realizzati appositamente per le chiese e quelli piccoli adatti ai presepi familiari. Tanti, tanti &#8211; conclude &#8211; ma in ognuno di essi c’è un pezzo della mia vita, un pezzo della mia inventiva e un pezzo della nostra terra, con le sue tipiche figure e con i suoi caratteristici, colorati costumi&#8230;».</p>
<p>Prima di congedarci chiediamo come si appresta a vivere il Natale.</p>
<p>L’anziano artista non ha tentennamenti: «Sarà assai triste perché per la seconda volta dopo tantissimi anni d’intensa attività, non ho preparato qualcosa di nuovo e perché penso con rammarico che non avendo né mio figlio, che vive e lavora a Milano, né alcuno dei miei nipoti ha seguito la mia attività, con me finirà l’arte dei <em>santari</em> e dei <em>pasturari</em> veri&#8230; di quelli, voglio dire, che come materia prima adoperavano la creta e che come unico strumento di modellaggio usavano le dita e qualche stecca di canna o di acciaio&#8230; ».</p>
<p>Poi Pesa gira lo sguardo verso un angolo della stanza come per fissare qualcosa, come per inseguire un sogno lontano, iniziato nelle “rughe” e nei vicoli di Briatico e conclusosi un giorno di due estati addietro qui, a Seminara, paese in cui a pieni polmoni, da secoli, si respira la difficile e millenaria arte delle terrecotte.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ah! Il Natale di una volta…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 08:48:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Palange ha scritto questo riccordo del Natale a meta degli anni &#8217;80 del secolo scorso. Cosa è rimasto, cosa è scomparso? Giulio Palange   Chi ha<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giulio Palange ha scritto questo riccordo del Natale a meta degli anni &#8217;80 del secolo scorso. Cosa è rimasto, cosa è scomparso?</strong></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Giulio Palange   </strong></span></p>
<p>Chi ha vissuto una certa realtà calabrese, sostanzialmente omogenea dal Pollino a Capo Spartivento quanto ad usi e costumi,  a tradizionalità e sentire, e magari irretito da un ricordo, un profumo, un suono, non se n’è uscito, col miele della nostalgia in bocca, in un’esclamazione tipo “ah, il Natale di una volta!”, scagli la prima pietra. Perché è innegabile, e fatale, che costui si porti comunque dentro, quasi ordito della memoria, tracce in certo senso mitiche del Natale. E quando si dice Natale s’intende, ovviamente, tutto il ciclo di festività e ferialità comprese fra la Vigilia e l’Epifania, con il prologo irrinunciabile dei “giorni contati”, quelli a partire da S. Lucia, e con l’epilogo altrettanto irrinunciabile dell’uccisione del maiale. Evento, questo, peraltro centrale nel quadro della “cultura della provvista e della parsimonia” imposta da una storia matrigna<strong>,</strong> e “chi prima pensa poi non piange”, e, poi, “son più i giorni che le salcicce”; e, fra l’altro, la dice assai lunga in merito il grido “allàrgati pancia mia se no ti stracci”, ebbro, attrippato, liberatorio peana della grande bouffe natalizia, fisiologica valvola di sfogo alla incupente e persistente, cultura quotidiana di segno “quaresimale”.</p>
<p>Comunque, e in definitiva, è vero: fino a qualche tempo fa il ciclo natalizio in fondo non era fatto di giorni particolari, e ricorrenze da celebrare e quant’altro, ma di un’atmosfera affatto speciale e che, nel bene e nel male, stendeva su tutto e tutti un impalpabile pulviscolo d’oro, un’atmosfera di misticismo sospeso e non necessariamente cattolico in senso stretto in quanto era un generalizzato stato psicologico di grazia, nel contesto del quale ogni fatto o gesto assumeva una sua pur dimessa  e  oggi, nel ricordo, intrigante ritualità. Un’atmosfera, infine, e a ragionarla col senno di poi, alla persistenza della quale nel tempo, hanno contribuito tante circostanze, fra cui, per un verso, l’isolamento delle “piccole patrie” arroccate, ognuna, attorno al campanile, le generali e non certo felici condizioni di vita a livello non solo “popolare”, un sentire dal taglio magico-religioso che era proiezione speculare, per dirla con Ernesto De Martino, dell’essere nella storia senza coscienza di esserci; e, per altro verso, il chiudersi d’un ciclo annuale con tutto il suo bagaglio, individuale e collettivo, di risultati, progetti, aspettative e, specie, speranze sotto il segno beneaugurante e propiziatorio d’una nascita prodigiosa, e della nascita d’un “redentore” per di più.</p>
<p>Mentre oggi …</p>
<p>Sì, di zampognari se ne vedono e se ne sentono ancora in giro, e nelle case s’allestisce ancora il presepe; sì, i grandi falò ardono puntualmente sulle piazze dei paesi, e gli “strinari” vanno ancora di porta in porta ad augurare buonasorte &#8211; o, come in molti centri, a spubblicare i panni sporchi dei padroni di casa, a memoria delle denunzie pubbliche romane, atte ad eliminare il negativo comunitario -, e la befana vien sempre di notte con le scarpe tutte rotte; sì, al cenone della Vigilia, per esorcizzare la malafortuna e non rompere la tradizione che sarebbe come vagare alla cieca nel mar dell’ignoto, si continuano a portare in tavola le pietanze canoniche in numero canonico, nove o tredici, secondo i luoghi; e tale numero una volta era d’obbligo anche per il pasto degli animali da stalla, che, se in quelle ricorrenze non mangiavano a sazietà e, appunto, secondo i canoni, a mezzanotte spaccata si mettevano a parlare, mandando brutte bestemmie ai loro padroni ingrati… Solo che l’acqua che le donne di casa,  restando sempre in silenzio e tutte ammantate per non farsi riconoscere, magari ancora vanno ad attingere alla fontana pubblica durante la notte santa, non è più “acqua muta” e non è più un toccasana per ogni malanno; e nelle notti “fatali” l’acqua dei fiumi e delle fontane non diventa più olio come una volta accadeva &#8211; anche se solo per alcuni fuggevoli istanti, e anche se solo per i semplici ed i puri di cuore &#8211; e le pietre delle case non si trasformano più in prosciutti, e i frutti pendenti dagli alberi non diventano più d’oro zecchino.</p>
<p>E questo perché il Natale oggi ha perso tutta la sua magia e la sua magicità, la sua aura, la sua, in definitiva, identità socio-culturale, e il far le cose rituali è vissuto diversamente da come lo si viveva una volta, e già solo a rievocare tutta l’antica trama rituale di gesti e accadimenti, reali o immaginari, religiosi o magici che fossero, si ha la straniante sensazione d’arretrare in tutta un’altra era glaciale, eppure son cose d’appena l’altroieri. Anzi, ogni celebrazione, ogni ritualità, ogni gesto, non è manco “vissuto”, è solo “fatto”, così, tanto per farlo &#8211; magari ad uso e consumo pro-loco e, ormai, c’è di che aver la scarsella ricolma di tutte ‘ste sagre del “turdillo” et similia -, si fa tanto per farlo e tutto finisce lì, ogni anno più liso, ogni anno più “altro” da sé; sì che tutta una storia di popolo è finita per diventare bolso folclore da esporre fra il tanto bric-a-brac di pessimo gusto nel salotto di terragna nonna Speranza sopravvissuta allo “sfasciume pendulo sul mare”, al “profondo Sud” e ad altre pinzillacchere del genere.</p>
<p>È vero, era fatale che tutto ciò accadesse, perché l’uomo ha gambe e piedi fatti apposta per camminare in avanti, ma ha anche una memoria che è tal quale quella dei computer, e a premere il comando sbagliato si può anche cancellare tutto il file, o, addirittura, tutto il programma e… chi ha avuto, ha avuto, ha avuto…! Tanto più oggi che i mutamenti hanno la misura d’un respiro, e il tempo mitico si è banalizzato e ogni nuova abitudine non fa a tempo a diventar tradizione che è già consumata; e se è già raggelante la prospettiva d’un mondo, per dire, senza telefoni fissi e senza posta ordinaria e senza dattilografi, figuriamoci un mondo senza memoria collettiva e, quindi, senza radici (raggelante, beninteso, per chi, almeno ultracinquantenne, sta via-via perdendo i punti di riferimento del suo quotidiano “essere stato”).</p>
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		<title>Gli &#8220;spinati&#8221; e il nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2021 16:01:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Minasi La visita di Papa Francesco al campo di Lesbo dove vivono senza un tetto che possa dirsi tale, senza acqua potabile, senza servizi igienici,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antonio Minasi</strong></p>
<p>La visita di Papa Francesco al campo di Lesbo dove vivono senza un tetto che possa dirsi tale, senza acqua potabile, senza servizi igienici, senza assistenza sanitaria, ci ha mostrato migliaia di profughi &#8211; quando il campo ne potrebbe contenere alcune centinaia &#8211; in attesa senza tempo di poter oltrepassare quella barriera di filo spinato.</p>
<p>Sì, sono loro gli “spinati” del nostro tempo, merce in balìa di poteri che si fronteggiano spietatamente. Leggevo tempo addietro il reportage da quei luoghi di un autorevole intellettuale francese (ahimè, la memoria mi assiste sempre meno quando si tratta di nomi) che dava conto della assurdità di quella situazione. Raccoglieva, fra l’altro, la prudenza di alcune giovani donne che affermavano di doversi liberare, non oltre il tramonto, dei loro bisogni per non incorrere poi nel buio della notte, uscendo all’esterno dal loro riparo, in spiacevoli aggressioni maschili.</p>
<p>Chiudeva un telegiornale con la visita del Papa al campo di Lesbo e si apriva la pubblicità con il cibo confezionato per gli animali. Per carità, nessuna avversione per gli animali ma questa pubblicità mi mette sempre a disagio pensando alla fame nel mondo. Si decantava il particolare gradimento dei destinatari avvantaggiati anche da quel cibo a mantenere un sano regime diuretico!</p>
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		<title>Verso la cima del monte Iofri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Sep 2021 09:56:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mettersi in cammino all’alba, attraversare paesi ancora nel sonno ma che suscitano memorie di storia e di leggenda, il sole che fa capolino e poi una<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/ambiente/verso-la-cima-del-monte-iofri/">Verso la cima del monte Iofri</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Mettersi in cammino all’alba, attraversare paesi ancora nel sonno ma che suscitano memorie di storia e di leggenda, il sole che fa capolino e poi una lunga marcia fino a raggiungere la vetta del monte Iofri, in Aspromonte, e godere di uno spettacolo a 360 gradi nella luce del sole allo zenit</b></span></span></span></p>
<p><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b>Marco Garcea</b></span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">*</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">É ancora buio quando ci raduniamo in piazza a Catanzaro per raggiungere Samo, comune della provincia di Reggio Calabria.      Da Samo saliremo sul monte Iofri, una cima dell’Aspromonte.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Nel silenzio delle strade cittadine ci dirigiamo verso la SS 106 che collega i tanti comuni marini della fascia ionica calabrese. É</span></span></span><span style="color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"> </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">l’alba, ci soffermiamo qualche attimo ad ammirare il sole che velocemente si fa spazio fra l’infinito mare, è il primo spettacolo che oggi la natura ci regala.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Alle 8.00 ci ritroviamo con gli altri che provengono da Vibo e Lamezia, il tempo per salutarci e continuiamo per Samo, sul versante sud-orientale dell’Aspromonte. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Il paese secondo la tradizione sarebbe stato fondato nel 492 A.C. da coloni greci provenienti dall’isola di Samos (Grecia), scappati dalle incursioni dell’esercito di re Dario I di Persia. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Arrivati a Samo, attraversiamo le vie principali il cui nome sono tutto un significato: via Casette Popolari Terremotati, via Casette Popolari Alluvionati, Via La Verde, via Pitagora (tra leggenda e realtà si ritiene che Samo abbia dato i natali a Pitagora).</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Il nostro punto di partenza è più in alto, procediamo osservando dal finestrino dell’auto i ruderi del borgo di Precacore, (la vecchia Samo) in parte restaurato. Dopo qualche km ci fermiamo nei pressi di una fresca fonte, da dove proseguiremo a piedi verso il monte Iofri, che è proprio davanti a noi, sembra vicino, a un tiro di schioppo, ma per raggiungerlo occorrono almeno un paio d’ore.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10364" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A.jpg 1280w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-1024x682.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-960x640.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/A-1013x675.jpg 1013w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Si parte! Seguiamo un comodo sentiero in compagnia di simpatiche mucche che ci guardano in modo strano, fino ad incrociare un sentiero in salita e da qui sarà sempre così, si sale tra splendidi e colorati panorami che guardano verso la fiumara:</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">La Verde, la fiumara Bonamico, il mare Ionio, i borghi dell’Aspromonte e la vetta dello Iofri. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10365" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B.jpg" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B.jpg 1280w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-1024x682.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-960x640.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/B-1013x675.jpg 1013w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></b></span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Ci inerpichiamo fra arbusti ed enormi rocce dalle forme misteriose e dove è facile vedere le caprette che si arrampicano. Ogni tanto sostiamo all’ombra dei lecci e dopo oltre due ore raggiungiamo la cima. Da quassù lo sguardo spazia verso il Montalto </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">e i boschi dell’Aspromonte. Con i binocoli scrutiamo fra le immense montagne aspromontane per cercare i ruderi dei vecchi borghi abbandonati di Africo Vecchio </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">e Roghudi vecchio: è magnifico!</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10366" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7.jpg" alt="" width="950" height="712" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7.jpg 800w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7-50x38.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Borgo-Roghudi-7-100x75.jpg 100w" sizes="(max-width: 950px) 100vw, 950px" /></b></span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Ci fermiamo un po’ per una piccola colazione e ridiscendiamo. Per un breve tratto ripercorriamo lo stesso tratto dell’andata fino     </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">a incrociare un sentiero con fitta e alta vegetazione che nasconde fino al collo i nostri corpi. Raggiungiamo le auto, ci rifocilliamo presso la fonte e proseguiamo per Precacore. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Si narra che intorno al 1530 Samo fu distrutta completamente da un nubifragio che durò sette giorni e sette notti. Da questa sciagura pochi riuscirono a salvarsi e tra </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">i sopravvissuti, una nobile donna (probabilmente una principessa) la quale perse il marito e sette figli, e in quel momento di grande dolore esclamò: </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i>“mamma, </i></span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i>o mamma, nel vedere la mia Samo così distrutta mi Crepa il cuore”.</i></span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"> </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10370" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1.jpg" alt="" width="1280" height="790" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1.jpg 1280w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-1024x632.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-768x474.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-237x146.jpg 237w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-122x75.jpg 122w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-960x593.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/C-Monte-Iofri-1-1094x675.jpg 1094w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></b></span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Da questa leggenda il nome della città fu cambiato prima in Crepacuore </span></span></span><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">e successivamente in Precacore. Il borgo venne quasi definitivamente distrutto dal terremoto del 28 dicembre 1908, in seguito fu ricostruito nel luogo attuale e nel 1911 riacquistò il primitivo nome di Samo. Su questo antico sito è stato intrapreso un restauro che ha riportato alla luce la Chiesa di San Giovanni Battista, la Chiesa di San Sebastiano e la casa del parroco. </span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #003300;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Questo è l’Aspromonte, una montagna ricca di storia e cultura.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><i>* CAI (Club Alpino Italiano) di Catanzaro</i></span></span></p>
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		<title>Reggio Calabria, il borgo fantasma di Perlupo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2021 20:26:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Perlupo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">A pochi chilometri dal centro cittadino di <strong>Reggio Calabria,</strong> in un’atmosfera magica, in un silenzio “assordante” rotto solo dallo scroscio dell’acqua della fiumara sottostante, si può ammirare un paesino “fantasma”.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Perlupo</strong> (in dialetto locale <strong>Pirrupu</strong> = burrone) è un borgo appollaiato su un crinale che si affaccia sulla sponda sinistra del torrente <strong>Annunziata</strong> immerso  in una vasta vegetazione arborea costituita da <strong>pini </strong>,<strong>eucalipti</strong>, <strong>acacie</strong>, <strong>querce </strong>e <strong>ulivi</strong>. Il borgo, da origini incerte, è menzionato in alcuni vecchi documenti ritenuto tra i Casali attaccati dai <strong>Saraceni</strong> durante la grande invasione del X secolo.</p>
<p style="text-align: left;">Contava un centinaio di abitanti ma fu abbandonato definitivamente negli anni ’50.</p>
<p style="text-align: left;">Interessante è visitare i ruderi dell’antico frantoio con la macina in pietra funzionante a trazione animale (forse da un bue o da un asino) e la chiesetta in legno e lamiera dedicata alla<strong> Madonna delle Grazie </strong>dove l’ultima domenica di maggio ed il 2 luglio viene ancora celebrata messa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><!--:--><!--:en--><iframe loading="lazy" style="border: 0;" tabindex="0" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m14!1m8!1m3!1d119421.09208508724!2d15.68863128308622!3d38.136728040968016!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x0%3A0xfe305d950be4a088!2sPERLUPO!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1591625811623!5m2!1sit!2sit" width="600" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" aria-hidden="false"></iframe></p>
<p><span style="font-size: 8pt;">Sitografia: <a href="http://www.ascenzairiggiu.com/i-borghi-reggini-perlupo-pirrupu/">ascenzairiggiu</a></span></p>
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		<title>Il Bagnarote</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2021 09:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di un giovane pescatore che lasciò Bagnara dopo il terremoto del 1908 e mai più poté tornare dall’Argentina, conservando per tutta la vita lo struggente<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000; font-size: 12pt;"><b>Storia di un giovane pescatore che lasciò Bagnara dopo il terremoto del 1908 e mai più poté tornare dall’Argentina, conservando per tutta la vita lo struggente ricordo del suo mare</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Julio Croci </strong></p>
<p align="JUSTIFY">Tutto cominciò lì, a Bagnara Calabra, dove il mare lambisce questa magica città, culla di miti e leggende marine, storie di pescatori, vecchi lupi di mare e canti di sirene. Fra queste montagne che si tuffano nel mare, nacque la nostra storia, nacque il mio bisnonno.  Francesco, figlio di padre pescatore e madre sarta, visse i suoi primi anni tra reti, boe e imbarcazioni, così come oggi le vediamo ormeggiate sulla spiaggia.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class=" wp-image-10314 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod.jpg" alt="" width="414" height="283" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod.jpg 1676w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-1024x699.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-768x524.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-1536x1048.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-214x146.jpg 214w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-50x34.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-110x75.jpg 110w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-960x655.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0003mod-989x675.jpg 989w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" />All’alba i pescatori si addentravano in mare ed il piccolo Francesco li accompagnava nell’avventura. Nei mesi di maggio e giugno la pesca era del pescespada, da sempre realizzata in forma artigianale. Sulle barche, con una grande passerella sulla prua e un belvedere su un alto pennone, i pescatori avvistano il pescespada e lo inseguono fino ad arpionarlo.</p>
<p align="JUSTIFY">La vita di Francesco fu piena di molta allegria come di molta tristezza. Nel suo ritorno verso la caserma militare dove era stato chiamato a compiere il servizio militare dopo aver visitato la sua famiglia a Bagnara, il 28 dicembre del 1908, la Calabria tremò terribilmente. Anche a Bagnara si produssero grandi danni e i morti furono tantissimi.</p>
<p align="JUSTIFY">Francesco tornò immediatamente indietro preoccupato per i suoi genitori. Li trovò immobili sulla porta di casa, travolti dalla caduta di una trave proprio nel momento in cui, al primo tremore della terra, si accingevano ad allontanarsi.</p>
<p align="JUSTIFY">É così che con profonda tristezza decide di emigrare in Argentina assieme al fratello Antonio, raggiungendo altri paesani che si erano stabiliti in gran numero in un nascente paese di fronte all’oceano Atlantico: Quequén.</p>
<p align="JUSTIFY">Lì, dopo un periodo trascorso nel porto di Buenos Aires, comincerà la sua nuova vita. Troverà lavoro nel Ministero delle Opere Pubbliche e vivrà nella casa che occuperà con la sua famiglia per decenni: la Casona de Madera, oggi in prossimità della Stazione Idrobiologica di porto Quequén, edificio di 110 anni di vita.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="wp-image-10316 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001.jpg" alt="" width="229" height="325" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001.jpg 1189w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-720x1024.jpg 720w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-768x1092.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-1080x1536.jpg 1080w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-103x146.jpg 103w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-35x50.jpg 35w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-53x75.jpg 53w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-527x750.jpg 527w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/escanear0001-475x675.jpg 475w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" />L’amore legò alla sua vita la mano di María Rosa Colleta, giovane donna di una famiglia anch’essa originaria di Bagnara, molto conosciuta nel paese perchè aiutava coloro che arrivavano alle nostre coste. Nacquero quattro figli: Juan, Ñata, Cholo e Genoveva. Una felicità interrotta dopo un mese dalla nascita dell’ultima figlia quando muore sua moglie a causa di un’infezione. Un amore che nel ricordo durerà tutta la vita.</p>
<p align="JUSTIFY">Difficile fu l’educazione dei figli, ma non smise mai il suo ruolo di padre esemplare.</p>
<p align="JUSTIFY">A partire dal 1928 diventa il sorvegliante del Museo di Scienze Naturali di Quequén dove aiuta i professionisti nel processo di tassidermia degli animali e specie marine che ancora oggi si possono apprezzare nelle sale del Museo. Francesco diventa così l’unico specialista della zona e nello stesso tempo assume anche l’incarico di capitano del battello del Ministero.</p>
<p align="JUSTIFY">Canticchiando le canzoncine di un tempo manteneva viva la memoria della sua terra natale, e la sua consolazione era andar per mare ricordando il mare di Bagnara.</p>
<p align="JUSTIFY">Si spense di colpo, seduto una sera di giugno sul suo sofà, mentre cantava <i>Torna a Surriento</i>, come faceva sempre per ricordare la sua lontana Italia.</p>
<p align="JUSTIFY">Recentemente, nello scorso dicembre, un pronipote di questo pioniere potè conoscere Bagnara. Sono orgoglioso d’essere stato io, perché così ho potuto comprendere l’amore per questa terra di sogni; i discorsi di mia nonna che non capivamo, quando parlava dell’amore per la famiglia, per il lavoro e di questo ricordo struggente e indelebile del mare che bagna le coste che Francesco non potè mai più rivedere.</p>
<p align="JUSTIFY">Le storie dell’emigrazione sono impastate di dolore, sradicamento. Poi arriva l’amore, l’allegria, il lavoro, la nuova vita, e nonostante tanti cambiamenti, l’amore per la terra d’origine è sempre lo stesso, è eterno. Così come lo sentiva questo <i>“calabrés del Quequén”.</i></p>
<p align="JUSTIFY">Non l’ho potuto conoscere personalmente, però il racconto di mia nonna e di mia madre che oggi lo accompagna in cielo, me l’hanno reso vivo e familiare più che mai.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: large;"><b>Tre generazioni di pescatori in 100 fotografie</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Necochea, una cittá a 500 km. da Buenos Aires sullOceano Atlantico.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Già dalla sua fondazione, nel 1881, sono i calabresi ad abitare queste terre, soprattutto pescatori, tutti provenienti da Bagnara Calabra e Gioia Tauro. E ancora oggi il 90 % delle piccole “barche gialle” della pesca artigianale, appartiene ai loro discendenti. Una incredibile continuità di lavoro e di vita tra le generazioni che si sono succedute e che ora i giovani della F.A.C.A. (la Federazione delle Associazioni calabresi in Argentina, </span><span style="color: #000000;"><i>N.d.R.) </i></span><span style="color: #000000;">hanno deciso di fissare, perché non ne vada persa la memoria, in una grande mostra fotografica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Ci stanno lavorando da quasi tre anni. Si sono recati da tutti gli immigranti calabresi e discendenti ascoltando le loro storie, chiedendo immagini del porto, delle barche, delle feste tra paesani… Hanno raccolto aneddoti e racconti con gioia, lacrime e molte emozioni. Il risultato? U</span><span style="color: #000000;">na mostra di oltre cento fotografie.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">Ma questa è stata soltanto la prima tappa del progetto. La prossima </span><span style="color: #000000;">è quella di poter incontrare le comunità peschiere in Calabria, per illustrare le loro pratiche, la loro cultura e fare un confronto attraverso una grande Mostra itinerante da offrire a tutte le comunità calabresi sparse nel mondo. “Abbiamo compiuto con molto sforzo la prima parte” dicono </span><span style="color: #000000;">Claudia Russo Bernagozzi e Julio Croci</span><span style="color: #000000;">. “Vogliamo adesso cercare assistenza tecnica ed economica per completare il nostro progetto. L’intento è di realizzare una pubblicazione scritta e digitale con le storie dei pescatori immigranti e così diffonderla nelle scuole, biblioteche, centri studi…”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">L’esigenza, allora, è di mettere insieme le risorse per il viaggio in Italia, a Bagnara e Gioia Tauro, per almeno due persone. “L’idea è convivere per un breve periodo con i pescatori di queste città cercando le loro storie di vita, le tecniche di pesca, fare interviste, fotografie; tutto quanto serva per fare il confronto con il materiale d’Argentina”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">La Regione Calabria contribuirà a realizzare il “sogno”?</span></p>
<div id="attachment_10312" style="width: 1782px" class="wp-caption alignnone"><img aria-describedby="caption-attachment-10312" loading="lazy" class="wp-image-10312 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara.jpg" alt="" width="1772" height="1181" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara.jpg 1772w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-1024x682.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-1536x1024.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-960x640.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Bagnara-1013x675.jpg 1013w" sizes="(max-width: 1772px) 100vw, 1772px" /><p id="caption-attachment-10312" class="wp-caption-text">Panorama di Bagnara Calabra (RC)</p></div>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>John il gallese, mago delle lingue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2021 09:01:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
		<category><![CDATA[John Bassett Trumper]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiama John Bassett Trumper, nato a Cardiff, andato in pensione dopo aver trascorso metà della sua vita a insegnare Linguistica. È in grado di decifrare<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 12pt;"><b>Si chiama John Bassett Trumper, nato a Cardiff, andato in pensione dopo aver trascorso metà della sua vita a insegnare Linguistica. </b><b>È in grado di decifrare i codici della ‘ndrangheta come i palinsesti medioevali. E ogni sfumatura dialettale. </b><b>Se è di buonumore, la mattina al bar si mette ad ascoltare quelli che chiacchierano e indovina da quale paese arrivano… </b></span><b> </b></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 12pt;"><b>Michele Concina</b></span></p>
<p>C’è un anziano signore che sa tutto del dialetto calabrese. Anzi, delle centinaia di dialetti parlati fra la Sila, l’Aspromonte e i due mari. Sa tutto del lessico, della pronuncia, dell’etimologia, della toponomastica calabrese. Sa decifrare i codici della ‘ndrangheta come i palinsesti medioevali. Ma calabrese non è: è gallese, e si considera celta.</p>
<p>Si chiama John Bassett Trumper, è nato a Cardiff nel 1944, è andato in pensione dopo aver passato metà della sua vita a insegnare Linguistica generale ad Arcavacata, l’università di Calabria. In Italia è arrivato in un anno speciale, il 1968. “Fu uno shock”, racconta. Ma non si riferisce alla contestazione studentesca, agli scontri fra operai e celerini, alla rivoluzione dei costumi. “Studiavo a Padova. Scendevo a far colazione, e il barista mi parlava in dialetto.</p>
<p>A un cittadino britannico faceva impressione”. La protesta sociale, i cortei per le strade erano invece materia consueta: “Venivo da una famiglia socialista, quasi trotzkista. Mio nonno era stato un leader sindacale dei minatori gallesi, poi uno dei primi deputati laboristi. A Padova, però, in piazza non ci andavo. L’Unione Europea era una cosa diversa, a quei tempi, e mi avevano detto che rischiavo il foglio di via”.</p>
<p>Ai sommovimenti in atto nel nostro Paese, Trumper partecipò piuttosto da scienziato. Introducendo di fatto nell’arsenale investigativo uno strumento nuovo, la perizia fonica. Successe con l’attentato di Peteano, nel maggio del ’72: tre carabinieri attirati in trappola con una telefonata e uccisi da una 500 carica d’esplosivo. L’Arma cercò d’incastrare prima <i>Lotta continua</i>, poi sei ragazzi qualunque che forse ce l’avevano con i militi per piccoli sgarbi. Incaricato dalla magistratura, lo studioso dimostrò che il telefonista era “un friulano della valle del Natisone che tentava di sembrare triestino”.</p>
<p>In seguito fu dimostrato che la strage era opera di un gruppo di neofascisti, uno dei quali confessò.</p>
<p>Ormai piuttosto noto fra gli addetti ai lavori, alla fine degli anni Settanta Trumper fu ingaggiato dalla difesa di Toni Negri, il “cattivo maestro” dell’università di Padova accusato di aver fatto la telefonata con cui le Brigate rosse fornivano istruzioni per il ritrovamento del corpo di Aldo Moro. “Si capiva benissimo che il telefonista era un abruzzese che voleva passare per romano. Certo non era Negri, un accademico tutt’altro che coraggioso. Uno di quelli bravi solo a parlare.</p>
<p>Così arrivò il 1980, e John Trumper scoprì la Calabria. Landa remota e malsicura per gran parte degli italiani, figuriamoci per un suddito di Sua Maestà. “Mio padre mi aveva infilato nel bagaglio una scorta di chiodi e viti”, ride oggi la moglie padovana, Marta Maddalon. “Io insistevo: guarda che anche laggiù ci sono i negozi di ferramenta. E lui: forse, ma non si sa mai”. A Trumper, un collega disse: devi esserti innamorato del Medioevo. “E forse c’era un pizzico di verità”.</p>
<p>Il fatto è che la Calabria, per un linguista, è come la foresta amazzonica per un ornitologo, un territorio brulicante di varietà e specie rare, in parte ancora sconosciute. “Credo che proprio qui sia riscontrabile il massimo della frammentazione linguistica. È quasi incongruo parlare di calabrese come se fosse un unico idioma. Ci sono paesi come Africo in cui si parlano due dialetti diversi. Tutti pensano che il calabrese sia difficile da parlare; ma imitare la fonetica non è troppo impegnativo, il problema è scegliere la sintassi e il lessico giusto, fra centinaia di varianti”.</p>
<p>In 34 anni, Trumper se n’è impadronito più di chiunque altro. Ha fondato il primo laboratorio di linguistica sperimentale a sud di Roma e il Centro di lessicologia e toponomastica della sua università. Dirige l’Atlante linguistico-etnografico della Calabria e coordina il Dizionario etimologico calabrese. È un filologo che si diverte: anni fa ha tradotto in “un pot-pourri di dialetti della valle del Crati” <i>Endgame</i>, cioè ‘Finale di partita’, uno dei più importanti lavori teatrali di Samuel Beckett.</p>
<p>Quando glielo chiedono, lavora anche per il cinema: è stato consulente per il dialetto pre-silano nella produzione di <i>Marina</i>, un film sugli immigrati italiani che ha vinto tutti i premi disponibili in Belgio, e in Italia ha trionfato al festival di Trevignano. Non, invece, per <i>Anime nere</i>, che però ha analizzato con scrupolo professionale: “Bellissimo, ma i tre fratelli parlano tre dialetti differenti”.</p>
<p>L’ultima impresa è un libro, <i>Male lingue</i> scritto con Nicola Gratteri, il magistrato in prima linea contro la ‘ndrangheta. Uno studio sulle origini lontanissime dei codici utilizzati dalla criminalità organizzata, per capire le regole che la governano e l’immagine che ha di se stessa. Della sua Calabria, certamente non più medioevale, Trumper rimane innamorato. L’unica cosa che rimprovera ai suoi abitanti è la mancanza di senso dell’umorismo: “È un ingrediente indispensabile della vita, serve a tutto. Anche ad affrontare il cancro, come è capitato a me”.</p>
<p align="JUSTIFY">(da <i>Il fatto quotidiano</i>)</p>
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		<title>Le ricette “quasi vegane”  dei frati di San Francesco da Paola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Sep 2021 08:42:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Morosini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-sapori/le-ricette-quasi-vegane-dei-frati-di-san-francesco-da-paola/">Le ricette “quasi vegane”  dei frati di San Francesco da Paola</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><i><b>La cucina di strettissimo magro-senza grasso, uova e latticini</b></i></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><b>. </b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #1a1a1a;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: large;"><b>U</b></span></span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><span style="font-size: large;"><b>n manuale di cucina, in larga parte attualissimo, con circa 500 preparazioni elaborate nel 1880 da Padre Gaspare Stanislao Delle Piane</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;"><b>Gianfranco Manfredi</b></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">C’è stato un tempo in cui era il calendario a dettare le regole. Precise e inderogabili. E la scelta di cosa mangiare e cosa escludere dipendeva solo in minima parte dalla coscienza dei singoli. Per secoli i principi base dell’alimentazione erano delegati a quell’elemento capace di influenzare le stesse coscienze, ovvero la religione. Era il caso dei cattolici ma anche di tutte le grandi religioni. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Da tempi antichi i cattolici si astengono dai cibi contenenti carni tutti i venerdì e nella ricorrenza della Quaresima, il periodo è di 40 giorni di astinenza e digiuno che precede la Pasqua.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">E ci sono diversi ordini religiosi che hanno adottato da molti secoli regimi alimentari integralmente ispirati alle regole quaresimali. Serviva anche come palestra per esercitarsi nella mortificazione e nella penitenza per il perfezionamento spirituale. Si mortificavano i piaceri della tavola allo scopo di sedare gli “ardori della concupiscenza”, dominando l’ingordigia e, indirettamente, la lussuria. Ma indubbiamente anche in coerenza con la povertà professata.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">L&#8217;Ordine dei Minimi, fondato da San Francesco da Paola (1416-1507) prevede una vita intensa di ascesi fisica e conversione continua, attraverso la Vita quaresimale osservata tutto l’anno. La loro Regola recita, infatti: &#8220;Tutti i frati, di quest&#8217;Ordine si asterranno completamente dai cibi di carne e nel regime quaresimale faranno frutti degni di penitenza sì da evitare del tutto le carni e quanto da esse proviene. Pertanto a tutti e a ciascuno di essi è assolutamente e incontestabilmente proibito cibarsi, dentro e fuori convento, di carni, di grasso, di uova, di burro, di formaggio e di qualsiasi specie di latticini e di tutti i loro composti e derivati&#8221;. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Per derogare dalla monotonia, però, i precetti religiosi dell’Eremita di Paola sono stati in qualche modo “tradotti”. Lo ha fatto, con estremo rigore ma con altrettanta felice creatività, un libro di ricette totalmente prive di carni, uova e latticini. Ne è autore Padre Gaspare Stanislao Delle Piane, dei Padri Minimi di San Francesco da Paola in Genova, un religioso che poi diverrà Superiore Generale dell’Ordine.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;">L’opera è stata ora riproposta nella terra del Santo paolano. </span><span style="color: #1a1a1a;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;">È</span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"> una bella riedizione del volumetto pubblicato per la prima volta nel capoluogo ligure nel 1880, ovvero ben 11 anni prima che Pellegrino Artusi desse alle stampe il suo celeberrimo </span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><i>La scienza in cucina e l&#8217;arte di mangiar bene</i></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;">. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;"><img loading="lazy" class="wp-image-10277 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001.jpg" alt="" width="197" height="282" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001.jpg 856w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-714x1024.jpg 714w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-768x1101.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-102x146.jpg 102w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-35x50.jpg 35w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-52x75.jpg 52w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-523x750.jpg 523w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Copertina-Cucina-di-magro_page-0001-471x675.jpg 471w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></span></p>
<div id="attachment_10276" style="width: 252px" class="wp-caption alignright"><img aria-describedby="caption-attachment-10276" loading="lazy" class="wp-image-10276" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Morosini-foto-Nicodemo-Panetta.jpg" alt="" width="242" height="218" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Morosini-foto-Nicodemo-Panetta.jpg 295w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Morosini-foto-Nicodemo-Panetta-162x146.jpg 162w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Morosini-foto-Nicodemo-Panetta-50x45.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Morosini-foto-Nicodemo-Panetta-83x75.jpg 83w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /><p id="caption-attachment-10276" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 10pt;">Mons. Giuseppe Fiorini Morosini</span>         <em><span style="font-size: 8pt;">foto Nicodemo Panetta</span></em></p></div>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Ci ha pensato l’editore Laruffa con una </span><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">ristampa anastatica che ridà vita a un testo ormai introvabile avvalendosi d’una densa introduzione di Monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Quanto fossero importanti per il Santo di Paola le prescrizioni alimentari adottate, il presule lo sottolinea citando tra l’altro nella sua introduzione un episodio accaduto agli inizi del suo movimento. “Quando venne a Paola, come visitatore apostolico, Mons. Baldassarre de Gustrossis – rammenta – all’osservazione che il suo genere di vita era impossibile da viversi, Francesco rispose prendendo del carbone acceso tra le mani, dicendo ‘A chi ama Dio anche le creature obbediscono’.” Ma Fiorini Morosini propone il ricettario anche con spirito laico: “La ripubblicazione di quest’opera – spiega – non si pone nella linea di coniugare piacere del cibo e salute, ma piuttosto nell’altra di far riscoprire la primaria funzione nutritiva del cibo, senza escludere in assoluto, è chiaro, il piacere del gusto”.                                                    </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Scorri le circa 300 pagine del volume e trovi, del resto, una ricca antologia che declina le regole del Santo eremita di gustose proposte.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"><i>La cucina di strettissimo magro &#8211; senza grasso, uova e latticini composta a comodo del pubblico</i></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;">, contiene ben 476 ricette.</span> <span style="color: #1a1a1a;"><span style="font-family: Calibri, sans-serif;">È</span></span><span style="font-family: Calibri, sans-serif;"> un accurato manuale di cucina che comincia con tre capitoli sulle minestre, rigorosamente divise per stagioni per passare a due capitoli sulle salse: sia fredde che calde, brodi e zuppe. Poi c’è il pesce, che in terra ligure come in Calabria non può assolutamente mancare (tra l&#8217;altro consentito nei più rigidi precetti quaresimali), e le verdure, delle quali Padre Gaspare disponeva in quantità grazie agli orti conventuali.                                                                                                                                          <img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10349" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-scaled.jpg" alt="" width="2560" height="683" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-scaled.jpg 2560w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-1024x273.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-768x205.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-1536x410.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-2048x546.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-260x69.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-50x13.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-150x40.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-960x256.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/combo-piatti-1200x320.jpg 1200w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></span></span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Ingegnoso, quanto attuale, l’espediente usato per superare l’handicap del divieto di grasso o formaggi. Per le mantecature si propone il latticello di pinoli, pestati nel mortaio messi a bagno per qualche ora. Ma si trovano pure consigli per creare un “formaggio” rigorosamente magro a base di mandorle e pinoli e ricette di dolci e liquori. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Può essere non noioso cucinare senza grassi animali, utilizzando bene pesce, frutta secca, olio extravergine d&#8217;oliva ed erbe aromatiche&#8230; E non mancavano neppure lussuose sciccherie, oggi quanto mai proibitive per ragione dei prezzi esorbitanti. Ecco, così, la ricetta della “frittata di… caviale” che per sei porzioni prevede bel 90 grammi delle preziose, e oggi costosissime, uova di storione. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">E che dire dell’”Umido di tartarughe di terra”? Le ricette di preparazioni in umido e brodi, timballi e torte salate, budini, insalate, gelatine e conserve. E, per chiudere in dolcezza, dessert semplici e a base di olio extravergine d’oliva, ingrediente che domina d’altra parte tutto il repertorio di queste preparazioni quaresimali ma gustose.</span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Infine, il capitolo dei fritti, creativo e golosissimo. D’altra parte la “Tempura”, il fragrante e fantasioso fritto misto in pastella che passa come piatto tipicamente nipponico in fondo non lo è. Forse non tutti sanno che la sua origine è legata alla presenza dei missionari gesuiti nella Terra del Sol Levante. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">La storia risale a oltre 400 anni fa, quando i missionari portoghesi arrivarono in Giappone. </span></p>
<p><span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 14pt;">Anche i gesuiti osservavano la regola che imponeva l’astinenza dalla carne in alcuni giorni dell’anno: “quatuor tempora”, ovvero il primo mercoledì, venerdì e sabato di ciascuna delle stagioni, consacrati alla preghiera e al digiuno. In quei giorni i missionari si consolavano rendendo più gustosi pesci, crostacei e verdura e così i giapponesi ne copiarono (lo facevano benissimo già allora) la tecnica e il nome. Da allora la Tempura è considerata uno dei più importanti piatti nipponici.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10346" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2.jpg" alt="" width="1994" height="992" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2.jpg 1994w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-1024x509.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-768x382.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-1536x764.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-260x129.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-50x25.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-150x75.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-960x478.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/ric-ravioli-spinaci-comb-copy-2-1200x597.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1994px) 100vw, 1994px" /></p>

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		<title>Gerhard Rohlfs archeologo della lingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jul 2021 14:39:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Gerhard Rohlfs]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti ricordano l&#8217;imbarazzo di fronte all&#8217;illustre professore straniero:  “Ma io non conosco il tedesco: possiamo parlare in italiano?” “Megghju &#8216;n dialettu!” era la sua amabile risposta&#8230;<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Molti ricordano l&#8217;imbarazzo di fronte all&#8217;illustre professore straniero: </strong><strong> “Ma io non conosco il tedesco: possiamo parlare in italiano?” </strong><strong>“Megghju &#8216;n dialettu!” era la sua amabile risposta&#8230;<br />
</strong><strong>Per oltre 60 anni ha visitato gli angoli più remoti della Calabria.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Paolo Martino</strong></p>
<p>Conobbi Rohlfs nel 1977 all&#8217;Accademia dei Lincei, a Roma, in occasione di una sua conferenza dal titolo <em>L&#8217;antico ellenismo nell&#8217;Italia di oggi (sostrati e riflessi)</em>. Parlò della <em>vexata quaestio</em> dell&#8217;antichità delle parlate grecaniche dell&#8217;Aspromonte e del Salento, che ancora divideva gli studiosi, apportando nuovi elementi a sostegno della sua “tesi della continuità”. Mi impressionò la sua conoscenza dei dialetti e della storia della Calabria, ma soprattutto l&#8217;amore che traspariva dietro l&#8217;esposizione dei dati scientifici. Compresi che non era di circostanza la dedica da lui apposta al <em>Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria</em>, edito da Longo, Ravenna: “a voi / fieri calabresi / che accoglieste ospitali me straniero / nelle ricerche e indagini / infaticabilmente cooperando /alla raccolta di questi materiali / dedico questo libro / che chiude nelle pagine / il tesoro di vita / del vostro nobile linguaggio”.</p>
<p>Giovane studente di glottologia, non speravo nella sua confidenza; e invece mi sorprese l&#8217;affabilità così poco teutonica, specialmente quando, saputo che ero calabrese, mi chiese una raccolta di soprannomi di Melicuccà, che poi incluse nel suo <em>Dizionario dei cognomi e dei soprannomi della Calabria</em>. In seguito mi onorò della sua considerazione, come faceva con le migliaia di calabresi che collaboravano con lui nelle infaticabili ricerche, inviandomi le pubblicazioni. Il suo entusiamo per la mia prima prova scientifica, l&#8217;etimologia della parola <em>&#8216;ndrànghita</em>, fu il maggiore stimolo a proseguire nella ricerca glottologica.</p>
<p>Rohlfs fece il primo viaggio nel Gargano nel 1914, a 21 anni, con una borsa di studio. L&#8217;impatto con la grande varietà dei dialetti italiani lo colpì. Il 1922 segna l’inizio di una lunga epica campagna di “scavi” linguistici, nelle piazze, nelle osterie, nelle case, nelle campagne, con percorsi a dorso di mulo, disavventure varie. Le ricerche dialettali, amava dire il Rohlfs, si fanno “coi piedi” oltre che con la testa. L&#8217;etimologia dev&#8217;essere studiata in stretta relazione con gli oggetti, i manufatti, i fenomeni culturali. Eccolo perciò in Calabria ad assistere al parto duna giovenca, alla lavorazione del formaggio e della ginestra, alla vendemmia, all&#8217;antico gioco degli astragali (su cui pubblica un magistrale studio).</p>
<p>Un instancabile pellegrinaggio, durato oltre 60 anni, per tutti i paesi più sperduti della regione, armato di macchina fotografica e con montagne di schede raccolte in scatole per scarpe. In ogni paese il Rohlfs aveva i suoi informatori; e molti ricordano l&#8217;imbarazzo di fronte all&#8217;illustre professore straniero: “ma io non conosco il tedesco: possiamo parlare in italiano?”. “Megghju &#8216;n dialettu!” era la sua risposta amabile. E si parlava nella varietà dialettale del posto, che lo studioso dominava perfettamente, giungendo persino a correggere gli informatori locali quando il loro dialetto risultava contaminato da altre parlate. Di tutti i viaggiatori stranieri autori di “pedestrian tours” in Calabria, egli fu certo il più impavido e costante, ma soprattutto il più innamorato, al punto da diventare “più calabrese dei calabresi” (<em>ipsis Italis Italior</em> lo definì Giuliano Bonfante).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-10008 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte.jpeg" alt="" width="460" height="312" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte.jpeg 320w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte-120x80.jpeg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte-215x146.jpeg 215w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte-50x34.jpeg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Il-professore-tedesco-durante-una-delle-sue-escursioni-in-Aspromonte-111x75.jpeg 111w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></p>
<p>Dopo le sue prime escursioni in Aspromonte, Rohlfs  pubblicò nel 1924 una nota dal titolo eloquente: <em>Una lingua che se ne va</em> (in <em>Folklore</em> 10, 1924). Nel 1928 scriveva nella rivista <em>Anthropos</em>: “Scompariranno irrevocabilmente anche questi ultimi avanzi del greco italico, se non interviene il governo d&#8217;Italia. Esso non avrebbe anche l&#8217;alto compito di conservare e tutelare  queste minoranze linguistiche, questi ultimi discendenti di una popolazione che a Roma diede una volta la sua cultura e la sua tradizione artistica? Forse quei paesi greci hanno meno diritto di essere dichiarati monumento nazionale che i trulli di Alberobello e le pitture bizantine?”</p>
<p>Ormai la grecofonia calabrese e salentina ha cambiato statuto sociolinguistico. Dell&#8217;antica condizione persistono nell&#8217;Aspromonte i termini “denigratorî” <em>parpàtulu, paddècu, zàmbaru, tamàrru, zangrèu,</em> appellativi che nei vari dialetti del reggino hanno più o meno lo stesso significato: ‘zoticone, poveraccio, ignorante, scemo’. Sono tutte voci grecaniche che, quando sono entrate nel dialetto, designavano i Greci dell&#8217;Aspromonte. Ma il revival c&#8217;è stato, secondato peraltro da recenti cospicue provvidenze governative, e alle origini del complesso fenomeno di recupero di identità c&#8217;è lui: il Professore tedesco.</p>
<p>Merito indiscusso del Rohlfs è aver attratto sulla Calabria l&#8217;attenzione degli studiosi di tutto il mondo, che non si sono potuti sottrarre alla sfida della sua tesi sulla continuità “ex temporibus antiquis” della grecità contemporanea. Essa indicava nella Calabria la vitalità di una cultura illustre e antica, che tutti potevano ancora sentire nelle parole dei contadini e dei pastori. Sarebbe troppo lungo l&#8217;elenco dei consensi riscossi (per lo più tra gli studiosi stranieri) e dei dissensi (quasi tutti italiani). La polemica infatti tracimò presto dalle sedi scientifiche assumendo l&#8217;aspetto di una querelle politica e ideologica.</p>
<p>Quando il Rolhfs diffondeva nel mondo scientifico le sue scoperte, in Italia si era affermato il regime fascista e la cultura universitaria si era allineata – tranne poche eccezioni – alla politica del regime, che non tollerava l&#8217;inquinamento dell&#8217;italiano, figlio illustre e primogenito del latino di Roma, da parte della “malerba dialettale”, e tanto meno poteva accettare che uno straniero mettesse in luce la superiorità del greco, che sarebbe stato vittorioso in terra italica sul latino proprio quando l&#8217;Italia fascista promuoveva il programma imperiale in nome della Romanità.</p>
<p>Così una conferenza del Rohlfs, nell&#8217;aprile 1932 a Cosenza, sulle origini della grecità calabrese fu sospesa a causa dell’ostilità degli intellettuali fascisti. Racconta Rohlfs in una lettera al suo biografo Salvatore Gemelli: “La conferenza era stata annunciata con manifestini affissi nelle strade principali della (vecchia) città. Sapevo che la mia teoria non piaceva all&#8217;Italia fascista; perciò quella conferenza sembrava una vera offesa alla nazione italiana che stava conquistando l&#8217;Abissinia. Come si faceva a pensare, allora, ad un&#8217;Italia che non avrebbe avuto la forza di distruggere la grecità in casa propria? Per ordine del federale, la conferenza fu impedita con un annunzio applicato sugli stessi manifestini, motivandolo con la mia cattiva salute. A tale interdizione gli risposi con una lunga passeggiata, che feci nelle ore serali (ora della conferenza) per il corso principale della città”.</p>
<p>Ma la risposta più eloquente del professore tedesco fu il <em>Dizionario dialettale delle Tre Calabrie</em>, che cominciò a uscire a fascicoli a Halle (1932‑1936), senza dubbio il miglior vocabolario regionale che vanti la dialettologia italiana, seguito dal libro <em>Scavi linguistici nella Magna Grecia</em> (1933), la summa delle sue teorie.</p>
<p>Nel 1944 la Gestapo sospese Rohlfs dall&#8217;insegnamento per alto tradimento. Ma i suoi studi continuarono; i viaggi in Calabria ripresero con maggior frequenza dopo la Liberazione, fino alla vigilia della morte.</p>
<p>Gerhard Rohlfs, il “Patriarca dei linguisti” (la definizione è di A. Varvaro), si è spento a Tubinga il 12 settembre 1986 a 94 anni. Una delle personalità scientifiche più significative del Novecento, ha lasciato una produzione di oltre 700 titoli. Riguarda soprattutto il vasto dominio delle lingue romanze, ma in particolare l&#8217;italiano e in modo speciale i dialetti della Calabria.</p>
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		<title>Su questo colle si fermò lo sparviero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jul 2021 15:07:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[gerace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gerace, dalla legenda alla realtà di ieri e di oggi. Storia che può essere letta lungo le piazzette, i vicoli, i muri delle case e dei<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gerace, dalla legenda alla realtà di ieri e di oggi. Storia che può essere letta </strong><strong>lungo le piazzette, i vicoli, i muri delle case e dei suntuosi palazzi con i portali </strong><strong>in pietra lavorata da scalpellini locali.<br />
E poi, la presenza innumerevole di monasteri, chiese monumentali e non, contribuisce a identificare la rocca come una sorta di Monte Santo.</strong></p>
<p>Gerace sorge su una rupe alta 473 m. a pochissimi chilometri dal mare Jonio, in una posizione veramente incantevole. Il nome deriva dal greco “ierax” che significa “sparviero” e infatti il rapace campeggia nello stemma della città.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10149 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-1024x691.jpg" alt="" width="1024" height="691" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-1024x691.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-768x519.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-216x146.jpg 216w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-50x34.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-111x75.jpg 111w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-960x648.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero-1000x675.jpg 1000w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/71-gerace-panoramasparviero.jpg 1247w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>La storia di Gerace è strettamente legata a quella di Locri Epizephiri. Il nucleo abitativo, infatti, si sviluppò in seguito all’abbandono della città di Locri, avvenuto a partire dal VII secolo d.C., a causa del sempre maggiore pericolo piratesco e la sempre crescente insalubrità delle coste. A questo spostamento dei Locresi dall’antico sito costiero verso l’interno è strettamente collegato anche il nome della cittadina che, a credere alla leggenda, esso sia legato ad un leggendario sparviero, in greco <em>Iraqndo</em>, Ιέραξ &#8211; e infatti il rapace campeggia nello stemma della città &#8211; che avrebbe guidato i Locresi, inseguiti dai Saraceni, verso la rocca.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10148 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2.jpg" alt="" width="1065" height="795" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2.jpg 1065w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-1024x764.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-768x573.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-196x146.jpg 196w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-100x75.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-960x717.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/70-Antico-borgo-dello-sparviero-2-904x675.jpg 904w" sizes="(max-width: 1065px) 100vw, 1065px" /></strong></p>
<p>Delle dodici porte che originariamente si aprivano sulle mura del nucleo storico del paese ne sono sopravvissute soltanto quattro: <em>Porta dei vescovi </em>o <em>della Meridiana</em>, prossima alla Cattedrale, <em>Porta Santa Lucia, Porta Maggiore, Porta del sole</em>.</p>
<p>Di particolare importanza è lo spazio pubblico rappresentato da <em>Piazza del Tocco</em> sulla quale hanno affaccio alcuni palazzi nobiliari, tra i quali <em>Palazzo Calcheopulo</em>, <em>Palazzo Migliaccio</em> e <em>Palazzo Macrì</em>.</p>
<p>Ciò che oggi la contraddistingue in modo assolutamente singolare la città è la testimonianza palpabile, in tutto il circuito urbano, della sua storia religiosa.</p>
<p>È stata, infatti, Gerace tra le diocesi più antiche della regione, simbolo della città santa, <em>Acropoli del cristianesimo calabro</em>, come fu definita per aver opposto fiera resistenza agli attacchi degli arabi, ma anche per la ricchezza di chiese e monasteri che da sempre l’hanno contraddistinta nel corso dei secoli: dal Beato Leone a Barlaam di Seminara, maestro di Petrarca e Boccaccio.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-10152 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-300x300.jpg" alt="" width="341" height="341" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/73-Finestra-bizantina-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" /></p>
<p>La città è suddivisa in tre nuclei ben distinti: Il Borgo, il Borghetto e la Città propriamente detta.</p>
<p>Ciò che oggi la contraddistingue in modo assolutamente singolare la città è la testimonianza palpabile, in tutto il circuito urbano, della sua storia religiosa.</p>
<p>È stata, infatti, Gerace tra le diocesi più antiche della regione, simbolo della città santa, <em>Acropoli del cristianesimo calabro</em>, come fu definita per aver opposto fiera resistenza agli attacchi degli arabi, ma anche per la ricchezza di chiese e monasteri che da sempre l’hanno contraddistinta nel corso dei secoli: dal Beato Leone a Barlaam di Seminara, maestro di Petrarca e Boccaccio.</p>
<p>La città è suddivisa in tre nuclei ben distinti: Il Borgo, il Borghetto e la Città propriamente detta. Si entra attraverso il quartiere denominato “Borgo Maggiore” dove si trovano un conglomerato di case di artigiani della creta, chiese e monasteri. Risalendo da via “Cinque Martiri” e proseguendo oltre, troviamo la chiesa, più volte restaurata, di <strong>Santa Maria delle Grazie</strong> annessa al convento dei Cappuccini, con gli splendidi altari lignei opera nel 1720 di fra’ Ludovico da Pernocari.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10165 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-1024x638.jpg" alt="" width="1024" height="638" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-1024x638.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-768x479.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-1536x957.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-234x146.jpg 234w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-120x75.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-960x598.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie-1083x675.jpg 1083w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/74-statua-Madonna-delle-grazie.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Oltrepassata la <strong>Porta del Sole</strong>, s’incontrano la <strong>Chiesa e il monastero di Sant’Anna</strong> fondato durante l’episcopato di Barlaam nel XIV secolo e la chiesa, semplice nelle forme architettoniche, conserva al suo interno numerose opere d’arte soprattutto del XVI e XVII secolo.</p>
<p>Preziosa è la secentesca tela attribuita a un allievo di Mattia Preti raffigurante <em>San Pantaleone</em> e una grande pala d’altare opera di Antonio d’Amato, la <em>Santa Caterina.</em></p>
<p>Quando si giunge alla Piazza Tribuna, appare la maestosa <strong>Cattedrale</strong> &#8211; la più grande della Calabria -che con il suo corpo absidale domina tutta la piazza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9970 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-1024x750.jpg" alt="" width="1024" height="750" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-1024x750.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-768x562.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-204x150.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-199x146.jpg 199w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-102x75.jpg 102w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-960x703.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3-922x675.jpg 922w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Gerace_1-3.jpg 1419w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Da una porta praticata nello spessore dell’abside di destra si accede alla cripta sorretta da ventisei colonne antiche che suddividono l’ambiente in nove navatelle.</p>
<p>La grande cancellata in ferro battuto, realizzata da maestranze provenienti da Serra San Bruno nel 1669 chiude la cappella della <strong>Madonna dell’Itria </strong>rivestita in marmi nel 1613 per volontà del vescovo Mattei.</p>
<p>Lungo le pareti la serie dei “<strong>seggi dei canonici”</strong> con decorazioni illustranti le laudi dedicate alla Vergine, in marmo bianco su fondo nero.                                                                                                                                                                                                                                                  <img loading="lazy" class="wp-image-10167 alignnone" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace.jpg" alt="" width="413" height="310" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace.jpg 1900w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-1024x768.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-1536x1152.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-50x38.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-100x75.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-960x720.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-cappella-madonna-della-Itria-cripta-duomo-di-Gerace-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 413px) 100vw, 413px" /><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10170" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-300x300.jpg" alt="" width="309" height="309" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/cappellamadonna-2-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" /></p>
<p>Sull’altare è la statua marmorea della Madonna di Prestarona, probabilmente legata alla scuola di Tino da Camaino e databile all’inizio del Trecento. Sull’altare l’interessantissima statua marmorea del 1372 raffigurante la <strong>Madonna col Bambino,</strong> pregevole opera gotica rinvenuta da Giacomo Oliva nel 1974 in una edicoletta di campagna.</p>
<p>Dalla cripta si accede alla <strong>Basilica superiore.</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9927 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-1024x718.jpg" alt="" width="1024" height="718" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-1024x718.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-768x539.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-1536x1078.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-2048x1437.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-208x146.jpg 208w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-50x35.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-107x75.jpg 107w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-960x673.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/77-gerace-962x675.jpg 962w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Lo scenario che si presenta è veramente grandioso. La chiesa presenta una pianta a croce latina, con una fuga di dieci colonne per lato di età imperiale romana che suddividono il braccio lungo in tre navate. Il presbiterio ampio e luminoso è sormontato da una cupola e il coro si estende in lunghezza.</p>
<p>La cattedrale è dagli studiosi datata intorno al 1060. Costruita dai Normanni, presenta alcuni schemi bizantini come l’orientamento della chiesa. Non dimentichiamo che il rito greco a Gerace perdurò fino al 1480.                                                                                                <img loading="lazy" class="alignleft wp-image-10173 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/79-Bassorilievo-Gagini.jpg" alt="" width="316" height="475" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/79-Bassorilievo-Gagini.jpg 377w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/79-Bassorilievo-Gagini-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/79-Bassorilievo-Gagini-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/79-Bassorilievo-Gagini-50x75.jpg 50w" sizes="(max-width: 316px) 100vw, 316px" />Veramente prezioso il <strong>bassorilievo di Antonello Gagini</strong> del 1547, posto alla parete della navata di destra, raffigurante “<em>l’incredulità di san Tommaso</em>”.</p>
<p>Il grande altare barocco in marmo è opera dei fratelli Amato da Messina e Antonio Palazzotto da Catania, commissionato dal vescovo Del Tufo agli inizi del XVIII secolo assieme ai preziosi candelabri in bronzo.</p>
<p>L’altare basilicale in pietra è stato voluto nella sua forma da Giacomo Oliva che è riuscito, attraverso una delicata mediazione, a far deporre le reliquie dei santi martiri da due vescovi: Mons. Bregantini, vescovo cattolico della diocesi e l’Arcivescovo Spiridione metropolita greco-ortodosso d’Italia. Fatto assolutamente unico dal tempo dello scisma e non a caso l’altare è stato definito <strong>“altare dell’Unità”.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Usciti dalla cattedrale ritorniamo alla piazza Tribuna per recarci alla <strong>Chiesa di San Francesco</strong> il cui bellissimo portale arabo-gotico colpisce il visitatore già da lontano.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-10183 alignright" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco.jpg" alt="" width="380" height="506" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco.jpg 954w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-768x1024.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-110x146.jpg 110w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-38x50.jpg 38w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-56x75.jpg 56w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-563x750.jpg 563w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/80-portale-chiesa-san-francesco-506x675.jpg 506w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>La chiesa presenta una grande aula, illuminata da sei monofore ogivate, un tempo affrescata, arricchita di altari e dei sarcofagi dei feudatari, oggi spoglia grazie anche agli scempi commessi dai francesi nel 1806.</p>
<p>Il grande arco trionfale a sesto acuto incornicia quel gioiello barocco dell’altare maggiore commissionato da fra’ Bonaventura Perna nel 1664. E’ un autentico capolavoro barocco, realizzato in tarsie marmoree policrome.                                                                            Degno di nota è il meraviglioso altare barocco in marmo intarsiato, databile agli anni sessanta del Seicento e realizzato per volontà del frate Bonaventura Perna. L’altare, che riprende tematiche e forme legate al Barocco napoletano, è decorato con formelle realizzate con marmi provenienti dalla vicina cava di Prestarona, che riproducono sia elementi fitomorfi che forme zoomorfe e paesaggistiche.                                                                                    <img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10181 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1.jpeg" alt="" width="1920" height="2560" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1.jpeg 1920w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-1152x1536.jpeg 1152w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-1536x2048.jpeg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-110x146.jpeg 110w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-38x50.jpeg 38w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-56x75.jpeg 56w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-563x750.jpeg 563w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/81-Altare-di-San-Francesco-a-Gerace-scaled-1-506x675.jpeg 506w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><img loading="lazy" class="wp-image-10197 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco.jpg" alt="" width="403" height="413" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco.jpg 1263w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-997x1024.jpg 997w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-768x789.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-142x146.jpg 142w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-50x50.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-73x75.jpg 73w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-730x750.jpg 730w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/82-Sarcofago-Principe-Ruffo-chiesa-san-francesco-657x675.jpg 657w" sizes="(max-width: 403px) 100vw, 403px" /> Dietro l’altare maggiore, il <strong>sarcofago del Principe Nicola Ruffo</strong> di Calabria, comandante militare di Gerace, morto il 13 marzo del 1372. Il sarcofago ripropone i modelli importati nel Regno di Napoli da <strong>Tino da Camaino</strong>.</p>
<p>La <strong>Chiesetta di San Giovannello</strong>, così indicata per le sue minuscole dimensioni è in pietra e mattoni, a navata unica, edificata attorno al X secolo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-10229 size-full alignright" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/esterno-1.jpg" alt="" width="338" height="377" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/esterno-1.jpg 338w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/esterno-1-131x146.jpg 131w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/esterno-1-45x50.jpg 45w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/esterno-1-67x75.jpg 67w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Apparteneva al distrutto monastero femminile di San Giovanni Crisostomo, di rito greco. Per tantissimi secoli        la chiesetta è rimasta chiusa ed era impossibile visitarla.</p>
<p>Consacrata il 5 novembre 1991 quale Santuario Ortodosso Panitalico della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia dal metropolita Ghenadios è divenuta così la madre di tutte le chiese ortodosse di rito greco in Italia.</p>
<p>Il <strong>Castello. </strong>Costruito probabilmente durante il VII secolo d.C., la sua esistenza è testimoniata già nel X secolo d.C. quando fu devastato insieme alla città dai bizantini. Con la venuta dei normanni, intorno al 1050, fu ristrutturato e fortificato ma nei secoli successivi subì le devastazioni di alcuni catastrofici terremoti. Di esso rimangono una grande torre e poche mura, in parte ricavate dalla roccia e in parte si ergono a picco sui burroni circostanti. Originariamente era dotato di sistemi di canalizzazione delle acque meteoriche, di un grande pozzo, un ponte levatoio sul suo lato orientale, un’ampia armeria, un cortile interno, del quale rimangono alcuni ruderi del colonnato, e altri locali adibiti alle più svariate funzioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10234 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello.jpg" alt="" width="1024" height="682" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-960x639.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/83-Gerace-Castello-1013x675.jpg 1013w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il mio incontro con quel luogo incantato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 14:14:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Valli Cupe]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Carmine Lupia</strong></p>
<p>La storia inizia nei primi anni ’80, quando io, ancora bambino, non frequentavo nemmeno le scuole elementari. Una bella giornata di primavera che coincideva con la Domenica delle Palme, mio padre conoscendo il mio amore innato per la natura mi portò a vedere un  posto fantastico! Quel luogo meraviglioso era il canyon delle Valli Cupe. Fu amore incondizionato a prima vista e già da piccolo come ero pensai! Perché questo posto non lo conosce nessuno?</p>
<div id="attachment_9958" style="width: 249px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9958" loading="lazy" class=" wp-image-9958" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-300x297.jpg" alt="" width="239" height="237" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-300x297.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Carmine-Lupia-con-alcuni-visitatori-del-parco-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 239px) 100vw, 239px" /><p id="caption-attachment-9958" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Carmine Lupia con alcuni visitatori del parco</span></p></div>
<p>Da quel giorno iniziai a frequentare con mio padre e con miei amici successivamente quei luoghi incantati. Mio padre e suoi padri pastori e contadini erano vissuti per almeno tre secoli in quei posti.</p>
<p>Ho iniziato a studiare soprattutto gli animali e le piante che dalla quinta elementare in poi sono state oggetto di tesi di tutti i miei esami di stato fino alla tesi di laurea.</p>
<p>Nel periodo degli studi universitari che ho compiuto all’Università Cattolica “Agostino Gemelli” di Piacenza e successivamente subito dopo la laurea ho viaggiato per il mondo soprattutto per lo studio della botanica.</p>
<p>Uno dei viaggi più lunghi e interessanti è stato quello compiuto in Australia, caratterizzato da esperienze a volte un po’ pericolose e intense.</p>
<p>Durante il mio peregrinare nel Queensland a nord di Cairns nella foresta tropicale un giorno trovai una guida che mi offrì un’escursione guidata sul fiume Mossman, per la quale pagai 40 dollari solo per una breve passeggiata e un piccolo bagno in una pozza.</p>
<p>Quella esperienza mi fece riflettere molto, soprattutto durante il lungo viaggio di ritorno. La domanda che mi ponevo spesso era: perché in molte zone del mondo hanno poco e valorizzano tanto? E noi abbiamo tanto e valorizziamo poco o niente? Prima di poggiare piede in Italia decisi tra me e me che era l’ora di svelare il segreto meglio custodito d’Europa: le Valli Cupe! E come ripete spesso un caro amico quelli che aspettavamo, siamo noi, qui e ora. Cosi è iniziato il lungo, difficile ed entusiasmante viaggio delle Valli Cupe che ha portato il 21 dicembre del 2016, giorno del solstizio d’inverno, alla nascita della Riserva Naturale Regionale delle Valli Cupe.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-10075 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy.jpg" alt="" width="1024" height="681" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-768x511.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-220x146.jpg 220w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-960x638.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Sersale-Sila-Piccola.-Quin-la-sede-della-Riserva-naturale-regionale-Valli-Cupel_-Foto-Francesco-Bevilacqua-1024x681-3-Copy-1015x675.jpg 1015w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p><em>Foto di Francesco Bevilaqua</em></p>
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		<title>Canyon delle Valli Cupe, il segreto svelato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 14:08:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Canyon delle Valli Cupe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inoltrarsi nel Canyon delle Valli Cupe può significare lasciarsi avvolgere in una atmosfera irreale, incontrando una natura incontaminata, a lungo nascosta. Carmine Lupia, giovane agronomo e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Inoltrarsi nel Canyon delle Valli Cupe può significare lasciarsi avvolgere<br />
</strong><strong>in una atmosfera irreale, incontrando una natura incontaminata, a lungo nascosta.<br />
</strong><strong>Carmine Lupia, giovane agronomo e botanico del luogo, ha saputo rivelare,<br />
</strong><strong>con instancabili esplorazioni, prima ai suoi concittadini, ora alla Calabria<br />
</strong><strong>e, non è esagerato dirlo, al mondo intero, il fascino di un mondo fino a ieri segreto</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Bevilacqua</strong></p>
<p>Quando ci sei dentro, senti di penetrare, piano, in un corpo. Come un&#8217;immersione nel ventre materno. Cammini su una sabbia grossolana, con le pietre levigate. Tra due ali di roccia altissime. Nella penombra assoluta. Solo quando il sole è alto, filtra un raggio di luce, nel quale impazza il pulviscolo. L&#8217;acqua sul fondo è poco più di un ruscello. Scorre da millenni e si rinnova da sempre, mai uguale a sé stessa (lo aveva notato Eraclito, quando avvertiva che non si scende mai due volte nello stesso fiume). Scarsa acqua, che rende il cammino agevole. Eppure è quell&#8217;acqua che, in milioni di anni, ha forgiato il Canyon delle Valli Cupe, con la sua lenta, inesorabile forza erosiva. Scavando sempre più in basso il suo alveo, smangiando e levigando le pareti laterali.</p>
<p>Il budello di roccia si snoda per cinque km e mezzo, quasi sotto l&#8217;abitato di Sersale, centro agricolo della Presila Catanzarese. Per raggiungerlo occorre scendere lungo un ripido sentiero, che gradualmente penetra in questo habitat unico e originalissimo. Che non somiglia a nessun&#8217;altro dei pur molti canyon che le montagne della Calabria, in barba all&#8217;ignoranza geografica imperante sino ad un paio di decenni fa, hanno saputo disvelare. Poi si entra nel canyon vero e proprio e se ne risale il corso, in una atmosfera irreale, quasi onirica.</p>
<p>Tutto iniziò nel 2001, allorché <strong>Carmine Lupia</strong>, giovane agronomo e botanico del luogo, con alle spalle anche esperienze all&#8217;estero, decise di esplorare e divulgare il territorio del suo paese d&#8217;origine e di quelli limitrofi. Dalle scoperte dei paesaggi, degli habitat, delle specie di flora e fauna che Lupia inanellò anno dopo anno, nacque la cooperativa &#8220;Segreti Mediterranei&#8221; che da subito si dedicò a organizzare le visite al canyon (ma anche alle altre, molte bellezze naturali della zona), a promuovere l&#8217;accoglienza dei visitatori nel paese, a segnare i sentieri. Oggi la cooperativa, è una realtà bella ed efficiente.</p>
<p>Di recente, l&#8217;area delle Valli Cupe è divenuta parco regionale. Il parco ricade nei territori dei comuni di Sersale e Zagarise e la gestione è assegnata allo stesso Comune di Sersale. Si estende per 650 ettari spezzettati tra le zone, oltre che del Canyon delle Valli Cupe, anche del Torrente Crocchio, del Torrente Campanaro e del Monte Raga. E comprende sia ambienti fluviali che territori di media montagna, con all&#8217;interno anche siti archeologici e storico-artistici.</p>
<p>Le Valli Cupe, in realtà, sono il primo e l&#8217;unico esempio in Calabria, di area protetta sorta, di fatto, diversi anni prima della sua istituzione<strong>. </strong>E qui sta la novità, l&#8217;originalità di questo progetto ormai realizzato. Mentre tutte le altre aree protette calabresi sono state calate dall&#8217;alto, in molti casi con la furiosa opposizione delle popolazioni locali (le quali, a quanto pare, hanno dovuto ricredersi, alla fine), le Valli Cupe sono nate da un piccolo gruppo di &#8220;illuminati&#8221; locali, che ha dato vita ad una di quelle cose che io amo chiamare &#8220;cliniche dei risvegli&#8221;. Risvegli da cosa? Dal &#8220;coma topografico&#8221; che ha attanagliato per decenni le comunità locali. Rese estranee al loro territorio, al loro paesaggio da quella malattia che ho battezzato &#8220;amnesia dei luoghi&#8221;.</p>
<p>Per anni, come aveva ben intuito il narratore veneto innamorato della Calabria, <strong>Giuseppe Berto</strong>, il complesso d’inferiorità della civiltà contadina calabrese rispetto a quella industriale del Nord Italia, aveva fatto dimenticare agli indigeni il valore del paesaggio, che di quella civiltà era parte integrante. Il Parco delle Valli Cupe nasce, quindi, da una rivoluzione copernicana: prima i luoghi sono tornati a essere patrimonio della comunità locale e solo dopo è stato istituito il parco.</p>
<p>Così, non solo il Canyon della Valli Cupe, ma anche quello delle Timpe Rosse, anche le Cascate del Campanaro, anche Cascate dell&#8217;inferno, anche i Giganti di Cavallopoli, anche il Gigante Buono, anche la Pietra du Ruvazzo, anche le Gole del Crocchio, anche le cascate del Paradiso, anche i centri storici di Sersale e di Zagarise, anche le rovine di villaggi rurali, casolari, castagnare, sentieri, coltivi, pascoli, boschi stanno pian piano tornando ad emergere da un passato a volte lontanissimo, dal profondo di un inconscio collettivo, di una memoria ancestrale, che rappresentano l&#8217;unico viatico possibile per il futuro di questo angolo di montagna appenninica.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-none" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":5000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eac99ad"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/OBBLIGATA-Canyon-di-Timpe-Rosse.-Ph-F.-Bevilacqua-scaled.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="681" height="1024" 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<p><em>Foto di Francesco Bevilacqua</em></p>
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		<title>Morano, autentico tesoro di arte sacra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 14:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Morano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Morano per la sua morfologia di cono punteggiato dalle case che si innalza verso il cielo, è facilmente assimilata a una suggestiva immagine del presepe. Una<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Morano per la sua morfologia di cono punteggiato dalle case che si innalza verso il cielo, è facilmente assimilata a una suggestiva immagine del presepe. Una iconografia straordinariamente in sintonia con le opere d’arte di soggetto religioso che la cittadina custodisce, sempre più accuratamente dopo i trafugamenti sopportati in passato.</p>
<p>Oltre 500 anni fa un feudatario generoso, chiamò Bartolomeo Vivarini da Venezia a Morano, piccolo centro davanti al massiccio del Pollino o forse commissionò l’opera all’artista e l’opera giunse per mare da Venezia.</p>
<p>Nel 1452 la munificenza del duca di S. Marco Argentano, Antonio Sanseverino, rese possibile a Morano, uno dei suoi possessi feudali, la fondazione del monastero degli Osservanti dedicato a San Bernardino da Siena, ma la cui chiesa doveva essere solennemente consacrata solo trent&#8217;anni più tardi.</p>
<p>San Bernardino a Morano è uno dei monumenti più significativi di un cospicuo gruppo di chiese conventuali molto simili tra loro, costruite a quell&#8217;epoca in Calabria quasi simultaneamente e di cui fanno parte, per citare solo qualche esempio di rilievo oltre a S. Bernardino a Morano, S. Domenico a Cosenza, S. Francesco a Gerace, S. Annunziata a Tropea e S. Bernardino ad Amantea.</p>
<p>L&#8217;interno rinnovato della chiesa, ad una sola navata, è nettamente delimitato da un arco trionfale leggermente ogivale e sporgente nella navata dal presbiterio quadrato con copertura a vela. All&#8217;esterno svetta il campanile che sporge oltre il risalto dell&#8217;abside.</p>
<p>Tra i tesori artistici della chiesa, scampati non si sa come a mille pericoli, accanto alla espressiva croce di legno &#8211; che ha ora avuto finalmente, come quella nella chiesa parrocchiale di Zumpano, una dignitosa sistemazione sopra una traversa inserita come un&#8217;architrave all&#8217;altezza dell&#8217;attacco dell&#8217;arco trionfale &#8211; e al soffitto a cassettoni lignei riccamente dorato (circa 1538), figura anche una grande e pregevole tavola d&#8217;altare. Come si legge nell&#8217;iscrizione sul trono della Madonna “<em>stud opus factum est Venetiis per Batholomeum Vivarium de Murano,</em> la tavola è opera di Bartolomeo Vivarini, rampollo di una famiglia di pittori residenti a Murano, e fu dipinta nella città lagunare nel 1477.</p>
<p>Come il fratello Antonio, Bartolomeo era artista noto e stimato oltre i confini della limitata patria di origine e proprio nell&#8217;Italia meridionale esiste un considerevole numero dei suoi dipinti migliori &#8211; in Calabria un altro si trova nella chiesa parrocchiale di Zumpano &#8211; a riprova dell&#8217;alta considerazione di cui godeva.</p>
<p>Una cornice gotica dorata riccamente intagliata circonda e suddivide la grande tavola.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-9941 size-full aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina.jpg" alt="" width="617" height="709" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina.jpg 617w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina-127x146.jpg 127w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina-44x50.jpg 44w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina-65x75.jpg 65w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/Foto-Giulio-Archina-587x675.jpg 587w" sizes="(max-width: 617px) 100vw, 617px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte le persone, ritratte a figura intera, o solo a mezza figura &#8211; in parte perfino in forma allungata &#8211; si staccano con forza dal fondo dorato. Il centro dominante è rappresentato dalla Madonna in trono col Bambino, avvolta in un brillante mantello azzurro, che, leggermente scostato sul petto lascia intravedere la veste rossa, la stessa che in basso, oltre l&#8217;orlo del mantello, si ravvolge in ricche pieghe.</p>
<p>Due religiosi devotamente inchinati fiancheggiano la Madonna. Alla sua destra S. Francesco regge con una mano la lunga asta della croce, nell&#8217;altra un libro chiuso; alla sua sinistra S. Bernardino il quale mostra con una mano a chi guarda una tavola con la scritta «Jesus» e nell&#8217;altra tiene anch&#8217;egli un libro chiuso.</p>
<p>Al di sopra della parte centrale ora descritta, la cui grande composizione supera le altre, sono raffigurati: il Messia crocifisso; alla sua sinistra, con un ramo di giglio S. Antonio; a destra S. Luigi d&#8217;Angiò: sopra la tonaca la stola ornata dei gigli di Francia; la mitra e il pastorale ricordano la sua dignità di vescovo (di Tolosa).</p>
<p>Sui due lati della parte centrale si trovano degli stretti trittici disposti verticalmente. Su quello di sinistra si susseguono dall&#8217;alto in basso Giovanni Battista, S. Nicola di Bari in paramenti vescovili con il pastorale nella mano destra e tre pani nella palma della sinistra e ancora S. Caterina che stringe una parte della ruota &#8211; simbolo del martirio. Sul trittico di destra, nello stesso ordine, si osservano S. Bonaventura in vesti cardinalizie con il modello della chiesa conventuale, S. Agostino in paramenti vescovili e con le insegne della sua dignità, e infine S. Scolastica, badessa con il pastorale.</p>
<p>La parte inferiore della tavola mostra a mo&#8217; di predella una figurazione del Signore con i dodici Apostoli, ognuno sormontato da un arco. Al centro, in un arco molto più largo degli altri, Cristo fiancheggiato dai Principi degli Apostoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Calcio, quando non circolavano i miliardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 13:59:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avventure e disavventure di un cronista d’eccezione                                      <span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Avventure e disavventure di un cronista d’eccezione</strong></p>
<p><strong>                                                                        </strong><strong>                           </strong></p>
<div id="attachment_10130" style="width: 240px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-10130" loading="lazy" class="wp-image-10130" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-300x300.jpg" alt="" width="230" height="230" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-1024x1024.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/07/giacoia-colore-aumentato-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /><p id="caption-attachment-10130" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 10pt;">Emmanuale Giacoia in un disegno di Ilaria Reggiani</span></p></div>
<p><strong>Emanuele Giacoia</strong></p>
<p>“Disgraziato, esci fuori se hai il coraggio, vigliacco!”, e via poi con calci e pugni alla porta dell’arbitro e dei suoi collaboratori. Protagonista di questo teatrino il presidente del Crotone, senatore Silvio Messinetti, che fu a capo della squadra per vent’anni, dal ‘45 al ‘65, e quando – secondo il suo parere di tifosissimo – giudicò pessime le decisioni nei confronti della sua amata squadra.<br />
Ero, quella domenica, nei corridoi dello stadio “Ezio Scida”, per le consuete interviste del dopo partita che riuscii a fare soltanto quando il presidente, che oltre alle invettive sollevò seri dubbi sull’onorabilità della moglie dell’arbitro, veniva allontanato da dirigenti amici per fargli sbollire l’ira. Ricordo che anche le forze dell’ordine non sapevano che pesci prendere di fronte a tanta incandescenza!<br />
Nei miei trascorsi di anni e anni in Rai, sono molti gli episodi come questo. Come un “dietro le quinte”, e anzi visto che si trattava di tv e radio un “fuori onda” sportivo perenne. E un fuori onda fu, tra l’altro, ed è la prima volta che ne scrivo, la corte che feci all’arbitro Concetto Lo Bello per riuscire a farmi rilasciare un’intervista o quantomeno una dichiarazione. Allora come adesso le esternazioni non sono concesse ai “fischietti”. E quanti ne ho visti passare negli spogliatoi del Catanzaro in A, con la squadra del compianto presidente Ceravolo (allora sì che erano bei tempi per il calcio, e per quello calabrese anche)! Concetto Lo Bello era spesso designato nel capoluogo calabrese. Indubbiamente era il principe tra i fischietti dell’epoca. Un direttore di gara con i fiocchi. Ebbi la ventura di essergli simpatico, e prima e dopo le partite sovente eravamo insieme a parlare manco a dirlo di calcio e del suo mondo.<br />
La sua disponibilità e l’affabilità nei miei confronti mi indusse a pensare di poter fare certamente prima o poi uno scoop. E sarebbe stato davvero un fatto clamoroso giornalisticamente. “Giacoia, sa che non posso farlo, ma non è detto”, ripeteva sempre lui con il suo garbo. E così, da una partita e da un campionato all’altro, le sue promesse erano puntualmente rinviate. Ma ahimè mai mantenute. Ho ancora conservata una sua lettera di ringraziamento in risposta ai miei auguri quando fu eletto alla Camera dei Deputati.<br />
Il tifo è incremento e sale d’obbligo nello sport, e nel calcio in particolare, nel bene e nel male ha risvolti di ogni tipo. Personalmente tra le varie esperienze mi è capitato che quando ero a Catanzaro, o per <em>Tutto il calcio minuto per minuto</em> o per <em>Novantesimo minuto</em>, incrociando i tifosi giallorossi, questi ultimi non hanno mai mancato di lanciarmi frecciatine, tacciandomi di essere tifoso del Cosenza (perché la sede Rai della Calabria è a Cosenza) ritenendo i miei commenti, secondo loro parziali, nei confronti della loro squadra del cuore.</p>
<p>Di contro, quando sia pure raramente andando al “San Vito”, ora “Marulla”, per vedere un incontro del Cosenza, eccomi guardato in tralice e apostrofato con poco garbo perché ritenuto decisamente un tifoso del Catanzaro!<br />
Sempre in tema di dietro le quinte, andavo un pomeriggio di domenica in Rai, allora nella mitica Via Montesanto, e prima di salire negli uffici, erano circa le 16,00, mi fermai a prendere un caffè. Al bar la radio snocciolava <em>Tutto il calcio</em>. Il barista al mio ingresso mi guarda con espressione meravigliata: “Ma come, siete qui?”. E io, di rimando: “Certo, e dove dovrei essere?”. E quello: “Ma vi stanno chiamando da Foggia!”. Il Foggia era allora era in serie A, e io ero stato designato per quel campo. Soltanto, piccolo particolare, chi di noi in redazione doveva avvisarmi della telefonata arrivata da Roma se n’era dimenticato. Ricordo ancora la faccia stralunata del barista!</p>
<p>Da Foggia, dove non andai, a Bruxelles, in Belgio, per la Coppa dei Campioni (si chiamava così all’epoca). Fu una volta per la finale Ajax-Inter. Volai con Ameri, che doveva curare la radiocronaca, e con Ciotti, che avrebbe intervistato la foltissima rappresentanza di giornalisti in tribuna. Io ero stato designato per le interviste negli spogliatoi.<br />
Con Ameri e Ciotti ci recammo allo stadio con anticipo per controllare che tutto fosse a posto. Passeggiando in attesa dell’avvio tra i corridoi e la pista incontrai Edmondo Fabbri, l’ex ct della Nazionale italiana, “Mondino” come era chiamato. Inevitabilmente si finì per parlar di quella disgraziatissima partita contro la Corea quando l’Italia fu incredibilmente esclusa dai Mondiali dopo il famoso gol del dentista coreano, professione poi smentita. “Se la potessi ripetere mille volte, non potremmo mai più perderla, negli spogliatoi con tutti i miei non potevamo crederci, ci sembrava di sognare”, mi ripeteva Fabbri sconsolato.<br />
Intanto, per la cronaca, l’Inter perse malamente contro l’Ajax, e incontrandoci con i tanti italiani residenti in Belgio (qualcuno addirittura piangeva) parlammo della figuraccia dei neroazzurri e ci dissero che erano preoccupati per gli sfottò che i belgi avrebbero loro imposto da lì all’indomani sui posti di lavoro.</p>
<p>All’“Olimpico” di Roma, stavolta. Eccomi per <em>Tutto il calcio</em> a seguire Lazio-Atalanta. In tribuna stampa vedo salire da una scaletta laterale il compianto questore Santillo, che avevo conosciuto e apprezzato durante i cosiddetti “moti di Reggio”, quando da solo in quei momenti terribili rappresentava lo Stato. Mi avvicinai alle sue spalle, esclamando a voce alta “dottor Santillo!”. Fece letteralmente un salto, e un altro po’ cadeva dalle scale. Erano “gli anni di piombo”, quando i terroristi pistola alla mano chiamavano il loro bersaglio umano per nome prima di sparare. Per un attimo Santillo pensò a un attentato. Voltandosi – ricordo il suo viso non certo roseo – mi riconobbe però all’istante e in tutta tranquillità poi seguimmo l’incontro, vinto dalla Lazio 2 a 1, fianco a fianco.<br />
Di tutto di più insomma, efficace slogan Rai, ma potrebbe, fatte le debite proporzioni, essere uno dei miei, dietro le quinte del mio lavoro. Come in occasione di un derby infuocatissimo tra Crotone e Reggina.</p>
<p>Si era alla terzultima giornata nel campionato di C del 1965, quando a un certo punto cominciò un lancio fitto di arance contro un guardalinee che si accasciò al suolo. Partita sospesa e poi ripresa. Morale, l’indagine accertò che furono i tifosi reggini (i soliti deficienti non mancano mai, allora come adesso), per cui la Reggina perse a tavolino. Però proprio quell’anno, nonostante questo brutto episodio, la Reggina dell’indimenticabile presidente Oreste Granillo fu promossa in serie B.<br />
Sempre sul tema amaranto, un ricordo tristissimo invece. Riguarda un suo giocatore, Alaimo, che originariamente centrocampista e poi grande ala, trasferito in quel ruolo da un altro grande del calcio, Maestrelli. Mi dovetti occupare della sua morte, quando durante le visite mediche di controllo a Novara, dove era appena stato acquistato, una scarica elettrica lo fulminò. Un assurdo incidente che ebbe eco sui media di tutto il paese. Di quel luttuoso momento, a distanza di oltre mezzo secolo, ho negli occhi ancora vivo il ricordo.<br />
Bisogna dire che mai come in questo momento il calcio dilaga, mai come di questi tempi interessa milioni e milioni di persone in ogni continente. Circolano miliardi, si scommettono cifre impressionanti, ci sono enormi interessi economici ma anche truffe colossali, con interessi della delinquenza organizzata. Questo per dire che il mio auspicio è che questi miei mini ricordi – pochi davvero rispetto a tanti che per motivi di spazio qui non posso raccontare – possano, nel loro piccolo, portare una luce di sentimenti più umani in questo sport considerato, e a ragione, il più bello del mondo.</p>
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		<title>Quando la Calabria era già Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 13:51:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[gerace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Gerace, un prezioso arazzo fiammingo del XVII secolo è tornato all&#8217;antico splendore. E’ l&#8217;ennesimo gioiello di un luogo già ricchissimo di storia  Gerace è forse la località con<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A Gerace, un prezioso arazzo fiammingo del XVII secolo è tornato all&#8217;antico splendore.<br />
</strong><strong>E’</strong><strong> l&#8217;ennesimo gioiello di un luogo già ricchissimo di storia </strong></p>
<p>Gerace è forse la località con il più bel centro storico della Calabria. Vanta la cattedrale romanica più ampia e maestosa del Mezzogiorno d’Italia, costruita con le colonne dei templi greci dell’antica Locri. Ma questo già si conosce. Quel che pochi sanno (o sapevano) è che Gerace possiede anche l’arazzo più grande e pregiato del Sud della nostra Penisola, creazione del maestro fiammingo del XVII secolo, Jan Leyniers. A detta della Soprintendenza per i Beni culturali della Calabria, è una delle opere più importanti presenti nella Regione, in cui traspare tutta la raffinatezza della scuola di <strong>Bruxelles-Brabant. </strong>Altri arazzi di Leyniers si possono ammirare al <strong>Nelson-Atkins Museum di Kansas City, al</strong>l’Art Institute di Chicago<strong> o al Collegio Alberoni di Piacenza</strong>.</p>
<p>Quello di Gerace è <strong>imponente, largo cinque metri e sessantaquattro e alto tre metri e ottanta. </strong>Rappresenta un’affollata scena di caccia, incorniciata da un abbondante <strong>festone, e forse appartiene</strong> a un ciclo più ampio, riferibile al <strong>mito di Meleagro e Atalanta</strong>.</p>
<p>Entro un fitto bosco due giovani s’incontrano e si accingono all’abbraccio. Dietro a loro c’è una possente figura femminile &#8211; un’eroina o una divinità &#8211; e attorno un gran numero di figure con i cani e cavalli.</p>
<p>Il manufatto di Leyniers è stato sottoposto a un complesso lavoro di recupero. Prima con una <strong>diagnosi multispettrale</strong>, metodo usato di solito per i dipinti, condotta dal <strong>laboratorio della Soprintendenza della Calabria. Quindi con il restauro vero e proprio, </strong>affidato al laboratorio cosentino di restauro tessile <em>La trama e l’ordito </em>di Simonetta Portalupi, con la direzione scientifica dello storico dell’arte Nella Mari.</p>
<p>Il manufatto era irriconoscibile, uno strato di sporco ne offuscava la superficie, in particolare sul retro, per la gran quantità di fili volanti che raccolgono e trattengono le impurità. Si è dovuto intervenire per eliminare le deformazioni, le macchie di ruggine e i decadimenti dei filati, soprattutto nelle zone tessute in seta. La fodera, appesantita ed irrigidita, è stata temporaneamente distaccata assieme a parte dei sostegni tessili applicati in precedenti restauri. Poi si è smacchiato, tamponato e rimesso in forma.</p>
<p>Ed infine il miracolo si è compiuto: l’arazzo è tornato all’antico splendore, capace di lasciare a bocca aperta chi ha la fortuna di ammirarlo.</p>
<p>L’arazzo testimonia, tra l’altro, l’ampiezza dei <strong>rapporti culturali tra la Calabria e l’Europa nel tardo Rinascimento. La nobiltà e il clero di una cittadina capoluogo di circondario potevano permettersi di commissionare un oggetto d’arredo così prezioso a una delle più note famiglie di tessitori delle Fiandre. </strong><strong>Bei tempi. </strong></p>
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		<title>Alla scoperta di Gerace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 13:49:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[gerace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Palange Si, è vero, non ha senso, o  per lo meno è banale, proporre di andare «alla scoperta di Gerace» visto che non c&#8217;è opuscolo,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giulio Palange</strong></p>
<p>Si, è vero, non ha senso, o  per lo meno è banale, proporre di andare «alla scoperta di Gerace» visto che non c&#8217;è opuscolo, depliant, guida, etc. che non parli della   maestosità della sua cattedrale , «la più grande della  Calabria» &#8211; e delle tante  chiese, chiesette e chiesine che fanno della &#8216;perla della Locride&#8217;, un campionario di  architettura sacra, sviluppatasi nei secoli per via di successioni, accostamenti, accumuli di stili che alludono a  ben altro genere di successioni, di accostamenti, di accumuli&#8230;  E allora? Allora è che &#8216;fruire&#8217; Gerace sulla scoperta degli stimoli offerti dalle pubblicazioni ad uso e consumo turistico può soddisfare, e in genere soddisfa, il voyer che vede quel che gli dicono di vedere, che dopo aver visto mormora magari un wonderfull o altro lecca-lecca del genere, e che dopo aver visto e sbavato&#8230; «altra corsa» fra una risciacquata nelle verdi acque dell&#8217;Jonio ed una scampagnata sui monti; ma non soddisfa certo chi vuol vedere per &#8216;capire&#8217;.</p>
<p>E non si può andare a Gerace senza disponibilità e capirla, ovvero a razionalizzare perché i suoi monumenti d&#8217;arte non sono lì per caso e non potrebbero stare in altro posto; perché sono proprio quelli e non altri; perché fanno un tutt&#8217;uno con i palazzi signorili e con le case più o meno dimesse del Borgo e del Borghetto, con le piazze ariose e gli slarghi imprevedibili, con le strade e con i vicoli che si aggrovigliano in se stessi e che Leonida Répaci assimila alle calli ed ai campielli veneziani. Tutto questo uno non lo percepi-  sce proprio percorrendo itinerari preconfezionati. Chi vuol capire perché Gerace è Gerace, prima di varcare l&#8217;arco delle Bombarde o quello delle Tribune, getti via  opuscoli e depliants vari, mandi l&#8217;eventuale guida a prendersi un caffè, e si lasci  coinvolgere dal &#8216;contesto&#8217;,  respiri passo dopo passo gli  umori che trasudano da quei  muri parlanti, che si rincorrono come un&#8217;eco o un richiamo fra vicoli e strade e che  raccontano sul filo di sensazioni e di colpi d&#8217;occhio che si sovrappongono e che si  confrontano, tutta una storia.</p>
<p>E poi, solo poi, diventerà &#8216;naturale&#8217; e non disgressivo o, secondo casi, d&#8217;obbligo entrare oltre che nella cattedrale, nelle chiese, etc., anche nelle case ove la quotidianità è ancora scandita dal ritmo dei telai a mano su cui gesti veloci e attenti guidano i nodi e gli intrecci di arazzi e coperte, e scendere negli antri scavati nel tufo ove i cretai geracesi da secoli rinnovano la segreta sapienza delle loro ceramiche. E allora capire Gerace significherà proprio svolgere il filo che accomuna i suoi monumenti d&#8217;arte, ai palazzi signorili, ai vicoli, al ritmico rumore dei telai, alle grotte scavate nel tufo; per arrivare ad intuire &#8211; sì, ad intuire, visto che in materia non c&#8217;è saggio o trattazione che basti &#8211; perché in questo paese della Locride la vita, per dirla ancora con Repaci, “ha ancora la magia delle antiche misure, delle antiche cadenze&#8230;”.</p>
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		<title>Lungo il sentiero dell’incanto e delle emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 May 2021 12:15:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si dice amore per la propria terra! E’ vero, può suonare retorico ma per SERGIO MARAFIOTI è un sentimento autentico che gli fa percorrere quel<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Quando si dice amore per la propria terra! E’ vero, può suonare retorico ma per SERGIO MARAFIOTI è un sentimento autentico che gli fa percorrere quel “serpente” che lo conduce in un mondo di azzurro, cielo e mare. E lui per catturare e custodire quelle emozioni fa risuonare per un istante il clic della sua macchina fotografica. “Emozioni – dice &#8211; che desidero condividere”.</strong></p>
<p>Nel 1965, Leonida Repaci, nella sua raccolta di scritti <em>Calabria Grande e Amara</em>, il grande scrittore palmese ritrasse in punta di penna le meraviglie della sua terra natia: “Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila chilometri quadrati di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a sé stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi…”</p>
<p>Andare a prendere una boccata d’aria fresca alla Marinella di Palmi (“calari a Marina”, si direbbe in dialetto) è come percorrere un luogo onirico in scenari di primigenia bellezza.</p>
<p>La forza della natura, l’afflato di libertà, l’onnipotenza del Mediterraneo, il miracolo geografico di due terre divise da uno stretto, quello di Messina, poco più largo di tre chilometri.</p>
<p>Sono meno di due, invece, i chilometri che si articolano in serratissimi tornanti d’asfalto stesi tra fitte distese di ulivi e fichi d’India, e sfocianti in una delle insenature marine più belle del Tirreno. Ha la forma di un serpente biblico la Marinella, quasi a ricordare il mito del Diavolo sconfitto dal monaco Elia da Enna al termine di una leggendaria battaglia combattuta corpo a corpo su un monte a seicento metri sopra il livello del mare. Oggi quel rilievo, ribattezzato Sant’Elia in memoria del religioso che lì fondò un eremo nell’anno 884, rappresenta il monte che insieme al mare racchiude e governa Palmi.</p>
<p>Di questa storia, come di quelle più certe del passaggio nei secoli di greci, bizantini, normanni e romani, rimangono i resoconti storici e non, dei libri antichi La bellezza della Marinella, invece, rimane lì, immediatamente accessibile e intatta dallo scorrere dei secoli, come un monumento perpetuo eretto dalla Natura per preservare e onorare la propria magnificenza, che è quella dei raggi del sole che rendono viola l’acqua del mare in questa parte del Tirreno; è quella dei meravigliosi tramonti tra Calabria e Sicilia; è quella di ricordi agrodolci tramandati da generazione in generazione nella speranza che si conservino vivi per sempre.</p>
<div id="attachment_9792" style="width: 353px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9792" loading="lazy" class="wp-image-9792" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-300x300.jpeg" alt="" width="343" height="343" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-300x300.jpeg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-150x150.jpeg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-100x100.jpeg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-85x85.jpeg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Sergio-Marafioti-80x80.jpeg 80w" sizes="(max-width: 343px) 100vw, 343px" /><p id="caption-attachment-9792" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;"> Sergio Marafioti</span></p></div>
<p>Sono centinaia le specie vegetali che adornano il cammino: dalle erbe aromatiche all’acetosella gialla, fino all’Ulivo, il grande simbolo del Mezzogiorno che a queste latitudini è reso quasi immortale dalla generosità del sole e mitezza del clima. Acqua, terra e cielo sono una cosa sola alla Marinella. Lo sanno bene le micro e macro vite che, qui, costituiscono la fauna terrestre e marina. Come tutta la Costa Viola, la Marinella è considerata Zona a Protezione Speciale (ZPS): uno spazio aereo salvaguardato per garantire la migrazione dell’avifauna e mantenere conformi gli habitat per la vita degli uccelli migratori. Sono circa 27 le specie che, ogni anno, questo territorio accoglie tra i suoi anfratti e le sue rocce a strapiombo sul mare. Durante il periodo della migrazione primaverile, in tutta l’area dello Stretto di Messina vengono censiti in media 27mila uccelli all’anno, tra rapaci e cicogne.</p>
<p>Considerando solamente il transito nella zona, le stime salgono a oltre 40mila esemplari di diverse specie, prima delle quali è quella del falco pecchiaiolo con circa undicimila presenze tra costa tirrenica e siciliana. Rivolgendo gli occhi al mare, lo spettacolo è ancor più esaltante e ricco di fenomeni naturali unici, come lo spostamento di gruppi di mante; pesci spada che scappano rapidi dalle imbarcazioni dei pescatori; delfini smarriti in zone d’acqua a ridosso della costa; anziane tartarughe marine scortate dal volo di qualche gabbiano premuroso.</p>
<p>Questa magia della Costa Viola ha stimolato il mio interesse per tutti i fenomeni che riguardano l’ambiente e il mondo animale nella sua interezza. Un interesse che, negli anni, si è fatto passione e ha segnato un ulteriore passaggio alla fotografia naturalistica. Questa forma di espressione, mi consente di esternare quotidianamente il legame con la mia terra, di compiere ricerche che mi danno emozioni uniche e che provo a condividere.</p>
<p>Nel corso del tempo, il contatto con la Flora e la Fauna della Marinella si è fatto consapevolezza e ha fatto sorgere in me un sentimento di protezione nei confronti di questo luogo da fenomeni dilaganti come l’inquinamento e l’incuria dell’uomo. Immortalare la bellezza e la generosità della Natura in questi territori è un modo per sensibilizzare al loro rispetto, costante. Lo considero il mio piccolo contributo a una terra nella quale ho avuto il privilegio di nascere e crescere, e che vorrei immaginare così bella per sempre come dice Leonida Repaci: “Utta a fa&#8217; jornu c&#8217;a notti è fatta”.</p>
<p><strong>Sergio Marafioti</strong></p>
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		<title>L’Area Marina Protetta “Capo Rizzuto”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2021 13:43:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[L’Area Marina Protetta “Capo Rizzuto”]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Istituita nel 1991<strong>, </strong>offre al visitatore, un viaggio tra storia, leggenda, mito e archeologia, ma anche un percorso esclusivo attraverso un patrimonio naturalistico di notevole valore e preziosità.</p>
<p><strong>Con i suoi 35 km di costa e circa 15.000 ettari di superficie è la più ampia area marina protetta d’Italia</strong>, su di essa si affacciano otto promontori, tra cui quello del parco archeologico di <strong>Capo Colonna,</strong> con l’unica colonna del <strong>Tempio di Hera Lacinia</strong> rimasta in piedi; all’altro estremo c’è <strong>Punta Le Castella</strong>, con la fortezza aragonese. Accedendo a questo scrigno di macchia mediterranea, coloratissimi fondali e praterie di posidonia, più precisamente tra <strong>Le Castella</strong> <strong>e Capo Piccolo</strong>, si apre una spiaggia, come un tesoro segreto, un luogo magico dove il mondo si ferma e si respira il mare, la sua storia, la sua poesia. E’ la Spiaggia dei Gigli, sì proprio così perché qui vegeta e fiorisce questo fiore ormai quasi dimenticato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9769 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-1024x434.jpg" alt="" width="833" height="353" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-1024x434.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-768x326.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-260x110.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-50x21.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-150x64.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-960x407.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto-1200x509.jpg 1200w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/Capo-Rizzuto.jpg 1500w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /></p>
<p>Sempre su quest’area sorge un affascinante castello che lo vede trionfare su un isolotto legato alla costa solo da una sottile lingua di terra. E’ la <strong>Fortezza</strong> <strong>Aragonese.</strong></p>
<p>Andrea Carafa la fece costruire prima del1521 e servì soprattutto da ricovero per i custodi, militari e non, impegnati a respingere gli attacchi degli invasori provenienti dal mare.</p>
<div id="attachment_10264" style="width: 843px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-10264" loading="lazy" class="wp-image-10264" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-scaled.jpg" alt="" width="833" height="553" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-scaled.jpg 2560w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-1024x680.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-768x510.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-1536x1020.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-2048x1360.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-220x146.jpg 220w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-960x638.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/8-Le-Castella.-Ph-F.-Bevilacqua-Copia-copia-1016x675.jpg 1016w" sizes="(max-width: 833px) 100vw, 833px" /><p id="caption-attachment-10264" class="wp-caption-text">Foto di Francesco Bevilacqua</p></div>
<p>Non superò, ahimè, la prima prova del fuoco; ma c’era fortezza allora in grado di resistere</p>
<p>a Cheireddin Barbarossa? Per sette giorni la guarnigione resistette disperatamente, aiutata dalla popolazione della zona circostante rifugiatasi nel castello, ma il 29 aprile del 1536 fu costretta a capitolare. Tra coloro che furono destinati come schiavi alle galere ci fu il giovane Giovan Dionigi Galeni, il famoso Occhialì che ritroviamo, pochi anni più tardi, dopo una rocambolesca carriera, ammiraglio del Sultano di Tripoli.</p>
<p>Quella cocente sconfitta dovette suscitare una terribile impressione se un disegno dell’epoca ferma un memorabile particolare: sulla più alta torre del castello si apre nel vento il vessillo con la mezzaluna.</p>
<p>L’attuale roccaforte poggia su fondamenta risalenti al periodo Magno-Greco (400 a.C.), utilizzata nel tempo anche dai romani e fu il rifugio di Annibale, in ritirata.</p>
<p>Ancora oggi è possibile notare le diverse fasi edilizie sovrapposte le une alle altre in epoche diverse, normanni, svevi, bizantini, angioini e aragonesi che elevarono sui muraglioni greci possenti difese castellane modellate secondo i tempi.<br />
La fortezza continuamente attaccata dai turchi, rimase popolata fino agli inizi dell’800, anno in cui gli abitanti si trasferirono sulla terra ferma dando vita ad un piccolo borgo di marinai, oggi l’attuale centro turistico.</p>
<p>La <strong>Fortezza</strong>, quasi interamente restaurata, è caratterizzata da alcune stanze (la sala video, la sala foto e la “Sala Phrurion”); un borgo antico con i resti di una piccola chiesetta e una cappella; i bastioni panoramici; la torre, punto più alto della fortezza.</p>
<p>La fortezza ebbe varie modifiche architettoniche nel corso dei secoli, a seconda dei governanti e delle esigenze difensive. Importantissime sono le monumentali cave di blocchi e di rocchi di colonna di età greca (VI-III secolo a.C.) sulla Punta Cannone e nell’area del porto. Da esse sono stati presumibilmente estratti i rocchi delle colonne del Tempio di Hera Lacinia, sorto più a nord sul promontorio di Capo Colonna.</p>
<p>E fu proprio qui, nel punto più avanzato del “tacco dello stivale” sullo Jonio in faccia alla Grecia che attraccarono i primi coloni. E proprio qui eressero il grande tempio dedicato a Hera Lacinia. Di quel santuario è superstite soltanto una colonna dorica che svetta contro il cielo di fronte al mare, simbolo e testimonianza della Magna Grecia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9771 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna.jpg" alt="" width="800" height="600" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna.jpg 800w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna-50x38.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/05/capocolonna-100x75.jpg 100w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
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		<title>Al fin, la prova del fuoco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 May 2021 08:54:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una storia che comincia da lontano, nel tempo e nei luoghi, e vede protagonisti regine, vescovi, umili frati…Come è giunta a Petilia quella preziosa reliquia? Masino<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Una storia che comincia da lontano, nel tempo e nei luoghi, e vede protagonisti regine, vescovi, umili frati…</b><b>Come è giunta a Petilia quella preziosa reliquia?<br />
</b><b></b></p>
<p><b>Masino Medaglia</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Molti secoli fa, intorno all’anno 1000, sulle colline a ovest di Policastro, l’attuale Petilia Policastro, ai piedi della Sila Piccola, su un crinale selvaggio e magico, luogo ideale per nutrire lo spirito di profondi momenti di preghiera, alcuni anacoreti basiliani diedero vita ad un piccolo e umile cenobio. Più tardi, nel 1431, nello stesso luogo si trasferirono i frati Francescani. La severa vita monastica e il duro lavoro nei campi dei religiosi che si avvicendarono, fecero di quel luogo un’oasi contemplativa d’impareggiabile misticismo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un dotto giovane di nobile famiglia della città di Policastro, tale Dionisio Sacco, attratto dalla vita di quei frati decise di lasciare agi e ricchezze familiari e si unì a loro prendendo il saio. Le doti intellettuali e umane del giovane non tardarono ad affermarsi. Così, divenuto teologo, oltre che stimato predicatore, padre Dionisio Sacco, fu convocato dai superiori che lo informarono della decisione di mandarlo in Francia per completare gli studi di teologia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oltralpe, padre Sacco si guadagnò, negli anni, innumerevoli attestati di merito, fino a essere nominato Vescovo di Reims.  In particolare la regina di Francia, Giovanna di Valois, moglie di Luigi XII, nella sua travagliata vita ricevette da p. Dionisio, nel frattempo diventato suo confessore, conforto e serenità al punto da offrirgli in dono, in segno di riconoscenza, una spina tolta dalla corona di Cristo, custodita a Parigi. È il 1498. Per oltre vent’anni p. Dionisio terrà custodita nel petto la sacra reliquia con l’ardente desiderio di poterla fare arrivare un giorno in quella chiesetta sperduta sulle colline della sua Policastro dove aveva preso i voti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Capitò che per volere dei sovrani francesi dovette recarsi a Roma, in Vaticano. Ne approfittò per predisporre il ritorno a Policastro e così far dono alla sua comunità della inestimabile reliquia. Ma padre Sacco non arriverà mai a Policastro. A Bologna, un’incontenibile febbre ne causò la morte. Ebbe però il tempo di ricevere la visita di un suo nipote, anch’esso religioso, padre Ludovico Albo. A lui affidò la sacra reliquia contenuta in un cannello d’oro con questa raccomandazione: “È mio ardente desiderio che questa inestimabile Sacra Spina, che trafisse il capo di nostro Signore Gesù Cristo, dono della Regina di Francia, sia custodita e venerata fra le care mura del convento di S. Maria delle Grazie, dove indossai il saio”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Padre Ludovico Albo, con impetuosa volontà attraversò a cavallo gli Appennini, giungendo sulle colline di Policastro. In quel luogo una prodigiosa circostanza fece ostinatamente arrestare il cavallo su cui montava. Stremato da tanti giorni di viaggio, capì di essere testimone di un prodigio che gli indicava di aver raggiunto la meta, ovvero la sospirata chiesetta di S. Maria delle Grazie dove, infine, nel giubilo dei frati policastresi, consegnò, secondo il volere dello zio morente, la sacra Spina nelle mani del padre guardiano, frate Nicola Mauro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La notizia dell’arrivo della sacra Spina si propagò con grande esultanza in tutto il territorio. Negli anni successivi, nel nome della Sacra Spina si verificarono numerosi miracoli, sicché le genti di ogni parte della Calabria e oltre, percorrevano grandi distanze per portarsi davanti a quella miracolosa reliquia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Crescente e inarrestabile la devozione popolare ma il culto non era concesso. Erano tempi di Controriforma e la Chiesa mostrava molta cautela nell’autorizzare il culto di nuove reliquie. Intanto l’incessante pellegrinaggio popolare verso la sacra Spina e il moltiplicarsi dei miracoli ad essa attribuiti maturò nella Chiesa l’opportunità di verificarne l’autenticità. A distanza di mezzo secolo dall’arrivo della reliquia, il vescovo di Santa Severina, Francesco Antonio Santoro, avviò un’indagine ascoltando molti testimoni, fra cui quel frate guardiano, Nicola Mauro, ormai centenario. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nonostante le molte, concordanti, testimonianze a favore della sacralità della reliquia, il Santoro decretò: “La spina custodita in questo convento, spontaneamente venerata dal popolo di Policastro, quale Sacra e miracolosa Spina proveniente dalla corona di N. S. Gesù Cristo, sia sottoposta alla prova del fuoco”. La “prova del fuoco” o “volere di Dio” consisteva nell’accertare definitivamente l’autenticità di una reliquia gettandola fra le fiamme di un braciere ardente e da lì uscirne indenne. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È l’anno 1573. Sotto lo sguardo trepidante dei molti frati presenti, la Spina fu gettata fra le fiamme, ma prodigiosamente, dopo qualche istante saltò fuori dalle braci ritornando nel calice da dove era stata prelevata dal vescovo. Vacillante e intimorito mons. Santoro volle ripetere per altre due volte la prova del fuoco e per altrettante volte si ripeté il prodigio fra l’incontenibile commozione dei frati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancor oggi a Petilia Policastro, fra le sacre mura del vetusto convento della Sacra Spina, il vento della storia, attraversando le maestose e secolari querce, e gli imponenti castagni, continua a sfogliare gloriose pagine di fede e miracoli.</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">collaborazione di</span></i> <b><i>Gigi Parise</i></b></p>
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		<title>Occhialì, lo schiavo che diventò Pascià</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Apr 2021 12:18:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Occhialì]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Raffaele Cardamone</strong></p>
<p>Quando si dice “il destino”! L’imprevedibilità del futuro che può rovesciare progetti e aspettative in cocente sconfitta ma anche in successo memorabile. L’esistenza di Occhialì, al secolo Gian Luigi Galeni, maturò tra questi due estremi.</p>
<p>Le scorrerie dei saraceni, che tormentavano le coste calabresi arrivando via mare e compiendo i più efferati delitti, contribuendo a impoverire ulteriormente questi territori e costringendo le popolazioni ad abbandonare le località rivierasche, più prospere e accoglienti, per rifugiarsi nelle aree interne dove erano spesso costrette a condurre una vita di disagi e privazioni.</p>
<p>E proprio durante una di queste scorrerie, secondo gli storici risalente all’anno 1536, inizia la storia del nostro Occhialì, una storia mirabilmente narrata da due opere letterarie, che sembrano rincorrersi a distanza di un trentennio l’una dall’altra: il romanzo storico di Nino Gimigliano <em>Occhial</em><em>ì</em><em> historiae</em> e il saggio di Enzo Ciconte <em>Il grande ammiraglio</em>, entrambe edite da Rubbettino.</p>
<p>Allora, uno dei primi giovani a emigrare dalla Calabria, e in questo caso non certo per scelta personale ma per pura costrizione, fu proprio Occhialì, un giovane, appena sedicenne, di Le Castella, il borgo marino di Isola di Capo Rizzuto. Una località celebre proprio per la sua fortezza, il Castello aragonese costruito su un’isoletta vicinissima alla costa e completamente circondato dal mare, collegato alla terra soltanto da un’esile lingua di sabbia, che doveva servire proprio a contrastare sbarchi e saccheggi. Ma non bastò quella fortezza a proteggere dalla furia di Khayr al-Dīn Barbarossa il borgo che, dopo una strenua quanto inutile resistenza della popolazione, dovette rassegnarsi a un’inevitabile capitolazione. Fu così che lo stesso Occhialì fu rapito e fatto schiavo quando stava – secondo una diceria dell’epoca &#8211; per entrare in convento e farsi monaco.</p>
<div id="attachment_9734" style="width: 760px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9734" loading="lazy" class="wp-image-9734 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-1024x762.jpg" alt="" width="750" height="558" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-1024x762.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-768x572.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-1536x1143.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-2048x1524.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-196x146.jpg 196w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-101x75.jpg 101w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-960x715.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/le-castella-907x675.jpg 907w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><p id="caption-attachment-9734" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Le Castella</span></p></div>
<p>Ma Occhialì, per sua fortuna, aveva capito fin da giovane l’importanza dello studio e sapeva leggere e scrivere, competenze a quei tempi poco diffuse e che certamente costituivano un elemento di distinzione. Ma non si era limitato a questo, perché aveva anche appreso da suo padre il mestiere di marinaio, era capace di affrontare il mare, di interpretare i segni del cielo, del vento e delle onde, di leggere una rotta guardando il sole o le stelle, di capire se le nuvole erano portatrici di burrasca o di bonaccia.</p>
<p>Una volta schiavo, ci mise del tempo e i sacrifici non furono pochi ma dopo anni passati ai remi di un’imbarcazione turca, riuscì a far valere le sue capacità di marinaio, arrivando a comandare una nave che lo portò però a compiere quelle scorrerie nel bacino del Mediterraneo e anche sulle coste calabresi di cui lui stesso era stato vittima.</p>
<p>Divenne dapprima comandante della flotta di Alessandria, poi pascià di Tripoli, e infine <em>bey</em> (governatore) di Algeri (1568).</p>
<p>Nel frattempo era subentrato al terribile Dragut quando questi nel 1565 morì durante l’assedio di Malta.</p>
<p>Il suo <em>cursus honorum</em> non si fermò qui perché sarebbe diventato perfino ammiraglio della flotta musulmana che partecipò alla battaglia navale di Lepanto (7 ottobre 1571), una delle più grandi e cruente della storia, che si concluse con la schiacciante vittoria dei cristiani. Ma Occhialì poté comunque trarne un vantaggio personale, perché riuscì a catturare la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta e a condurla a Costantinopoli, dove fu accolta come un trofeo che mitigava in qualche modo la cocente sconfitta.</p>
<p>Oggi di Occhialì potremmo dire che si integrò perfettamente nella cultura che lo aveva ospitato e che ne aveva percepito il valore. Divenne un turco a tutti gli effetti, vestiva come un turco, sposò una donna turca e divenne perfino musulmano o almeno lo dichiarò per avere salva la vita. Ma è certo che, come i tanti calabresi o i loro discendenti sparsi per il mondo, non dimenticò mai la Calabria. Inoltre, come sembra, in punto di morte raccomandò l’anima al Dio dei cristiani, restando comunque ancorato a quella cultura d’origine che in cuor suo non aveva evidentemente mai del tutto abbandonato.</p>
<div id="attachment_9736" style="width: 332px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9736" loading="lazy" class="wp-image-9736 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-683x1024.jpg" alt="" width="322" height="483" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-683x1024.jpg 683w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-768x1152.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-1024x1536.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-1365x2048.jpg 1365w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-500x750.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-450x675.jpg 450w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/B-Monumento-a-Occhiali-a-Isola-Capo-Rizzuto-scaled.jpg 1707w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /><p id="caption-attachment-9736" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Monumento a Occhialì-a Isola Capo Rizzuto</span></p></div>
<p>Sul suo conto circola pure una leggenda che racconta di un viaggio clandestino sulla costa calabrese al solo scopo di riabbracciare la madre che, stando alle cronache coeve, lo avrebbe invece maledetto proprio per la sua abiura.</p>
<p>E la Calabria, tra gli inevitabili alti e bassi, non ha dimenticato questo personaggio che ben rappresenta il carattere dei suoi figli, per la tenacia, la capacità di adattamento, la voglia di migliorarsi e di non rassegnarsi mai a un destino contrario. A dimostrarlo, proprio a Le Castella, c’è un busto bronzeo di Occhialì, presumibilmente realizzato dallo scultore Giuseppe Rito nel 1961, e collocato il 23 aprile 1989 – quasi a 400 anni esatti dalla sua morte (luglio 1587) – una piazzetta che porta il suo nome, proprio di fronte all’antico e famoso Castello aragonese.</p>
<div id="attachment_9733" style="width: 818px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9733" loading="lazy" class="wp-image-9733 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-1024x684.jpg" alt="" width="808" height="540" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-1024x684.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-768x513.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-1536x1027.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-218x146.jpg 218w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-112x75.jpg 112w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-960x642.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada-1010x675.jpg 1010w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/04/Batalla_de_lepanto_antonio_brugada.jpg 1927w" sizes="(max-width: 808px) 100vw, 808px" /><p id="caption-attachment-9733" class="wp-caption-text">Antonio de Brugada (1804-1863), Battaglia di Lepanto, Museo Marittimo di Barcellona</p></div>
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		<title>«Calabria terra irrecuperabile». Corrado Augias forse parla a vanvera: venga a viverci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2021 10:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Duri e sprezzanti i giudizi sulla regione dati dal giornalista all&#8217;indomani dell&#8217;ultima inchiesta del procuratore Nicola Gratteri. Ma è facile parlare da lontano, senza sapere né<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Duri e sprezzanti i giudizi sulla regione dati dal giornalista all&#8217;indomani dell&#8217;ultima inchiesta del procuratore Nicola Gratteri. Ma è facile parlare da lontano, senza sapere né capire</em></p>
<p><strong>Franco Laratta</strong></p>
<p>Nel corso di ‘Quante Storie’ su Rai 3, <strong>Corrado Augias</strong> ha descritto la Calabria di oggi, partendo dall’<a href="https://www.lacnews24.it/cronaca/ndrangheta-crotone-arrestato-talarico-e-indagato-cesa-terremoto-gratteri-nell-udc_130662/">ultima indagine di Gratteri</a>, dando giudizi durissimi e sprezzanti: «<strong>La Calabria è purtroppo una terra perduta</strong>, questa inchiesta e anche il maxi processo in corso, del quale i media non hanno parlato a sufficienza, lo dimostrano. La mia opinione personale vale poco, vale quello che vale, è un sentimento, non un’affermazione politica. <strong>Io ho il sentimento che la Calabria sia irrecuperabile</strong>. L’ho visto anche in occasione delle <strong>ultime elezioni</strong>, avevano un candidato ottimo, un <strong>imprenditore calabrese forte</strong>, che resta lì nonostante i rischi che corre, che dà lavoro: <strong>lo hanno escluso</strong>, hanno eletto un’altra persona che sfortunatamente è mancata. Detto questo, le inchieste di Gratteri vanno seguite con attenzione. <strong>Gratteri è calabrese</strong>, un altro uomo che è voluto restare in Calabria, <strong>fa una vita d’inferno</strong>, vive con 4 carabinieri intorno…».</p>
<div id="attachment_9654" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9654" loading="lazy" class="size-medium wp-image-9654" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/03/corradoaugias-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-9654" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Corrado Augias</span></p></div>
<p>Anche Romano Prodi, a me personalmente, ebbe a dire &#8216;La Calabria è irredimibile&#8217;. E tanti altri lo dicono. E tantissimi altri lo pensano.</p>
<p>Sono giudizi durissimi e sprezzanti.</p>
<p>Ma non è &#8216;dicendo&#8217; il contrario di Augias o di Prodi, come fa, seppure lodevolmente, Laratta, che si risolve il problema.</p>
<p>Semmai lavorando sodo affinché dal fondo in cui oggi ci troviamo, PERCHÉ SIAMO NELLA MELMA!, per responsabilità altrui, ma anche nostre, noi calabresi che stiamo in Calabria, con i fatti e la necessaria risolutezza e convinzione; insieme con la operosa collaborazione dei calabresi in diaspora (in Italia e altrove nel mondo); nonché dei tanti non calabresi che amano la Calabria, si possa riemergere, con dignità, recuperando il rispetto che ci è dovuto.</p>
<p>È difficile!</p>
<p>Si è difficile! E allora?  Stiamo fermi? Aspettiamo? Stiamo a vedere come va a finire? Riesumiamo i Borboni? Invochiamo la rivoluzione? Facciamo spallucce come se il problema non ci riguardasse o fosse più grande di noi? Emigriamo?</p>
<p>O proviamo a fare ognuno la parte che può?</p>
<p>Qui ed ora, alzando gli occhi dal proprio ombelico, guardandoci intorno per fare rete, volgendo lo sguardo verso orizzon ti comuni di libertà e dignità.</p>
<p>Ma la migliore risposta a Corrado Augias la possiamo dare facendo ricorso ad un <strong>poemetto meraviglioso di Leonida Repaci</strong>: <a href="https://www.calabriain.online/"><em>Quando fu il giorno della Calabria</em>… </a></p>
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		<title>Uno sguardo sul Mare (dei ricordi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2020 14:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Raf Vallone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>RAF VALLONE è stato attore, calciatore, giornalista, partigiano. Cominciò come interprete di fotoromanzi per arrivare ai maggiori vertici del teatro, della televisione e soprattutto del cinema.<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>RAF VALLONE è stato attore, calciatore, giornalista, partigiano. </strong><br />
<strong>Cominciò come interprete di fotoromanzi per arrivare ai maggiori vertici del teatro, della televisione e soprattutto del cinema.</strong><br />
<strong>Un legame inscindibile con la sua Tropea.</strong></p>
<p><strong>Pasqualino Pandullo</strong></p>
<p>Durante gli anni sessanta non mancava un’estate. Ma anche prima, e soprattutto dopo, il rapporto di Raf Vallone con la “sua” Tropea è sempre stato intenso. Molti ricordano ancora quella sua Mercedes scoperta, bella come in un film, col grande sterzo colore avorio, parcheggiata nel viale dei Tigli o, più spesso, vicino al portone della sua casa, a picco sul mare, in fondo al corso. Vedere lui in mezzo alla gente era più raro, ma era come se il suo fascino magnetico si irradiasse per induzione e restasse nell’aria dopo un suo passaggio.</p>
<p>Ma non era meno magnetica la sua percezione della cittadina che lo aveva visto nascere e trascorrere l’infanzia: <em>“Per me Tropea è il periodo dell’innocenza, un’età privilegiata dell’immaginazione. La sua stessa posizione, appollaiata davanti al mare, a sfidare le tempeste, evoca in me un simbolo plastico che mi è sempre rimasto in mente: sfidare non soltanto le tempeste del vento e della pioggia, ma le tempeste della vita. Forse perché </em><em>anche per me, come diceva Euripide, il mare lava le scorie e i peccati del mondo.”</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9424 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-3.jpg" alt="" width="510" height="283" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-3.jpg 510w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-3-260x144.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-3-50x28.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-3-135x75.jpg 135w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /></p>
<p>Quando Raf Vallone si trasferì a Torino, dove la famiglia seguì il padre funzionario di Prefettura, il mare di Tropea era ancora monopolio dei bagnanti locali. Non che all’epoca del suo primo grande successo, <em>Riso Amaro (1949),</em> il turismo fosse già un fenomeno di massa. Ma il dopoguerra cominciava a far intravedere l’uscita dal tunnel e l’aria cambiava. Il calciatore affermato e il giornalista impegnato avevano definitivamente ceduto il posto all’attore di successo, sempre più celebrato da critica e pubblico.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9425 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-4.jpg" alt="" width="493" height="232" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-4.jpg 493w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-4-260x122.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-4-50x24.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-4-150x71.jpg 150w" sizes="(max-width: 493px) 100vw, 493px" /></p>
<p>Nel 1952 è protagonista con la regia di Silvestro Prestifilippo del film <em>La carne inquieta</em>, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore calabrese Leonida Repaci.</p>
<p>È all’epoca de <em>La ciociara (1960)</em> che la corrente turistica verso la patria del filosofo Pasquale Galluppi comincia timidamente a prendere la piega che meno di dieci anni dopo, con la benedizione dei tedeschi e dei settentrionali del triangolo industriale la consacreranno come la “perla del Tirreno”. Aprono i primi night, arrivano le prime frequentazioni di tendenza. <em>Proibito? Da chi?</em> sarà il titolo di una commedia scritta dall’attore di <em>Non c’è pace tra gli ulivi</em> e <em>Il cammino della</em> <em>speranza</em>, che intanto sbanca i botteghini francesi con <em>Uno sguardo dal ponte</em> ed estende la sua arte persino alla regia lirica.</p>
<p>Il suo <em>buen retiro</em> è a Sperlonga, sul litorale laziale, dentro uno scenario che rassomiglia incredibilmente al tratto più famoso di costa tropeana, in compagnia della moglie, Elena Varzi, e dei tre figli. È soprattutto Saverio, il maschio, a tenere costante il rapporto col paese avito: <em>“Lui è attaccatissimo a</em> <em>Tropea</em> – diceva con orgoglio Raf – <em>e ne assorbe tutta la bellezza e il fascino. Il volto di mio figlio Saverio si trasforma quando parla di Tropea, si illumina: è un raggio di luce che io conservo nel profondo e, come diceva Euripide, il mare lava le scorie e i peccati del mondo.”</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9423 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-1024x707.jpg" alt="" width="797" height="550" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-1024x707.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-768x530.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-211x146.jpg 211w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-50x35.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-109x75.jpg 109w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-960x663.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2-977x675.jpg 977w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/12/Uno-sguardo-2.jpg 1490w" sizes="(max-width: 797px) 100vw, 797px" /> </em></p>
<p><em> </em>Intanto la fama della capitale calabrese delle vacanze vola di rivista in rivista, di poster in poster, di bocca in bocca. Tropea e quello scoglio con la chiesa in cima scambiata per un castello, Tropea la nobile e i suoi paesaggi, i suoi vicoli, Tropea e quelle spiagge con la sabbia fine e bianca. Soprattutto, Tropea e il suo mare: <em>“Il</em> <em>mare a Tropea è curioso</em> – amava annotare l’attore – <em>l’onda che s’infrange sull’arenile, ha una sonorità eccezionale, ti investe l’anima e te la purifica”.</em></p>
<p>Dopo mille trionfi, Raf Vallone, vanto della sua gente che avrebbe voluto averlo più per sé, muore a Roma a fine ottobre 2002 all’età di 86 anni. Riposa per sempre nel cimitero della sua Tropea, nella cappella di famiglia, diventata un altro dei luoghi da visitare, da queste parti. Ad accogliere i visitatori, c’è una foto in bianco e nero (tanto bella da permettersi il lusso di non rendere omaggio agli occhi verdi di quel coltissimo artista) ed un curioso epitaffio dorato su marmo bianco. A indicare una strada, forse, non del tutto imboccata, quelle sue parole di una magica intervista concessa in una luminosissima mattina di novembre<em>: “Per Tropea vedo un turismo che dia posto agli scrittori, agli intellettuali, ai pittori, agli artisti insomma, affinché diventi veramente un centro di appartenenza culturale importante. Un turismo illuminato, cosciente della bellezza che percorre questa roccia stupenda che si protende nel mare come una protesta, e invece si scioglie nella dolcezza delle rive e del mare.”</em></p>
<div class="su-button-center"><a href="https://www.calabriain.online/tempo-ritrovato/una-vita-quasi-un-romanzo/" class="su-button su-button-style-glass su-button-wide" style="color:#FFFFFF;background-color:#2D89EF;border-color:#246ec0;border-radius:40px;-moz-border-radius:40px;-webkit-border-radius:40px" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color:#FFFFFF;padding:0px 20px;font-size:16px;line-height:32px;border-color:#6cadf4;border-radius:40px;-moz-border-radius:40px;-webkit-border-radius:40px;text-shadow:none;-moz-text-shadow:none;-webkit-text-shadow:none"> Leggi anche: &#8220;Una vita, quasi un romanzo&#8221;</span></a></div>
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		<title>Enrico Vanzina. Bronzi battono &#8216;ndrangheta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 14:02:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Enrico Vanzina, personaggio molto noto nel mondo del cinema italiano, oltre che sceneggiatore e regista, è anche scrittore. Il suo ultimo libro, La sera a Roma,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/tempo-presente/enrico-vanzina-bronzi-battono-ndrangheta/">Enrico Vanzina. Bronzi battono &#8216;ndrangheta</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="background-color: #ffffff;"><strong><span style="font-size: 14pt; background-color: #ffffff;">Enri</span></strong></span><strong><span style="font-size: 14pt;">co Vanzina</span></strong><strong>, personaggio molto noto nel mondo del cinema italiano, oltre che sceneggiatore e regista, è anche scrittore.</strong></p>
<p><strong>Il suo ultimo libro, <em>La sera a Roma</em>, godibilissimo affresco di una Capitale un po’ vera e un po’ romanzata, si snoda all’interno di una trama gialla.</strong></p>
<p><strong>Recatosi a Reggio Calabria a presentare il suo libro ha scoperto una città insospettata. </strong></p>
<p><strong>Ecco come l’ha raccontata nella sua rubrica domenicale sul <em>Messaggero </em>di Roma</strong></p>
<p>Sto andando in giro per l’Italia come una trottola a presentare il mio nuovo romanzo. Viaggi brevi, scappa e fuggi. Viaggi molto faticosi. Ma poi, ogni volta, mentre torno a Roma, mi accorgo che questi tour de force hanno arricchito il mio bagaglio di esperienza umana. E’ successo per esempio, la settimana scorsa quando mi sono recato a Reggio Calabria dove il bravo regista Mimmo Calopresti ha presentato il mio libro al Reggio Film Fest.</p>
<p>Era la seconda volta che andavo nel capoluogo calabrese, punta estrema dello stivale, un luogo un pò dimenticato e sottovalutato. Invece si tratta di una città bella e interessante Adagiata sul mare, faccia a faccia con la costa siciliana di Messina, possiede un fascino particolare. Innanzitutto il suo lungomare, quello che Gabriele D’Annunzio definì “il più‘ bel chilometro d’Italia”.</p>
<p>Forse non lo è, ma resta comunque un lungomare incantato, diviso in due da alberi secolari e con una vista mozzafiato che spazia in lontananza ﬁno all’imponente sagoma dell’Etna. Quando è inverno si parte con lo sguardo dalle palme, si attraversa il mare azzurro e sullo sfondo si  vede la cima dell’Etna innevata.</p>
<p>Una meraviglia assoluta. Le palazzine che si affacciano su questo lungomare sono basse, di proporzioni perfette, con piccoli balconi in ferro battuto, tipici dell’architettura del sud. Insomma Reggio Calabria “e” il Sud, con i suoi colori, i suoi profumi e quella trasandata bellezza che trasmette una dolce malinconia. La cosa sensazionale di Reggio Calabria è naturalmente il Museo Archeologico Nazionale, dove sono conservati i due famosi Bronzi di Riace.  Nel Museo c’è molto di più, altre statue, vasellame, monete, reperti dei tempi della Magna Grecia. Ma i Bronzi sono le star assolute.</p>
<p>E a giusto titolo. lnsieme a un gruppo di giovani cineasti ho avuto il piacere di visitarli in privato, sotto la guida di Giacomo Oliva, direttore del museo, il quale ci ha incantati con i suoi preziosi racconti, tra storia, leggenda, archeologia, arte in generale e addirittura un pizzico di filosofia.</p>
<p>Una visita sensazionale. Iniziata nella camera di decontaminazione dove chi si reca dai Bronzi deve sostare per un paio di minuti per evitare d’introdurre all’interno germi e sostanze inquinanti. Poi la porta scorrevole si apre e ti ritrovi in una delle sale più belle del mondo. I due Bronzi, si chiamano A e B, ti accolgono in tutto il loro splendore. Impossibile trattenere l’emozione di fronte a quelle due figure speciali. Ti vengono le lacrime agli occhi. Del quinto secolo avanti Cristo esistono appena cinque statue in tutto il mondo, e le due più belle sono li davanti a te. Ti fissano tu le fissi. E senti dentro di te scorrere il tempo, la storia, il destino degli uomini, la forza dell’arte, la potenza dei segni plastici, l’intelligenza creativa, il gusto, il mistero della vita.</p>
<p>I Bronzi sono l’Uomo alla massima potenza. Sono nudi, ma a sentirti nudo sei tu. Piccolo, fragile, mentre loro possiedono la forza della bellezza eterna. Quando si parla della Calabria si pensa subito alla ‘Ndrangheta. Invece bisognerebbe pensare a quelle due statue.</p>
<p><em><strong>Non c’è partita. Sono più forti. Bronzi battono ‘Ndrangheta due a zero.</strong></em></p>
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		<title>Cercasi talenti del Sud per il Sud</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 13:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per rilanciare il Mezzogiorno è necessario risolvere il “problema dei problemi”: provare a porre fine alla fuga dei giovani meridionali dalla loro terra arginando così il depauperamento<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Per rilanciare il Mezzogiorno è necessario risolvere il “problema dei problemi”: provare a porre fine alla fuga dei giovani meridionali dalla loro terra arginando così il depauperamento del capitale umano che affossa il SUD.</strong></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Negli ultimi 15 anni i flussi migratori dal Mezzogiorno verso il resto del mondo, hanno visto la partenza di più di 600.000 giovani e più di 240.000 laureati che sono andati a sommarsi a tutta la comunità degli italiani all’estero.</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Barbara Becchi</strong></span></p>
<div>
<p>Oggi con il <strong>Piano SUD 2030</strong>, predisposto dal Ministro Provenzano e presentato prima della diffusione della pandemia da COVID 19, accanto ad iniziative più o <strong>meno strutturali di rilancio di investimenti pubblici e privati in una ampia visione della politica di coesione e sviluppo per il SUD Italia, si intende creare la prima vera piattaforma di talenti,</strong> conoscenze, esperienze e buone pratiche di meridionali che hanno avuto successo all’estero, al fine di apportare e “mantenere vivo” quel patrimonio di saperi tipici territoriali e di provenienza geografica che caratterizzano il valore di una comunità.</p>
<p>Già SVIMEZ in uno dei suoi ultimi rapporti annuali, aveva parlato di Rete dei talenti per garantire le c.d <strong>rimesse nel territorio di provenienza in termini di conoscenze e Know how, con la finalità di favorire la diffusione di una cultura delle politiche di innovazione e della nuova imprenditorialità tecnologica</strong> e di sostenere giovani che vogliono restare o ritornare al Sud per dar vita ad una startup.</p>
<p><strong>La pandemia ha accentuato proprio questo aspetto, quello virtuale di incontro e alleanza tra chi è emigrato dal sud e chi nel Mezzogiorno vive e produce.</strong> Chi ha deciso di andare fuori del proprio Paese ha evidentemente acquisito un bagaglio di conoscenze e esperienze nei diversi contesti europei e internazionali che può riportare nel proprio territorio di origine, attraverso la propria rete di relazioni che con <strong>l’iniziativa della “Rete dei Talenti per il SUD” diventerebbe strutturata e in grado di attivare anche flussi di capitale umano “alla rovescia” verso il Mezzogiorno.</strong></p>
<p><strong>Ciò permetterebbe di superare anche l’immagine del Sud tutto assistenzialismo e immobilismo clientelare</strong> che non corrisponde alla realtà. Il desiderio di crescere e imboccare la via dello sviluppo è presente in molti e sono diffusi i tentativi di costruzione sociale, culturale, economica da guardare con molta attenzione. <strong>Si deve cercare di individuare e valorizzare esperienze “in controtendenza” in grado di mettere in luce e sostenere quanto al Sud si sta muovendo per l’iniziativa delle persone</strong>, pur tra difficoltà di carattere burocratico e carenze infrastrutturali che sono più gravi che nel resto d’Italia.</p>
<p>Per riuscire a realizzare la “rete dei Talenti per il SUD” finalmente si ricorre alla <strong>valorizzazione del ruolo delle reti di associazioni, gruppi, forum, dei nostri connazionali all’estero</strong>, considerati e consultati purtroppo, spesso, solo durante le elezioni per fini sicuramente meno nobili.</p>
<p><strong>Il coinvolgimento di questi “attori” residenti all’estero, con il loro carico di esperienze, con il loro particolare rapporto con il nostro Paese avviene già tramite reti costituite e gestite dagli emigranti stessi, in proprio, ed è garanzia di “inclusività”</strong> <strong>sociale che può diventare anche economica,</strong> specie nella gestione del post emergenza da COVID 19. Significativo sarebbe che riuscissero a stabilire e mantenere il contatto con le istituzioni, quali ambasciate e consolati cercando di favorire rapporti culturali, economici e commerciali con l’Italia, perché possano così condividere con il Paese “le proprie competenze professionali e culturali”.</p>
<p>Il rapporto presentato da Migrantes a novembre 2019 ha evidenziato come siano quasi 5,3 milioni gli italiani all’estero iscritti all’Aire, con un incremento della mobilità italiana pari a +70,2%, a fronte dei poco più dei 3,1 milioni di iscritti nel 2006. <strong>A emigrare sono soprattutto i giovani, circa il 52,2% nella fascia di età 20-39 anni, e gli emigrati italiani hanno, in prevalenza un titolo di studio medio-alto</strong> (il 52,6% possiede almeno il diploma).</p>
<p>Questa accresciuta mobilità comporta che le collettività degli italiani nel mondo siano estremamente importanti per accogliere e favorire l’integrazione dei nuovi italiani che vanno all’estero, perché possono creare reti di protezione, favorire l’accesso ai servizi sociali, in modo che i giovani si sentano aiutati e protetti. <strong>Ma è altrettanto importante che, una volta integrati, gli italiani possano condividere con l’Italia “le competenze maturate in termini professionali e culturali.</strong></p>
<p>Per questo il governo punta a favorire i collegamenti tra loro e le istituzioni, <strong>creando anche condizioni di incontro tra Italia e collettività</strong>. Per esempio, ogni volta che si organizzano eventi e manifestazioni (anche e soprattutto on line in piena pandemia, molto più partecipati), si offre la possibilità anche alle aziende e agli enti italiani di conoscere un Paese straniero e viceversa, insieme alle collettività che vi risiedono e che favoriscono questo percorso d’innovazione e potranno essere determinanti ad un piano di rinascita del Sud . Per i giovani sarà più problematico a causa del modo meno strutturato e più liquido di vivere l’associazionismo; quindi si dovrà ripensare <strong>un associazionismo diverso che forse dopo l’emergenza del COVID 19 potrà ripartire su basi più vicine a quel mondo virtuale, tecnologico e social tanto caro ai più giovani</strong>.</p>
<p>Gli italiani all’estero, tramite le loro reti formali e soprattutto informali, potranno <strong>rendersi protagonisti del futuro del nostro paese e diventare attivatori, nei loro territori di provenienza, di coinvolgimento giovanile e informazione a tutta la comunità</strong>. Sarà un lavoro di riscoperta dei valori esperenziali e di provenienza territoriale che costituirà il bagaglio strutturale di questa nuova Rete dei talenti sempre più qualificata, che bypassando la sola logica del denaro si baserà sulla “donazione” di capacità.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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<dd></dd>
<dd></dd>
<dd class="field-entry "><strong><span class="field-value">Barbara Becchi </span></strong></dd>
<dd class="field-entry "><span class="field-value">gia’ dirigente Politiche europee del Comune di Pescara</span></dd>
<dd></dd>
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		<title>Viaggio in Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 13:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Raffaele Cardamone Nomen omen dicevano i Romani antichi: nel nome c’è l’essenza della cosa. Un motto carico di saggezza che viene da lontano e può dirsi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Raffaele Cardamone</strong></p>
<p><em>Nomen omen</em> dicevano i Romani antichi: nel nome c’è l’essenza della cosa. Un motto carico di saggezza che viene da lontano e può dirsi pienamente rispettato nella denominazione che fu data, chissà quando e da chi, all’Aspromonte. Il massiccio montuoso che taglia in due la parte più meridionale dell’antica Calabria Ulteriore, separando le due coste: la ionica dalla tirrenica, ma anche, paradossalmente e allo stesso tempo, unendole, essendo un po’ muro e un po’ ponte. Un muro costituito dai monti a volte aspri, proprio come nel suo nome, e pressoché invalicabili; un ponte perché costellato da vallate, da sentieri invece percorribili e da letti spropositati e sassosi di fiumare oggi perlopiù rinsecchite, che dalle alture conducono al mare.</p>
<p>In mezzo a questa catena montuosa, in cui culture diverse e antichissime si sono succedute, installate e sedimentate nel tempo, prima fra tutte quella greca e grecanica, c’è un luogo particolare che colpisce, anch’esso per la sua doppiezza, per la sua duplice identità: quella solo apparente e quella reale; quella dei cliché, attribuiti più o meno forzosamente, di terra “cattiva” e quella che emerge, per fortuna prepotentemente, dalle pagine di una letteratura che meglio di ogni altra cosa la rappresenta, perché prodotta dalla penna e dall’anima dei sui figli migliori.</p>
<p>San Luca e i centri del suo circondario, in Aspromonte, sono cosa “altra” rispetto a ciò che viene, a volte per distrazione e altre volte per comodità, descritto da tanta cattiva stampa e informazione. E se si pensa a San Luca non può sfuggire il nesso immediato, più che con la ‘ndrangheta, con il suo scrittore Corrado Alvaro, che fu un raccontatore instancabile di questi luoghi ma anche uno scrittore internazionale, che ha saputo travalicare il “muro” aspromontano.</p>
<p>Però i pregiudizi su questo pezzo di territorio, come più in generale sulla Calabria, sono duri a morire e risalgono quanto meno ai tempi di Alessandro Dumas, che durante un suo <em>Grand Tour</em> nel Sud Italia, nell’autunno del 1835, arrivò anche in Calabria, ma la descrisse, nel suo personale diario <em>Viaggio in Calabria</em>, come un luogo contraddittorio e a volte poco desiderabile, mettendo in mostra tutte le sue prevenzioni; convinto com’era di incappare in cattivi incontri, e con la sua ossessione per le lenzuola pulite, così rare – sembra – da essere anelate per tutto il viaggio e assicurate solo dall’albergo cosentino “Al riposo di Alarico”, per questo mitizzato come «la terra promessa» dallo scrittore e dai suoi accompagnatori.</p>
<p>Ma anche in tempi più recenti, nel giugno 1995, perfino una troupe televisiva della mitica Bbc, la televisione britannica considerata per antonomasia garanzia di un’informazione autorevole e corretta, si è resa protagonista di una brutta gaffe mediatica, di una vera e propria manipolazione della realtà, quella che oggi sarebbe chiamata una <em>fake-news</em>, abbassandosi a un livello, a dirla con Karl Popper, di «cattiva maestra televisione» e dando vita a un “caso di scuola”, in negativo, nel mondo della comunicazione. La troupe, che stava girando in Calabria una <em>docufiction</em> sul traffico di droga, non esitò a gettare in pieno centro di Reggio Calabria delle siringhe, a suo dire raccolte nelle periferie, per documentare, piuttosto forzatamente, il degrado urbano della città. Quella ricostruzione di comodo della realtà, la ricerca spasmodica dello scoop a tutti i costi, pur in una città e in una terra non esenti da colpe, provocarono indignazione e legittime reazioni, che oggi, purtroppo, sembrano anestetizzate dall’abitudine iniettata da un uso sconsiderato dei social media.</p>
<p>È quindi opportuno riscoprire luoghi come San Luca per i loro valori positivi e non necessariamente per i loro disvalori: qui è nato, ha vissuto, almeno durante la sua infanzia, ed è ritornato con frequenza anche per visitare suo fratello don Massimo, sacerdote nella vicina Caraffa del Bianco e pure lui intellettuale finissimo, un grande della letteratura italiana come Corrado Alvaro. E in alcuni centri vicini, che possono essere considerati aspromontani anche se collocati sulle adiacenti coste mediterranee, sono nati scrittori come Leonida Répaci e Domenico Zappone, entrambi di Palmi, e Mario La Cava, di Bovalino Marina.</p>
<p>L’Aspromonte è quindi un luogo della letteratura, oltre che un’area naturalistica di straordinaria bellezza: è infatti uno dei tre Parchi nazionali della Calabria. La grande biodiversità nei regni animale e vegetale, i geositi che sembrano monumenti scolpiti direttamente dalla mano di un dio benevolo: su tutti la “Valle delle grandi pietre” e la “Pietra Cappa”, le città d’arte come Gerace, con la sua splendida cattedrale, il santuario di Polsi, dalla cattiva fama ma dalle tradizioni cristalline, come testimoniato da un’opera giovanile dello stesso Alvaro del 1912, <em>Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia</em>, ne fanno senz’altro uno dei territori più interessanti della penisola.</p>
<p>Dunque c’è qualcosa da vedere in Calabria, nonostante l’affermazione del solito Alessandro Dumas: «Niente si visita più velocemente d’una città calabrese; eccettuati gli eterni templi di Paestum che restano ostinatamente in piedi all’entrata di questa provincia, non c’è un solo monumento da vedere dalla punta di Palinuro al capo di Spartivento. Gli uomini hanno sempre provato, come del resto è avvenuto in tutti i luoghi, a radicarvi la pietra, ma Dio non l’ha mai sofferto».</p>
<p>Ma a dispetto di quanto scriveva Dumas, che collocava ancora Paestum nei confini calabresi e per la verità attribuiva la responsabilità della supposta carenza di monumenti ai terremoti distruttivi che questa terra ha sempre conosciuto nel corso della sua storia, Alvaro, nella raccolta <em>L’amata alla finestra</em>, scriveva a sua volta: «Qui vive quello stile immobile dei campi rimasto da millenni; e l’atteggiamento d’un albero presso il pozzo, e l’arco di una vite sono la più vera archeologia. Qui dove tracce del passaggio degli uomini sono distrutte, la storia dell’uomo, la sua razza e le sue passioni sono più vive che nei monumenti».</p>
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		<title>Tuteliamo la nostra reputazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 13:42:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recente assemblea inaugurale della Consulta regionale dei Calabresi nel mondo si è aperta con l’intervento del prof. Mauro Alvisi chiamato dal Presidente Roberto Occhiuto per<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La recente assemblea inaugurale della <em>Consulta regionale dei Calabresi nel mondo</em> si è aperta con l’intervento del prof. Mauro Alvisi chiamato dal Presidente Roberto Occhiuto per una riflessione dal titolo<em> La tutela reputazionale della Calabria.</em></strong><br />
<strong>L’oratore ha definito con molto rigore la situazione attuale cogliendone gli aspetti negativi ma soprattutto le tante potenzialità che la Calabria esprime.</strong><br />
<strong>Cominciamo intanto a spegnere quel “fuoco amico” alimentato dal gossip facile del discredito della terra di origine…</strong><br />
<strong>Il testo integrale del prof. Alvisi nella rubrica<span style="color: #0000ff;"><em> <a style="color: #0000ff;" href="https://www.calabriain.online/agenda/consulta-regionale-dei-calabresi-nel-mondo/">Notes</a> </em></span>del Sito.</strong></p>
<p><span style="font-size: 14pt;"><strong>Mauro Alvisi</strong></span></p>
<p><strong> </strong>«Per troppo tempo si è raccontata una narrazione distorsiva e lesiva di questa straordinaria e antichissima terra. Tanto da farne un cliché di luoghi comuni tendenti al vilipendio del popolo calabrese in Italia e nel mondo…<br />
La Calabria non è solo mare. L’identità del territorio conta molto e andrebbe studiata certamente meglio&#8230;</p>
<p>«Il focus si sposta, dunque, sulle sfaccettature che influiscono negativamente sulla reputazione della nostra regione: La Calabria è ultima in Italia per alcuni indicatori quali ad esempio, le infrastrutture. Sarebbe più semplice ovviare ai problemi collegando la viabilità interna, senza abbandonare il progetto cardinale del ponte sullo Stretto.</p>
<p>«Per non parlare, poi, del fuoco amico, cioè tutti i conterranei che purtroppo cadono nel gossip facile del discredito della terra d’origine, diffondendo leggende lesive sulla Calabria. I media, in particolare, internazionali, nazionali e perfino locali, drammatizzano spesso morbosamente e in modo eccessivo i problemi locali.</p>
<p>Una buona Reputazione, però, non la si ottiene con una operazione di facciata, di make up, non è da confondere con una comunicazione pubblicitaria o una campagna <em>media:</em> la reputazione è frutto di un comportamento pianificato, misurazione della differenza tra ciò che si afferma e ciò che effettivamente si fa. Inoltre è ormai indelebile e non si risolve con foto o video promozionali. La Calabria è terra ricca di eccellenze, ma la comunicazione le livella verso il basso. Per cambiare reputazione ci vuole diversa consapevolezza e, soprattutto, spirito di squadra…</p>
<p>«Le dinamiche economiche che seguono alla pandemia, pur in presenza di un sanguinoso conflitto europeo, sono molto interessanti e, a detta degli esperti, rafforzeranno ulteriormente il connubio tra turismo, gastronomia locale, beni culturali, università e scuole che scalano le classifiche nazionali e internazionali dell’eccellenza, la forza di una rarefatta ma incisiva produzione industriale e terziaria e il nuovo vigore effervescente delle tradizioni e dell’artigianato locale: secondo studi recenti, le grandi metropoli sarebbero state quelle destinate a crescere demograficamente nei prossimi trent’anni, ma dopo il Covid non è già più così. Torneremo fortemente a riscoprire la vita del borgo, con la ri-esplosione di arti e mestieri tipici.</p>
<p>È la vittoria dei tanti meravigliosi borghi calabresi che si affacciano sullo Ionio, sul Tirreno, si inerpicano tra la maestosa Sila, l’imponente massiccio del Pollino e il fascino devastante dell’Aspromonte, che si può esaltare da un buon collegamento in rete&#8230;</p>
<p>«Diventa fondamentale la digitalizzazione, forse la sfida principale a cui il territorio si trova di fronte, che consentirebbe riduzione dei costi e maggiore efficienza. La tutela reputazionale della Calabria coincide con la salvaguardia dell’identità dell’essere calabresi. Si innesta nella tutela più ampia della Magna Grecia, nella valorizzazione di un Meridione che deve sapersi fare baricentro della rinascita dell’intero Mediterraneo. E se riparte il Mediterraneo con le antiche autostrade dell’acqua, per le mete atlantiche, riparte il continente europeo e l’intero Occidente…</p>
<p>«La Calabria deve aprirsi alla narrazione dei calabresi nel mondo, le loro esperienze sono di gran lunga contaminanti e, dunque, trasmissibili: questa terra non ha ancora portato a termine il lancio della freccia, avrà un grande futuro proprio perché ha vissuto un altrettanto grande passato&#8230;</p>
<p>«La mission della Consulta che si insedia oggi è larga come la foglia e stretta come la via (come recitava il refrain di fine fiaba), dunque la tutela è un gioco di difesa e presidio ma anche di ripartenze (per usare il gergo calcistico), diventa fondamentale certificare di godere di una buona reputazione e poi rilanciare le eccellenze calabresi agli occhi del mondo intero: la reputazione si può definire come il ponte tra emergenza di un territorio e le sue eccellenze. L’obiettivo è far sì che l’emergenza curata e trasformata diventi eccellenza e che quest’ultima non si riduca mai a emergenza. In Calabria ci sono tutti i presupposti.</p>
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		<title>L’occhio del Cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2020 11:07:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Madonna del Carmine]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Credenti o meno, fu quella volta un prodigio della Madonna del Carmine che salvò Palmi da un terribile terremoto. Era il 16 novembre 1894  Antonio Minasi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Credenti o meno, fu quella volta un prodigio della Madonna </strong><strong>del Carmine che salvò Palmi da un terribile terremoto.<br />
</strong><strong>Era il 16 novembre 1894</strong></span></p>
<p><strong> </strong><strong>Antonio Minasi</strong></p>
<p>“Oh, Madonna del Carmine!”</p>
<p>Questa invocazione quante volte l’ho sentita! Implorazione e forse pure, qualche volta, imprecazione, ma sempre segno che all’orizzonte di chi la pronunciava c’era comunque quell’immagine, cara a generazioni e generazioni di palmesi.</p>
<p>Mio padre che pure non amava preti e acquasantiere e mia madre, cristiana di dentro e di fuori, tutte e due non mangiavano carne al mercoledì per devozione alla Madonna del Carmine.</p>
<p>Una riconoscenza antica. La certezza che la Madonna del Carmine avrebbe ancora vegliato sollecita sulla città, sulle famiglie, su ciascuno di noi. Non a caso io e mia sorella abbiamo portato a tracolla, sotto i vestiti, l’abitino di stoffa con la sacra immagine, dismesso alle soglie dell’età adulta in cambio di una preziosa medaglia d’oro con l’effigie del Carmelo.</p>
<p>Alla chiesa, anzi al Santuario del Carmine (ma questo riconoscimento ecclesiastico pur se si è concretizzato soltanto nel 1994, anno centenario del miracolo, è come se fosse da sempre, perché l’elevazione a santuario e poi magari a basilica come la Madonna dei Poveri nella vicinissima Seminara, significava la definitiva certificazione di un evento prodigioso di cui i nostri nonni e i nostri genitori non hanno mai dubitato e neppure noi giunti così tanto tempo dopo)… alla Chiesa del Carmine, dicevo, ci si recava, anche se soltanto per la Messa festiva, come in pellegrinaggio, perché lì si trovava un segno tangibile del soprannaturale.</p>
<p>Ancora oggi entro in questa chiesa raccolta, essenziale nella sua bellezza, e corro dritto ad incrociare lo sguardo della Madonna, a scrutare i suoi occhi per confermarmi, una volta di più, che sì, è proprio vero, uno è più aperto dell’altro, traccia inconfutabile del prodigio di quel novembre del 1894: la Madonna del Carmine, in quei giorni, ha chiuso e aperto gli occhi, più volte.</p>
<p>Tutto era cominciato l’ultimo giorno di ottobre, un mercoledì, subito dopo la celebrazione della Messa mattutina. Il canonico Francesco Giuseppe Antonio Barone, in un interessantissimo libretto dato alle stampe appena due anni dopo quegli eventi, così raccontò:</p>
<p>“Una donna del popolo, e dopo di lei ben altre anime pie, nel fervore di sua santa e infocata preghiera, volgendosi tutt’amorosa verso la statua di legno della vergine, esposta alla pubblica e quotidiana venerazione in una nicchia che sormonta l’altare, vibrando i suoi pietosi occhi in quelli della venerata Signora, ebbe ad ammirare un inaspettato miracolo. Ella, tutta convulsa, come accade ad ognuno in simili fenomeni straordinari, vide gli occhi di costei tutti moventi di continuo, e con volto ora splendido non all’usato, ora tinto di mestizia e di pallore, siccome colei che sta per piangere su qualche sventura. A tal visione la pia donna, tutta pallida e smunta, oscilla fra il dubbio e la verità del fatto, fra l’illusione e la realtà; ma quando con lei altre lo affermano ansanti e commosse, cessa tosto l’idea d’illusione ottica ed ha luogo la realtà del nuovo prodigio.”</p>
<p>La notizia del “novello fenomeno” si diffonde rapidissimamente. Fede, curiosità, timore di annuncio di sventura, sono questi i sentimenti che pervadono l’animo di tutti. Ed ora che anche i muri della chiesa cominciano inspiegabilmente a trasudare apparve a tutti chiaro d’essere in presenza di un “segno” misterioso, forse un avvertimento della Madonna, comunque da accogliere con penitenze e preghiere.</p>
<p>E mentre i giorni passavano ed i fedeli si accalcavano in chiesa &#8211; mi pare di sentire il mormorio serrato e sempre più intenso delle orazioni e delle invocazioni &#8211; ci si chiedeva cosa fare, finché all’alba del 16 novembre una leggera scossa di terremoto non svegliò la città. Intorno a mezzogiorno una replica.</p>
<p>Nel tardo pomeriggio il cielo si offusca; dal lato di Messina sembra avanzare minacciosa la tempesta. Una folla immensa si stringe, ora, intorno alla Madonna. Il moto dei suoi occhi diviene continuo, veloce ed il suo volto esprime una mestizia senza pari.</p>
<p>“Accresciute le strette al cuore – narra il canonico Barone, testimone in prima persona di quegli eventi – raddoppiate le lagrime, moltiplicati i sospiri, altisonanti le grida, più entusiastiche le preghiere, una babele di voci supplicanti che si ripercuotono in tutte le parti del sacrato tempio e fuori, ed una la parola comune e fragorosa al pari di oceano in gran tempesta: &#8211; Fuori Maria, in processione Maria.</p>
<p>“Ed ecco in un baleno da gente tremante, convulsa, furibonda, portata appena fatto notte sulle spalle, come su le veloci ali, la santa Immagine per le pubbliche vie, e donne e uomini, e giovani e vecchi, e nobili e plebei, e credenti e miscredenti, e borghesi e militari, quasi tutta la cittadinanza tener dietro alla miracolosa Vergine fra mille canti di pentimento e di dolore. Di tal che il corso maggiore della città, più che altrove messo in piena luminaria, è un’eco assordante e commovente delle voci &#8211; Perdono Maria, perdono Maria!”.</p>
<p>Quando il corteo giunse alla Torre dell’Orologio &#8211; oggi cancellata per far posto al monumento funebre di Francesco Cilea &#8211; proprio nel punto da sempre deputato, fino a qualche anno addietro, per la conclusione dei cortei funebri quando i vivi davano l’estremo saluto al defunto e prima che il carro si avviasse verso il cimitero e un amico di famiglia congedasse parenti ed amici con il rituale ”la famiglia ringrazia” &#8211; proprio lì e proprio in quel momento la statua della Madonna, svettante su una folla immensa, chiuse ed aprì gli occhi più volte mentre un terribile boato scuoteva la città strappandola dalle radici.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10309" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod.jpg" alt="" width="2040" height="1349" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod.jpg 2040w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-1024x677.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-768x508.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-1536x1016.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-221x146.jpg 221w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-960x635.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/11/Terremoto-1894mod-1021x675.jpg 1021w" sizes="(max-width: 2040px) 100vw, 2040px" /></p>
<p>Immaginarsi l’urlo di paura e di orrore che si alzò dalla folla mentre le case si sgretolavano e una tempesta di polvere s’alzava verso il cielo.</p>
<p>Ma dovette durare poco lo sgomento iniziale. Non appena ci si rese conto di essere rimasti incolumi mentre tutto intorno rovinava dovette alzarsi possente, fra le lacrime, un grido trasmesso di bocca in bocca da chi era più prossimo alla Madonna fino alle ultime propaggini di folla: “Miracolo! Miracolo!”</p>
<p>Mio padre che soltanto due giorni prima aveva festeggiato un mese di vita, pur essendo rimasto a casa, si salvò. La sua abitazione fu tra le poche in grado di opporsi alla furia devastante del terremoto. Ma non fu certo merito, la sua salvezza, di chi quella casa aveva progettato e costruito, ché mio padre fino al termine dei suoi giorni portò gratitudine alla Madonna del Carmine.</p>
<p>Chissà che età aveva quando dai suoi genitori ascoltò, per la prima volta, forse con stupore, il racconto di quell’evento meraviglioso. Certo ne restò segnato profondamente se a noi figli ha trasmesso intatto il sentimento che l&#8217;occhio del Cielo vigila su noi tutti.</p>
<p>Da allora un’edicola sulla facciata di casa Mezzatesta, all’inizio di Corso Garibaldi, ricorda il punto esatto dove si verificò il prodigio della Madonna che chiuse ed aprì più volte gli occhi mentre un terremoto terribile annientava la città ma era salva la folla dei fedeli in processione.</p>
<p>Era il 16 novembre 1894. E qui è il punto d’approdo della processione, il 16 novembre di ogni anno.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da Sydney segni e parole della Calabria nel Mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 09:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Palmesi Nel Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[calabresi nel mondo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217; Associazione Palmesi nel Mondo</strong></p>
<p>Antonio (per tutti Tony) Bagalà ha potuto finalmente coronare un sogno coltivato da non poco tempo.</p>
<p>Lui che da Palmi è partito emigrante in Australia tanti anni fa, è tornato quest’anno al paese natìo con un carico di un certo peso !?. Sì, perchè ha fatto dono alla città di un Monumento da lui stesso disegnato e realizzato in Australia, trasportato via mare fino al porto di Gioia Tauro e collocato in un punto strategico all’ingresso della città di Palmi.<br />
Cosa rappresenta? Una giovane famigliola, genitori e due bambini in partenza per lidi sconosciuti. Insomma un monumento dedicato a tutti gli emigrati palmesi, i cui nomi sono scritti sul grande basamento del monumento stesso.<br />
«Questo monumento, realizzato – afferma Tony con malcelato orgoglio – a spese dell’Associazione dei Palmesi di Sydney, è un punto di riferimento per tutti gli emigrati palmesi; un simbolo di conoscenza e accoglienza. Seppur lontani dalla nostra città ci sentiamo uniti con tutti quelli che sono andati via per dare un futuro alle loro famiglie .<br />
«Il Monumento rappresenta i sacrifici dei nostri emigrati che partendo con una valigia, lasciando la loro terra per un un mondo nuovo e sconosciuto, hanno coraggiosamente affrontato nuove frontiere senza sapere parlare o comunicare e senza conoscere le leggi della nuova terra.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9361 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1.jpg" alt="" width="454" height="735" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1.jpg 454w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1-90x146.jpg 90w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1-31x50.jpg 31w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1-46x75.jpg 46w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Palmesi-emigrati-1-417x675.jpg 417w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /><br />
«Tutto ciò, miei cari amici palmesi – ha detto Bagalà &#8211; rappresenta l’abilità e il sacrificio dell’emigrato deciso ad affrontare nuove avventure per proteggere la sua cara famiglia, iniziare una nuova vita e assicurare un futuro ai propri figli.<br />
«Questo Monumento appartiene a ciascuno di noi e alle nostre future generazioni; è come un faro che unisce tutti i suoi figli sparsi nel mondo e li invita a riunirsi».</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dieta mediterranea una storia straordinaria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2020 11:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Ancel Keys]]></category>
		<category><![CDATA[Dieta Mediterranea]]></category>
		<category><![CDATA[Nicotera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Dieta Mediterranea, sintesi millenaria dei regimi alimentari delle società affacciate su questo mare carico di storia, è stata scoperta e studiata, scientificamente, a Nicotera, da<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Dieta Mediterranea, sintesi millenaria dei regimi alimentari delle società affacciate su questo mare carico di storia, è stata scoperta e studiata, scientificamente, a Nicotera, da un americano, professore dell’Università del Minnesota: Ancel Keys.<br />
</strong><strong>Una eccezionale avventura che ha cambiato la strategia di contrasto alle malattie cardiache e croniche degenerative</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Felice Spingola</strong></p>
<p>“<em>Uno studio adeguato sul genere umano</em>&#8221; deve svolgersi<em> &#8220;fra gli esseri umani</em>&#8221; amava ripetere Ancel Kyes e questo fece recandosi a Nicotera per l’avvio del noto studio denominato <em>Seven Countries Study</em>.</p>
<p>Ancel Keys, uno degli scienziati più importanti della nostra epoca anche per il metodo di lavoro, arrivò in Italia, a Roma, per la prima volta nel 1951 in occasione della prima conferenza della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, e non precedentemente a seguito dell’esercito americano che risaliva la penisola, come spesso si legge in fantasiose ricostruzioni. Durante la Conferenza fece conoscenza con Gino Bergomi, docente all’Università di Napoli, dal quale apprese che le malattie cardiache erano quasi inesistenti e non costituivano un problema sanitario.</p>
<p>Nel 1952 Keys e Bergomi svolsero un’indagine sui consumi alimentari, lo stile di vita e lo stato di salute dei vigili del fuoco del Minnesota e di Napoli in relazione al rischio di cardiopatie.</p>
<p>I risultati dell’indagine stabilirono che il “<em>il regime alimentare a Napoli era povero di grassi e che soltanto le persone ricche subivano attacchi cardiaci… la cui alimentazione era diversa rispetto a quella del resto della popolazione: mangiavano carne ogni giorno anziché ogni una o due settimane”.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9354 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2.jpg" alt="" width="582" height="425" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2.jpg 494w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2-204x150.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2-200x146.jpg 200w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-2-103x75.jpg 103w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" /></p>
<p>Ancel Keys a questo punto decide di svolgere una ricerca più ampia per verificare le intuizioni confermate dalle ricerche effettuate e coinvolge Paul Dudley White, cardiologo del Presidente degli Stati Uniti d’America Eisenhower.</p>
<p>Nel settembre del 1955 Eisenhower, a Denver in Colorado, è colpito da un attacco cardiaco e per lui le speranze di essere rieletto l’anno successivo a presidente degli Stati Uniti sono sfumate, salvo un miracolo.</p>
<p>Paul D.White, cardiologo e medico personale del Presidente, lo convince a chiedere un consulto a Keys il quale investito del problema indaga sulle abitudini alimentari e lo stile di vita del Presidente accertando che questi mangiava <em>junk food </em>fatto di carni, molti grassi, poca frutta e verdura e una vita sedentaria. Keys propose al Presidente di cambiare stile di vita e modo di nutrirsi. Gli prescrisse una dieta secondo i canoni, non ancora ben esplicitati, ma verificati a Napoli e che saranno codificati successivamente nel <em>Modello di Dieta Mediterranea Italiana di Riferimento.</em> Risultato: sette settimane dopo Eisenhower ritornò alla Casa Bianca più in forma di prima e nel successivo mese di novembre -1956 &#8211; fu rieletto Presidente!</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9353 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-1-.png" alt="" width="629" height="396" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-1-.png 532w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-1--232x146.png 232w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-1--50x31.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-1--119x75.png 119w" sizes="(max-width: 629px) 100vw, 629px" />Questi antefatti, unitamente ad altre ricerche, portarono Ancel Keys e Paul D.White a progettare lo studio noto come <em>Seven Countries Study</em> e a reclutare uno straordinario gruppo di scienziati provenienti da diversi contesti del mondo. Infatti l’equipe sul campo coordinata da Ancel Keys includeva sua moglie Margaret, Paul D.White, Flaminio Fidanza, Vittorio Puddu di Roma, il giapponese Noboru Kimura, John Brock di Capetown, Martti Karvonen di Helsinki, Christ Aravanis di Atene, Ratko Bruzina da Zagabria, Mario Mancini e Alessandro Menotti.</p>
<p>Per lo studio pilota da estendere alle altre coorti fu scelta la cittadina di Nicotera in Calabria e di questo si conoscono i risultati presentati a Gioia Tauro nel 1958 e ampiamente diffusi dalla letteratura scientifica sull’argomento. Meno noti sono invece le enormi difficoltà nelle quali operò quello straordinario gruppo di scienziati.</p>
<p>Partirono da Napoli con due macchine e dopo quattro giorni raggiunsero Nicotera e ogni giorno viaggiavano su una strada dissestata, lungo la quale spesso erano costretti a fermarsi per togliere i sassi e passare, per raggiungere Gioiosa Marina dove alloggiavano all’Hotel Jolly.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9352 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-4.png" alt="" width="612" height="400" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-4.png 494w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-4-223x146.png 223w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-4-50x33.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/Schermata-4-115x75.png 115w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>A Nicotera, Ancel Keys e la sua equipe, stabilirono il loro quartier generale in un locale di Via Castello e da dove quotidianamente partivano per le rilevazioni presso le famiglie.</p>
<p>Il cardiografo era portato in un cesto da una signora del luogo e lungo le vie si formava un corteo di curiosi e di bambini festanti: i<em> mericani</em> suscitavano notevole curiosità! Le foto e il documentario girato a Nicotera e Creta nel 1957, e recuperato nel 2015, più di ogni altra descrizione restituiscono la straordinaria avventura scientifica e umana di quel gruppo di scienziati.</p>
<p>Gli studi di Ancel Keys e della sua equipe furono sottoposti a revisione negli ottanta/novanta, sempre a Nicotera, da Flaminio Fidanza, da Antonino De Lorenzo e da Alberta Adalberti Fidanza e consentì la definizione dell’indice <em>MAI</em> – <em>Mediterranean Adequacy Index </em>– che è alla base del processo NACCP acquisito il 22 dicembre 2016 nell’accordo Stato-Regioni il quale prevede all’allegato III esplicitamente di “<em>prevedere l’adozione di strumenti informatici di automonitoraggio per l’aderenza alla dieta mediterranea </em>(calcolo dell’indice di adeguatezza alla dieta mediterranea)”.</p>
<p>Girando per Nicotera non c’è persona anziana o giovane che non abbia un episodio da raccontare sulla presenza dei <em>mericani</em> o perché lo hanno vissuto o perché lo hanno sentito raccontare dai genitori o dai nonni. È un patrimonio di storia orale che rischia di scomparire così come è avvenuto per gran parte dei documenti internazionali del <em>Seven Countries Study</em>, ma si spera il testo di legge approvato dalla Regione Calabria, diretto alla valorizzazione del <em>Modello di Dieta Mediterranea di Riferimento &#8211; Città di Nicotera,</em> possa promuovere una rinnovata attenzione verso la tutela e valorizzazione di un patrimonio di interesse mondiale e che come tale l’UNESCO, nel 2011, ha iscritto la Dieta mediterranea nella <em>Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell&#8217;Umanità</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dal mito alla storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 15:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le prime tracce della presenza dell’uomo in Calabria risalgono al Paleolitico come testimoniano i ritrovamenti nelle grotte di Praia a Mare e il graffito del <em>Bos primigenius</em> della Grotta del Romito a Papasidero, una figura di bovide incisa nella roccia 12.000 anni fa.</p>
<p>Durante l’<em>era dei metalli</em> giunsero nuove popolazioni, uno degli insediamenti più importanti risalente a quel periodo è il complesso di Torre Galli nei pressi di Vibo Valentia. Nei pressi di Roccella Ionica, sul finire degli anni sessanta, furono condotti degli scavi che riportarono alla luce una necropoli risalente all’età del ferro, così come, negli anni cinquanta, in contrada Ronzo a Calanna (<em>Kalanè</em> in greco-calabro), a poca distanza dall’abitato si scoprì la necropoli di un villaggio protostorico databile ai secoli XI &#8211; X a.C.. Importanti reperti ritrovati sono conservati a Reggio Calabria nel Museo nazionale della Magna Grecia.</p>
<p><strong> </strong><strong>Cosa ci racconta il mito</strong><strong><br />
</strong>Secondo il mito, Aschenez, pronipote di Noè, mercante semita e inventore della barca a remi, giunse tre generazioni dopo il diluvio universale sulle sponde dove fu fondata Reggio.</p>
<p>Più tardi, secondo il mito greco, circa 850 anni prima della guerra di Troia, vi sarebbero giunti <em>Enotrio</em> e <em>Peucezio</em> (riportato anche come <em>Paucezio</em>), di stirpe enotria e pelasgica, originari della Siria che, trovando il suolo molto fertile, chiamarono la regione “Ausonia” in ricordo dell’Ausonide, fertile zona della Siria. Secondo la leggenda Enotrio avrebbe regnato per 71 anni e alla sua morte gli sarebbe succeduto il figlio <em>Italo</em> (<em>“uomo forte e savio”</em> secondo quanto narra Dionigi di Alicarnasso) che regnò su una popolazione “Italòi” che occupavano la penisola nella zona situata a sud dell’Istmo di Catanzaro &#8211;  oggi province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria &#8211;  dalla quale l’Ausonia avrebbe preso il nuovo nome di “Italia”, come riportano Tucidide (<em>quella regione fu chiamata Italia da Italo, re arcade”</em>) e Virgilio (<em>Eneide, III</em>). Sappiamo comunque da Dionigi di Alicarnasso e Diodoro Siculo che gli “Ausoni” erano stanziati nella zona di Reggio già intorno al XVI secolo a.C..<br />
Tali popolazioni dunque (Ausoni-Enotri-Itali, di probabile origine indoeuropea), avrebbero abitato prevalentemente le zone costiere. I Lucani (Italici indoeuropei, appartenenti al gruppo osco-umbro), abitavano nella regione che da essi prese il nome di “Lucania”, a nord della Calabria. L’entroterra della Calabria (chiamato in seguito dai Romani “Bruttium”), fu abitato principalmente dai Bruzi (di temperamento bellicoso, chiamati Brutti o Bretti, strettamente imparentati coi Lucani) oltre che da genti di origine iberica.</p>
<p>Il centro nevralgico di questo popolo era Consentia, l’attuale Cosenza, la quale fu eletta dalle tribù dei Bruzi, dopo essersi coalizzate in una lega, “capitale” della regione. Fu occupata dai Romani assieme al resto della Magna Grecia nel 265 a.C., ma durante la seconda guerra punica si ribellò a Roma per allearsi con Annibale, per poi ritornare sotto il saldo controllo della repubblica romana dopo la sconfitta del condottiero cartaginese.<br />
Di fondamentale importanza è l’arrivo sulle coste calabresi dei Greci che si mescolarono con gli altri popoli autoctoni, dando vita ad una cultura meticcia, greco-italica, estremamente florida nei secoli successivi. I Greci fondarono fiorenti colonie, così magnificenti da guadagnarsi l’appellativo di <em>Magna Graecia</em> (Grande Grecia), così importanti da superare, in alcuni casi, la stessa madrepatria.<br />
Tra l’VIII e il IV secolo a.C. infatti fiorivano su tutta la costa numerose e importanti città della Magna Graecia, come Rhegion, Kroton, Locri Epizephyrii, Metauros e Sybaris, e numerose sub-colonie fondate dalle colonie stesse quali Kaulon, Hipponion, Medma, Terina e Scolacium.<br />
La storia delle <em>poleis</em> magnogreche vide primeggiare politicamente ed economicamente le città di Reggio, come padrona dello Stretto di Messina e della Calabria meridionale, di Locri Epizefiri nella parte sud della regione, e di Crotone in quella settentrionale, in una storia fatta di alterne alleanze e conflitti tra le tre potenze della regione.</p>
<p>Successivamente, con la pressione delle popolazioni italiche dei Bruzi e dei Lucani (che conquistarono anche la gran parte <em>poleis</em> greche), e con l’avvento di Roma, la Magna Graecia iniziò il suo declino, dovuto anche ad una continua lotta per il predominio tra le <em>poleis</em>.<br />
Dopo la conquista da parte dei Romani, nel III secolo a.C., i territori assunsero la denominazione di <em>“Brutium”</em> ma, a parte alcune città alleate, dunque non sottomesse all’autorità di Roma, gran parte della regione non fu in grado di ritrovare la prosperità di un tempo. Le <em>poleis</em> magnogreche erano quindi destinate a perdere il proprio potere in favore di un’alleanza (come nel caso di Reggio) o di una colonizzazione romana (nel caso di Crotone, di Locri Epizefiri, e delle altre città minori).</p>
<p>Crotone, particolarmente importante nel I secolo a.C. e nel successivo, ospitò anche l’esercito e la flotta di Cesare e poi di Ottaviano. Unica roccaforte della lingua e cultura greca rimaneva Reggio, che attraverso la Via Popilia si collegava con Roma.</p>
<p><strong> </strong><strong>Medioevo – Il ducato bizantino</strong><strong> </strong><br />
Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, la Calabria fu devastata dalle guerre gotiche, tra goti e bizantini che ebbero la meglio. Successivamente a causa dell’invasione longobarda i Bizantini persero gran parte dell’Italia compresa anche parte della Calabria settentrionale. I territori rimasti del Bruzio furono aggregati con le terre possedute nel Salento, formando il ducato di Calabria compreso nel <em>thema</em> di Sicilia.</p>
<p>Successivamente il dominio bizantino in Italia Meridionale fu diviso in: <em>thema di Langobardia</em>, con capitale Bari, e, una volta caduta la Sicilia in mano agli arabi, in <em>thema di Calabria</em>, con capitale Reggio. Quest’ultimo territorio aveva dunque ereditato il nome <em>Calabria</em>, precedentemente usato per designare la penisola salentina; con l’estendersi delle conquiste bizantine fu organizzato anche il <em>thema</em> di Lucania che comprendeva parte dell’odierna Calabria settentrionale.<br />
Durante l’alto medioevo gli abitanti furono spinti verso l’interno della regione sia dalle pestilenze che dalle incursioni piratesche, una vera minaccia per gli insediamenti costieri, ininterrotta sino alla fine del XVIII secolo. Numerose furono le fortificazioni collinari e montuose nell’entroterra: villaggi arroccati in posizione sufficientemente arretrata e inaccessibile da poter avvistare in tempo le navi nemiche e sbarrare prontamente le vie d’accesso ai centri abitati.<br />
Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti <em>monasteri bizantini</em>, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (san Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara…).</p>
<p>Alla lunga contesa arabo-bizantina mette fine però la famiglia normanna degli Altavilla. L’anno 1061 sancisce infatti che la Calabria è dei Normanni, suddivisa tra Roberto il Guiscardo, <em>Duca di Calabria</em>, e Ruggero, <em>Conte di Calabria</em>. Il dominio fu esteso alle Puglie e da questo momento ha termine ogni pertinenza bizantina.</p>
<ul>
<li>Roberto conferma Reggio capitale del <em>Ducato di Puglia e di Calabria</em>e sede del <em>giustizierato di Calabria</em>, nominandosi egli stesso Duca;</li>
<li>in questo periodo Cosenza diviene capitale e sede del giustizierato Val di Crati e Terra Giordana e residenza di Ruggero II, Duca di Calabria che iniziò la costruzione del Castello sui ruderi di una fortezza saracena;</li>
<li>Ruggero è invece <em>Conte di Calabria</em>, vassallo del fratello Roberto, con sede a Mileto.</li>
</ul>
<p>Roberto il Guiscardo fu investito Duca di Puglia, Calabria e Sicilia il 23 agosto 1059 da papa Niccolò II con la formula: <em>per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia</em>.</p>
<p>È di questo periodo la diffusione del sistema feudale. Nel 1443 Alfonso il Magnanimo d’Aragona conquistando i territori degli Angioini assegnò il territorio di Reggio a Catanzaro, poiché Reggio aveva appoggiato il suo avversario Renato d’Angiò. Ma una ventina di anni dopo nel 1465 Ferdinando I di Aragona (Ferrante) riassegnò il titolo di capoluogo a Reggio. (<em>Una competizione, come si vede, di antiche radici,</em> <em>N.d.R.)</em>. Il periodo aragonese consacrò Cosenza la più importante città del reame nel campo del diritto (1494 -1557). Dopo Napoli diventa la seconda città ad avere una cartografia e nel 1511 nasce l’Accademia Cosentina fondata da Aulo Giano Parrasio e portata al suo massimo splendore da Bernardino Telesio, il più grande dei cosentini illustri, definito da Francesco Bacone “il primo degli uomini nuovi”.<br />
Nel XVI secolo in Calabria fu confermata la divisione nelle due province di <em>Calabria Citeriore</em> (o Citra) e <em>Calabria Ulteriore</em> (o <em>Ultra</em>) governate inizialmente da un solo magistrato, poi dal 1582 le due province furono amministrate da due distinti governatori:</p>
<ul>
<li>uno a Cosenza per la Calabria Citeriore: il capoluogo nel XVI secolo attraversò un impressionante fioritura umanistica e segnò una rinascita intellettuale, tanto che venne definito “Atene della Calabria”;</li>
<li>uno a Reggio dal 1582 al 1592, poi a Catanzaro per oltre 220 anni dal 1593 al 1816 per la Calabria Ulteriore. Per un breve periodo fu capoluogo della provincia anche Monteleone (l’odierna Vibo Valentia).</li>
</ul>
<p><strong>Dall</strong><strong>’</strong><strong>era</strong><strong> moderna ai nostri giorni</strong><strong><br />
</strong>Nel 1098, Papa Urbano II investì Ruggero del ruolo di <em>nunzio apostolico</em> e gli Altavilla con la loro dinastia divennero precursori del Regno di Napoli o Regno delle due Sicilie che dominò la Calabria fino all’unità d’Italia. Lo stesso Regno di Napoli subì diverse dominazioni: le dinastie degli Asburgo, di Spagna e d’Austria, Borbone, e per un breve periodo il generale cognato di Napoleone, Gioacchino Murat, che fu giustiziato nella cittadina di Pizzo.<br />
L’Aspromonte, regione montana nel sud della Calabria, in provincia di Reggio, fu scenario di una famosa battaglia del Risorgimento, in cui Giuseppe Garibaldi rimase ferito. È tuttora possibile ammirare l’albero cavo in cui secondo la tradizione Garibaldi si sedette per essere curato, nei pressi di Gambarie, vicino a Reggio. In questo periodo anche a Cosenza si manifestarono movimenti liberali e patriottici, il più noto è quello del 15 marzo 1844 che si concluse con uno scontro a fuoco nel Largo dell’Intendenza tra i soldati borbonici e 21 patrioti poi condannati a morte, e dei quali ne furono giustiziati soltanto sei. Da questa rivolta presero spunto i Fratelli Bandiera, veneziani, che giunsero in soccorso ai fratelli calabresi ma vennero fucilati presso il Vallone di Rovito assieme ad altri sette ufficiali il 25 luglio 1844.<br />
In seguito i cosentini parteciparono a molte vicende del Risorgimento, dalle guerre d’indipendenza fino all’impresa dei Mille. Garibaldi fu a Cosenza il 31 agosto del 1860; due mesi dopo, un plebiscito sanzionò l’annessione al Regno d’Italia. Con il Regno d’Italia costituito nel 1861, la Calabria fu divisa amministrativamente nelle province di Catanzaro, Cosenza e Reggio, rimarcando esattamente le preesistenti province del Regno delle Due Sicilie. Nel 1947 la Calabria è una delle 19 regioni (divenute 20 nel 1963 a seguito dell’autonomia del Molise dall’Abruzzo) previste dalla Costituzione Italiana. (art. 131). Nel 1970 fu definitivamente istituita la <strong>Regione Calabria</strong> con Catanzaro capoluogo.</p>
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		<title>Due o tre cose per conoscerci meglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 12:17:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Aschenez]]></category>
		<category><![CDATA[Bruzi]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Guida]]></category>
		<category><![CDATA[Magna Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>PUNTA (E TACCO) LO STIVALE È COSÌ La Calabria,  punta dello stivale, è bagnata a ovest dal mar Tirreno, a est dal mar Ionio, e a sud-ovest<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 20pt;"><strong>PUNTA (E TACCO) LO STIVALE È COSÌ</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">La<strong> Calabria,</strong>  punta dello <em>stivale</em>, è bagnata a ovest dal mar Tirreno, a est dal mar Ionio, e a sud-ovest è separata dalla Sicilia dallo Stretto di Messina, la cui distanza minima tra Capo Peloro in Sicilia e Punta Pezzo in Calabria è di soli 3,2 km, segno del legame geologico presente in profondità tra il massiccio dell’Aspromonte e la catena dei Peloritani.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Superficie della Calabria per zone altimetriche</strong></p>
<p style="text-align: left;">La Calabria ha una superficie prevalentemente collinare, che si estende per il 49,2% del suo territorio. Presenta ampie zone montuose che coprono il 41,8% del suo territorio:</p>
<ul style="text-align: left;">
<li>a nord il versante meridionale del <strong>Massiccio del Pollino</strong> al confine con la Basilicata, con le vette più elevate della Calabria, il Monte Serra Dolcedorme 2.267 m e il Monte Pollino 2.248 metri;</li>
<li>nel nord-ovest, a sud della piana di Campotenese, si elevano i cosiddetti <strong>Monti di Orsomarso</strong> dove la cima più alta raggiunge i 1.987 m con il Cozzo del Pellegrino, e a sud del Passo dello Scalone c’è la <strong>Catena Costiera</strong>, che si allunga tra la costa tirrenica e i profondi valli dei fiumi Crati e Savuto, che la separano dall’altopiano della Sila;</li>
<li>nel centro-nord la <strong>Sila</strong>, un vasto altopiano con foreste di aghifoglie e latifoglie che si estende a sud fino all’istmo di Catanzaro; la vetta più alta è il Monte Botte Donato (1928 m);</li>
<li>tra l’istmo di Catanzaro e il valico della Limina sorgono le <strong>Serre </strong>calabresi, tra cui spiccano quelle vibonesi che si spingono con un doppio allineamento montuoso fino a congiungersi direttamente con l’Aspromonte; la vetta più elevata delle Serre (1956 m), il Monte Pecoraro, raggiunge 1423 metri;</li>
<li>fra le pianure di Piana di Sant’Eufemia e di Piana di Gioia Tauro si erge il gruppo del <strong>Monte</strong> <strong>Poro</strong> 710 m. nella zona sud della provincia di Vibo Valentia;</li>
<li>a sud infine si erge l’acrocoro dell’<strong>Aspromonte</strong> la cui vetta più elevata, il Montalto o Monte Cocuzzo che raggiunge i 1956 metri;</li>
<li>la pianura più grande della Calabria è la <strong>Piana di Sibari</strong>. Le pianure coprono il 9% del territorio e sono tutte di modesta estensione. Le montagne occupano circa il 41%.</li>
</ul>
<p style="text-align: left;"><strong>Fiumi e laghi</strong></p>
<p style="text-align: left;">I fiumi della Calabria non presentano generalmente uno sviluppo significativo a ragione della forma, stretta e allungata del territorio regionale e a causa della disposizione dei rilievi montuosi, sono a carattere torrentizio. Fanno eccezione il Crati e il Neto, i fiumi più lunghi, i quali sfociano entrambi nel mar Ionio. Tributano anch’essi allo Ionio, ma con un corso di gran lunga più breve, il Trionto, il Tacina e il Corace; questi ultimi fiumi, come peraltro il Neto, nascono dalla Sila. Dall’altopiano della Sila hanno origine anche l’Amato e il Savuto, che insieme al Lao che scende dal Massiccio del Pollino, sono i maggiori fiumi del versante tirrenico. Gli altri corsi d’acqua sono ancora più brevi e hanno le caratteristiche tipiche delle fiumare in quanto hanno regime torrentizio, scorrono incassati in stretti versanti a monte per poi riversarsi nelle pianure alluvionali in ampi alvei ciottolosi, asciutti per gran parte dell’anno, ma che possono riempirsi repentinamente in occasione di temporali o piogge violente.</p>
<p style="text-align: left;">Esistono numerosi laghi artificiali, soprattutto sull’altopiano della Sila. I principali sono l’Ampollino, l’Arvo, il Cecita, l’Angitola e il Passante.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Geologia</strong><strong><br />
</strong>Quando si parla della geologia della Calabria ci si riferisce generalmente all’Arco calabro, anche detto “Arco Calabro-Peloritano”. È un dominio semi-circolare che comincia a sud della Basilicata e comprende il settore nordorientale della Sicilia, con i Monti Peloritani.</p>
<p style="text-align: left;">Il basamento della Calabria è costituito principalmente da rocce cristalline e metamorfiche di età Paleozoica, coperte dai successivi sedimenti principalmente Neogenici. Le rocce del substrato sono costituite da diverse unità tettoniche (“falde”) sovrapposte le une alle altre e sulle unità degli Appennini meridionali e delle Maghrebide siciliane.</p>
<p style="text-align: left;">La Calabria è una regione ad elevata pericolosità sismica.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Clima</strong><strong><br />
</strong>Il clima calabrese è generalmente di tipo mediterraneo. Il litorale ionico è più secco e arido di quello tirrenico che si presenta con un clima più mite. Le temperature in genere lungo le coste non scendono mai sotto i dieci gradi e non salgono mai sopra i 40 °C, con punte eccezionali di 42-44 °C nei mesi estivi. Lungo gli Appennini e nelle zone interne, dal Pollino alla Sila fino all’Aspromonte, il clima è montano appenninico (continentale freddo) con inverni freddi e nevosi, l’estate è tiepida e non mancano i temporali. Da segnalare l’interessante escursione termica giornaliera, in inverno, nella valle del Crati, dove anche a quote di pianura possono verificarsi abbondanti nevicate.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":4000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eaf38f3"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Sila-grande.-_Giganti-del-Fallistro_.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1000" height="636" 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		<item>
		<title>Caciocavallo Silano DOP</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/caciocavallo-silano-dop/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=caciocavallo-silano-dop</link>
					<comments>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/caciocavallo-silano-dop/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 15:08:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Caciocavallo Silano]]></category>
		<category><![CDATA[DOP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caciocavallo silano è un formaggio italiano a Denominazione di origine protetta.Il nome deriva dalla forma del caciocavallo silano, diverso da tutti gli altri. Quello prodotto<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>caciocavallo silano</strong> è un formaggio italiano a Denominazione di origine protetta.Il nome deriva dalla forma del caciocavallo silano, diverso da tutti gli altri. Quello prodotto in Sila, ha la forma di una testa di cavallo, ed i legacci per appenderlo sembrano delle vere e proprie briglie.</p>
<p>Il <em>caciocavallo silano</em> è un formaggio semiduro a pasta filata prodotto esclusivamente con latte di vacca, nel rispetto del disciplinare di produzione.</p>
<p>La forma è ovale o tronco-conica con testina o senza. Il peso di ogni forma è compreso tra 1,0 kg e 2,500 kg. La crosta è sottile, liscia, di marcato colore paglierino. Le forme possono essere trattate in superficie con sostanze trasparenti, prive di coloranti. La pasta è omogenea compatta con lievissima occhiatura, di colore bianco o giallo paglierino più carico all’esterno e meno carico all’interno. Il sapore è aromatico, fusibile in bocca, normalmente delicato e tendenzialmente dolce quando il formaggio è giovane, fino a divenire piccante a maturazione avanzata.</p>
<p>All’atto della sua immissione al consumo ogni forma reca impresso termicamente il contrassegno identificativo del <em>caciocavallo silano</em>.</p>
<p>L’origine del nome “caciocavallo” viene probabilmente dall’usanza, antica quanto il formaggio stesso e ancora oggi usata, di legare le forme a coppie e di appenderle a stagionare a cavallo di una trave.<br />
É diventato un formaggio a denominazione di origine protetta (DOP).</p>
<p><strong>Taglio: </strong>vanno usati coltelli a lama larga e spessa: ogni porzione dovrebbe avere una quantità uguale di crosta</p>
<p><strong>Temperatura: i</strong>deale a temperatura ambiente. Il profumo, l’aroma e anche il sapore sono attenuati dalla bassa temperatura.</p>
<p><strong>Occhiatura: </strong>lievissima occhiatura, fine, rada e distribuita in modo irregolare.</p>
<p><strong>Unghiatura</strong>: (la parte sottostante la crosta) deve essere presente ma non troppo spessa ed evidente.</p>
<p><strong>Pasta</strong>: consistenza omogenea con qualche piccola sfoglia, di colore giallo paglierino.</p>
<p><strong>Crosta:</strong> Sottile, liscia, di marcato colore paglierino; la superficie può presentare leggere insenature dovute ai legacci collocati in relazione alle modalità di legatura. È consentito l’utilizzo di trattamenti delle forme, superficiali, esterni e trasparenti, privi di coloranti.</p>
<p><strong>Odore:</strong> Odore tipico con intensità aromatica medio bassa o media, a seconda della stagionatura.</p>
<p>Il sapore è intenso, inizialmente dolce e fondente, più piccante con il protrarsi della stagionatura, ottimo cotto alla griglia o fritto.</p>
<p>Conservazione: In luogo fresco tra +4°C e+ l 4°C. Tempo massimo di conservazione 12 mesi.</p>
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		<title>Il lago Cecìta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 14:56:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Sila]]></category>
		<category><![CDATA[Lago Cecita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lago Cecìta, detto anche Mucone, è un lago artificiale realizzato per la produzione di energia elettrica. Situato sulla Sila Grande a pochi Km da Camigliatello<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-verde/il-lago-cecita/">Il lago Cecìta</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il lago Cecìta, detto anche Mucone, è un lago artificiale realizzato per la produzione di energia elettrica. Situato sulla Sila Grande a pochi Km da Camigliatello Silano le sponde ricadono nei comuni di Spezzano della Sila, Longobucco e Celico. Il lago è stato realizzato sbarrando con una diga il fiume Mucone, affluente destro del Crati, che nasce alle pendici del monte Serra Stella, situato tra Monte Curcio e Monte Scuro, per poi scendere repentino verso la valle del Crati.</p>
<p>La diga è stata costruita nella vallata del Cecìta nei pressi dell’omonimo torrente, affluente destro del Mucone, da cui prendono il nome, oltre alla valle stessa, anche la diga e il lago. I lavori, iniziati nel 1949, furono ultimati alla fine del 1952.</p>
<p>Nel 1951 sul corso del fiume Mucone, che percorre l’omonima vallata, fu creato il bacino del CECITA la cui diga ad arco di gravità misura 166 metri di lunghezza ed è alta 55 metri.<br />
Il lago ha una capacità massima di 108 milioni di metri cubi, ha un perimetro di 46 chilometri ed è lungo 7,5 chilometri ed è circondato da una fitta foresta di faggi e pini larici.<br />
Sulla sponda orientale, in località Cupone, è stato creato il “Centro visitatori” con museo naturale annesso. Da qui si diramano sentieri numerati che permettono si esplorare gran parte del Parco Naturale della Sila e dove è facile incontrare cervi e daini che vivono nella riserva. Nei pressi del Centro visitatori, sulla riva del lago, esiste una vasta area picnic attrezzata con tavoli e panchine e con annesso parcheggio.<br />
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-photo su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="max-width:100%" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":true,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":false,"autoPlay":3000,"imagesLoaded":true,"contain":false,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb03512"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/LAGO-CECITA-2-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1400" height="933" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/LAGO-CECITA-2-1.jpg" class="" alt="" loading="lazy" 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Da Cosenza si imbocca la superstrada per Crotone (statale 107) fino all’uscita di Camigliatello silano e da qui seguire le indicazioni per il lago.</p>
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		<title>Brancaleone. Quando c&#8217;erano i mulini ad acqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2020 10:04:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[altalia]]></category>
		<category><![CDATA[Brancaleone]]></category>
		<category><![CDATA[escursioni]]></category>
		<category><![CDATA[mulini]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi sono luoghi che ci narrano di epoche lontanissime, realtà di persone, di fatica e di duro lavoro e sacrifici. Brancaleone nel suo complesso è un<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vi sono luoghi che ci narrano di epoche lontanissime, realtà di persone, di fatica e di duro l</strong><strong>avoro e sacrifici. Brancaleone nel suo complesso è un ricco macrocosmo di testimonianze del passato. Quel passato, che non è certo del tutto scomparso, forse è stato solo dimenticato.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il comprensorio Brancaleonese è contraddistinto da una grande ricchezza di rinvenimenti archeologici a partire dal Neolitico fino al passaggio di <em>Greci </em>e<em> Armeni</em><em>.</em> Non sfugge al nostro interesse anche quella parte più vicina al nostro tempo (si fa per dire…), ed è l’archeologia industriale, che a partire dagli antichi palmenti rupestri e frantoi e fino all’era del <em>“gelsomino</em>” caratterizza questo territorio. Le antiche distillerie ormai sono ridotte a vetusti fabbricati su cui hanno infierito vegetazioni parassite e anche un certo sciacallaggio che ha cancellato quel che restava.</p>
<p>Tenteremo di portarvi alla scoperta di un’altra realtà, che forse fino a oggi non ha destato molto interesse, ma che merita un attento approfondimento. Stiamo parlando dei mulini ad acqua presenti sul torrente <em>Ziglia-Altalìa</em>, località  che si trova stretta tra le due colline alle spalle della cittadina costiera di Brancaleone.</p>
<p>Il torrente con i suoi 9km di lunghezza, affronta un dislivello medio di 300mt che dai piani di <em>Campolico</em> (tra i comuni di Staiti e Brancaleone) riscendendo verso la costa taglia letteralmente in due le colline di Monte della Guardia (su cui poco distante sorge l’antico abitato di Brancaleone) e  Serro del Cacciatore (su cui poco distante sorge la piccola frazione ormai disabitata di <em>Pressocito</em>).</p>
<p>Proprio lungo le sponde del torrente partendo da ocalità <em>Frischìa</em> seguendo il greto del torrente dopo qualche centinaio di metri si giunge presso una delle briglie del torrente ancora visibili. Affiorano tra la vegetazione di macchia mediterranea resti murari di quello che si evidenzia essere un antico mulino ad acqua, ovviamente in pessimo stato di conservazione, poiché probabilmente ha subito nel tempo varie piene che hanno sollevato di almeno 5/6 metri il corso d’acqua.</p>
<p>Addentrandosi, le gole pian piano cominciano a stringersi. Si giunge in un località conosciuta ancora con il toponimo di <em>“zzarrùnina”</em> dove sulla sponda destra si scorge un antico mulino. É un fabbricato di cui ancora è possibile ammirare la torre o saetta dell’acqua.</p>
<p>La Saetta consentiva all’acqua mediante un canale di precipitare poi da un’altezza di circa 5-6 metri fino all’inserzione della macina di pietra in basso che si azionava grazie alla forza dell’acqua.</p>
<p>Ancora è evidente la macina in pietra all’interno di un ambiente che doveva essere il luogo della sfarinatura. Poco distante infatti, alcune baracche ci fanno presupporre una vita che qui ha continuato se pur non con assidua frequenza, fino a qualche decennio addietro.</p>
<p>Negli antichi villaggi rupestri, abbiamo rinvenuto tra gli ambienti domestici; scavi circolari nella pietra e delle piccole macine di pietra locale, che servivano molto probabilmente per la <em>“molinatura domestica”.</em></p>
<p>In tempi lontani a noi, si macinava ogni tipo di granaglia perché molto spesso non vi erano luoghi in prossimità degli abitati in grado di macinare il grano. Queste piccole macine sono state anche rinvenute anche fra i ruderi delle case diroccate di Brancaleone vecchio.</p>
<p>Solo nell’alto medioevo nacquero i mulini ad acqua, delle vere e proprie industrie del grano, che talvolta servivano vasti territori e paesi limitrofi. Macine che in un primo momento funzionavano a mano o con l’aiuto degli animali, ma che successivamente,  con l’invenzione del meccanismo ad acqua, iniziarono a sorgere vicino ai corsi d’acqua.</p>
<p>Si macinava ogni tipo di cereale per estrarre dal cuore dei semi la materia prima essenziale per essere trasformata poi in cibo. Grano, granoturco, orzo, avena, ceci, ghiande, castagne e ogni altro tipo di cereali fornivano il necessario sostentamento alle famiglie ed anche per gli animali d’allevamento che avevano un ruolo fondamentale nella vita e nella piccola società rurale del paese. Molto spesso infatti, ritroviamo attorno a questi mulini ambienti che fungevano da stalle per l’alloggio degli animali, in quanto il grano veniva trasportato servendosi di asini o in certi casi anche di vacche.</p>
<p>La farina che usciva dal mulino insieme alla crusca conosciuta con l’appellativo di <em>“canighjia”</em> una volta portata a casa, veniva setacciata, ed erano le donne designate a svolgere questo compito. Spesso la <em>caniglia</em> era anche una delle fonti primarie delle famiglie povere da cui si poteva produrre il pane. La caniglia poi, miscelata con foglie di olmo, pezzi di zucca o di barbabietole veniva anche utilizzata come alimento per i maiali.</p>
<p><strong>UN PO&#8217; DI STORIA</strong></p>
<p>Innanzi tutto occorre dire che il termine latino <em>“molina”</em>, da cui deriva la parola “mulino” era connesso all’etimo  <em>“mola”</em>, termine con cui si indicava la macina. Tertulliano (scrittore latino nato a Cartagine nel 160 d.C. e morto nel 220) indica la mola con l’espressione<em> “molinum saxum”.</em><br />
Occorre anche rilevare che l’attività della molitura nel corso della storia è stata regolata da tasse e tributi imposte dai Signorotti ed i proprietari degli impianti.</p>
<p>Vi era l’imposta sul macinato, che fu poi ripristinata nel 1862 da <em>Quintino Sella, </em>Ministro delle Finanze del Regno d’Italia. Questo provvedimento è stato contestato ancor prima di entrare in vigore nel 1869 perché colpiva principalmente le classi rurali più povere e i ceti più deboli. Legge che fu poi abolita nel 1883.</p>
<p><strong>IL FUNZIONAMENTO DEL MULINO</strong></p>
<p>L’acqua veniva captata nel punto dove entrava in un canale fabbricato portandola fino all’altezza necessaria, alla torre (o saetta),  e precipitando per circa 5-6 metri attraverso la forza della sua caduta, azionava la macina.  Un asse sosteneva la ruota, che girava su di un perno metallico arrotondato trasmettendo la rotazione grazie alla forza dell’acqua in caduta.</p>
<p><span style="font-size: 8pt;">sitografia: Prolocobrancaleone.it &#8211; Foto: Carmine Verduci</span></p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: 0;" tabindex="0" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d3145.6067166632074!2d16.098215315323074!3d37.962967979725605!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x0%3A0x0!2zMzfCsDU3JzQ2LjciTiAxNsKwMDYnMDEuNSJF!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1601805660235!5m2!1sit!2sit" width="100%" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" aria-hidden="false"></iframe></p>
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		<title>Quell&#8217;esaltante nuvola d&#8217;argento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 08:34:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Varia di Palmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prof. Luigi Lacquaniti, indimenticabile figura di studioso ed intellettuale, docente universitario, scrisse nel 1953 questo racconto, attualissimo ancor oggi, della Varia di Palmi che &#8220;rigermina<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il prof. Luigi Lacquaniti, indimenticabile figura di studioso ed intellettuale, docente universitario, scrisse nel 1953 questo racconto, attualissimo ancor oggi, della </strong><strong><em>Varia</em></strong> <strong>di Palmi che &#8220;rigermina e vive eterna, simbolo religioso ed artistico, espressione di devozione e di forza, oggetto e soggetto di storia cittadina&#8221;.</strong><strong><br />
</strong><strong>Arricchiscono il complesso delle feste patronali dell&#8217;ultima domenica d&#8217;agosto di anni alterni, le processioni della Madonna della Lettera e del Sacro Capello della Vergine.</strong></p>
<p><span style="color: #0893cf;"><b>Nel 2013 la Varia di Palmi è stata accolta dall&#8217;UNESCO nel patrimonio immateriale dell&#8217;Umanità</b></span></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-9091 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-807x1024.jpg" alt="" width="338" height="429" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-807x1024.jpg 807w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-768x975.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-1210x1536.jpg 1210w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-1614x2048.jpg 1614w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-115x146.jpg 115w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-39x50.jpg 39w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-59x75.jpg 59w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-591x750.jpg 591w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop-532x675.jpg 532w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/AnimellaXCop.jpg 1920w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></p>
<p>Là dove l&#8217;Aspromonte termina a Settentrione con la rupe granitica del Monte Sant&#8217;Elia e si apre la vasta e opulenta Piana di Calabria, è situata, come un balcone sul mare, la piccola città di Palmi. Un vasto pianoro in una cornice di colli, una costa pittoresca, un manto variato di vegetazione rigogliosa formano il luogo della città, da cui promana, secondo il mutare del tempo e delle stagioni, un&#8217;atmosfera di grandiosa bellezza.</p>
<p>Non soltanto queste le attrattive del luogo, descritte in forma pittorica da artisti e viaggiatori degli ultimi secoli, perché la città ha anche una disposizione urbanistica moderna ed è pervasa da una attività molteplice e viva, che peraltro meriterebbe di esser meglio indirizzata verso sviluppi economici e sociali più vasti. In questo ambiente, ricco anche delle memorie di vetuste civiltà e testimone della pietà dei Santi di Taureana e di monte Aulinas, da quattrocento e più anni si celebra una festa che ha un significato religioso e folkloristico altamente suggestivo.</p>
<p>È questa la festa della Varia che, con quella della Madonna della Lettera e del Sacro Capello della Vergine, forma il complesso delle feste patronali dell&#8217;ultima domenica di agosto.</p>
<p>Legata al culto della Madonna delle Lettera, la <em>Varia</em> ha assunto un&#8217;importanza preponderante sulla stessa festa da cui ha tratto nascimento o cui si è innestata, derivante dalla natura che essa ha di simboleggiare, in forme esteriori e sceniche, l&#8217;ascensione della Vergine al cielo. Ed è in forza di questo valore simbolico che i palmesi hanno mantenuto vivo il culto della loro Patrona, la Madonna della Lettera. Ma tale rappresentazione ha una perennità in quanto essa avviene in forma di una gigantesca macchina-carro che, pur a vendo esempi, forse di più remota età altrove, qui, in Palmi, essa ha mantenuto le sue forme genuine e vive, quelle che appunto la rendono espressione di sentimento religioso, ma anche espressione della vita del popolo e della sua storicità. Vi sono manifestazioni religiose che resistono al tempo e si tramandano di secolo in secolo; ve ne sono altre che decadono e scompaiono. Tra le prime ve ne sono in Italia di celebri, quali la processione dei &#8220;Ceri&#8221; di Gubbio, dei &#8220;Gigli&#8221; di Nola o quella del &#8220;Mistero&#8221; di Campobasso o delle &#8220;Palme&#8221; di Nulvi o il trasporto della &#8220;Bara&#8221; di Messina o della <em>Varia</em> di Palmi. Si tratta di carri votivi e di carri scenici, in cui l&#8217;idea religiosa ha trovato modo di attuarsi in forme costruttive e apparati decorativi in relazione alla diversità dei luoghi, dei moventi e del genio delle popolazioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-9092 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/VariaTravi-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La Varia di Palmi è un grandioso carro scenico che vuol raffigurare la Vergine che, dal vuoto, ascende al cielo in cima ad una nuvola fulgente, accompagnata dal roteare degli astri e dal volo leggiadro dei cherubini. Fra le bare, rinomate sono quelle di Messina, di Seminara e di Palmi consistenti in enormi altissime macchine che contengono il cataletto della Vergine con attorno i 12 Apostoli e sorreggono in alto il sole, la luna e vari organi di angeli: e più in alto, al sommo, Gesù Cristo (ora c&#8217;è il Padreterno, N.d.R.) col braccio teso verso la Vergine. L&#8217;origine della Varia di Palmi si suole ricondurre alla &#8220;Bara&#8221; di Messina, che ha forme costruttive ed adornamenti molto simili e che si vuole ideata e costruita da un architetto calabrese, tal Radese, con la quale si volle anche solennizzare, nel 1535, l&#8217;ingresso nella città peloritana dell&#8217;imperatore Carlo V.Ma più che ad una creazione di quegli anni, l&#8217;ideazione dei carri di Messina e di Palmi si può meglio far risalire ad epoche anteriori a quelle stabilite dagli scrittori regionali e, precipuamente, negli archetipi che venivano costruiti in Toscana nel secolo decimo quarto e che sono ricordati sotto il nome di &#8220;<em>Nuvole</em>&#8221; di Francesco La Cecca e degli  “<em>Ingegni</em>&#8220;di Filippo Brunelleschi.Più che dovuta ad un rapporto di derivazione stilistica personale, bisogna considerare la costruzione di simili macchine come avvenuta e determinata per suggestione psicologica in un&#8217;atmosfera religiosa e artistica formatasi in epoca umanistica e rinascimentale. Questo insieme meccanico, artistico e finalistico ha una essenzialità che la rende particolarmente sempre nuova e bella, tale da generare la sua persistenza nel tempo. Tale essenzialità deriva dal fatto che la</p>
<p>Madonna che ascende al Cielo, altrove, come a Messina, raffigurata da un simulacro, a Palmi invece è impersonata da una creatura viva, l&#8217;<em>animeddha</em>&#8220;. E così gli angeli sono bambine vive (<em>oggi sostituite in parte da bambole, N.d.R.</em>), leggiadramente acconciate in sembianza di angeli trasportati in una nube candida ed evanescente.</p>
<p>La presenza appunto di questi esseri vivi sulla macchina sacra e procedenti su di essa in un rapido trionfo lungo la via principale della città, costituisce la singolarità della <em>Va</em> ria di Palmi, che altri elementi caratteristici contribuiscono a rendere spettacolo unico e meraviglioso; perché essa è insieme carro sacro e allegoria, macchina ed espressione di arte popolare, simbolo e sentimento. Essa, la Varia, è qualcosa altro ancora, perché è l&#8217;anima stessa della città, che affida ad una macchina le sue creature vive e, con un rito antico e solenne, la sua &#8220;<em>animeddha</em>&#8220;, cioè la sua fanciulla più bella e più povera.</p>
<div id="attachment_9093" style="width: 476px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9093" loading="lazy" class="wp-image-9093 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-1024x690.jpg" alt="" width="466" height="314" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-1024x690.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-768x518.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-1536x1035.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-217x146.jpg 217w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-50x34.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-111x75.jpg 111w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-960x647.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont-1002x675.jpg 1002w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/BamboleVariaScont.jpg 1920w" sizes="(max-width: 466px) 100vw, 466px" /><p id="caption-attachment-9093" class="wp-caption-text">Le bambole di Norimberga</p></div>
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<p>Il carattere di originalità del carro scenico di Palmi è confermato anche dal particolare modo di trasporto. Altrove vengono impiegati, per il traino, animali o anche mezzi meccanici moderni, mentre nella cittadina calabrese il trasporto avviene a forza di braccia, da parte di alcune centinaia di giovani disposti a grandi travi di spinta e a lunghe funi. Vestiti di bianco, a piedi scalzi e con una fascia a tracolla, essi, come per voto, spingono (<em>&#8216;mbuttano)</em> la pesantissima mole di grandi tronchi della base (<em>u cippu</em>)e l&#8217;aerea-ossatura di ferro che costituisce lo scheletro della &#8220;nuvola&#8221; della Varia, che reca sul più alto vertice, librata in celestiale gesto , la Vergine , cioè&#8221; l<em>&#8216;animeddha</em>&#8220;.</p>
<p>Al trasporto partecipano anche, come si è detto, altre centinaia di persone disposte a delle lunghe funi di trazione e tutte protese a ripetere il prodigio di questo trionfale giro per il &#8220;Corso&#8221; della città. È appunto questa partecipazione unanime (di quelli che spingono a spalle la <em>Varia</em> o di quelli che tirano le funi o di quelli che assistono ) , questa collettiva gioia che ha aspetti d&#8217;invasamento orgiastico, questa ansia che ha per centro di attrazione e di irradiazione la figura della Vergine viva , alta ondeggiante nel vasto mareggiare di una folla immensa, formano degli attimi che s&#8217;incidono nello spirito e che perpetuano, attraverso le generazioni, il significato ed il sentimento della celebrazione.</p>
<p>Altre manifestazioni rendono ancora più ricca e varia la festa della <em>Varia</em>, come la processione del Sacro Capello e le funzioni dell&#8217;ottava in onore della Madonna della Lettera, il culto della quale è stato oggetto di particolari decreti di Vescovi e di bolle di Pontefici.</p>
<p>Queste manifestazioni hanno caratteri di affinità con quelle che vengono fatte a Messina pure per la Madonna della Sacra Lettera e per il Sacro Capello. Il trasporto del Sacro Capello viene fatto l&#8217;ultimo sabato di agosto e l&#8217;argentea reliquia contenente i capelli della Madonna, donati a Palmi dai maggiorenti della città di Messina in un anno imprecisato della seconda metà del 1500, viene portato a spalla dai Marinai della Confraternita di S.M. del Soccorso.</p>
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<div id="attachment_9090" style="width: 313px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9090" loading="lazy" class="wp-image-9090" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3.jpg" alt="" width="303" height="219" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3.jpg 827w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3-768x554.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3-202x146.jpg 202w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3-50x36.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/SacroCapelloProc3-104x75.jpg 104w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><p id="caption-attachment-9090" class="wp-caption-text">Processione Sacro Capello</p></div>
<p>Il modo con cui avviene la processione è quanto mai caratteristico, perché il trionfino con la Sacra Reliquia vien fatto procedere per le vie della città a passo di danza tal che esso, addobbato com&#8217;è da vari adornamenti e lampade, si presenta come un castello di bastimento oscillante sulle onde. Tale movimento impresso a &#8220;<em>u Capillu</em>&#8221; dai portatori ha verosimilmente, il significato di ricordare ed imitare il moto delle onde del mare, perché attraverso il mare avvenne il trasporto quella volta che il Sacro Cimelio fu portato da Messina alla marina di Palmi.</p>
<p>Anche la stessa effigie della Madonna della Lettera che viene venerata nella Chiesa Matrice di Palmi indica la derivazione stilistica oltre che religiosa dal quadro ligneo del Duomo di Messina. E tale comunità di riti e di Costumanze trovano la loro spiegazione nei vincoli e nelle relazioni commerciali che si svolgevano a Messina e la piccola città calabrese, in seguito alle quali o parallelamente si stabilirono in Palmi colonie di mercanti e di artigiani e con essi, come ai tempi della colonizzazione della Magna Grecia, anche i simulacri degli dei e dei culti. La festa patronale di Palmi, che ha la sua espressione esteriore più alta e simbolica nella macchina della <em>Varia</em>, si è andata, attraverso i secoli, sempre sviluppando, attingendo il suo splendore nel 1700. In tempi posteriori ha avuto periodi di decadimento e di intiepidamento, in relazione a cause storiche generali e locali; ma è sempre sopravvissuta. Essa è risorta, come è risorta la città dove si celebra, la quale, atterrata nel passato da terremoti e pestilenze, ha mantenuto la sua vitalità, affermando sempre più la sua funzione geografica &#8211; storica .</p>
<p>La festa della <em>Varia</em> ha accompagnato quel moto di incessante progresso che ha caratterizzato la città in questi ultimi secoli e per il quale essa, che è l&#8217;erede di città illustri scomparse o decadute che si sono avvicendate nella loro funzione economica o politica o culturale, è andata assumendo il rango e la fisionomia di una piccola città e di capoluogo di quella operosa e fertile regione che è la Piana di Palmi .</p>
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		<title>Domenico Zappone, chi era</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2020 18:41:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Zappone]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenico – “Mimmo” &#8211; Zappone nel ricordo mi appare severo, con quelle ciglia folte, lo sguardo penetrante e quel bastone, talvolta roteante, compagno inseparabile dopo l&#8217;incidente<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domenico – “Mimmo” &#8211; Zappone nel ricordo mi appare severo, con quelle ciglia folte, lo sguardo penetrante e quel bastone, talvolta roteante, compagno inseparabile dopo l&#8217;incidente sofferto negli anni della guerra, ma nello stesso tempo segno visibile della sua fragilità, ma con il gusto della battuta pronta e tagliente.</p>
<p>Era stimato e apprezzato negli ambienti giornalistici che contavano. Nel 1957 aveva vinto, ex aequo con Umberto Saba, alla memoria, il Premio Cinzano, prima e unica edizione, per il bellissimo articolo apparso sulla terza pagina del <em>Giornale d&#8217;Italia</em> &#8211; allora prestigiosa e autorevole testata &#8211; in cui raccontava l&#8217;incontro con <a href="https://www.calabriain.online/reportage/la-madre-di-alvaro-quel-figlio-doro/">la madre di Corrado Alvaro</a>, ignara della morte del figlio. Un riconoscimento memorabile perché Zappone aveva sgominato concorrenti famosi.</p>
<p>Sull’onda del successo Zappone andò a Roma. Ma fu una stagione breve. Con il suo carattere fiero, probabilmente finì con l’autoemarginarsi. Tornò, dopo quella fiammata di gloria, nella sua amata-odiata Palmi. Disincantato.</p>
<p>Restarono le collaborazioni con le terze pagine dei quotidiani nazionali, il lavoro di scrittore, le collaborazioni con le case editrici. <em>Calabria nostra</em>, esemplare antologia per le scuole medie, edita da Bietti nel 1969, resta forse il frutto più maturo di questo periodo.</p>
<p>Nonostante tutto Zappone dovette avere un suo modo, poi non tanto segreto di sorridere di sé e del mondo. Come non ricordare le sue notizie “inventate”, al confine con la poesia?</p>
<p>Una in particolare fece letteralmente il giro del mondo: quella della femmina del pescespada che per amore del suo maschio arcionato si lascia morire sulla battigia della tonnara di Palmi.</p>
<p>Cosa c&#8217;è di più reale: la realtà o la realtà immaginata? Certo che quando la prima ha preso il sopravvento Mimmo Zappone ha scelto il silenzio. Per sempre. Era il 5 novembre 1977.</p>
<p>Domenico Zappone, al centro, fra  il poeta Giovanni Ciavanni e il giornalista Franco Escoffier a un convegno di letteratura del 1967.</p>
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		<title>Pizzo Calabro. Mare, storia e un gelato famoso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 07:52:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Gioacchino Murat]]></category>
		<category><![CDATA[murat]]></category>
		<category><![CDATA[Piedigrotta]]></category>
		<category><![CDATA[pizzo calabro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulio Palange Anni e anni fa, alcuni pescatori del luogo furono sorpresi in mare da una tremenda burrasca, e poiché si resero conto che continuando quella<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giulio Palange</strong></p>
<p>Anni e anni fa, alcuni pescatori del luogo furono sorpresi in mare da una tremenda burrasca, e poiché si resero conto che continuando quella musica si potevano cantare da soli il requiem, fecero voto alla Madonna che, se li avesse salvati, le avrebbero creato una cappella nella grotta di tufo  &#8211; <strong>Piedigrotta</strong> &#8211; affacciata sulla spiaggia del loro paese. I pescatori si salvarono, e siccome chi gettava il sangue sul mare per guadagnarsi la magra campata, sapeva bene che, a non mantenere un voto, prima o poi si facevano i conti con chi governava le onde, i venti e le burrasche, la loro non fu una «promessa di marinaio»; scolpendo le pareti e le gobbe della grotta, crearono la cappella: una grande statua della Madonna col Bambino in una nicchia sovrastante un altare, anch&#8217;esso scolpito del tufo, e davanti al quale, per farla completa, modellarono addirittura un sacerdote officiante.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-8943 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-1024x683.jpg" alt="" width="400" height="266" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-1024x683.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-1536x1024.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-960x640.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38-1013x675.jpg 1013w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/pizzo-piedigrotta-38.jpg 1620w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Loro, i pescatori scampati alla burrasca, ebbero l&#8217;idea originaria e la realizzarono, gli altri, quelli, cioè, che in seguito si misero nelle mani sante della Madonna, completarono l&#8217;opera: dando libero sfogo al loro immaginario, via via scolpirono nel tufo statue di santi, grandi angeli dalle ali spiegate, bambini raccolti in preghiera, enormi pesci&#8230;</p>
<p>Ed oggi, a chi nella chiesetta di Piedigrotta riesce a scordarsi completamente del mondo di fuori, è concesso d&#8217;assistere a un prodigio: gli angeli si sollevano in volo sotto la bassa volta, il Bambino ride d&#8217;innocenza e affoga negli occhi dolcissimi della Madre, il sacerdote prende a officiare con gesti lenti e ieratici, gli enormi pesci guizzano nel loro improbabile mare, i fanciulli qua e là inginocchiati disserrano le labbra di pietra per mormorare «Signuruzzu faciti bon tempu / ca me&#8217; patri è subbra lu mari / e mi porta li scarpi d&#8217;argientu / Signuruzzu faciti bon tiempu».</p>
<p><em>(Bambinello fate che ci sia bel tempo / perché mio padre è in mare / e mi porterà scarpe d’argento / Bambinello fate che ci sia bel tempo).</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il peccato di Gioacchino</strong></p>
<p>Son passati quasi due secoli, ma ancora oggi persiste una zona d&#8217;ombra nella memoria collettiva di Pizzo, un sotterraneo senso di colpa per avere sulla coscienza la cattura e, quindi, l&#8217;esecuzione di Gioacchino Murat, re molto amato dal popolo.</p>
<p>Ha pure un nome questo senso di colpa, la gente del luogo lo chiama «&#8217;u peccatu &#8216;i Giacchinu», e la sua manifestazione più evidente è proprio nel come si è cercato di museificare, enfatizzandoli oltre misura, i giorni di prigionia trascorsi dal re nel castello del luogo e la sua fucilazione nel cortile dello stesso castello; fra l&#8217; altro e per ironia della sorte, «cuor di leone e testa d&#8217;asino», come Murat era stato definito dal cognato Napoleone Bonaparte, fu giustiziato in virtù d&#8217;una legge da lui stesso promulgata e per la quale era comminata la pena di morte a ogni civile trovato in possesso di armi — da qui, per inciso, il modo di dire proverbiale «Giacchinu &#8216;a fa, Giacchinu &#8216;a pata» (<em>Gioacchino la fa, Gioachino la subisce)</em>.</p>
<p>Legge o non legge, resta, comunque, che i pizzitani si portano lo scrupolo d&#8217;avere, con un comportamento più isterico che cosciente, catturato a furor di popolo Murat, quando, all&#8217;indomani della restaurazione borbonica, e proprio fidando sull&#8217;amore sempre dimostratogli dalla gente qualunque, egli sbarcò con pochi uomini sulla spiaggia di Pizzo per impadronirsi nuovamente del regno. Tant&#8217;è che già il 15 ottobre 1815, gli stessi pizzitani che otto giorni prima avevano trattato il re come un volgare bandito di strada, in ginocchio e piangendo assistettero all&#8217;inumazione della sua salma nella locale Collegiata di san Giorgio.</p>
<p>Ma quell subitaneo pentimento non bastò ai pizzatini per nettarsi la coscienza, e da allora hanno interpretato qualsiasi evento tragico che abbia colpito la comunità, come rata della cambiale in bianco da loro fermata con il «peccatu ‘i Giacchinu».</p>
<p>Nel Castello dove Gioacchino Murat fu condannato, oggi quella vicenda è rievocata nell’apposito Museo creato negli stessi ambienti dell’epoca. I principali protagonist sono presenti con molta veridicità.</p>
<p>Ma il momento più importante del ricordo è la rievocazione ogni anno, in estate, di quell’evento , stavolta con personaggi in carne ed ossa, di cui alcuni generosamente si prestano a cadere sotto il fuoco che avrebbe dovuto essere “amico”.</p>
<p>Probabilmente – supponiamo &#8211; l’attrazione più grande sia quella del mare su cui Pizzo si specchia dalla sua piazza centrale, autentico salotto cittadino.</p>
<p>E il gelato, il famoso “tartufo”? Bene, lo travate <a href="https://www.calabriain.online/mondo-sapori/eccellenze-calabresi-tartufo-di-pizzo/"><strong>qui</strong></a></p>
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		<title>A Bagaladi ritorna l’Annunciazione di Antonello Gagini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 07:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Annunciazione di Antonello Gagini]]></category>
		<category><![CDATA[Bagaladi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ilaria Reggiani Bagaladi è un piccolo comune situato su una collina ai piedi del monte Sant’Angelo, nella Valle del Tuccio, zona fortemente legata al passato greco-ortodosso<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ilaria Reggiani</strong></p>
<p>Bagaladi è un piccolo comune situato su una collina ai piedi del monte Sant’Angelo, nella Valle del Tuccio, zona fortemente legata al passato greco-ortodosso della Calabria. Le sue radici risalgono al X secolo, ma è solo intorno al 1500 che prende la sua attuale denominazione.</p>
<p>Ci sono pareri discordanti riguardo le origini del suo nome, molti sostengono che derivi dall’arabo <em>Baha-Allah</em>, ovvero “bellezza che viene da Dio”, altri ritengono sia un miscuglio di termini latini e greci come <em>bag</em>, ovvero <em>vallum-val</em>, e <em>aladi</em> cioè olio in greco moderno: “valle dell’olio” per l’appunto. Il paesaggio che circonda Bagaladi abbonda infatti di rigogliosi uliveti, perno dell’economia locale, che rendono il paesaggio di una bellezza straordinaria.</p>
<p>Il Frantoio Iacopino, fiore all’occhiello di Bagaladi, è oggi uno degli ingressi principali al <strong>Parco Nazionale dell’Aspromonte</strong>. Completamente restaurato, questo frantoio ospita il Museo dell’Olio ed è diventato un luogo in cui rivivere le antiche tradizioni: è infatti possibile provare a tessere al telaio sotto la guida di un esperto, oppure ammirare l’originaria lavorazione della creta in una bottega artigiana. Grazie a una guida del Parco è possibile andare alla scoperta dei sentieri che portano ai ruderi dei cenobi dei santi italo-greci.</p>
<p>Altri punti d’interesse del comune di Bagaladi sono le diverse case coloniche, i cenobi basiliani della Valle del Tuccio e la Chiesa dedicata al Patrono San Teodoro Martire, che si festeggia ogni 9 novembre e che conserva il gruppo marmoreo dell’<strong>Annunciazione di Antonello Gagini</strong>.</p>
<p><strong>L’ANNUNCIAZIONE</strong></p>
<p>Il gruppo scultoreo dell’Annunciazione, recentemente restaurato, è stato realizzato per l’antica chiesa dell’Annunciata di Bagaladi. In seguito al terremoto del 1908, la chiesa andò completamente distrutta, ma l’opera fu miracolosamente salvata, per poi essere esposta nell’attuale cappella della chiesa di S. Teodoro Martire a partire dal 1938.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-8931 aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-683x1024.jpg" alt="" width="329" height="493" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-683x1024.jpg 683w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-500x750.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1-450x675.jpg 450w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/bagaladi-annunciazione1.jpg 720w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></p>
<p>La struttura architettonica ospita all’interno le statue della Madonna e dell’Angelo Annunciante, separate da un leggio, dietro il quale si staglia un rilievo raffigurante Dio Padre circondato da cherubini, che racchiudono in basso la colomba dello Spirito Santo. L’opera è realizzata con blocchi di marmo bianco di Carrara ed era in origine rifinita con decori in foglia d’oro e con una accesa policromia.</p>
<p>Inizialmente la Madonna e l’Angelo furono disposti nella nuova dimora con la posa tradizionale rivolti l’uno verso l’altra. Tuttavia il rinvenimento di una foto del 1896 ha consentito di stabilire che l’originaria nicchia quadrangolare, leggermente più spaziosa dell’attuale, ospitava la statua della Vergine rivolta verso i fedeli mentre solo la figura dell’Angelo Annunciante era posta di profilo.</p>
<p>Come indica l’iscrizione in latino che si legge sull’architrave dell’edicola, il gruppo statuario dell’Annunciazione fu commissionato nel 1504 dal presbitero Jacopo Verduci per decorare l’altare maggiore della cappella di famiglia a Bagaladi.</p>
<p>Meno certa è invece la paternità dell’opera che a tutt’oggi è attribuita ad <strong>Antonello Gagini</strong>. Prediligendo un’opera d’arte del Gagini, Jacopo Verduci non dimostrava solo il prestigio assunto dalla sua casata, ma dichiarava apertamente la sua adesione alla politica di latinizzazione sostenuta prima dagli Aragonesi e successivamente, a partire dal 1503, dagli Spagnoli.</p>
<p>Questo costante rapporto di negoziazione tra cultura greca e cultura latina innescò in tutto l’Aspromonte processi di ibridizzazione religiosa, con risvolti interessanti non solo dal punto di vista prettamente liturgico ma anche della stessa produzione artistica. Non è quindi da escludere che tali dinamiche influenzarono anche la genesi dell’Annunciazione di Bagaladi, considerata tra le più significative testimonianze della diffusione del gusto latino nella grecofona valle del Tuccio.</p>
<p><strong>ANTONELLO GAGINI</strong></p>
<p>Figlio dell’allora celebre Domenico Gagini, inizia sin da subito a dedicarsi all’attività artistica presso l’atelier di famiglia a Palermo. La svolta nella carriera di Antonello arriva nel 1505, quando durante un viaggio a Roma ha la possibilità di conoscere e studiare le opere di Michelangelo Buonarroti. Non solo si perfeziona nella lavorazione del marmo, assumendo quel tocco inconfondibile che contraddistingue la voluminosità delle stoffe, ma impara anche a infondere alle figure e ai volti un&#8217;espressione che esprime di ciascuno sentimenti e pensieri.</p>
<p>Tornato a Palermo realizza il suo capolavoro indiscusso: la Tribuna del Duomo. Quest’ultima verrà terminata solamente nell&#8217;anno 1574 dai figli Antonino, Giacomo e Vincenzo, che porteranno avanti l&#8217;impresa di famiglia.</p>
<p>Durante gli anni di attività si dedica a diverse opere di committenza calabrese. La Madonna della grotta di Bombile, una statua di straordinaria bellezza <em>dalle fattezze sovrumane</em> è forse una delle opere più belle dell’artista, che più rappresenta la bottega Gaginiana in Calabria. Oggi la statua si trova nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo del paese di Bombile che accoglie ogni anno centinaia di fedeli provenienti da Sicilia e Calabria.</p>
<p>Altre preziose opere che si possono ammirare nella penisola calabrese sono: la Pietà nella chiesa di Maria Santissima Addolorata di Soverato, che ci mostra una Madonna dallo sguardo tenero e compassionevole, senz’altro in ricordo della Pietà di Michelangelo; la statua della Madonna col Bambino a Roccaforte del Greco; il Trittico del Duomo di San Leoluca a Vibo Valentia; la Madonna col Bambino della chiesa di San Bernardino d’Amantea; la Madonna degli Angeli della collegiata della Maddalena di Morano Calabro.</p>
<p>La scultura Gaginiana in Calabria è una ricca costellazione di opere di grande pregio, che oggi arricchiscono importanti chiese e santuari. Tutte queste opere rappresentano per il popolo calabrese una ricchezza di inestimabile valore, da custodire, ammirare e divulgare nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pellegrinaggio a Polsi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 15:17:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[Madonna della Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Polsi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alfonso Picone Chiodo È molto forte il legame tra le popolazioni aspromontane e questo luogo, quasi come tra i musulmani e la Mecca: almeno una volta<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alfonso Picone Chiodo</strong></p>
<p>È molto forte il legame tra le popolazioni aspromontane e questo luogo, quasi come tra i musulmani e la Mecca: almeno una volta nella propria vita è quasi un obbligo recarvisi!</p>
<p>Da antichi tempi giungevano dalla Calabria e dalla Sicilia, numerose carovane di devoti. Alle cavalcature di una volta si sono sostituite automobili o camions rusticamente attrezzati con panche nei cassoni. Ogni paese compie il pellegrinaggio in carovana secondo un preciso calendario che da giugno ai primi di novembre regola in parte l’afflusso dei fedeli.</p>
<p>Tuttavia tra il 30 agosto e il 2 settembre, quando ricorre la festa, le presenze si contano a migliaia trasformando l’anfiteatro naturale in cui è posto il Santuario in una enorme “arena” di grida, canti, balli, odori, gesti, colori. Tutto ciò trasporta il visitatore nell’atmosfera d’un tempo passato.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-none" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":5000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb10af8"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1024" height="654" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-1024x654.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-1024x654.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-768x491.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-1536x982.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-228x146.jpg 228w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-50x32.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-117x75.jpg 117w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-960x613.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0-1056x675.jpg 1056w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/polsi-santuario_madonna_polsi_0.jpg 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="992" height="497" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna.jpg 992w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna-768x385.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna-260x130.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna-50x25.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna-150x75.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/San-Luca-processione-Madonna-960x481.jpg 960w" sizes="(max-width: 992px) 100vw, 992px" /></a></div></div></div><script id="su_image_carousel_6ac512eb10af8_script">if(window.SUImageCarousel){setTimeout(function() {window.SUImageCarousel.initGallery(document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb10af8"))}, 0);}var su_image_carousel_6ac512eb10af8_script=document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb10af8_script");if(su_image_carousel_6ac512eb10af8_script){su_image_carousel_6ac512eb10af8_script.parentNode.removeChild(su_image_carousel_6ac512eb10af8_script);}</script>
<p>Lungo il torrente, infatti, fino a pochi anni fa, erano uccise diecine e diecine di capre il cui sangue tingeva di rosso l’acqua. E in un luogo dove mancava l’energia elettrica macellare sul posto le bestie era l’unico sistema per offrire carne fresca ai pellegrini.</p>
<p>Enormi fuochi sono accesi e poi sulla brace, con paziente maestria, si cuociono chili e chili di carne. Il pranzo pantagruelico è uno dei riti del pellegrinaggio. Prosegue per l’intero pomeriggio in un susseguirsi di pietanze come per sconfiggere una fame atavica. Al pranzo si accompagnano balli, al suono di organetto e tamburello, e i danzatori partecipano con intensità e trasporto. Spesso, quando il ritmo della tarantella diviene più frenetico, anche i suonatori sembrano cadere in trance, mentre ai suoni pagani si mescolano quelli sacri della recita del rosario e delle antiche litanie intonate dalle donne.</p>
<p>Fino a qualche decennio fa Polsi era raggiungibile solo attraverso sentieri e mulattiere. Ma questo per i pellegrini non costituiva un ostacolo, avvezzi, come tutti i calabresi, a camminare. E il cammino stesso era un preludio alla festa che si sarebbe celebrata a Polsi. A mano a mano che i diversi sentieri confluivano nel vallone della Madonna aumentavano gli incontri fra i pellegrini provenienti dai vari paesi, e le piccole botteghe dove bere qualcosa (<em>i putichej</em>) e con una “rota” di ballerini impegnati in tarantelle cariche di simboli.</p>
<p>Splendide le pagine di Corrado Alvaro, Francesco Perri, Mario La Cava, Fortunato Seminara ed altri scrittori dove quest’umanità in festa è descritta.<br />
A partire dagli anni ’40 è stata realizzata una viabilità più agevole per le auto. Tuttavia gli interventi episodici e le difficoltà opposte da un territorio in forte dissesto idrogeologico, fanno sì che raggiungere Polsi in auto costituisca un viaggio difficoltoso.</p>
<p>Sono ancora numerosi però i fedeli che ritrovano ancora oggi l’intima essenza del pellegrinaggio recandosi a Polsi a piedi, meglio se in carovana.</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: 0;" tabindex="0" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d3136.948083988369!2d15.958224614571263!3d38.16464607969031!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x1314e3ebde642371%3A0x8aab6c7ebd898a4a!2sSantuario%20della%20Madonna%20di%20Polsi!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1600010209705!5m2!1sit!2sit" width="100%" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" aria-hidden="false"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
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		<title>Il Mirto dell’Isola di Dino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2020 09:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Isola di Dino]]></category>
		<category><![CDATA[Mirto]]></category>
		<category><![CDATA[Myrtus communis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mirto è una pianta arbustiva, rustica, della famiglia delle Myrtacee, tipica della macchia mediterranea. I fiori sono solitari e ascellari, profumati, lungamente peduncolati, di colore bianco o<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il mirto è una pianta arbustiva, rustica, della famiglia delle Myrtacee, tipica della macchia mediterranea.<br />
I <strong>fiori</strong> sono solitari e ascellari, profumati, lungamente peduncolati, di colore bianco o roseo. La fioritura, abbondante, avviene nella tarda primavera e all’inizio dell’estate, da maggio a luglio. Un evento piuttosto frequente è la seconda fioritura che si può verificare in tarda estate, da agosto a settembre e, con autunni caldi, in ottobre. Il fenomeno è dovuto principalmente a fattori genetici.</p>
<p><strong>“Il Mirto dell’Isola di Dino”</strong>  oltre ad essere unico nel suo genere per le sue rare e particolari proprietà è un’altra importante risorsa che l’Isola di Dino offre per la sua promozione e quella dell’intero comprensorio.<br />
Matteo Cassiano amministratore unico dell’Isola di Dino club s.r.l., grazie alla collaborazione di professionisti, commercianti e artigiani locali ha personalmente studiato e pianificato una serie di trasformazioni del frutto che da millenni nasce spontaneamente sull’isola di fronte lo spettacolare scenario di Praia a Mare.<br />
Grazie all’accordo con <strong>L’Isola di Dino Club</strong>, i trasformatori locali del prodotto sono già a lavoro per la realizzazione del liquore al mirto e dei biscotti ripieni di marmellata.</p>
<p>L’esposizione dell’Isola, le peculiarità del terreno, l’assoluta mancanza di influenza di traffico e  l’assenza di trattamenti alle piante, permette alla bacca isolana una migliore resa dal punto di vista della raccolta e una particolare grandezza e rotondità .<br />
Inoltre, per garantire un assoluto rispetto della pianta e un sicuro rinnovo del frutto, la bacca è raccolta a mano.</p>
<p>“Isola di Dino – Mirto” è un abbinamento storico e compare in numerose leggende, infatti il nome “Dino” dato all’isola sin dall’antichità, è presumibilmente derivato dal nome “Aedine”, tempio dedicato alla dea Venere che si presuppone si trovasse sulla sommità dell’isola, ed infatti fin dall’antichità il mirto è stato consacrato alle divinità dell’amore e della bellezza. La pianta di Mirto era considerata sacra a Venere, forse per il candido colore dei suoi fiori, simbolo della verginità, bellezza e amore puro.</p>
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		<title>Norman Douglas dall’Aspromonte al Pollino (a piedi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2020 09:56:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria a piedi]]></category>
		<category><![CDATA[Norman Douglas]]></category>
		<category><![CDATA[Pollino]]></category>
		<category><![CDATA[“Vecchia Calabria”]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Viaggiare può anche significare osservare con uno sguardo nuovo ciò che abbiamo da sempre a portata di mano e così ridare un senso ai luoghi stessi<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/esperienze/norman-douglas-dallaspromonte-al-pollino-a-piedi/">Norman Douglas dall’Aspromonte al Pollino (a piedi)</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>&#8220;Viaggiare può anche significare osservare con uno sguardo nuovo ciò che abbiamo da sempre a portata di mano e così ridare un senso ai luoghi stessi e trovare una ragione per amarli e nello stesso tempo riacquistare la nostra identità.&#8221; </strong></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: 12pt;"><strong>Francesco Bevilacqua</strong></span></p>
<p style="text-align: left;">«Alba di un’umida e brumosa mattina. Stagione e anno imprecisati (tra il 1907 ed il 1911 probabilmente). Un attempato gentleman inglese, in abito di tweed, scarpe robuste, bastone da passeggio e cappello di feltro dalle larghe tese, s’incammina, a piedi, con una svogliata guida locale, da Delianuova (m. 583 s.l.m.) verso il Montalto (m. 1955 s.l.m.), massima elevazione e cuore dell&#8217;Aspromonte.</p>
<p style="text-align: left;">«I due giungono in vetta dopo una faticosa ascesa nella nebbia e nel nevischio. Riprendono subito il cammino scendendo dal versante opposto della montagna. Per remoti sentieri giungono a Bova, dopo 14 ore di marcia. Ancora oggi un&#8217;impresa! Non basta. Dopo un copioso rinfresco a base di vino locale, il gentleman in questione, lasciato il suo accompagnatore, scende a Bova Marina per prendere il treno e spostarsi verso nord: altre tre ore di cammino. Ma chi è questo strano tipo che attraversa l&#8217;Aspromonte da ovest a est in 17 ore di cammino in un sol giorno? Il nome è Norman Douglas ed è legato a un singolare libro di viaggio che ha per titolo “Vecchia Calabria” pubblicato per la prima volta a Londra nel 1915».</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-6457 alignleft" style="text-align: justify;" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/03/Norman-Douglas.tiff.jpg" alt="" width="287" height="229" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/03/Norman-Douglas.tiff.jpg 486w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/03/Norman-Douglas.tiff-183x146.jpg 183w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/03/Norman-Douglas.tiff-50x40.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/03/Norman-Douglas.tiff-94x75.jpg 94w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" /></p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>“Vecchia Calabria”</strong>, un libro che, rivela Francesco Bevilacqua, ha “sempre portato nel cuore”  E non c’è da sorprendersi considerato che anche lui, scrittore e naturalista, conta all’attivo centinaia di esplorazioni a piedi sulle montagne della Calabria.</em></p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Norman Douglas</strong></em> nacque in Austria, nel Voralberg nel 1868, da madre austriaca e padre scozzese. Compì studi classici ma dimostrò grande interesse per le scienze naturali e la biologia.</p>
<p style="text-align: left;">Viaggiò molto, sin da giovane, ed ebbe un vero culto per il Mediterraneo e l&#8217;Italia del Sud. Dopo un incarico diplomatico in Russia, smise di avere un&#8217;occupazione fissa e tornò a girovagare per l&#8217;Europa del Sud ed oltre, scrivendo romanzi, saggi, racconti di viaggio e perfino curiosi libri sulla gastronomia afrodisiaca.</p>
<p style="text-align: left;">Fu amico di Joseph Conrad, Compton Mackenzie e Giuseppe Orioli, raffinato editore fiorentino, noto per aver pubblicato per primo “L&#8217;amante di Lady Chatterley” di D.H. Lawrence. Conobbe Graham Green e Sigmund Freud. Condusse una vita sregolata e anticonformista. Da donnaiolo impenitente divenne, in età matura, omosessuale dichiarato. Elesse Capri come sua patria e per essa progettò e compì un&#8217;importante opera di rimboschimento dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: left;">Portò soccorso alle popolazioni terremotate di Reggio e Messina nel 1908. Una sua denuncia fece cessare lo scandaloso utilizzo della manodopera infantile nell&#8217;industria della Pomice a Lipari.</p>
<p style="text-align: left;">Amò moltissimo la Calabria, soprattutto i suoi paesaggi. Viaggiò nella regione almeno sette volte tra il 1907 ed il 1947. Sempre a corto di denaro, inguaribile giramondo, dopo la seconda guerra mondiale, si ritrovò solo e malato. Una coppia di amici lo accolse a Capri, dove Douglas visse gli ultimi anni, mettendo fine alla propria esistenza con una overdose di barbiturici nel 1952.</p>
<p style="text-align: left;">In Calabria, a Torre Camigliati, ha sede il Parco Letterario dedicato a Norman Douglas ed ai viaggiatori del Grand Tour.</p>
<p style="text-align: left;">«Ma tornare nei luoghi dei viaggi a piedi tra le montagne della Calabria di Norman Douglas è anche l&#8217;occasione – suggerisce Francesco Bevilacqua &#8211; per raccontare, ad uso di chi vi abita ma anche di tutti gli altri, storie, aneddoti, fatti che servano a ridare un senso ai luoghi stessi, a trovare una ragione per amarli, quei luoghi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La festa della Madonna del Pollino</strong></p>
<p style="text-align: left;">È un grande pic-nic in onore <span style="text-align: justify;">della Vergine. Duemila persone si accampano intorno alla cappella, con un enorme esercito di muli e di asini, i cui ragli si mischiano alle musiche pastorali delle zampogne e delle cornamuse. (…) L’ondeggiare della folla in movimento riempie la visuale; si accendono fuochi sotto improvvisati ripari e si divora una pazzesca quantità di cibo, secondo l’uso prescritto in queste occasioni (…). Da tutte le pa</span><span style="text-align: justify;">rti pittoreschi gruppi di danzatori, al suono delle cornamuse, si abbandonano a una vecchia danza locale, la pecorara, una sobria tarantella in cui l’uomo volteggia con atteggiamenti fauneschi di invito e schioccar di dita, mentre la donna sfugge all’invito con gli occhi bassi. La chiesa è affollata fino all’inverosimile; riti e preghiere si susseguono senza interruzione (…). Feste come questa sono residui di paganesimo ed hanno la mia più cordiale approvazione. A quest’ora anche noi inglesi dovremmo aver imparato che è un pericoloso errore la repressione del piacere (…). Soltanto per motivi etici – come valvole di sic</span>urezza – tali feste notturne debbono svolgersi in terre come queste, dove i contadini non hanno le nostre agevolazioni. Chi può loro rimproverare queste gioie primordiali che si scatenano sotto l’occhio maternamente indulgente della Madonna, santificate dall’antichità e dai cieli stellati?</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-photo su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":false,"autoPlay":3000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb145fa"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-scaled.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="2560" height="1700" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-scaled.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-scaled.jpg 2560w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-1024x680.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-768x510.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-1536x1020.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-2048x1360.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-220x146.jpg 220w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-960x638.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0136-1016x675.jpg 1016w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-scaled.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="2560" height="1700" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-scaled.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-scaled.jpg 2560w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-1024x680.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-768x510.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-1536x1020.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-2048x1360.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-220x146.jpg 220w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-960x638.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/DSC_0163-1016x675.jpg 1016w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></a></div></div></div><script id="su_image_carousel_6ac512eb145fa_script">if(window.SUImageCarousel){setTimeout(function() {window.SUImageCarousel.initGallery(document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb145fa"))}, 0);}var su_image_carousel_6ac512eb145fa_script=document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb145fa_script");if(su_image_carousel_6ac512eb145fa_script){su_image_carousel_6ac512eb145fa_script.parentNode.removeChild(su_image_carousel_6ac512eb145fa_script);}</script>
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		<title>A pedestrian tour di Edward Lear</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 18:45:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Edward Lear]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alla scoperta della Calabria del Sud, nel 1800, raccontata </strong><strong>con matita e pennello da un versatile gentleman inglese</strong></p>
<p><strong>Ilaria Reggiani</strong></p>
<p>Fu così grande il desiderio di conoscere l’estremo Sud d’Itala, o meglio l’eredità della Magna Grecia, che numerosi viaggiatori stranieri, tra la fine del 700 e tutto il secolo successivo diedero vita a quel fenomeno del <em>Grand</em> <em>Tour</em> che interessò intellettuali e artisti europei neppure dissuasi dal fenomeno del brigantaggio o, come in Calabria, dalle strade incerte e dissestate. Così fu per <strong>Edward Lear</strong>, scrittore e artista inglese, che in Calabria percorse a piedi gli itinerari prescelti, accompagnato da Jhon Proby, suo amico, e da Ciccio, la guida, con il suo inseparabile asino.</p>
<p>Luoghi, tradizioni, costumi incontrati volle raccontarli nei suoi libri non senza talvolta una sottile ma bonaria ironia , beh era inglese! Ma soprattutto fissò per la memoria i luoghi che visitava. Si fermava per strada tutto il tempo necessario ogni qualvolta giudicava di dover ritrarre un panorama con un disegno o un acquarello, &#8211; e già non avevamo detto finora che era anche un eccellente pittore.</p>
<p>Gli dobbiamo molta gratitudine perché ci ha restituito un autentico reportage illustrato di grande interesse documentario oltre che artistico e letterario giunto fino a noi e che mostriamo nella “galleria” sottostante, restituendoci il piacere di poter conoscere “come eravamo”.</p>
<p><strong>Edward Lear</strong>, nato a Londra nel 1812, fu uno degli illustratori più apprezzati dell’Inghilterra vittoriana. Oltre a dedicarsi alla pittura e al disegno si distinse anche come scrittore di nonsense (noti sono i <em>limerick</em>, brevi componimenti poetici di contenuto umoristico corredati da sue illustrazioni). Appassionato di viaggi, visitò diversi paesi ma fu l’Italia con cui instaurò un legame speciale. Nel 1837 giunse infatti a Roma, da cui partì per esplorare le regioni circostanti. Il 25 luglio del 1847 partì alla volta della Calabria. Raggiunse – a piedi, non dimentichiamolo &#8211; trentasette paesi della provincia reggina tra cui <strong>Pentedattilo</strong>, <strong>Polsi</strong>, <strong>Palizzi</strong>, <strong>Roccella</strong>, <strong>Gioiosa Jonica</strong>, <strong>Gerace</strong>, ma anche Palmi, Scilla e quindi <strong>Bova</strong> “la Chora” il centro spirituale e culturale più importante del comprensorio.</p>
<p>Come scrisse nel resoconto di questa avventura, <em>Journals of a landscape painter in Southern Calabria</em> (“Diario di un viaggio a piedi”), pubblicato a Londra nel 1852, spiegò che la scelta di andare a piedi fu ritenuta necessaria per fare “sempre ciò che ci piace, ammirare o fermarci per disegnare, senza alcuna regola precisa” e perché “non si può conoscere la provincia di Reggio Calabria semplicemente spostandosi in carrozza fra Napoli e Reggio”.</p>
<p>Fu proprio <strong>Reggio</strong> la base di partenza del viaggio. Lear definì la città “un grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra”. L’illustrazione di Reggio, nella sua versione ad olio originale, fu per lungo tempo esposta a Londra presso la Tate Gallery</p>
<p>“Senza dubbio quella di <strong>Santa Maria di Polsi</strong> è una delle più notevoli visioni che io abbia mai visto…” scrisse Lear . Un paesaggio da mozzare il fiato, con le sue aspre montagne che circondano il santuario, tutt’oggi meta di pellegrinaggio.</p>
<p>Anche <strong>Palmi</strong> non mancò di ricevere le entusiastiche lodi dell’artista: “Una piatta passeggiata o piattaforma, semi circondata da sedili e da una balaustra, (oggi fiorente Villa Comunale, <em>N.d.R.)</em> il ritrovo serale dove si ozia a Palmi, finisce da una parte con un gruppo di chiese e altre costruzioni della città, e dall’altra parte cala sotto a picco nel mare blu, un perpendicolare precipizio coperto di cactus.</p>
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		<title>Sempre Con Te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 09:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gizzeria]]></category>
		<category><![CDATA[Sidney]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sidney  &#124; Tributo di memoria al ruolo delle donne nell’emigrazione. &#8220;Si domanderà qualcuno perché parlare del passato… Bisogna guardare avanti… È vero, però non dimentichiamo che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sidney  | Tributo di memoria al ruolo delle donne nell’emigrazione.</strong></p>
<p><strong>&#8220;Si domanderà qualcuno perché parlare del passato… Bisogna guardare avanti… È vero, però non dimentichiamo che è importante comprendere il passato per poter apprezzare il presente e costruire il futuro&#8221;.</strong></p>
<p><strong>Silvana Toia</strong></p>
<p>All’età di 14 anni sono partita per l’Australia. Voglio tanto bene alla mia terra natia, ma ho imparato presto ad amare anche la mia terra d’adozione.</p>
<p>Quando eravamo ancora a Gizzeria osservavo mia madre Rosa lottare duramente per portare avanti due figlie da sola, senza marito. Posso testimoniare le sofferenze di tante altre donne, che come mia madre hanno affrontato sacrifici indescrivibili per mandare avanti la famiglia.</p>
<p>Avevo un profondo desiderio di documentare il contributo all’esperienza migratoria di tante donne calabresi, umili come mia madre, che hanno vissuto una vita apparentemente semplice, ma che in realtà hanno giocato un ruolo straordinario. E così, assieme alle amiche Gina Carnovale Polito e Silvana Nero &#8211; e con l’aiuto di mia figlia Emilia, disegnatrice grafica &#8211; abbiamo ritenuto importante raccogliere e condividere questi ricordi con il pubblico sia italiano e che australiano, prima che andassero persi per sempre.</p>
<p>Il progetto maturò in occasione di una mostra, nel 2004 nel Nord di Sydney, dove noi viviamo, con l’idea di mettere a fuoco, soprattutto, il tema della separazione e del ricongiungimento delle famiglie, visto principalmente attraverso gli occhi delle donne. Il libro che ne è nato è <em>Sempre Con</em> <em>Te</em>, accolto con tanto entusiasmo in Australia e che ha ricevuto il primo premio dell’Associazione Nazionale per le tradizioni storiche, nel 2010.</p>
<p>Nel libro si racconta come l’inserimento e i primi anni siano stati molto difficili per tutti perché dovevano superare le difficoltà della lingua, abituarsi a una nuova cultura, farsi accettare e fare nuove amicizie. Soprattutto dovevano cercare di non farsi soffocare dalla nostalgia per la nostra terra e per i parenti lasciati nel vecchio mondo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-8158 size-medium alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_cover-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_cover-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_cover-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_cover-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_cover-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Abbiamo organizzato il volume in quattro sezioni: <em>La vita nel villaggio, Il viaggio, L’arrivo, </em><em>La ricongiunzione e la vita nel nuovo mondo. </em>Il periodo storico è di mezzo secolo, dal 1920 al 1970. Abbiamo intervistato tante donne, ma purtroppo abbiamo potuto inserire soltanto nove testimonianze: separazione dai mariti che erano emigrati dall’Italia per primi, ricongiungimento avvenuto tempo dopo, spesso anche dopo molti anni, come nel caso di mia madre che ci vollero nove anni.</p>
<p>Racconta Clementina Agostino Polito di Platì (RC): “Io non ero preparata per un nuovo modo di vivere. Anche se era una casa modesta, almeno c’era l’acqua in cucina. C’erano anche i fornelli a gas, e non il fuoco per cucinare come a Cirella. Ci vollero circa due settimane per capire come usare la cucina a gas”.</p>
<p>Giuseppina Barillaro Sergi da Martone (R C):  “Durante i tre anni in cui Pasquale era in Australia da solo, la vita, incluso il lavoro nella fattoria, ha continuato per me come prima. Le giornate erano sempre molto lunghe, ero sempre esausta per la dura fatica di seminare, zappare, scavare. Spesso andavo con mio padre in montagna, tirando un carro pieno di frutta e verdure e scambiavamo con i paesani i prodotti che non avevamo”.</p>
<p>L’arrivo. Il racconto di Tommasina Martino Russo di Gizzeria (CZ) ci fece ridere e piangere allo stesso tempo.</p>
<p>“Il nostro arrivo a Sydney, fu un po’ sfortunato. Giovanni sbagliò porto e così, non trovammo nessuno ad aspettarci. Ci sedemmo sulle valige e sui bauli attendendo il suo arrivo. I bambini più piccoli, non ricordando il suo viso, strillavano ‘Ecco! Arriva papà!’ ad ogni uomo che si avvicinava. Giovanni finalmente arrivò. Andammo tutti alla fermata del pullman, prendendo quello per Brookvale.  La casa nostra era in via Verde, su un terreno paludoso e pieno di zanzare”.</p>
<p>Si domanderà qualcuno perché parlare del passato… Bisogna guardare avanti… È vero, però non dimentichiamo che è importante comprendere il passato per poter apprezzare il presente e costruire il futuro. D’altra parte ognuno di noi altro non è che il risultato del passato, dei valori che ci sono stati tramandati e che abbiamo il dovere morale di trasmettere alle nuove generazioni. Storie come quelle contenute in <em>Sempre Con Te </em>possono diventare motivo di stimolo per i giovani a non arrendersi mai di fronte alle difficoltà che la vita ci pone, mantenendo forte il senso della famiglia senza mai venire a compromessi con la propria dignità e integrità.</p>
<p><em>Le foto del volume sono di Erron Field.</em></p>
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class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1500" height="899" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43.jpg 1500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43-1024x614.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43-768x460.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43-244x146.jpg 244w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43-50x30.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/SCT_intro_42-43-125x75.jpg 125w, 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		<title>Blacaman: «l&#8217;homme qui s’amuse avec la mort»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2020 09:45:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Blacaman]]></category>
		<category><![CDATA[Castrovillari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Blacaman, al secolo Pietro Aversa, detto sprezzantemente «u zingaru», partì da Castrovillari per il mondo e con le sue stupefacenti esibizioni conquistò fama e ricchezza tenendo<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Blacaman, al secolo Pietro Aversa, detto sprezzantemente «u zingaru», partì da Castrovillari per il mondo e con le sue stupefacenti esibizioni conquistò fama e ricchezza tenendo col fiato sospeso intere platee in Europa e negli Stati Uniti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giulio Palange</strong></p>
<p>Nella seconda metà degli anni &#8217;20 del ’900, nel giro internazionale dello spettacolo irrompe un personaggio fin lì mai visto prima, manco nel milieu degli scavalcamontagne, il &#8220;fachiro indiano&#8221; Blacaman, ed è subito successo via-via più stupefatto e stupefacente, ché le sue esibizioni son comunque di quelle da fiato sospeso in quanto -“uomo che si diverte con la morte” &#8211; mette sempre in gioco la propria vita: oltre agli esercizi «fachirici» di routine, tipo camminare su carboni ardenti manco fossero un soffice prato all’inglese, o far frantumare a colpi di gravosa mazzetta un macigno che tiene poggiato sul petto, e ad esibirsi come ventriloquo e illusionista e tante altre cose ancora comunque alla portata di qualsiasi mezzemaniche circense a corto di fegato, talento e fantasia, egli, primo al mondo, sale a piedi nudi su una scala i cui pioli son spade affilatissime sistemate di taglio, e in cima alla quale s’impicca ad un gancio rimanendovi per parecchio sospeso.</p>
<p>Oppure, si esibisce come «ipnotizzatore animale» (sic!), e, in forza anche di un «complicato gergo italiano» pronunciato in catturante litania, ipnotizza caimani e leoni, coi quali gioca pericolosamente, e i giornali sottolineano che «ha ridotto il turbolento re della foresta alla sua volontà, senza frusta, cerchi o altri accessori circensi»; oppur’ancora, &#8211; e, udite-udite!, ché questa è per davvero la performance che gli assicura fama e considerazione nel vecchio come nel nuovo mondo -, si fa seppellire vivo rimanendo sottoterra per oltre mezz’ora.</p>
<p>Che si esibisca in uno stadio, in un teatro o sotto il tendone d’un circo, non cambia, è sempre il tutto esaurito; per cui gli impresari d’Europa e d’America se lo contendono a suon di conquibus; fa spettacolo nei maggiori teatri del mondo; mette addirittura in ombra la fama del mitico Houdini; ad Holliwood fa un film da protagonista, <em>You Can’t Cheat an Honest Man</em> (<em>Non si può truffare un uomo onesto</em>), diretto da George Marshall, interamente girato in un circo del gruppo Barnum-Bailey, e una scena del quale &#8211; lui che fuoriesce dalle fauci disserrate d’un coccodrillo &#8211; si segnala fra le sequenze cinematografiche memorabili, più o meno come il King-Kong sul grattacielo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-9368 aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-300x300.jpg" alt="" width="308" height="308" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-1024x1024.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/10/blacaman-apertura-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 308px) 100vw, 308px" /></p>
<p>Ovunque vada, qualunque cosa faccia, lo accompagna un alone di mistero su cui egli marcia parecchio &#8211; quando non si ci mettono anche gli altri ad alimentare lo stesso mistero, come, ad esempio, allor che un giornalista del <em>Bill Board</em> pubblica che Blacaman è morto mentre giocava sottoterra con la morte, e alla sua «resurrezione» ci si chiede: «La notizia della morte di Blacaman è stato l’errore di un giornalista, una trovata pubblicitaria intelligente, o è stato lui a ritornare in vita per vero miracolo?» &#8211; ben sapendo che il non-detto dice, invece, assai perché intriga, solletica la fantasia della gente e accresce la sua capacità di richiamo, moneta sonante nel barnum dello spettacolo; e ci marcia soprattutto tenendo bocca cucita su tutto ciò che lo riguarda personalmente se non per alcuni precisi particolari, sì che, al di là del nome di battesimo, Pietro, non si sa chi veramente sia e come si chiami (ancor oggi nelle pubblicazioni specifiche è citato come «Pietro Blacaman»), si ignora la sua nazionalità, da dove provenga (anche se dovrebbe destare un qualche sospetto, ma non lo desta, la circostanza, parecchio allusiva, che, in ogni città in cui si esibisce, egli si cerchi aiutanti originari di Castrovillari, come a voler simbolicamente rinnovare un qualche legame), dove sia stato e cosa abbia fatto prima dello strepitoso esordio. In ogni caso, le physique du rôle ce l’ha e della miglior pezza, da madre natura cucitogli addosso su misura: sguardo tenebroso e infuocato, minimo indispensabile d’ossa e carne compensato da un eccesso di barba e capelli che tiene sparati e cespugliosi come il tizio della pubblicità dei pennini.</p>
<p>Insomma, se uno vuole immaginarsi un fachiro indiano basta che pensi a lui! Solo che indiano lo è nella misura in cui era turco il turco-napoletano di Totò: in realtà, si chiama Pietro Aversa ed è nato nel 1902 appunto a Castrovillari, ai piedi del Pollino; e se è diventato quel che è diventato certo lo deve anche al fatto d’esser nato e cresciuto non nella catatonia solagna d’una piccola patria a casa del diavolo, ove i giorni e gli orizzonti son sempre conclusi, ma giusto a Castrovillari, da dove ogni giorno si parte, ma, pure, si arriva, essendo, la stessa Castrovillari, l’ultima o, secondo la direzione di marcia, la prima stazione di posta calabrese lungo la strada pel mondo di fuori; e c’entra pure un’intelligenza assai sveglia e con spunti bislacchi, e l’argento vivo in corpo, popolano con le pezze al sedere che una ne fa e cento ne pensa, e, uccello dei cieli franchi, con febbrile impazienza di cercarsi miglior destino altrove, brucia infanzia e adolescenza per le trazzere delle «vigne» battute dai venti gelidi che rotolano giù dal Dolcedorme, inseguito dall’ingiuria «’u zingaru», blasone dovuto, forse, all’estrema indigenza familiare, forse al poter per davvero vantare sangue nomade, forse alla sua vita sempre in mezzo alla strada.</p>
<p>Finché un giorno non transita da Castrovillari un circo equestre e lui gli s’aggrega come lavorante tuttofare &#8211; in definitiva, emigrante come tantissimi altri, con la sua grama “mappata” in spalla -, e di Pietro «’u zingaru» si perdono tracce e memoria per anni, impiegati &#8211; fa capire poi lui &#8211; a raggiungere l’India con relativi fachiri, che gli appalesano l’innato talento e gli svelano i loro segreti. E quando ritorna in circolazione &#8211; barba e capelli assatanati, un sontuoso turbante all’indiana in testa, sempre attorniato da tenebrosi assistenti anch’essi inturbantati &#8211; è in ogni senso un altro da prima, ché il bozzolo de «’u zingaru» ha partorito la farfalla del «fachiro indiano», ed è mistero nel mistero chi o cosa abbia potuto condurre un cristiano senza proprio studio e ricco manco d’un centesimo farlocco, a diventare uno che ce l’ha fatta in un àmbito sideralmente distante dalla cultura d’origine. E via-via il suo vivere, comunque avventuroso e sempre sotto il segno della straordinarietà, diventa pane per la fantasia popolare e per le cronache dal mondo dello spettacolo, che costruiscono su di lui leggende a sazio, fra cui quella che è una spia dell’Ovra, l’occhiuta, invasiva polizia segreta del regime fascista.</p>
<p>Poi, subito dopo il secondo conflitto mondiale &#8211; nel frattempo ha impalmato una diva teutonica, facendo anche del matrimonio un evento puntualmente strombazzato dai media &#8211; la sua carriera prosegue, sì, ma non più spopolando come prima, e non perché siano in qualche misura svaporati i suoi poteri, ma è che la gente ha da leccarsi le ferite di guerra e da ricostruire su macerie, e, per il momento, tiene poca testa per i leoni ipnotizzati e le arrampicate sulle lame di affilatissime spade. Finché, nel 1949, la «comare secca» non coglie a volo l’occasione per rifarsi di tutte le umiliazioni da lui inflittele nei loro duelli circensi e, con un decesso qualunque, se lo porta via di subito, così banalizzando l’epilogo di un’esistenza d’eccezione e impedendogli di sconfinare nei territori del mito.</p>
<p>Ma uno di questi giorni Blacaman certamente ricomparirà, ultracentenario ma sempre capace di stupire coi suoi esercizi da fachiro più vero dei fachiri veri che, magari, son anche capaci di schiacciare una pénnica su un letto di chiodi, ma non certo di sopravvivere a se stessi.</p>
<p>D’altronde, la sua specialità non era forse quella di restare a lungo sepolto per poi puntualmente “resuscitare”?!</p>
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		<title>Oh Santu Roccu la grazia faciti!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 12:18:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Acquaro di Cosoleto]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[San Rocco]]></category>
		<category><![CDATA[Santu Roccu]]></category>
		<category><![CDATA[Scilla]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Santino Salerno Tra i numerosi e miracolosi santi che si venerano neicentri della Costa Viola e in quelli dell&#8217;entroterra preaspromontano  e si affacciano sulla Piana di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Santino Salerno</strong></p>
<p>Tra i numerosi e miracolosi santi che si venerano neicentri della Costa Viola e in quelli dell&#8217;entroterra preaspromontano  e si affacciano sulla Piana di Palmi, SAN ROCCO, il santo venuto dalla Francia e che ha sconfitto la peste, è sicuramente quello che conta maggior seguito di fedeli. Supplici e penitenti accorrono tra agosto e settembre, a Scilla, a Palmi ad Acquaro di Cosoleto, per implorare o ringraziare, compiendo atti di devozione e plateali manifestazioni di penitenza in cui il confine tra fede e folclore è indistinguibile, fusi in un unicum che assomma spettacolarità e pietas religiosa.</p>
<p>Emozionante e suggestiva è la processione di San Rocco, che si svolge a<strong> SCILLA</strong>, stupendo borgo della Costa Viola, cui fa da sfondo il mare da dove nascono i miti. E un paesaggio incantato che, con la sua anima leggendaria, fa sì che le preghiere scaturiscano dal cuore con fede smisurata, con maggiore forza, e più intensa speranza.</p>
<p>La devozione verso San Rocco che si perpetua ormai da secoli — le fonti storiche fanno risalire il culto tra fine del &#8216;400 e non più tardi dei primi del &#8216;500 &#8211; costituisce per gli scillesi un punto di riferimento spirituale  e, a un tempo, un elemento identitario della comunità civile.</p>
<p>La processione si svolge in due giorni, il primo sabato e la prima domenica dopo il 16 agosto. Nei due giorni di festa la statua lignea del Santo si fa pellegrina, portata a spalla tra vicoli e stradine con la folla dei fedeli e dei tanti emigrati che ritornano per l&#8217;occasione.</p>
<p>Connotato distintivo è il corteo delle donne che portano ceri votivi, <em>i &#8216;ntorci</em>, che aprono e illuminano la via al Santo durante il lungo percorso, e che ardono come simbolo della fede e come segno di speranza o di grazia ricevuta.</p>
<p>Canti imploranti intercessioni accompagnano la statua nel lento</p>
<p>e solenne procedere<em>: Santu </em><em>Rroccu è &#8216;na gran potenza/ siti rriccu di santità/ la grazzia chi ieu vi cercu/ facitimmnilla pe&#8217; carità/ Facitimmilla santu Rroccu/ facitimmilla pe&#8217; carità/ Pe&#8217; lu dunu chi arricivistu/ di la Santissima Trinità. </em></p>
<p>Tra la testa e la coda del corteo le voci, i canti e le preghiere</p>
<p>si accavallano si fondono e si confondono; il Santo ora viene invocato con un rispettoso &#8220;Voi&#8221; ora con il &#8220;Tu&#8221; confidenziale:</p>
<p><em>Vi salutu Santu Rroccu/ Pe&#8217; &#8216;ssa piaga ch &#8216;avìti o ginucchiu/ comuDdiu ti sana a ttia / sana la piaga dill&#8217;anima mia </em></p>
<p>Nel pomeriggio del sabato, la statua percorre il caratteristico borgo della Chianalea, prosegue verso il rione di Marina Grande, per poi risalire verso il quartiere di San Giorgio. Di grande effetto è la chiusura della festa la domenica sera, quando la statua, giunta nella grande piazza antistante la chiesa, si apre la via tra due ali di folla e i portatori si apprestano all&#8217;ultima fatica: il &#8220;Trionfino di San Rocco&#8221; ovvero la corsa, con il Santo in spalla, dalla piazza fino al sagrato, passando attraverso il tunnel delle &#8220;roteddhi&#8221;, le girandole dei fuochi artificiali che balenano vorticando impazzite.</p>
<p>Una prova emozionante che simboleggia il trionfo del Santo sul male della peste che divampò in tutta Europa e da cui Scilla fu preservata.</p>
<p>I &#8220;Fuochi di Mezzanotte&#8221;, concludono la festa sotto lo sguardo incantato di migliaia di scillesi di devoti e di turisti, nello splendido scenario che offre il mare dello Stretto così unico e speciale da sembrare un miraggio.</p>
<p>Dire <strong>ACQUARO</strong> è dire San Rocco. Il binomio è inscindibile ed è l’elemento identitario del piccolo silenzioso borgo che, arroccato sul versante occidentale dell&#8217;Aspromonte conta</p>
<p>poco più, poco meno, di un centinaio di anime e domina dall&#8217;alto il mare verde di ulivi che si estende senza soluzione di continuità fino alla costa e fa da controcanto alle azzurre acque del Tirreno.</p>
<p>Qui, dove per l&#8217;intero anno il tempo sembra immobile, a metà settembre, nella ricorrenza della festività, tutto lentamente prende vita e movimento e respiro; i vicoli si rianimano e la bella chiesa è presa d&#8217;assalto da migliaia di pellegrini.</p>
<p>Giungono a piedi dai paesi della Piana ma anche dal versante jonico, attraverso piste e sentieri appena accennati lungo i crinali, tra i boschi, o salendo e scendendo lungo vallate e forre arse.</p>
<p>Cantano tutti le lodi del Santo lungo il loro cammino, e quando giungono ad Acquaro verso sera o a notte inoltrata, al cospetto del Santo compiono gli atti devozionali. Intorno alla mezzanotte quando la statua, dalla nicchia alta sull&#8217;altare maggiore, vien fatta scivolare fino a terra lungo un piano inclinato per essere poi collocata sul fercolo di legno, i fedeli le si accalcano attorno, fanno ressa, si sbracciano per toccarla. Alcuni riescono appena a sfiorarla, e portano le mani alle labbra; altri seduti già da ore sulle panche, si percuotono il petto col pugno chiuso e cantano implorando fino allo sfinimento: <em>Supr&#8217;a &#8216;ssa vara dispostu vui siti/ oh Santu Roccu la grazzia facìti</em></p>
<p>Nell&#8217;immaginario, ma anche nell&#8217;esperienza collettiva il Santo d&#8217;Acquaro è il San Rocco maggiormente propenso all&#8217;ascolto, alla concessione di grazie e all&#8217;intercessione.</p>
<p>La statua dà l&#8217;idea di un Santo modesto e bonario, qualcosa che lo avvicina di più alla fragilità degli uomini che non alla perfezione dei santi e quindi lo si sente più disposto a capire le debolezze, le sofferenze, i bisogni, le paure di chi prega e pregando coltiva una speranza.</p>
<p>Dal fondo della chiesa arrivano echi di altri canti mentre fuori si uccidono capre e si accendono fuochi.</p>
<p>Nella notte mangiano e bevono i pellegrini e danzano al suono di organetti e tamburelli e zampogne fino allo spuntare dell&#8217;alba. Il viavai nella chiesa non cessa fin quando nel pomeriggio, con accompagnamento di bande e spari di mortaretti, la statua non verrà agilmente portata a spalla.</p>
<p>A sera i fuochi d&#8217;artificio chiuderanno la festa, ma allora gran parte dei fedeli sono già sulla via del ritorno; ne sentiranno solo il rimbombo e vedranno il lampeggiare che rischiara la notte, mentre Acquaro di Cosoleto lentamente si svuota e presto il tempo tornerà a fermarsi di nuovo.</p>
<p>A <strong>PALMI </strong>la festa di San Rocco si celebra il 16 di agosto con una straordinaria partecipazione popolare.</p>
<p>I palmesi si affidano speranzosi al santo di Montpellier ai cui piedi, ogni anno, depongono centinaia di ex voto di cera: teste, cuori, polmoni, reni e arti e altro e anche oggetti d&#8217;oro e d&#8217;argento e offerte in denaro.</p>
<p>La chiesa già nei giorni che precedono la festa è meta continua di fedeli e il giorno della vigilia sono tanti, donne soprattutto, che per l&#8217;intera giornata, senza toccare né cibo né acqua, invocano il Santo &#8220;protetturi&#8221;e &#8220;avvocatu&#8221;; ne tessono le lodi, inneggiano alla bellezza che è pari a quella di Gesù bambino,</p>
<p>lo vezzeggiano: <em>Santu Rroccuzzu meu chi siti bellu/ aviti la facci di lu Bambinellu/ e vi l&#8217;ha data la matri di Ddeu/facitimi la grazzia santu Roccuzzu meu</em>.</p>
<p>Il giorno della festa, i mortaretti danno la sveglia alla città; e le bande paesane percorrono le vie cittadine con i suonatori in divisa e in affanno sotto il sole d&#8217;agosto.</p>
<p>E poi ci sono i &#8220;Giganti&#8221;, enormi fantocci di cartapesta Grifone il principe moro invasore, e Mata la bella principessa indigena dalla pelle rosata. Girano per le strade, e al suono cadenzato, fortemente sincopato dei tamburi simulando una danza di corteggiamento; e quando i portatori caracollando li avvicinano l&#8217;uno all&#8217;altra, fino a sfiorarsi, il suono dei tamburi si fa più serrato e più alto.</p>
<p>Elemento distintivo della processione che inizia nel tardo pomeriggio, e si protrae per quattro ore, sono gli &#8220;spinati&#8221;, uomini e donne di ogni età, appartenenti a tutte le classi sociali, che per aver ottenuto una grazia o perché devono ancora ottenerla, indossano per voto una pesante cappa diarbusti spinosi. Disposti su due file parallele, precedono la statua del Santo.</p>
<p>Gli uomini camminano scalzi e silenziosi tenendo tra le braccia incrociate sul petto nudo un&#8217;immagine del Santo, mentre la cappa di spini grava sul capo e sul tronco nudo. Le donne pregano e cantano; alcune portano per lo più la corona di spini e un grosso cero in mano.</p>
<p>Questa processione offre l&#8217;opportunità di osservare inusitati aspetti dell&#8217;animo umano, nel momento in cui ciascun devoto, individuo e massa nel contempo, liberatosi da ogni pudore, è disposto, penitente o grato, a mostrarsi in tutta la sua scoperta fragilità. La festa si conclude a sera inoltrata con l’arrivo della statua, nella piazza grande. Poi, a tarda notte, quando i fuochi, illumineranno a giorno il monte Sant&#8217;Elia e il cielo d&#8217;agosto,  davanti alla chiesa giaceranno abbandonate le cappe, le corone di spine e i ceri. San Rocco è ormai in chiesa da un pezzo e guarda verso l&#8217;uscio aperto da dove fa capolino l&#8217;ultimo dei pellegrini con occhi ingenui e imploranti.</p>
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		<title>Scilla e Chianalea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 12:06:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Chianalea]]></category>
		<category><![CDATA[Il borgo di Chianalea di Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Piana delle Galee]]></category>
		<category><![CDATA[Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Skylla]]></category>
		<category><![CDATA[Stretto di Messina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><strong>Maria Celebre</strong></span></p>
<p>Rappresentano l’immagine simbolo di una Calabria ricca di Borghi e piccoli centri colmi di Storia, leggende e paesaggi che sanno incantare con la loro bellezza senza tempo. Scilla è una rinomata meta turistica un piccolo borgo dalle antichissime origini della provincia di Reggio Calabria.</p>
<p>Porta d’ingresso allo Stretto di Messina,tra mitologia, storia, leggenda e poetiche immagini.</p>
<p>Si trova in una posizione strategica, con L’Aspromonte che scende a picco sul mare, si caratterizza per il suo porticciolo attorniato da abitazioni realizzate sul pelo dell’acqua e per una cucina che vede il pesce (in particolare il pesce spada) protagonista assoluto, oltre che per la bellezza tipica dei paesaggi della Costa Viola.</p>
<p>Il nome ha avuto origine dal termine greco <em>Skylla</em>, ossia scoglio. La leggenda narra che la nascita della località sia da ricondurre alla figura della ninfa Scilla, trasformata in un mostro a 6 teste dalla maga Circe e divenuta un vero e proprio incubo per le navi che si trovavano a navigare nei pressi dello Stretto di Messina. Lì dove Mare Jonio e Tirreno s’incontrano da tempo immemore, dando vita alle leggende di Scilla e Cariddi di cui Omero scrisse nella sua Odissea.  Arrivando dall’autostrada del sole, il profilo che vi trovate di fronte è inconfondibile con la sua fortezza/castello Ruffo di Calabria in alto che domina l’imboccatura dello stretto di Messina,suddividendo Marina Grande da Chianalea, e il borgo dei pescatori, lambito dalle acque del mare Tirreno in basso.</p>
<p>Il borgo di Chianalea di Scilla è uno di quei posti che ti rimane nel cuore, e uno spettacolo unico e affascinante fatto di mare in ogni sfumatura. Una piccola gemma della Costa Viola fatta di casette a picco sul mare che sembrano spuntare direttamente dall’acqua e che si arrampicano verso Scilla. Di panorami sullo Stretto che ti rapiscono, di sfumature dal verde smeraldo che ti lasciano lì, con gli occhi che non riescono più a staccarsi da quella meraviglia.</p>
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<p>E’ il più antico borgo di Scilla; si tratta di un caratteristico quartiere di pescatori noto anche come<em> </em><em>Piana</em> <em>delle Galee</em>. Il soprannome di “<em>piccola Venezia del Sud</em>” è legato alla caratteristica distintiva di Chianalea, che la rende unica e indimenticabile: le abitazioni che, situate a ridosso degli scogli , sembrano galleggiare sul mare; unite da arcate, si stringono attorno a piccole viuzze che ricordano i canali di Venezia. Qui gli abitanti vivono ancora dell’attività della pesca, con le barche ormeggiate nel porto, situato tra Chianalea e Marina Grande.</p>
<p>A Chianalea è tutta un’altra storia, qui puoi capire veramente cosa significa vivere sul mare. Puoi respirare intensamente quell’odore di salsedine, ascoltare le onde che si infrangono sugli scogli, osservare i pescatori che preparano la propria barca per solcare le onde dello Stretto.</p>
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		<title>L’anima divisa di un emigrante al contrario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2020 07:33:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Capo Vaticano]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Berto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A Capo Vaticano, lo scrittore veneto Giuseppe Berto scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua vita, interrogandosi, arrovellandosi, sulle ragioni più profonde dell’identità di una terra e di un popolo.</strong></p>
<p><strong>Si chiese cosa portasse i Calabresi alla rassegnazione e pure così infaticabili nell’opera di distruzione di tutto quanto di bello la loro terra avrebbe da offrire</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giorgia Gargano</strong></p>
<p>In Calabria non c’è spazio per l’indifferenza, per un <em>demi-vivre</em>; la Calabria si ama o si detesta. Di solito i Calabresi la detestano, fin quando ci vivono. Appena se ne allontanano, la rimpiangono, la inseguono, la desiderano. Perché le montagne, il mare, le zolle, i sassi, vengono a disegnarti dentro una mappa che non è soltanto quella della tua terra natale, ma è la strada verso una terra che ti sagoma il carattere, ti forgia le mani, ti allena il cuore.</p>
<p>I Calabresi solitamente non amano gli estranei, nonostante la vulgata li voglia ospitali e accoglienti. Lo straniero è guardato con sospetto, analizzato, soppesato e solo infine accolto. Troppi invasori, troppi sfruttatori sono incisi nei geni di questo popolo.</p>
<p>Con questo spirito Giuseppe Berto dev’essere stato accolto in Calabria: biondo di capelli, i chiari occhi pungenti di chi deve prima capire e poi di chi ha scelto questa terra come suo luogo di elezione, non potevano non destare sospetti in chi la stessa terra deve sopportare per dovere di nascita e condanna del destino. Averla scelta ha significato per Berto assorbirne gli aromi, i fantasmi, i colori, i travagli.</p>
<p>Berto ha amato la Calabria, in misura eguale l’ha sofferta. L’ha conosciuta, osservata e criticata, con il garbo però di non prenderne le distanze.</p>
<p>Qui è giunto seguendo una geografia interiore alla quale forse non aveva dato un vero peso. Ci è arrivato con sulle spalle il più che lecito bagaglio di sospetti e pregiudizi di un veneto che ha conosciuto i calabresi fuori sede, dei quali aveva imparato che non bisogna fidarsi troppo quando descrivono la loro terra d’origine, perché “la amano di un amore snaturato”.</p>
<p>Dopo le ben immaginabili difficoltà sulla locale rete stradale (siamo nel 1956), accompagnato da un giovane incontrato per caso, Berto giunse sul terrazzo di Capo Vaticano con una certa sorpresa: una volta lì, alle sue montagne, alle sue nevi, ai suoi fiumi, d’un colpo si sostituì il mare Tirreno, quello interrotto dalle rocce eoliane e dallo Stromboli fumante, quello delle lampare notturne e, all’epoca delle spiaggette semideserte di giorno. “Di solito uno appartiene a due luoghi: quello in cui è nato e quello dove gli piacerebbe vivere. È uno degli elementi della nostra inquietudine, questo, perché poi accade che se si sta in uno dei due luoghi ci si sente un po’ infelici di non stare nell’altro. Comunque, appena la vidi, seppi che quella terra dalla quale si scorgevano quelle magiche isole era la mia seconda terra, e qui sono venuto a vivere”.</p>
<p>Qui dunque venne a vivere lo scrittore dei tormenti esistenziali del Novecento, l’ex fascista senza più fede politica, il paziente in psicoanalisi de <em>Il male</em> <em>oscuro</em>, l’agnostico cercatore di messia de <em>La gloria</em>, l’intellettuale che soffrì l’isolamento dall’élite imperante del pensiero nazionale postfascista, che pretendeva tesserini di pura fede marxista da chi osasse avventurarsi sulla via della cultura ufficiale. A fronte di tali ostacoli, ben poca cosa dovette apparirgli l’asperità delle montagne calabresi. Che cominciò a percorrere in lungo e in largo, producendo una serie di articoli, raccolti in un prezioso volume edito dall’editore Monteleone di Vibo Valentia, <em>Il mare da dove nascono i miti</em>, e che restituiscono di Berto non solo l’immagine del grande giornalista, scrittore e cronista che fu, ma soprattutto quella di un ecologista <em>ante litteram</em>, un instancabile critico di governi e scelte politiche e ambientali sbagliate, che generazioni di governanti perseguirono con esemplare pervicacia a danno di una Calabria che non aveva né gli strumenti né la coscienza critica per difendersene.</p>
<p>Troppo bene Berto conosceva i Calabresi, per non sapere che doveva venire dall’esterno chi li dovesse difendere. Lui lo fece, con tutti i mezzi che gli erano congeniali e armato della sua penna, per oltre trent’anni. Che non sono bastati, tuttavia, per arginare lo sfascio e il degrado urbanistico che aveva davanti agli occhi nel 1978, quando morì. Come tutti gli amanti del Sud, ma nel suo caso con un accanimento particolare, derivato dall’essere diventato un emigrante <em>e converso</em>, un emigrante “all’ingiù” invece che “all’insù”, si chiese per tutta la vita cosa portasse i Calabresi a essere così infaticabili in quest’opera di distruzione di tutto quanto di bello la loro terra avrebbe avuto da offrire: ed emergevano le ragioni che tutti ben conosciamo. Troppi secoli di colonialismo, troppi cataclismi naturali, troppe asperità geomorfologiche… Ma, in sintesi, erano queste le sue conclusioni: “Io, che non mi intendo molto né di politica né di economia, posso anche dire che la causa di tutti i mali del meridione è proprio quella cupa tristezza… Capisco che una miseria così grande e così antica ad un certo punto toglie anche la voglia di tirarsene fuori”.</p>
<p>La sospensione del tempo, l’incapacità di riscuotersi dalla miseria sono le due percezioni alla base del terzo romanzo di Berto, uno dei meno noti, scritto sulla Calabria quando ancora non vi abitava e quando forse non aveva ancora approfondito la relazione umana con la popolazione locale. <em>Il</em> <em>Brigante</em> è del 1951, usciva dopo il grande successo de <em>Il cielo è rosso</em> e inseriva Berto nel contesto della narrativa neorealistica, che non gli portò tuttavia molta fortuna di critica in Italia. La storia de <em>Il</em> <em>Brigante</em> pareva nascere da una costola di <em>Gente in Aspromonte</em> di Alvaro, ma ne lasciava da parte la lezione lirica del linguaggio, a favore di una grande asciuttezza nei dialoghi e nelle descrizioni.</p>
<p><strong> </strong>La Calabria disegnata da Berto &#8211; verrebbe da dire &#8211; è distante da quella di Alvaro i mille chilometri che la separano dal Veneto. Nel brigante Michele Rende, è ritratta tutta l’ansia dei tempi nuovi post bellici, che si risolve in un’ingenua adesione ai principi della giustizia proletaria, che convivono, senza configgere, col non saper abbandonare l’antico retroterra di giustizia vendicativa.</p>
<p>Il brigante gentiluomo, figura ideale e temiamo idealizzata, che nella smania giovanile impulsiva e determinata di fare giustizia lascia che sia fatta giustizia persino di sé, ha forse il suo culmine nelle scene in cui è più celata: quelle cioè dell’occupazione delle terre. All’alba una folla di poveracci s’incammina alla volta dei campi lasciati brulli dai nobili e la fatalità, l’ineluttabilità della decisione ormai presa non impedisce a giovani e anziani di tremare, di esitare, di subire la propria stessa volontà. “Raccolsero da terra i loro carichi e cominciarono ad andare, senza grida né canti”.</p>
<p>Niente a che vedere con la folla vibrante, fremente, impaziente, rumorosa dei personaggi di Leonida Repaci che occupano le terre di Melissa. E difatti, mentre i morti di Melissa ingenerano rabbia e impotente amarezza, l’unico morto di Berto è un destino al quale non è possibile sfuggire, l’ennesima fatalità, l’ennesimo lutto inferto dall’alto. Perché “era difficile toglierli alla loro rassegnazione, ma qualche volta le parole erano come il verbo di Dio, crescevano dentro di loro e da granello diventavano albero… Non osavano riconoscersi dei nemici vicini e reali. Andavano a cercare le ragioni delle loro disgrazie in qualcosa di astratto, contro il quale fosse impossibile combattere, e lo chiamavano Dio o la legge o il governo”.</p>
<p>Non resta che l’ironia, di fronte alla spinta autodemolitrice del calabrese. “I Calabresi si sono venduti l’anima per un piatto di lenticchie”, annota amaro Berto nel 1977 e con questa convinzione ha chiuso la sua vita.</p>
<p>Berto è ancora qui, sepolto nella sua Capo Vaticano, strano straniero emigrante al contrario. Per amore. E solo chi nella vita non ha mai amato potrà non capire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Il luogo più bello al mondo</em></strong></p>
<p><em> </em><em>…Poi un giorno qualsiasi, in un luogo qualsiasi, quando mi sembra di averlo già definitivamente ammazzato, ecco che quest’amore torna all’improvviso e nel modo più subdolo, cioè, approfittando del fatto che spesso si è stanchi della pioggia o del freddo che dura sei mesi all’anno, e infastiditi di vivere in  mezzo a tanta gente e a tanto frastuono. Allora mi basta ricordare il colore del mare, l’aspetto di una terra, il vento di scirocco che viene dall’Africa, i mandorli che fioriscono a gennaio, una ragazza che raccoglie olive, un contadino vestito di nero, una donna che cammina portandosi un’anfora sulla testa; e subito mi riprende il bisogno di correre giù, dove, si capisce, di nuovo rapidamente mi sazio…</em></p>
<p><em>Questa è la terra alla quale, appena la vidi, capii di appartenere. </em></p>
<p><strong>Giuseppe Berto</strong></p>
<p>(Da<em> Corriere mercantile</em>, 4 febbraio 1961)</p>
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		<title>L’emigrante-imprenditore che s’innamorò dell’arte contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2020 10:45:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Bilotti]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Carlo Bilotti, da Cosenza a New York, strinse saldi legami, come amico e come committente, con gli artisti che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Roma e Cosenza ospitano ora le preziose collezioni che egli ha voluto donare alle due città</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Maria Frega</strong></p>
<p>Se esistono tanti tipi di collezionisti fra questi un grado di eccezionalità è da riconoscere al calabrese Carlo Bilotti il quale dimostrando un animo da collezionista esperto comprò il suo primo Giorgio De Chirico all’età di ventidue anni. Nato a Cosenza nel 1934 poté acquistare arte grazie alla fortuna accumulata in America nel business dei profumi ma anche perché conosceva alcuni dei grandi protagonisti dell’arte contemporanea: Larry Rivers, il calabrese Mimmo Rotella, l’americano Andy Warhol che curiosamente, come ci informa lo stesso Bilotti in una video-intervista, conservava del profumo nelle bottigliette di una nota bibita.</p>
<p>Collezionò con grande fiducia in sé stesso senza servirsi di alcun consulente, non comprando mai con un piano prestabilito ma solo per il desiderio di possederle.<br />
Vero è anche il fatto che, dolorosamente, quel potere esclusivo nei confronti di un’opera dopo la morte prematura della figlia si tramutò in donazione.</p>
<p>Legò nuovamente il proprio destino alla Calabria, lasciò al Complesso Monumentale di Sant’ Agostino (oggi sede del Museo dei Brettii e degli Enotri) della città di Cosenza nel 2005 parte delle opere raccolte di Picasso, Chagall, Ernst, Greco, Mirò, Severini, Tapiés, cosa che successivamente farà anche con la città di Roma creando un nuovo spazio espositivo &#8211; L’Arancera da lui restaurata &#8211; all’interno di Villa Borghese per la collezione De Chirico, ed anche ideando il Museo all’ Aperto Il MAB (Museo all’Aperto Bilotti) è un’operazione di grande intelligenza quando sposta la fruizione di una iniziativa culturale da un campo quasi sempre elitario e ristretto ad alcune fasce di popolazione e lo si trasporta lo si realizza su di una strada qualunque, il Corso Mazzini di Cosenza, ad esempio. Questo eco-museo come moltissime altre realtà in divenire mostrano il progetto ambizioso della Calabria di inserirsi nel contesto dell’arte contemporanea.<br />
Corso Mazzini è stato progressivamente trasformato in isola pedonale per ospitare la collezione di sculture che Bilotti ha donato alla città. Passeggiando ci s’imbatte con un cardinale di Manzù, con tre esemplari di De Chirico e poi, Pietro Consagra, Sacha Sossno, Emilio Greco, Mimmo Rotella con “Il lupo della Sila”.<br />
Dalla città calabrese a Roma, perciò, la testimonianza di un imprenditore pragmatico, di successo, ma pure generoso e propositivo. Un emigrante che si è saputo aprire alla cultura internazionale facendone partecipe anche la sua città di origine. E grazie a lui anche la Calabria può oggi vantare testimonianze significative dell’arte del’900.<br />
È interessante ripercorrerne la storia di Carlo Bilotti. Era nato in una famiglia di<br />
nobili ascendenze, da Mario e da Edvige Miceli dei baroni di Serradileo. Aveva studiato a Napoli e a Palermo, impiegandosi poi nelle industrie familiari nel settore delle cartiere.<br />
Verso la fine degli anni ’60, come lui stesso racconta in un video installato nel Museo, si trasferisce negli Stati Uniti “per due motivi: perché non volevo prestare il servizio militare e perché stavo scappando dalla mia ragazza italiana”. A New York frequenta i corsi della Columbia University e in quella città sceglie di fermarsi, dopo il matrimonio con Margaret Embury Schultz e dopo essere diventato vicepresidente di una multinazionale attiva nel campo della cosmetica che lo costringe a frequenti viaggi in Europa: un successo professionale dopo l’altro, con il lancio di profumi e trattamenti fra i più ambiti dalle donne di tutto il mondo.</p>
<p>Gli intensi impegni di lavoro non impediscono però, all’imprenditore e finanziere, di coltivare le amicizie e stringere rapporti con gli artisti più in voga, in particolare con Andy Warhol autore di “Tina e Lisa Bilotti” (1981) ritratto della moglie e della figlia di Carlo, uno di quei dipinti elaborati da una fotografia, come fece l’artista per Marilyn Monroe, per Mao, ma anche per Gianni Agnelli e per Gianni Versace. L’elegante elaborazione foto-pittorica del genio americano, mostra la somiglianza fra le due donne, quasi un’emulazione della più giovane verso la madre, entrambe impeccabili nei loro volti eterei vivacizzati dal rossetto: rosso per la signora, più tenue per la fanciulla. Quanto l’avrà contemplato Carlo, quel ritratto, nel 1989? A otto anni dalla commissione dell’opera, infatti, una delle due donne scompare: è Lisa, la figlia, morta per la stessa malattia che, vent’anni dopo, si porterà via Carlo.</p>
<p>“Le uniche cose che restano dopo la morte sono le opere donate alla comunità”.</p>
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		<title>Scilla e Cariddi, amori e vendette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2020 10:49:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Cariddi]]></category>
		<category><![CDATA[Leggenda]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Scilla e Cariddi</strong> erano due mostri marini che vivevano nello Stretto di Messina.<br />
La leggenda narra che Scilla era una splendida ninfa, figlia di Forco e Crataide. Trascorreva i suoi giorni nel mare, giocando con le altre ninfe e rifiutava tutti i pretendenti. Quando il dio del mare Glauco si innamorò di lei, andò dalla maga Circe a chiedere un filtro d’amore, ma Circe a sua volta si invaghì di lui.<br />
Rifiutata da Glauco, rosa dalla gelosia, trasformò la rivale Scilla in un mostro con dodici piedi e sei teste, nelle cui bocche spuntavano tre file di denti. Secondo alcuni, intorno alla vita aveva appese teste di cani che abbaiavano e ringhiavano ferocemente.<br />
Scilla era immortale e l’unica maniera per difendersi da lei era quella di invocare l’aiuto di sua madre, la ninfa del mare Crataide.</p>
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<p style="text-align: left;">Il mostro si nascose in una spelonca dello stretto di Messina, dal lato opposto a quello di Cariddi, e quando i naviganti si avvicinavano a lei, con le sue bocche li divorava. Venne infine trasformata in roccia, e in questa forma la trovò Enea passando dallo stretto. Cariddi è un mitico gorgo dell’estremità settentrionale dello stretto di Messina.<br />
Descritto come un mostro figlio di Poseidone e di Gea, succhiava l’acqua del mare e la risputava tre volte al giorno con tale violenza da far naufragare le navi di passaggio. Odisseo, dovendo passare necessariamente tra i due mostri, preferì avvicinarsi a Scilla poichè Cariddi avrebbe portato sicuramente la distruzione delle navi.<br />
Più tardi, dopo che i suoi uomini erano stati uccisi da Zeus per aver catturato gli armamenti di Elio, la nave di Odisseo venne attratta dal gorgo di Cariddi, e l’eroe sopravvisse soltanto perchè riuscì ad aggrapparsi ad un fico che sbucava dall’acqua. Quando, ore dopo, ricomparve la nave, Odisseo s’aggrappò ad un albero riemerso, ed ebbe salva la vita.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il Mito di Omero</strong><br />
Omero, nell&#8217;Odissea, parlava di Scilla, dolce fanciulla innamorata di Glauco, trasformata da Circe in un terribile mostro a sei teste. La mostruosa figura, incutendo timore ai naviganti che cercavano di avvicinarsi alla costa, scatenava tremende tempeste.<br />
Sulla sponda sicula dello Stretto c&#8217;era invece Cariddi, trasformata da Giove in terribile mostro in quanto colpevole di avere rubato i buoi ad Ercole.<br />
Il mito di Scilla e Cariddi, oltre che da Omero, fu cantato da Dante, Virgilio, Ovidio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Crotone Castello Barracco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2020 08:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[caccuri]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[castelli]]></category>
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		<category><![CDATA[duca]]></category>
		<category><![CDATA[valle del neto]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Percorrendo la statale 107 che collega il Tirreno con il mar Jonio da Paola a Crotone, attraverso la Sila e la Valle del Neto, superata San Giovanni in Fiore inizia la discesa verso il mare. <strong>A circa 650 metri sul livello del mare si erge Caccuri</strong>, antico borgo medioevale cresciuto intorno al magnifico castello che edificato su una rupe sovrasta e “osserva” come una vedetta il Marchesato, dai monti fino al mare. Il centro storico è uno dei più integri e meno compromessi fra quelli del circondario. Il tessuto urbano, infatti, conserva intatte le caratteristiche del vecchio centro costituito da un intreccio di strade e vicoli che sfociano tutti al castello. Le origini dell’insediamento abitativo rimangono incerte: alcune fonti tramandano l’esistenza di popolazioni sin dall’epoca neolitica, altre rimandano all’età romana, infine al periodo bizantino al quale si fa risalire anche la prima edificazione del castello come presidio difensivo a guardia della Valle del Neto. Nel corso dei secoli il “castrum” subì importanti trasformazioni e dal XV secolo in poi fu teatro di una serie di passaggi feudali, ospitando i membri delle famiglie più prestigiose e potenti dell’epoca. &#8230; Nel 1418 il castello è incluso tra i lasciti del<strong> Conte Carlo Ruffo</strong> di Montalto alla figlia Polissena che va in sposa al giovane Francesco Sforza, figlio appena diciassettenne di Muzio. È proprio in virtù di questo matrimonio che il caccurese Cicco Simonetta segue Francesco a Milano, fino a divenire segretario di questi e abile ed illuminato amministratore del GranDucato, oltre a potente e fine tessitore della politica milanese del ‘400. Nel XVI secolo inizia per Caccuri un periodo di rapidi trasferimenti sotto il dominio successivo delle famiglie Spinelli, Sersale e Cimino, sino al 1651 quando il feudo pervenne ai Cavalcanti che lo conservarono fino alla eversione della feudalità.</p>
<p style="text-align: left;">Per i Cavalcanti, che acquisirono il titolo di Duca di Caccuri, il castello rappresentò una stabile dimora per quasi due secoli, fino a quando nel 1830 l’ultima erede della stirpe vendette il feudo e il castello ai baroni Barracco. In particolare Guglielmo Barracco ne fece la propria dimora realizzando una serie di cospicui interventi di ammodernamento tra i quali spicca la torre acquedotto progettata dall’architetto napoletano Antonio Mastrigli. Dopo la morte di Guglielmo il castello fu disabitato per anni fino a quando i Barracco nella prima metà del ‘900 lo vendettero agli attuali proprietari.</p>
<p style="text-align: left;">Poco sotto il castello s’impone la mole della chiesa di Santa Maria delle Grazie, la cui facciata, affiancata a destra da un campanile, è preceduta da una scalinata con rampe laterali e da una possente balaustra in pietra, coeva probabilmente al portale della chiesa. La facciata tripartita, coronata da un grazioso motivo mistilineo, riflette la partizione dell’interno trinavato, rivestito sul finire del settecento da una graziosa decorazione di stucco. Fuori dal nucleo abitativo antico la chiesa della Riforma, cosiddetta perché passata ai Riformati nel 1833. La chiesa ed il convento, fondati dai domenicani, vennero edificati a partire dal 1520. Il periodo è testimoniato anche da preziose emergenze architettoniche quali il portale della chiesa, che reca la data del 1543 &#8211; riportata nella trabeazione conclusiva preceduta dall’ iscrizione che indica l’originario titolo <strong>“Sancta Maria Succurre Miseris”</strong> &#8211; ed il rosone sovrastante. La chiesa a navata unica è coperta da un soffitto ligneo a cassettoni dipinti ed è ornata da numerosi altari lignei. Sulla parete destra si apre l’imponente cappella seicentesca di San Domenico, aperta o rinnovata dalla famiglia Cavalcanti, come rivela lo stemma sulla chiave di volta. Significativo l’Oratorio del Rosario che occupa un ambiente dell’antico convento. Appena fuori il borgo, Caccuri offre un paesaggio suggestivo ed una natura sorprendente, punto d’incontro tra la macchia mediterranea e i boschi della Sila. …</p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: 8pt;">Credits: <a href="http://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/crotone/provincia000.htm#caccuri">Castelli Di Calabria</a></span><!--:--></p>
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		<title>&#8220;Vai a Corigliano e guarda il Castello&#8221;. Parola di Vittorio Sgarbi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2020 10:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[Castello di Corigliano]]></category>
		<category><![CDATA[Corigliano]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’<em>Italia delle meraviglie </em>(Bompiani), che racconta Vittorio Sgarbi , c’è anche un po’ di Calabria. Una ”cartografia del cuore”, come indica il sottotitolo, che lo porta a Papasidero dove la popolazione intende dire la sua su come restaurare il santuario della Madonna di Costantinopoli. E da qui un elogio: “Se l’Italia si ‘papasiderizzasse’, come l’arcivescovo di Costantinopoli, la coscienza collettiva del patrimonio farebbe di certo un passo avanti”.</p>
<p>Poi, una ricostruzione della vicenda “Bronzi di Riace”, dagli inizi ai nostri giorni, con tutti gli strascichi culturali e artistici che ci stanno in mezzo.</p>
<p>Ma la “meraviglia” che l’ha veramente sorpreso, Sgarbi dove l’ha trovata?</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-9816 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1.png" alt="" width="265" height="358" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1.png 537w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1-108x146.png 108w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1-37x50.png 37w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1-56x75.png 56w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/1-500x675.png 500w" sizes="(max-width: 265px) 100vw, 265px" />“A Corigliano”, scrive, “si è compiuto un miracolo con il recupero del Castello Ducale… Sono rimasto colpito dalla prudenza con cui i protagonisti del restauro hanno operato sui suoi vecchi muri, giudicando che non fosse un luogo su cui fare sperimentazioni e ricerche per la loro vanità o il loro orgoglio di architetti”. (E qui una bordata contro Gae Aulenti, presa ad esempio, per il suo restauro di Palazzo Grassi a Venezia).</p>
<p>“Questo Castello è stato restaurato con lo spirito e la volontà di rispondere alla storia, per l’impegno che gli uomini hanno di custodi delle memorie. Abituato a vedere orrori ovunque, mi sono trovato davanti a un restauro che possiamo dire veramente conservativo, nei dettagli, nel gusto dei particolari, nella volontà di ricostruire”.</p>
<p>Ma la sorpresa più grande Sgarbi la trova all’interno del Castello.</p>
<p>“Nello splendido Salone degli Specchi, dove il leone rampante della famiglia Compagna domina ovunque, è stato chiamato a decorare il soffitto un pittore di Monopoli, Ignazio Perricci, il quale ha operato con una grazia infinita, che rende straordinario questo luogo. Con un gusto che potremmo definire <em>biedermeier </em>ha realizzato le figurine che si affacciano come su un cielo stellato, augurale. È come se fossimo a cielo aperto a osservare le stelle, con una tenda tirata, meraviglioso <em>trompe l’oeil</em>, mentre i personaggi guardano noi e intanto salutano anch’essi le stelle. Un’immagine meravigliosa, che fortunatamente è rimasta come fu concepita nel 1871…</p>
<p>“Con un simile restauro sarà facile dire ‘vai a Corigliano e guarda il Castello’. Sia pur lentamente, questa città entrerà nei percorsi obbligatori dei luoghi da conoscere, da vedere, come già è accaduto per quei luoghi che sono esaltati grazie alla capacità di chi li ha abitati di conservarne la memoria.”</p>
<p>C’è da sperare che l’indicazione di Vittorio Sgarbi trovi grande accoglienza.</p>
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		<title>Francesco Cilea. L’incontro con la musica  durato una vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2020 15:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Arlesiana]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Cilea]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Tilda]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antonio Minasi</strong></p>
<p>Le “radici”, si dice spesso. E sembra, ormai, una espressione abusata. Ma come dire altrimenti quando per tutta una vita, pur attraversando mondi ed esperienze diversissime, si torna ineluttabilmente alla “culla”, a quelle immagini, ai quei luoghi, a quei suoni, che dall’infanzia, dalla giovinezza, si sono impressi per sempre nella memoria?</p>
<p>Fu così anche per Francesco Cilea, “nume tutelare” &#8211; assieme all’altro celebre concittadino, lo scrittore <a href="https://www.calabriain.online/esperienze/repaci-limpeto-di-una-vita/">Leonida Répaci</a> &#8211; della città nativa, Palmi.</p>
<p>Presagendo la fine imminente così scriveva Cilea a Francesco Carbone:</p>
<p><em><strong>“Signor Sindaco, vi prego di dire alla nostra diletta Palmi tutta la mia filiale riconoscenza e tutto il mio amore. Ditele che essa è e resterà nel mio cuore con un attaccamento tanto più vivo e tenace, quanto più il cumulo degli anni affretta il mio distacco dalla vita”. Ultimo attestato di riconoscenza alla propria terra da cui aveva tratto autentica e profonda ispirazione.</strong></em></p>
<p>Cilea morirà a Varazze dove ha trascorso gli ultimi anni della vita, ma le sue spoglie mortali saranno tumulate, nel novembre 1962, dodici anni dopo la sua scomparsa, nel monumento-mausoleo che la città nativa gli ha dedicato.</p>
<p>“Cilea ha preso stanza &#8211; dirà in questa occasione Leonida Repaci &#8211; nella tomba creata da Guerrisi e Bagalà, concludendo così il grande viaggio iniziato il giorno in cui, piccino, lasciò il paese natale per incontrare la Musica nel Conservatorio di San Pietro a Maiella, a Napoli”.</p>
<p>Il tono del discorso di Repaci è solenne, talvolta enfatico, ma si avverte un sentire sincero, la stima, l’affetto, per un concittadino, amatissimo dagli altri concittadini.</p>
<p>Probabilmente, in alcuni passaggi di quel discorso, Cilea, se avesse potuto ascoltare, sarebbe arrossito, o più probabilmente avrebbe abbassato lo sguardo giudicandosi immeritevole di così grande riconoscenza. La sua modestia, infatti, è rimasta proverbiale, fino al limite, in qualche caso, dell’autolesionismo.</p>
<p>Primogenito di cinque figli, Cilea era nato il 23 luglio 1866. Il padre è avvocato e la madre, quando lui ha sette anni, è “colta da irreparabile alienazione mentale”. Viene così mandato in Convitto privato a Napoli, assieme al fratellino Michele al quale resterà legatissimo per tutta la vita. Ma prima di partire, il piccolo Francesco ha già fatto il suo precocissimo incontro con la musica: in casa, grazie alla giovane zia Eleonora che suona il pianoforte e nella Villa Comunale assistendo ai concerti settimanali della Banda cittadina diretta dal M° Rosario Ionata. Che emozione indelebile quando ascolta il finale della Norma! Non ha che quattro o cinque anni eppure quelle note gli resteranno care, un sigillo, per sempre.</p>
<p>Nonostante le resistenze del padre che intravede nel suo futuro la carriera forense, il giovanissimo Cilea manifesta inequivocabilmente la sua naturale vocazione: a nove anni compone già dei piccoli pezzi che dedica alla zia Eleonora “musicale compagna della mia infanzia”. E così, incoraggiato dal M° Ionata e per l’interessamento di un lontano parente, è ammesso al Conservatorio di San Pietro a Majella sotto l’affettuosa ma severissima sorveglianza del conterraneo Francesco Florimo, “amico fedele di Vincenzo Bellini”.</p>
<p>Comincia così una lunga carriera intrisa di successi, incomprensioni, anche amarezze che feriscono il sensibilissimo sentire di Cilea. Alternerà per lunghi periodi la composizione all’insegnamento nei più prestigiosi Conservatori italiani. Ovunque andrà, al momento di ripartire lascerà un sincero rimpianto.</p>
<p>Ma non vogliamo qui tracciare, pur se rapida, la sua biografia. Occorre forse ricordare che ha composto <em>Tilda</em>, <em>Arlesiana</em>, <em>Adriana Lecouvreur</em>, <em>Gloria</em>, opera, quest’ultima, dal Maestro più amata, ma forse più incompresa? Sono titoli e note che risuonano nella memoria e all’orecchio di tutti!</p>
<p>Ci piace, piuttosto, sottolineare quel saldissimo legame con la città natale, che oggi ne custodice la memoria e che per il Maestro fu fonte d’ispirazione per la sua musica.</p>
<p>Nel suo <em>Taccuino segreto</em>, alla data del 14 novembre 1939, Repaci, che si trova a Milano, annota: “Parliamo col Maestro della culla comune, di Palmi. Il compositore ricorda luoghi persone avvenimenti con precisione rara, con affetto commovente. Egli sa di avere a Palmi tanti amici fedeli, tanti memori cuori. Cilea, mentre compone, si libra col risvolto del pensiero sul paese natale, partecipa invisibile alla sua vita, apparenta la sua musica al fruscio dei ruscelli, allo stormire degli alberi, al mormorio del mare, alle sponde, si tiene in comunicazione con lo spirito dei morti e l’anelito dei vivi, fa di Palmi un paese esistente tanto nella geografia dell’anima che della realtà”.</p>
<p>Oggi Palmi custodisce nel Museo dedicato al compositore, nella Casa della Cultura intitolata a Leonida Repaci, tanti ricordi del Maestro: gli spartiti delle opere; le fotografie con le dediche degli interpreti: da Enrico Caruso ad Arturo Toscanini; la raccolta delle delicate miniature del carissimo fratello Michele, morto all’improvviso all’età di 48 anni; e inoltre dipinti, sculture, lettere, riconoscimenti e testimonianze d’ogni genere.</p>
<p>E poi il monumento/sepolcro. Michele Guerrisi ha reso magistralmente onore al Maestro illustrando il Mito d’Orfeo nei bassorilievi delle otto metope e con l’ispirata statua bronzea della Musica che sembra vegliare il sonno eterno del compositore. All’interno del sacello il bel mosaico di Attilio Zagari che raffigura santa Cecilia, patrona della musica; un puttino di bronzo, opera dello scultore Antonio Badolati, regge la lampada perenne ad illuminare il viaggio senza ritorno del Maestro.</p>
<p>Ma Cilea lo si può ritrovare, senza difficoltà, affacciandosi dai balconi del monte S.Elia e guardando lo splendido panorama che va da Capo Vaticano a Punta Milazzo. Sì, perchè le dolci melodie di Cilea sembrano l’ideale colonna sonora degli spazi, dei colori, dell’armonia di questo paesaggio. Riecheggiano “Il lamento di Federico” o “Poveri fiori” o se si preferisce la sua splendida “Serenata”. E non sembri questo un artificio letterario: Cilea  con negli occhi e nel cuore queste care visioni, compose tante delle sue musiche. Basti ricordare che alla Pietrosa, incastonata tra cielo  e mare, nella villa che poi appartenne proprio a Repaci, Cilea lavorò quietamente ed intensamente alla partitura di <em>Adriana Lecouvreur</em>.</p>
<p>“La musica di Cilea, &#8211; ha scritto il vecchio Leonida &#8211; qualche cosa come un venticello profumato di settembre sul mare di Palmi, disseminato di lampare accese.”</p>
<p><strong>QUI RIPOSA CILEA</strong></p>
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<p><strong> </strong>Il Monumento a Francesco Cilea è stato inaugurato il 28 novembre 1962, dopo che la salma del maestro era stata traslata da Varazze dove Cilea si era spento il 20 novembre del 1950.</p>
<p>Ricordo il grande fermento in città e l’aspettativa per quell’evento. Il giorno prima era giunto il feretro e moltissimi cittadini palmesi gli si fecero incontro sull’autostrada per scortarlo fino in città: “Il Maestro è ritornato a Palmi coi fari accesi, ed è bastata la coltre gialla della luce stesa sulla sua bara ad accendere i fari di duemila macchine andate ad incontrarla a Rosarno.” Così esordì Leonida Répaci nella commemorazione ufficale di due giorni dopo.</p>
<p>Il 28 novembre, dopo la solenne celebrazione in Duomo, il Monumento &#8211; nel suo impianto di base, opera dell’architetto Nino Bagalà &#8211; fu inaugurato con la tumulazione della salma. Un immenso corteo percorse le vie del centro cittadino. C’ero anch’io con il gruppo degli universitari della FUCI. Me ne staccavo spesso per scattare qualche immagine con la mia macchinetta a ricordo di un evento che a tutti ci appariva memorabile. Sono per questo particolarmente affezionato a una foto in bianco e nero, qualitativamente non esaltante, in cui Leonida Répaci poggia protettivamente il braccio sulle spalle della vedova di Cilea, Rosa Lavarello, che gli è seduta accanto.</p>
<p>La sera, al Teatro Sciarrone fu rappresentata  <em>Arlesiana</em>, protagonisti Miriam Pirazzini e Ferruccio Tagliavini con l’orchestra del Teatro Bellini di Catania.</p>
<p><strong><em>Lamento di Federico<br />
</em></strong><strong>che successo!</strong></p>
<p>Dopo <em>Tilda</em> è la volta di <em>Arlesiana</em>. Cilea completata la composizione dell’opera e si trasferisce a Roma per il lavoro finale di lima e strumentazione. “Quivi in una placida sera proruppero spontanee dal mio cuore le nostalgiche note del ‘Lamento di Federico’, che sostituii subito ad un brano complicato la cui esecuzione mi lasciava sempre più insoddisfatto”.</p>
<p>Nella parte di Federico quando l’opera va in scena, c’è un giovanissimo tenore, scritturato dal Lirico di Milano con 500 lire mensili, e che ha già cantato in altre opere fra l’indifferenza generale. Cilea gl’imbecca la parte, “nota per nota, non senza consigliarli, nei brani delicati, l’impiego cauto della mezza voce”.</p>
<p>La sera del 27 novembre1897, per l’opera e per il cantante è un autentico trionfo, specialmente per il ‘Lamento’ ripetuto più volte in un uragano di applausi”. Il tenore è Enrico Caruso e “il suo nome d’un balzo raggiunse la luminosa sfera della celebrità”.</p>
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		<title>La Via della Costa Viola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 12:44:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costa Viola]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Bagnara]]></category>
		<category><![CDATA[Casa della Cultura Leonida Répaci]]></category>
		<category><![CDATA[Castello Emmarita]]></category>
		<category><![CDATA[Castello Ruffo]]></category>
		<category><![CDATA[cripta paleocristiana di San Fantino]]></category>
		<category><![CDATA[Fontana delle Palma]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Parco Archeologico dei Tauriani]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia di Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Santuario di Maria Santissima del Carmelo]]></category>
		<category><![CDATA[Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Seminara]]></category>
		<category><![CDATA[Torre Ruggiero]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Comunale "Giuseppe Mazzini"]]></category>
		<category><![CDATA[Villa San Giovanni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Costa Viola  è il nome con cui si identifica un&#8217;area geografica della provincia di Reggio Calabria immediatamente a nord del capoluogo e rientrante nell&#8217;area metropolitana di Reggio Calabria,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <b>Costa Viola </b><sup id="cite_ref-1" class="reference"></sup> è il nome con cui si identifica un&#8217;area geografica della provincia di Reggio Calabria immediatamente a nord del capoluogo e rientrante nell&#8217;area metropolitana di Reggio Calabria, <sup id="cite_ref-2" class="reference"></sup>che si affaccia sul mar Tirreno e sullo Stretto di Messina, comprendente i seguenti comuni:</p>
<table class="wikitable">
<tbody>
<tr bgcolor="lightsteelblue">
<th align="center">Provincia</th>
<th align="center">Comune</th>
<th align="center">Superficie<br />
(in km²)</th>
<th align="center">Popolazione</th>
</tr>
<tr bgcolor="steelblue">
<td colspan="6" align="center"><b>Calabria</b></td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="6" align="center">Provincia di Reggio Calabria</td>
<td>Bagnara Calabra</td>
<td align="right">24,68</td>
<td align="right">10.660</td>
</tr>
<tr>
<td>Villa San Giovanni</td>
<td align="right">12,22</td>
<td align="right">13.792</td>
</tr>
<tr>
<td>Palmi</td>
<td align="right">31,84</td>
<td align="right">19.320</td>
</tr>
<tr>
<td>Scilla</td>
<td align="right">43,68</td>
<td align="right">5.139</td>
</tr>
<tr>
<td>Seminara</td>
<td align="right">33,55</td>
<td align="right">2.993</td>
</tr>
<tr bgcolor="lightsteelblue">
<td><b>TOTALE</b></td>
<td align="right"><b>145,97</b></td>
<td align="right"><b>51.904</b></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h3><span id="Territorio" class="mw-headline" style="font-size: 16pt;">Territorio</span></h3>
<div class="thumb tright">
<div class="thumbinner">
<div class="thumbcaption">
<div class="magnify">La <strong>Costa Viola si estende per circa 35 km</strong> tra lo Stretto di Messina (confine sud) e il basso Tirreno (confine nord) e comprende quattro comuni i cui territori si affacciano sul mare con un vasto entroterra restrostante. La linea di costa, stretta tra il mare e le montagne, è dominata da alte e frastagliate costiere oltre che da graziosi e suggestivi anfratti come la &#8220;grotta dello Sparviero&#8221;. Dal Monte Sant&#8217;Elia è possibile godere di un superbo panorama con sullo sfondo l&#8217;arcipelago delle Isole Eolie e i due vulcani attivi l&#8217;Etna e lo Stromboli. La strada costiera attraversa le pendici ricoperte dalla macchia mediterranea.</div>
<div class="magnify">Tutto il territorio è, inoltre, caratterizzato da terrazzamenti coltivati a vigneti a strapiombo sul mare. Le spiagge ed i vari litorali sono a tratti rocciosi, a tratti sabbiosi e a tratti ghiaiosi, dominati dai crinali dell&#8217;Aspromonte e del Monte Poro, che precipitano direttamente in mare. I fondali marini sono simili a quelli tropicali e presentano un ecosistema ancora integro.</div>
<div></div>
<div class="magnify">Recentemente sono state scoperte, in prossimità delle coste di Scilla, rare colonie di corallo nero mentre in quelle di Palmi, nei pressi di capo Barbi, altrettante colonie di corallo bianco. Di fronte ai lidi della Tonnara di Palmi, si trova il caratteristico &#8220;Scoglio dell&#8217;Ulivo&#8221;, così denominato per la crescita spontanea di un albero di ulivo. In particolare la spiaggia di Seminara Cala Janculla è stata inserita nel 2003 tra le 11 spiagge più belle d&#8217;Italia da Legambiente. Inoltre, una parte del territorio rientra nell&#8217;elenco delle Zona di protezione speciale e dei Siti di interesse comunitario della Regione Calabria.</div>
</div>
</div>
</div>
<h2><span id="Monumenti_e_luoghi_d.27interesse"></span><span id="Monumenti_e_luoghi_d'interesse" class="mw-headline" style="font-size: 16pt;">Monumenti e luoghi d&#8217;interesse</span></h2>
<p>Tra i luoghi di interesse artistico-culturale che si trovano nell&#8217;area della costa viola vanno menzionati:</p>
<p>Per il comune di <strong>Bagnara Calabra</strong>:</p>
<ul>
<li>la Torre Ruggiero, a base di tronco di cono sormontato da edificio cilindrico, fu costruita per difendersi dalle incursioni dei Saraceni e dei Turchi</li>
<li>il Castello Emmarita.</li>
</ul>
<p>Per il comune di <strong>Palmi</strong>:</p>
<ul>
<li>il museo etnografico presente nella Casa della Cultura Leonida Répaci, racchiude ricche collezioni di oggetti tradizionali e d&#8217;uso comune, costumi tipici e manufatti artigianali. Importante per il numero e la varietà dei pezzi esposti, il museo è sicuramente una tappa fondamentale per conoscere il mondo dei pastori e dei contadini calabresi: la cultura, la religiosità tradizionale, le credenze legate alla magia e l&#8217;arte popolare di questa terra.</li>
<li>mausoleo di Francesco Cilea.</li>
<li>Parco Archeologico dei Tauriani &#8220;Antonio De Salvo&#8221;, sorge in località Taureana di Palmi, nella zona in cui anticamente sorgeva l&#8217;antica città bruzia di Tauriana (o Taureanum).</li>
<li>la cripta paleocristiana di San Fantino</li>
<li>Santuario di Maria Santissima del Carmelo</li>
<li>Villa Comunale &#8220;Giuseppe Mazzini&#8221;</li>
<li>Fontana delle Palma</li>
</ul>
<p>Per il comune di <strong>Scilla</strong>:</p>
<ul>
<li>il Castello Ruffo</li>
<li>Marina Grande</li>
<li>il sentiero dei Ruffo, tratto dell&#8217;antica Via Popilia romana</li>
<li>l&#8217;antico borgo di Chianalea, denominato la &#8220;piccola Venezia del Sud&#8221; perché le case, costruite sugli scogli, si affacciano direttamente sul mare e sono separate le une dalle altre da piccoli vicoli che scendono direttamente nel mar Tirreno</li>
<li>le grotte di Tremusa, di origine carsica, sono ricche di stalattiti e stalagmiti e presentano le volte rivestite di fossili marini.</li>
</ul>
<h3><strong><span id="Porti" class="mw-headline" style="font-size: 16pt;">Porti</span></strong></h3>
<div class="thumb tright">
<div class="thumbinner">
<div class="thumbcaption">L&#8217;ingresso del porto di Villa San Giovanni.</div>
</div>
</div>
<p>Nel territorio della Costa Viola sono ubicati i seguenti porti:</p>
<ul>
<li>Porto di Villa San Giovanni, commerciale-passeggeri con gli approdi delle navi che collegano il trasporto ferroviario e il grande traffico nazionale tra l&#8217;Italia e la Sicilia;</li>
<li>Porto di Palmi, turistico-peschereccio con 200 posti barca;</li>
<li>Porto di Scilla, turistico-peschereccio con 100 posti barca;</li>
<li>Porto di Bagnara Calabra, turistico-peschereccio con 60 posti barca.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.google.com/maps/d/embed?mid=1D0PxvlrCTx3vblNEOPa_JjhYYTQpNN2n&amp;hl=it" width="100%" height="680"></iframe></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Un calabrese &#8220;testa dura&#8221; al vertice del parlamento australiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 11:40:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
		<category><![CDATA[Calabrian Migrant]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Sgrò]]></category>
		<category><![CDATA[Melbourne]]></category>
		<category><![CDATA[Seminara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scelse di fare il discorso di investitura in lingua italiana perché quel giorno non era Giovanni Sgrò, ma tutti gli stranieri in Australia.  Antonietta Catanese Arrivammo<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scelse di fare il discorso di investitura in lingua italiana perché quel giorno non era Giovanni Sgrò, ma tutti gli stranieri in Australia.</strong></p>
<p><em> </em><strong>Antonietta Catanese</strong></p>
<p>Arrivammo nella “sua” Melbourne nell’estate del 2003: io giornalista in missione con la Consulta regionale per l’emigrazione calabrese, guidata dall’indimenticato meridionalista Pasquino Crupi. Lui il navigato senatore venuto da lontano. Giovanni Sgrò aveva da poco dato alle stampe il volume nel quale si era meglio raccontato: <em>Mediterranean Son, Memoirs of a Calabrian Migrant.</em> Me lo donò, con il suo sorriso sornione e quello sguardo che guizzava, vergandoci sopra la sua stima e la sua amicizia.</p>
<p>Della sua storia mi parlò, a lungo, nella hall dell’albergo australiano dove alloggiavamo, e quella intervista fu conservata negli archivi di Pasquino Crupi. Dalla sua Seminara al “terrible journey” della partenza per l’Australia, la storia di Giovanni è un incredibile “romanzo”. Una storia di raro coraggio. “Fino alla fine – disse e scrisse Sgrò – ben consapevole del “prezzo da pagare per non essere stato uno <em>Yes man</em>”.  Raccontare Giovanni Sgrò è impresa ardua, ma irresistibile. Farlo con le sue parole – riportate nella sua biografia – ne restituisce il piglio battagliero e fiero. Quello che porterà l’imbianchino di Seminara sugli scranni più alti del parlamento australiano.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-7765 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/2-Sgro-giovane-quando-partì-300x300.jpg" alt="" width="225" height="225" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/2-Sgro-giovane-quando-partì-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/2-Sgro-giovane-quando-partì-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/2-Sgro-giovane-quando-partì-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/2-Sgro-giovane-quando-partì-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Prima di emigrare da Seminara a 21 anni, Giovanni aveva vissuto l’infanzia e la giovinezza in una casa della quale egli, con poche parole, descrive povertà e semplicità: era «<em>composta da una camera, sopra, dove si mangiava e dove dormivano i genitori, e dietro la porta il lettino di mia sorella, da una terrazza di circa tre metri, e da una cucina a fianco, dove si faceva tutto. Sotto c’erano due camere, la camera di dietro, se possiamo chiamarla camera, serviva per tenere l’olio, olive, patate, legna, l’asino, la capra, galline ed ogni tanto conigli, per dare un po’ di carne alla famiglia. Nella camera davanti c’era un letto con due “trispole” e quattro tavole sopra, con il materasso cucito a mano e riempito di foglie di granturco, in questo letto dormivamo io con due miei fratelli</em>».</p>
<p>Subito dopo la seconda guerra mondiale, per sfuggire a quella povertà, erano in molti a lasciare la Calabria. Tuttavia la sua partenza, nel 1952, non fu una libera scelta: «<em>Partire per l’Australia è stato uno scioc </em>(sic) <em>per me.</em> <em>Un anno prima se ne era parlato in casa, che sarebbe stato buono se uno dei figli emigrasse, però se n’era parlato per il Canada, l’Australia non era mai entrata nella discussione</em>».</p>
<p>Quel continente lontano alla fine sarebbe stato scenario di una vita avventurosa, raccontata nella prima edizione del suo “<em>Australia per forza e per amore”</em>, (Qualecultura/Jaca Book nel 1995).</p>
<p>Non partì, come molti, per raggiungere un familiare già emigrato ma, come egli stesso racconta, lasciò l’Italia «<em>con un contratto di lavoro per due anni</em>» che, in realtà, gli garantiva ben poco. Giunto a destinazione fu portato nel centro di accoglienza e addestramento dei migranti di Bonegilla, un&#8217;ex base dell’esercito australiano della seconda guerra mondiale dove, fino al 1971, sono stati accolti oltre 300.000 migranti. Arrivò in quel campo proprio quando i migranti italiani e tedeschi stavano organizzando una rivolta che portò allo scontro con la polizia, anche se poi, come egli racconta, portò anche qualche frutto.</p>
<p>Dopo Bonegilla, che lo segnerà per sempre, il 4 luglio 1952, fu mandato a lavorare come imbianchino a Cobram, sul fiume Murray al confine tra Victoria e New Wales.</p>
<p>Nella nuova sede, lui e un suo amico, Armando, lavorarono in una parrocchia della chiesa cattolica:</p>
<p>«<em>Nel contratto di lavoro c’era scritto che dovevamo lavorare 40 ore la settimana per cinque giorni, però il prete ci faceva lavorare sei giorni, incluso il sabato. Quasi tutti i sabati ad Armando lo faceva lavorare da imbianchino, a me mi portava a circa quaranta miglia da Cobram, in un altro paese, dove sua mamma e sua sorella abitavano in una grande proprietà. […] Io ed il prete  andavamo il venerdì sera, così sabato mattina, a buon’ora, eravamo pronti a lavorare. Il mio lavoro era di pulire la merda della galline, che puzzava. Il prete, che era più forte di me, lavorava più di me</em>».</p>
<p><em> </em>Il lavoro era molto e Sgrò si sentiva spesso sfruttato, tanto che decise di trasferirsi in città, dove cominciò a inserirsi nel mondo politico: «<em>A Melbourne mi trovavo bene, ero contento con il lavoro, ho cominciato a farmi un po’ di amici, il lavoro andava bene, cominciavo a fare lavoretti per conto mio, partecipavo alle riunioni del sindacato, che si tenevano ogni mese, ed è stato proprio questo periodo che mi sono interessato un pochino di più della vita pubblica. Certo l’inizio è stato Bonegilla – sottolinea Sgrò &#8211;  da lì ho cominciato a capire che tanti politici e governi trattano la gente come niente, specialmente se questa gente sono emigrati come eravamo noi, però né a Bonegilla  né a Cobram mi era stata data, oppure c’era, l’opportunità di fare qualcosa, a Melbourne sì</em>».</p>
<p>Nella capitale dello stato di Victoria fece amicizia con la famiglia Gilles che, di fatto, lo avrebbe avviato all’impegno politico. Decise di iscriversi al partito comunista. Da quel momento era un militante e non sarebbero mancati i guai: quando tentò di far visita alla mamma malata in Italia, gli fu negato il visto di rientro in Australia. Ci riuscì successivamente, per il viaggio di nozze con la sua Anna Foster, di origine scozzese, e grazie all’impegno del deputato Gordon Munro Bryant, dell’Australian Labor Party, che lo convinse ad  aderire al partito laburista.</p>
<p>«<em>L’On. Bryant ed il suo partito hanno lottato per me, per avere la cittadinanza, senza nessun successo, per 15 anni. Solo quando i laburisti hanno vinto le elezioni del 1972, il Ministro dell’Emigrazione</em> <em>di allora, Al Grassby, del Governo Laburista, ha organizzato una cerimonia al Municipio di Coburg, il 26 marzo 1973, per darmi la cittadinanza australiana, e a nome del governo e dell’Australia si è scusato per le calunnie e le ingiustizie che io ho dovuto subire</em>»<em>.</em></p>
<p><em> </em>L’impegno politico di Sgrò continuò negli anni ed egli si rese anche artefice di una manifestazione all’interno del Parlamento, nel giorno di insediamento della legislatura, per la costruzione di una scuola. Quell’audace impresa indusse i governanti conservatori, avversari, a dichiararlo indesiderato nelle aule parlamentari. Paradossalmente, da allora, maturò la sua candidatura al Parlamento.</p>
<p>Così ricorda: «<em> Dopo tre mesi di lotta tra le correnti del partito, ho vinto io. Tanta pubblicità sulla stampa, dato che è stata la prima volta che un italiano veniva preselezionato per un seggio al Parlamento</em>»<em>.</em></p>
<p>La sua antica contestazione, però, non era stata dimenticata e una mozione vietava il suo ingresso in parlamento a meno che non avesse presentato scuse ufficiali.</p>
<p>Quando l’allora Presidente del Senato, Mr. Fry, gli fece notare che, per quella mozione e pur eletto con la maggioranza assoluta, non poteva giurare, il neo senatore non rinnegò il suo operato e accettò di chiedere scusa solo ad una condizione: che fosse riconosciuta l’importanza sociale del motivo che lo aveva spinto alla protesta in Parlamento. All’inaugurazione della legislatura, dopo che il Presidente lesse la dichiarazione con lui concordata, «<em>ufficialmente l’imbianchino Giovanni Sgrò è diventato Onorevole</em>».</p>
<p>Mai domo, Sgrò chiese subito di pronunciare una parte del suo intervento in aula in italiano e, davanti ad un nuovo diniego, non si arrese, ma affermò «<em>che</em> <em>in Australia ci sono quattro milioni di emigrati di tutte le parti del mondo, e queste persone sono state emigrate e dimenticate, ed il mio motivo è di dare a queste persone un senso di partecipazione, e in più per far conoscere alle autorità australiane che l’Australia, con i suoi 16 milioni di abitanti, è una nazione multiculturale</em>». Solo quando la sua testardaggine di calabrese ebbe la meglio iniziò il suo discorso: «<em>non ho potuto controllare le lacrime… per la prima volta dentro un parlamento dove si parla inglese, e questo non vale solo per l’Australia, ma pure per l’Inghilterra, l’America, il Canada ed altri paesi, una parte del discorso è stato pronunciato oltre che in inglese anche in un’altra lingua</em>».</p>
<p>Sgrò divenne il paladino di tutti gli emigrati, non solo italiani. E non si fermò: promosse l’apertura al pubblico degli austeri giardini del Parlamento della Victoria che, per 150 anni, avevano ospitato solo cerimonie ufficiali: grazie alla «<em>calabresità, di avere la testa dura io non ho ceduto e la festa si è svolta con grande successo. Alla festa ho invitato il Console Generale di Melbourne Dr. Antonio Provenzano, e quando lui ha dichiarato la festa aperta, la banda Vincenzo Bellini ha cominciato a suonare l’inno italiano e quello australiano, tante persone hanno cominciato a gridare “Viva l’Italia”, come pure tanti […] per non imbarazzare me ed altri parlamentari che erano lì, gridarono “Viva pure l’Australia</em>». Un anziano emigrato calabrese, Rocco Schirripa, scrisse per quel giorno due poesie, <em>Calabria nei giardini del Parlamento</em> e <em>Elogio a un calabrese</em>.</p>
<p>Con la vittoria del partito Laburista e la formazione del governo, nel 1982 Sgrò diviene Senatore di maggioranza, ma resta critico, anche con i compagni: «<em>Avendo contatto con la gente e conoscendo i loro bisogni volevo aiutarli al più presto possibile. I miei colleghi erano più teorici; io mi facevo guidare dalle cose pratiche</em>».</p>
<p>Nel 1984, durante una conferenza sul multiculturalismo, avrebbe infine acceso i cuori. E vinto: nel 1985 il “ribelle” diveniva Vice Presidente del Senato, e solo per un gioco di numeri mancava la poltrona più alta. Una nomina – osteggiata persino dai colleghi – con la quale il Governo riconosceva tuttavia, e finalmente, il ruolo di tutti gli emigrati nel tessuto sociale dello Stato: «<em>Ho dimostrato alla Commissione di presiedere molto meglio di qualcuno con tanti titoli e con tante lauree</em>».</p>
<p>Da Vice Presidente Sgrò lavorerà bene, e accoglierà, a nome del Governo, personalità illustri di ogni nazionalità, tra cui Oscar Luigi Scalfaro, futuro presidente della Repubblica italiana.</p>
<p>Fedele a sé stesso, il Senatore. Fino alla fine. Come quando si oppose alla proposta del Ministero delle Finanze di vendere la Banca di Stato, fondata 150 anni prima, perché in grave deficit. E fu forse per quell’opposizione che nel 1991 il Partito Laburista non lo inserì nelle liste elettorali: «<em>Il sistema parlamentare è un sistema pieno di burocrazia. Io sono entrato con l’idea di un rivoluzionario – scriverà Sgrò </em>–<em> e mi credevo</em> <em>che entrando con il potere del Parlamento cambio tutto. Non è stato così. Però essendo parlamentare ho avuto l’opportunità di utilizzare l’apparato del Parlamento e del Governo per aiutare migliaia di elettori</em>».</p>
<p>Un articolo su <em>Il Mondo</em> (<em>The Italo-Australian  Newspaper</em>), il 22 novembre 1991, ne annunciava la definitiva uscita dalla scena politica: «<em>Si avvicina inesorabilmente per Giovanni Sgrò il giorno in cui dovrà lasciare le auguste aule parlamentari del Victoria. Alle prossime elezioni, infatti, il suo nome non figura tra i candidati del Partito Laburista per il “Legislative Council. Uscirà con lui dalla scena parlamentare statale – </em>riconoscerà <em>Il Mondo </em>–<em>  un personaggio di insolito stampo, un laburista di temperamento mediterraneo, di quelli che, forse, non si trovano più nemmeno in Italia</em>».</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":4000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb3c42e"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/APERTURA-Giovanni-Sgrò.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption="Disegno di Ilaria Reggiani"><img width="2232" height="2094" 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		<title>Giacomo Casanova. Partì dalla Calabria la sua straordinaria avventura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2020 11:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Casanova]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ermanno Capani  Sul finire dell&#8217;estate del 1743, una carrozza polverosa avanzava traballando sulle sconnesse strade della Calabria. Proveniva da Salerno ed era diretta a Cosenza, lungo<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/esperienze/giacomo-casanova-parti-dalla-calabria-la-sua-straordinaria-avventura/">Giacomo Casanova. Partì dalla Calabria la sua straordinaria avventura</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ermanno Capani</strong></p>
<p><strong> </strong>Sul finire dell&#8217;estate del 1743, una carrozza polverosa avanzava traballando sulle sconnesse strade della Calabria. Proveniva da Salerno ed era diretta a Cosenza, lungo un percorso di oltre 140 miglia che a quei tempi non veniva coperto in meno di 22 ore.</p>
<p>Nella vettura un giovane abatino elegantemente vestito non mostrava di accusare la fatica del lungo trasferimento. Attraverso il finestrino il suo occhio vivace scrutava con interesse il paesaggio, per lui nuovo, che gli scorreva lentamente davanti.</p>
<p>Quel giovane altri non era che Giacomo Casanova, allora diciottenne studente di teologia da poco avviato alla carriera ecclesiastica e certamente ignaro della vita turbinosa che gli riservava il futuro. Scopo del suo viaggio era di raggiungere Martirano per stabilirsi come segretario presso il vescovo di quella diocesi. Al prelato egli era stato presentato e raccomandato a Venezia dall&#8217;abate Grimani, suo protettore.</p>
<p>Infarcito di nozioni classiche, il giovane abatino era ben lieto di venire in Calabria, nella terra dell&#8217;antica Magna Grecia.</p>
<p>In quel momento la sua attenzione era rivolta individuare nelle contrade che attraversava i segni di una civiltà famosa. Ma il quadro che gli si presentava gli rivelò ben presto che la realtà sociale ed economica della Calabria era assai diversa da ogni astratta immaginazione accademica. Per quanto si sforzasse, non gli riusciva infatti di riconoscere in quella regione la terra che Pitagora aveva resa famosa: non un resto dei templi e dei monumenti decantati dagli autori classici, nè era facile scorgere nel portamento della gente l&#8217;impronta di un&#8217;antica nobiltà.</p>
<p>La sua delusione fu cocente.  Si aspettava di venire in una regione fiorente, ma scopriva ovunque terre incolte, zone deserte e sui volti dei rari abitanti i segni inconfondibili di</p>
<p>una povertà antica. Casanova notò il contrasto fra la bellezza del clima e lo stato di abbandono di quelle contrade. &#8220;Contemplavo stupito annotò &#8211; il paese rinomato per la sua fertilità, nel quale, nonostante la prodiga natura, vedevo solo l&#8217;affligente aspetto della miseria, la mancanza assoIuta di quel piacevole superfluo che rende sopportabile la vita; e la degradazione di quella specie umana così scarsa in una contrada ove potrebbe essere molto abbondante&#8221;.</p>
<p>Sceso ad una stazione di posta per il cambio dei cavalli, il giovane veneziano ebbe il primo contatto con la gente del luogo e fu colpito dalle misere condizioni di quei contadini schiacciati dal latifondo e paralizzati da un&#8217;economia arcaica quasi del tutto priva di commercio. &#8220;Tutto qui &#8211; rilevò &#8211; è a basso prezzo. I disgraziati abitanti si liberano da un fardello quando trovano persone che si degnino caricarsi dei frutti forniti dalla terra quasi spontaneamente in grande abbondanza e dei quali nessuno sbocco offre loro il minimo prezzo&#8221;.</p>
<p>Giunto alfine a Cosenza, Casanova vi pernottò e il giorno seguente noleggiò un calesse per Martirano. Il vescovo Bernardo De Bernardis, calabrese dei Minimi di San Francesco di Paola, lo accolse con affabilità. Il presule, da poco nominato a capo di quella diocesi, aveva allora 45 anni ma presentava un aspetto molto dimesso. Il palazzo vescovile era ampio ma mal tenuto e scarsamente arredato: l&#8217;unica servitù era costituita da un vecchio domestico. Come non bastasse, il giovane abatino pranzò male e a sera dovette adattarsi a dormire su un letto di fortuna.</p>
<p>Il posto non gli piacque: tutto gli apparve squallido e inospitale. Il De Bernardis, assai imbarazzato, si scusò spiegando che 1a diocesi era povera, che le rendite erano scarse e confessò che già si trovava indebitato di molto. A quel tempo, infatti, anche nel clero esistevano forti sperequazioni fra l&#8217;opulenza delle alte sfere ecclesiastiche ed il basso tenore di vita dei preti di campagna e di alcuni vescovi di diocesi periferiche. Durante la funzione in cattedrale, Casanova ebbe modo di conoscere il clero e i fedeli del luogo: quella povera gente sembrava quasi scandalizzata dei suoi vestiti ben tagliati e dei suoi merletti.</p>
<p>Veramente deplorevole poi la situazione culturale della Calabria, specie nei centri rurali. Il De Bernardis dovette ammettere che nella diocesi era praticamente impossibile trovare buoni libri e che erano ben rari gli uomini che leggevano un giornale e che sapevano scrivere passabilmente. Per non scoraggiare del tutto l&#8217;ospite, promise che avrebbe fatto venire dei libri da Napoli e che insieme avrebbero potuto coltivare le lettere, assicurando che avrebbe fatto il possibile per rendergli meno penoso il soggiorno a Martirano.</p>
<p>Abituato all&#8217;ambiente raffinato dei salotti di Venezia, Roma e Napoli, Casanova si chiese sgomento come avrebbe potuto a diciott&#8217; anni vivere sepolto in quel paese della Sila senza 1a possibilità di frequentare una biblioteca, un&#8217;accademia o un circolo letterario. Maturò pertanto l&#8217;idea di abbandonare al più presto quel luogo e, in uno slancio giovanile, propose al vescovo di venir via con lui per tentare assieme la fortuna altrove. Nel lasciare Martirano, il veneziano volle offrirgli in dono un prezioso cofanetto contenente due rasoi col manico d&#8217;argento. In cambio il De Bernardis ignorando che Casanova fosse provvisto di denaro e che avesse il baule ben fornito &#8211; gli consegnò una lettera di raccomandazione per l&#8217;arcivescovo di Cosenza nella quale lo pregava di dare al giovane i mezzi per il suo rientro a Napoli.</p>
<p>Il capoluogo bruzio fece certamente migliore impressione a Casanova. L&#8217; arcivescovo di Cosenza, Francescantonio Cavalcanti, monaco teatino, era uomo facoltoso e pieno di spirito. Abitava in un bel palazzo frequentato da religiosi e da gente di mondo. Egli fu ben lieto di ospitare il brillante abatino al quale presentò varie personalità cittadine: nobili, letterati e artisti. Alla mensa arcivescovile Casanova pranzò divinamente e bevve meglio gustando molto i vini del Savuto. Accettò con piacere di assaggiare alcuni prodotti locali, fra i quali apprezzò particolarmente un formaggio della Sila &#8220;la cui perfezione si manifesta quando i piccoli esseri che vi si formano dentro cominciano a diventar visibili&#8221;. Trovò poi addirittura &#8220;sublimi&#8221; i salami calabresi che definì &#8220;i migliori mai mangiati&#8221;.</p>
<p>Il capoluogo della Calabria Citra finì per conciliarlo definitivamente con l&#8217;ambiente. &#8220;Cosenza è una città &#8211; scrisse ove un uomo per bene può divertirsi, perchè ha una nobiltà ricca, donne graziose e uomini abbastanza istruiti che hanno ricevuto l&#8217;educazione a Napoli e a Roma&#8221;. Nei tre giorni di permanenza a Cosenza egli visitò accuratamente 1a città. Salì al castello svevo dal quale potè ammirare lo spettacolo offerto dai casali circostanti e dalla sottostante valle del Crati, fece visita al priore del convento di San Francesco di Paola, fu ospite dell&#8217;Accademia Cosentina, visitò le chiese e alcuini dei più bei palazzi che nel Settecento sorgevano sul colle Pancrazio. Infine acquistò alcune opere di Campanella, Gravina e Telesio.</p>
<p>Nell&#8217;impossibilità di fermarsi ulteriormente, il suo pensiero volava ormai verso altri lidi. Casanova lasciò così Cosenza portando con sè un buon ricordo della città, oltre ad un barilotto di ottimo Gerace dono di un possidente del luogo &#8211; e ad una lettera commendatizia dell&#8217;arcivescovo per il celebre Antonio Genovesi che teneva a Napoli cattedra di metafisica e di etica e che più tardi avrebbe fondato anche quella di economia politica, la prima in Italia. Con la rinuncia al soggiorno in Calabria e l&#8217;abbandono dello stato religioso, prendeva quindi il via la straordinaria carriera del celebre avventuriero veneziano.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/esperienze/giacomo-casanova-parti-dalla-calabria-la-sua-straordinaria-avventura/">Giacomo Casanova. Partì dalla Calabria la sua straordinaria avventura</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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		<title>Leoncavallo a Montalto Uffugo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2020 10:38:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Leoncavallo]]></category>
		<category><![CDATA[Montalto Uffugo]]></category>
		<category><![CDATA[Pagliacci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un nido di memorie in fondo a l’anima cantava un giorno, ed ei con vere lacrime scrisse, e i singhiozzi il tempo gli battevano!” (Pagliacci, Prologo)<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un nido di memorie in fondo a l’anima</em><br />
<em>cantava un giorno, ed ei con vere lacrime</em><br />
<em>scrisse, e i singhiozzi il tempo gli battevano!”</em><br />
(<em>Pagliacci</em>, Prologo)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ilaria Reggiani</strong></p>
<p>Montalto Uffugo è un comune di circa 20.000 abitanti situato a nord di Cosenza che vanta antiche origini risalenti a prima dell’Impero Romano. Tra i vari personaggi storici che ha ospitato, il più amato è senz’altro Ruggero Leoncavallo, compositore napoletano vissuto fra il 1858 e il 1919, autore della celeberrima opera lirica “Pagliacci”. Sono in pochi a conoscere il particolare rapporto che intercorse fra Leoncavallo e la città di Montalto, dove trascorse parte della sua infanzia. La permanenza, seppur breve, influì in maniera determinante sulla carriera del compositore. In particolar modo una vicenda di cronaca nera, di cui si vocifera sia stato testimone oculare, gli fornirà lo spunto per la composizione di “Pagliacci”.</p>
<p>Nel melodramma troviamo Canio, un attore itinerante, che giunge con la sua compagnia in un paesino del Sud Italia, Montalto Uffugo per l’appunto. Qui scopre che la moglie Nedda lo tradisce con un contadino del luogo. Canio è sconvolto dalla gelosia e dal dolore per il tradimento subito, ma lo spettacolo deve andare avanti e si prepara ad esibirsi come Pagliaccio in una commedia. Il caso vuole che anche il tema della rappresentazione sia il tradimento, così Canio confonde finzione con realtà e in preda alla rabbia uccide la moglie e l’amante di lei.</p>
<p>La versione reale della vicenda, diversa nei fatti eppur analoga nel far perno intorno al sentimento di una incontrollabile gelosia, avviene nel 1865. Il padre del compositore, Vincenzo, deve svolgere il suo incarico di magistrato e ha bisogno di un tutore che sorvegli il figlio. La scelta ricade sul domestico Gaetano Scavello, lo sfortunato protagonista di questa vicenda. Egli, infatti, è perdutamente innamorato di una ragazza del paese, la quale è però contesa da un altro uomo, il calzolaio Luigi D’Alessandro. Un giorno di marzo, Gaetano, passeggiando per un sentiero della campagna di Montalto vicino alla fontana detta “del somaro”, vede la giovane assieme al garzone della famiglia D’Alessandro dirigersi verso la casa coloniale del rivale. Infastidito, si avvicina ai due per chiedere spiegazioni, ma il garzone si rifiuta di rispondere. Allora Gaetano, preso dalla rabbia, lo frusta sulle gambe con un ramo di gelso. Il gesto, che viene prontamente raccontato a Luigi e al fratello Giovanni, fa andare su tutte le furie i due uomini che decidono di dare una lezione a Gaetano. L’occasione fa presto ad arrivare, quando una compagnia di pagliacci che era solita riunirsi a Montalto mette in scena uno spettacolo. I due fratelli si presentano all’uscita del teatro e nello scontro che segue Gaetano viene accoltellato.</p>
<p>Il ricordo di quegli anni e della tragedia rimase così impresso nella memoria di Leoncavallo che, divenuto celebre compositore, in pochi mesi, scrisse il suo capolavoro, rappresentato per la prima volta a Milano, sotto la direzione artistica del maestro Arturo Toscanini. Il Consiglio comunale di Montalto l&#8217;11 gennaio del 1903 conferiva a Ruggero Leoncavallo la cittadinanza onoraria, in segno di gratitudine. Un&#8217;altra prova dell&#8217;affetto del musicista verso i Montaltesi si ebbe in occasione del terremoto del 1905, quando devolveva i proventi della sua Ave Maria a favore della cittadinanza. Morì il 9 agosto del 1919; una lapide a lato del Palazzo Municipale lo ricorda ancora oggi. Ogni anno si tiene un festival dedicato al Maestro e l’8 luglio 2007 è stata rappresentata per la prima volta l’opera “Pagliacci”, integralmente, sulle scale del duomo della Madonna della Serra, con la regia di Maria Francesca Siciliani e l’interpretazione, oltre che di professionisti, di personaggi presi tra la popolazione.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Catanzaro. Il giardino delle delizie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2020 10:06:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Parchi]]></category>
		<category><![CDATA[catanzaro]]></category>
		<category><![CDATA[Parco della biodiversità mediterranea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lì dove sorgevano ruderi, fossi e scarpate sono stati creati prati, viali alberati, punti panoramici, laghetti e torrenti, luoghi dell’immaginario: labirinti e grotte, dolmen e totem, mosaici e<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong><span style="font-size: 12pt;">Lì dove sorgevano ruderi, fossi e scarpate sono<span class="Apple-converted-space"> </span>stati creati prati, viali alberati, punti panoramici, laghetti<span class="Apple-converted-space"> </span>e torrenti, luoghi dell’immaginario: labirinti e grotte, dolmen e totem, mosaici e scenari di pietra.<span class="Apple-converted-space"> </span>Un parco di oltre 60 ettari</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Aurelio Badolati</strong></p>
<p>Buone notizie ce ne sono pure in Calabria. A Catanzaro, per esempio, è stata sottratta ai tentacoli della speculazione – edilizia molto probabilmente – una vasta area degradata recuperata invece a verde pubblico. É stato così che è nato il Parco della biodiversità mediterranea, “una bella realtà capace di coniugare divertimento e cultura che ha poche eguali in Italia” come afferma, con giusto orgoglio, l’on. Michele Traversa che di questa realizzazione è stato il testardo tessitore nel periodo in cui ha guidato la Provincia di Catanzaro, prima di approdare al Parlamento nazionale.<br />
“Ma al di là delle bellezze naturali che contiene e delle proposte culturali che ospita, il Parco – sostiene l’on. Traversa &#8211; ha in sé un valore simbolico e oggettivo. Dimostra che con impegno, lavoro, determinazione e volontà è possibile cambiare.</p>
<p>Se si è riusciti in meno di tre anni a trasformare un’area di degrado in un grande parco naturale, dobbiamo ritenere che sia altrettanto possibile per la pubblica amministrazione cogliere risultati significativi nel mondo del lavoro, delle attività produttive, dell’ambiente o della cultura”. Una volta tanto, insomma, si può affermare che la politica ha saputo resistere alle pressioni di lobbies variamente organizzate mettendo al primo posto gli interessi della comunità.</p>
<p>Ma visitiamolo insieme questo Parco che ha impegnato uno stuolo di tecnici e progettisti, a cominciare da Antonio Garcea, veterano di tutte le battaglie per una ‘Calabria verde’.</p>
<p>Ad una straordinaria varietà di piante e fiori, alla spettacolarità delle aree verdi che si estendono per oltre 60 ettari, alle strutture dedicate all’intrattenimento e alla cura della fauna selvatica, si sono aggiunti nel tempo il percorso all’aperto di scultura contemporanea, con opere di maestri di fama internazionale, e il museo storico militare di grande interesse scientifico e didattico.<br />
“Si è rimodellato completamente il paesaggio” dice l’ing. Pierluigi Mancuso che ha partecipato attivamente a concretizzare il progetto, “e lì dove sorgevano ruderi, fossi e scarpate sono stati creati prati, viali alberati, punti panoramici, laghetti e torrenti, luoghi dell’immaginario: labirinti e grotte, dolmen e totem, mosaici e scenari di pietra”.</p>
<p>E perfino i detenuti del Carcere di Siano, con un progetto speciale, hanno partecipato all’esecuzione dei lavori.<br />
Una volta entrati nel cuore del Parco, lo sconfinato panorama è davvero mozzafiato. Prima, però, di raggiungere i poggi e i sentieri da cui si ammirano le vedute, a perdita d’occhio fino al mare, si passa attraverso l’imponente entrata, una macchia di verde nel cemento cittadino. Il primo impatto è con una ridente area dei giochi: qui un carosello di piante zoomorfe (un cervo, un delfino, una farfalla&#8230;) rallegra l’ingresso del Parco.<br />
Da subito questo appare diviso in due grandi aree dall’imponente edificio del Museo storico militare al quale si accede attraverso una scala in pietra, in fondo ad un elegante giardino all’italiana.</p>
<p>Più in là, la piazzetta Nassiriya, dove trovano posto un labirinto circolare e la voliera dei rapaci, si apre alla colorata piazzetta Gaudì, preludio della zona acquatica del Parco, con il laghetto dei cigni e le ninfee. Proseguendo lungo una strada in salita, in un dedalo di sentieri verdi, spesso romantici, come il tunnel degli innamorati che, con il suo soffitto di glicine ripara da occhi importuni, superato un imponente murale, caratterizzato dai criptici e allusivi disegni di giovani writers, si raggiunge l’area fitness con annessa una pista di pattinaggio, che si estende per 2200 mq., dedicata a sportivi ma anche corridori della domenica.<br />
Dall’altra parte, invece, si apre l’area del CRAS, l’innovativo Centro di recupero degli animali selvatici. Trovano posto, poi, nella zona adiacente la terza area giochi con il trenino e il mini go kart, il campo da bocce e l’area del ristoro. Addentrandosi, poi, nel cuore del Parco, ci si ricongiunge al museo open air di arte contemporanea e si raggiunge un teatro di 700 posti, studiato per le rappresentazioni all’aperto.</p>
<p>Ma la specificità del Parco è quella della biodiversità.<br />
L’attenzione per le varietà locali delle specie agrarie del Mediterraneo, rappresenta una grande opportunità per sviluppare progetti di raccolta, conservazione e possibile utilizzazione. Sono circa 50.000 le piante, per lo più rappresentative della flora mediterranea, con cui l’area è stata sistemata a verde: frassini, pini, salici, ulivi, lecci e palme, arbusti di alaterno, alloro, lentisco e viburno, corbezzoli e ligustri, insieme a ciliegi, susini, peri e melograni, rosai arbustivi, rampicanti di glicine e bouganvillea, iris, bambù e papiri costituiscono la linfa vitale del Parco. Insomma è diventata realtà la suggestiva idea di partenza: la realizzazione di un grande “polmone verde” in grado di offrire vantaggi sia ambientali sia socioculturali (spazi aperti, vegetazione, aria pulita, opportunità di svago, educazione ambientale).<br />
È stato possibile così porre un argine e una significativa inversione di tendenza alla crescente invivibilità determinata dall’imponente abusivismo edilizio, dalla cronica carenza di parcheggi, dal progressivo inquinamento dell’atmosfera, dalla continua alterazione del paesaggio, dalla eccessiva carenza di aeree verdi nel centro urbano. Non è stato un percorso decisionale tranquillo e il dibattito in città tra incomprensioni e diffidenze, ha avuto talvolta anche toni aspri, ma stavolta la buona politica ha scacciato quella cattiva.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":4000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb4377e"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Parco-copia.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1280" height="959" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Parco-copia.jpg" class="" alt="" loading="lazy" 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		<title>Repaci, l’impeto di una vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 13:09:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Leonida Repaci]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Alle volte un nome può significare una predestinazione; la premonizione di ciò che sarà un’intera esistenza: <em>nomen omen.</em> Così per Leonida Repaci: un uomo, disse lo scrittore Antonio Altomonte nell’orazione funebre per Leonida, “sempre in prima fila, pronto a spendersi interamente dietro le proprie idee e i propri sentimenti”.</p>
<p>Meglio ancora “la sua furia di essere vivo”, secondo la lapidaria e fulminante annotazione di Ungaretti. E ancora Altomonte: “Répaci era quasi costantemente costretto a correre dietro al suo temperamento immaginativo passionale: quella stessa passione che è poi la vera levatrice delle sue storie. Non per nulla quando esordisce come narratore, a 25 anni, ha alle spalle una vita già ricca di avvenimenti: emigrazione, guerra, lotte politiche e sociali, che s’intrecciano puntualmente con le sue invenzioni di scrittore”.</p>
<p>“La realtà &#8211; aveva detto una volta Repaci &#8211; è stata la sola maestra della mia vita di scrittore”, ma aggiungerà pure: “Sono convinto che se non fossi nato in Calabria forse non sarei diventato scrittore”.</p>
<p>Leonida Repaci era nato a Palmi (RC) il 5 aprile del 1898. Dieci anni più tardi, nel 1908, quando la città è distrutta da un terribile terremoto, il piccolo Leonida viene mandato a Torino dal fratello, Francesco, avvocato. Compiuti gli studi superiori, s’iscrive all&#8217;Università, alla facoltà di Giurisprudenza, ma allo scoppio della prima guerra mondiale, è costretto ad  interrompere gli studi e ad andare al fronte. Ferito a Malga Pez torna a Palmi in congedo dove assiste impotente alla morte di tre, dei suoi nove fratelli, a causa dell’epidemia di “spagnola”.</p>
<p>Ritorna a Torino &#8211; è il 1919 &#8211; per concludere gli studi e avviarsi così all&#8217;avvocatura. Nello stesso tempo è molto impegnato sul fronte politico. Durante l&#8217;occupazione delle  fabbriche è in prima linea con i socialisti e Gramsci lo chiamerà a collaborare ad <em>Ordine nuovo</em>.</p>
<p>Dopo la marcia su Roma, lascia Torino per Milano. Dal 1924 è il critico teatrale e musicale de <em>l&#8217;Unità</em>. Come avvocato assume  la difesa di uno degli imputati per l&#8217;attentato al teatro Diana, scelta che lo pone esplicitamente contro il regime. Nel ’23, pubblicato con successo <em>L&#8217;ultimo cireneo</em>, il suo primo romanzo, medita di abbandonare la professione forense per dedicarsi interamente alla letteratura.</p>
<p>Nell&#8217;agosto del ’25 l’episodio che lo segnerà a lungo. Répaci è a Palmi e durante la festa della Varia, a seguito di contrasti tra fascisti e oppositori, sfociati in una sparatoria in piazza, resta ferito a morte un gerarca locale. Lo scrittore, assieme ad altri compagni, è arrestato e se pur in seguito assolto (ma col sospetto della favorevole mediazione di alte sfere del regime), diffidenze e sospetti veleranno a lungo il rapporto con il Partito Comunista e con la città natale.</p>
<p>Nel 1929 l&#8217;incontro con Albertina, la  futura moglie, e sempre nello stesso anno Répaci fonda il Premio Viareggio, assieme a  Carlo Salsa e Alberto Colantuoni. Dal 1925 ha iniziato la <em>Storia dei</em> <em>Rupe</em>, che nel ‘33 gli farà vincere il Premio Bagutta e, tra varie versioni, lo accompagnerà fino agli anni Settanta. Nel frattempo collabora attivamente con numerosi giornali viaggiando per il mondo come inviato.</p>
<p>Conclusasi la tragica parentesi del secondo conflitto mondiale, Répaci torna agli interessi di sempre, con rinnovato slancio<em>.</em> A Roma fonda con Renato Angiolillo <em>Il Tempo,</em> fonda e dirige <em>L’Epoca</em>. Nel ‘46 torna a presiedere il Premio Viareggio riprendendo, con impetuosa generosità, quel ruolo d’organizzatore culturale che gli era così connaturale; un ruolo spesso di personale sovraesposizione che ha finito per mettere in ombra lo scrittore.</p>
<p>Nel 1956 vince il Premio Crotone con <em>Un riccone torna alla terra</em> e due anni dopo il Premio Villa San Giovanni con la <em>Storia dei fratelli Rupe, </em>l’opera più impegnativa e più amata, tanto da far dire ad Altomonte che in realtà tutte le precedenti prove &#8211; romanzi, racconti, drammi, saggi &#8211; possono considerarsi studi preparatori. La storia dei <em>Rupe</em> è anche storia familiare, ma è soprattutto espressione compiuta del meridionalismo dello scrittore.</p>
<p>Répaci si spegne a Viareggio il 19 luglio 1985. Avrebbe voluto essere sepolto nella roccia che sovrasta la sua casa della Pietrosa, il suo “buen retiro” affacciato sul mare d’Ulisse.</p>
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		<title>Ad armi pari, una volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 12:55:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costa Viola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenico Zappone* Fino a pochi anni fa, la caccia (e non la pesca) al pescespada era emozionantissima, trattandosi di un vero duello tra rivali cavallereschi che<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Domenico Zappone*</strong></p>
<p>Fino a pochi anni fa, la caccia (e non la pesca) al pescespada era emozionantissima, trattandosi di un vero duello tra rivali cavallereschi che combattevano ad armi pari; oggi le cose sono cambiate, non c’è più la lealtà, e nemmeno, di conseguenza, la poesia.</p>
<p>A metà aprile, il pescespada s’affaccia in quel tratto di mare che va dallo Stretto di Messina alla montagna di Palmi. Proveniente dall’Africa del nord, in una notte è davanti alle coste settentrionali siciliane, donde punta sullo Stretto per celebrarvi le nozze. Pur sfiorando a volte i due quintali di peso, ha linee eleganti, forma affusolata, pelle bruna sul dorso e grigia sul ventre, e reca — naturalmente! — ben piantato in testa un acuminato, lunghissimo spadone con cui gioca, si difende o attacca, ma allora è pericolosissimo e persino il pescecane lo teme. Oltre ogni dire agile, resistente, veloce, intelligente, è soprattutto un aristocratico che si nutre di seppioline, gamberi, aragoste, ostriche, qualche merluzzetto, qualche piccola aguglia, ma essenzialmente di tanto plancton, una specie di frullato vitaminico di piccoli animali e vegetali sospesi a mezz’acqua.</p>
<p>Sulle montagne calabresi che cadono a picco, c’erano ad attenderlo uomini dall’occhio infallibile, che, dopo averlo avvistato, lo segnalavano con terribili urli ai pescatori dell’«ontre», una barchetta dipinta di nero fatta apposta per tale caccia. Costoro, dunque pestando sui remi da scoppiare e nel più assoluto silenzio, gli andavano addosso, mentre lui, da quel pazzerellone che è sempre stato, ruzzava o caprioleggiava facendo l’acrobata, tanto per darsi arie. Così non s’accorgeva del fiocinatore che, inchiodato a prua con l’arpione in mano, a una distanza di otto-dieci metri, lo infilzava, centrandolo al millimetro, e tutto finiva in una scia di sangue. Erano momenti drammatici, sia quando il pesce tentava la salvezza inabissandosi e sperando di liberarsi dal ferro legato a una gomena che lo straziava, e sia quando il fiocinatore falliva il bersaglio.</p>
<p>Oggi la caccia al pescespada è diversa. Scompare la barchetta a remi, si impiegano grosse barche a motore che hanno un’antenna-timone altissima su cui sta un avvisatore, e s’allungano a prua in una passerella sospesa lunga anche dodici e più metri, dalla quale il pesce è infilzato come un sacco di patate. Tuttavia, c’è sempre un certo brivido, né è da dire che la carne di questo spadaccino marino sia meno buona preparata in una delle cento e più ricette in uso, ivi inclusa quella che Ulisse lasciò, quando, sfuggito alle sei gole di Scilla, si cimentò col pesce e ne arrostì le rosee trance sui legnetti impregnati di odor di mare e sopra ci bevve il buon vino locale, che sa di scoglio e di bosco.</p>
<p>*scrittore e giornalista</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Reportage di G. Giampà</p>
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		<title>La leggenda di Donna Canfora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2020 12:41:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Costa Viola]]></category>
		<category><![CDATA[Donna Canfora]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luigi Parpagliolo* Era Donna Canfora gentildonna ricchissima, adorna delle più gentili virtù e di suprema bellezza. Amica fortuna l’aveva colma di beni: le sue vigne versavano<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luigi Parpagliolo*</strong></p>
<p>Era Donna Canfora gentildonna ricchissima, adorna delle più gentili virtù e di suprema bellezza. Amica fortuna l’aveva colma di beni: le sue vigne versavano ogni anno vino a flutti nelle ampie bigonce; su’ suoi campi sterminati biondeggiava sempre abbondante la messe; e lana e latte e burro le mandavano i prati della montagna, che nutriva per lei numerose mandrie di buoi e di capre.</p>
<p>Di tanta ricchezza Donna Canfora, tra le cui virtù fioriva grande la carità, teneva per sé il necessario e dispensava ai poveri il superfluo. Sicché dalla sua casa, benedetta da Dio, salivano le benedizioni dei miseri sfamati, delle fanciulle povere strappate da lei al disonore, dagl’infermi, ai quali mandava il vino più generoso delle sue cantine e la tela più fine delle sue casse. La fama di tanta carità volò per quella contrada e per altre ancora, e con essa la fama della bellezza di Donna Canfora. Giacché, alta, dal profilo purissimo, dalle forme flessuose, circonfusa da un’intensa vita spirituale, piena di grazia e dignità, pareva ella uscita dallo scalpello di Prassitele.</p>
<p>Si estese, dunque, così la fama, che schiere di poveri pellegrini picchiavano alla sua porta, mentre invano lanciavano su di lei frecce di amore legioni di cavalieri da lontani paesi a bella posta venuti. Non già che Donna Canfora avesse cuore deserto di affetti, ché anzi era stata moglie amorosa, e la vita del marito aveva resa felice e con le grazie del copro e più con la soavità dell’anima. Rimasta vedova, ella, giovanissima ancora, consacrò la fiorente bellezza alla memoria dell’infelice consorte. E a’ molti, i quali invaghiti di lei o delle sue ricchezze, la chiedevano in isposa, ella rispondeva, ragionando essere uno il marito dato alla donna da Dio, e a quell’uomo doversi ogni donna mantenere unita in ispirito; giacché, se i corpi muoiono e si disuniscono, non così gli spiriti, che sono immortali, e l’uno quindi non si distacca mai dall’altro.</p>
<p>Sparsasi dovunque la nuova di così bella fedeltà, crebbe in tutti gli animi l’ammirazione già grande per donna tanto virtuosa; e dalle madri Donna Canfora era additata per esempio alle figliuole e dai mariti alle mogli.</p>
<p>Un giorno la cameriera di Donna Canfora rincasò con una bella notizia. Era giunta dall’oriente una nave carica di seriche stoffe, di grosse gemme, di piume candide come la spuma del mare, di pelli, di tappeti rarissimi, di maioliche stupendamente dipinte. Tutti, patrizi e plebei correvan giù alla marina, per ammirare tanta dovizia di cose belle, esposte sulla corsìa della nave, alle murate, agli alberi, a prora, a poppa, dovunque, fra mille vivi colori. «Son meraviglie, &#8211; diceva la cameriera a Donna Cànfora, la quale aveva abbandonato l’arcolaio per ascoltarla, &#8211; meraviglie che si vedono una volta sola nella vita. Andiamo, signora; troverete laggiù le vostre amiche, ché tutte sono accorse. Su, voglio vestirvi subito subito, venite…».</p>
<p>Ma Donna Canfora era assai triste quel giorno; aveva brutti presentimenti. «Stamane, &#8211; disse – l’arcolaio cigolava troppo. Che ne dici? Non è un avviso del Signore?»</p>
<p>«Ma che dite?? L’arcolaio è unto da pochi giorni. È mai possibile che cigoli?<br />
E poi che avviso! Di che?».</p>
<p>«Non so, &#8211; riprese a dire Donna Canfora &#8211; mi batte il cuore; e più volte mi è parso di vedere qui, dinanzi a me, lui, il povero mio marito. Che sarà mai?<br />
Certo non bene… Io sento… come se dovessi morire».</p>
<p>Prima di uscire Donna Canfora volle visitare tutta la casa; poi pregò inginocchiata la Madonna; sull’uscio si rivolse per dare alla pace, che abbandonava, un ultimo sguardo – e finalmente si avviò sospirando. Sulla riva del mare, infatti, gran folla. La quale, appena Donna Canfora comparve, si divise in due ali, per farvela passare in mezzo come un’amata regina. Il capitano della nave le andò incontro con viso sorridente, e le disse: «La fama della vostra virtù, o madonna, giunse fino ai lidi più lontani dell’Arabia e della Persia, e la vostra visita, da noi aspettata, c’è premio, del quale non sappiamo come ringraziarvi». Donna Canfora, cui il cuore palpitava sempre più forte, ringraziò e si lasciò guidare fin sulla tolda.</p>
<p>Le magnificenze narrate dalla cameriera, rimasta sulla riva tra la folla, eran vere; ed ella andava ammirandole ad una ad una, accompagnata dal gentile capitano.</p>
<p>A un tratto i sostegni si rompono, e la nave scivola sul mare: i remi son pronti, i rematori al loro posto, e la nave fila diritta come una freccia. Dalla riva s’alzano grida furibonde, imprecazioni disperate, e cento cento giovani gagliardi si slanciano nelle onde, per raggiungere a nuoto i finti mercanti, gli esecrati corsari… La patria si allontanava, circonfusa in un pulviscolo dorato, e il tumulto della spiaggia più non si udiva. Donna Canfora pareva serena: un’aria di dignitosa rassegnazione era sparsa sul suo viso pallido.</p>
<p>Chiese in grazia di esser lasciata libera un istante, per dare l’ultimo saluto alla terra natale; e diritta sulla poppa, gli occhi profondi e lucenti, guardava le curve delle montagne baciate dagli ultimi raggi del sole presso al tramonto.</p>
<p>La brezza vespertina folleggiava con la candida veste, coi riccioli neri cadenti sulla fronte severa… Donna Canfora guardò, guardò a lungo. Poi, sollevati gli occhi al cielo, come per chiedere perdono al Signore, si lanciò fra le onde. Il capitano della nave non ebbe il tempo di gridare e di accorrere, che già ella, abbracciata dal nuovo sposo, il mare, scomparve senza un lamento, senza un singulto.</p>
<p><em>*Questa rarissima edizione della leggenda di Donna Canfora è di Luigi Parpagliolo che la scrisse nell’ottobre 1908 in occasione delle nozze tra Maria Aiossa Natoli e Luigi Pignatelli di Monteroduni.<br />
</em><em>Fu stampata in 25 esemplari di cui una ritrovata recentemente da Francesco Lovecchio.</em></p>
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		<title>Le Clementine IGP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2020 07:07:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Agrumi]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Clementine]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze Calabresi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Incrocio tra arancio amaro e mandarino, le Clementine provengono probabilmente dall’Algeria (secondo una delle ipotesi più accreditate, il loro nome richiamerebbe quello di Padre Clément Rodier di Misserghin, nel cui orto sarebbero state rinvenute).</p>
<p><strong>Coltivate in Italia sin dagli anni ’30</strong>, hanno trovato un habitat ideale in Calabria. Le aree di maggiore produzione sono concentrate nelle zone di pianura della regione: Sibari e Corigliano nel Cosentino, Lamezia nel catanzarese, Gioia Tauro-Rosarno e la Locride nella provincia di Reggio Calabria. In soli 58 comuni calabresi è concentrata quasi la metà della superficie agrumetata regionale.<br />
A partire dal 1950 la sua coltivazione si diffuse in Calabria dove trovò il suo habitat naturale: il clima mite e regolare riesce ad esaltare le caratteristiche qualitative del frutto, che solo in Calabria giunge a maturazione molto precocemente, ai primi di ottobre.<br />
Raccolte da ottobre a febbraio, a seconda delle varietà sono pressoché apirene, ovvero senza semi (o ne hanno pochi);<strong> ricche di vitamine, aromatiche e molto dolci</strong>, risultano facili da sbucciare, essendo l’epicarpo liscio e molto sottile, e possono gustarsi fresche o essere trasformate in canditi, marmellata, succhi, sorbetti, dolci e liquori.<br />
Le clementine presentano una forma sferoidale leggermente schiacciata ai poli, con dimensioni minime di 16-18 mm. La buccia, liscia e di colore arancio scuro, racchiude una polpa succosa e aromatica.</p>
<p>La Clementina di Calabria è rinfrescante e diuretica e possiede un elevato contenuto di zuccheri. In cucina, può essere consumata al naturale o impiegata per preparare succhi, sciroppi, sorbetti, marmellate. Il frutto è utilizzato anche in cosmesi nella preparazione di<strong> lozioni tonificanti e maschere per la pelle</strong></p>
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		<title>Nicotera. Un vento antico  catturato e messo in bottiglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 13:09:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Acquazzina]]></category>
		<category><![CDATA[Ancel Keys]]></category>
		<category><![CDATA[Badia di Nicotera]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Comerci]]></category>
		<category><![CDATA[Dieta Mediterranea]]></category>
		<category><![CDATA[Nicotera]]></category>
		<category><![CDATA[Piana di Rosarno]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Pavia]]></category>
		<category><![CDATA[uva]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giacomo Zeno Se il sapore di un grappolo d’uva, che serve da colazione con il pane fatto in casa, diventa un ricordo ricorrente, ti riporta, ad<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giacomo Zeno </strong></p>
<p>Se il sapore di un grappolo d’uva, che serve da colazione con il pane fatto in casa, diventa un ricordo ricorrente, ti riporta, ad una scala di granito a fianco della finestra dalla quale si intravede l’uva appena raccolta e gli uomini a pestarla; il suono ritmico delle presse, l’odore dello zolfo che serve a preparare i tini: sensazioni mai dimenticate…</p>
<p>Forse per questo – e per dare un seguito alla storia che racconta di vigneti bassi e ordinati nei terreni di Nicotera &#8211; che matura il desiderio, a partire dall’anno 2000, di riproporre nella casa di famiglia lasciata da oltre quaranta anni, e nel terreno intorno, la coltivazione di un vitigno che “nasce lì”, conosce la natura del terreno e sa approfittare della brezza del mare visto in lontananza.</p>
<p>Per il vitigno nessun dubbio: la nonna ha sempre puntato sul magliocco e al magliocco ci si rivolge senza esitazione. E che nome dare al vino?</p>
<p>Il libeccio soffia da sempre sulle coste calabresi. Ma stavolta, oltre alla brezza umida, ha portato un&#8217;idea vincente: quella del nuovo vino che prende il suo stesso nome in vernacolo, <em>Libici</em>. Una sfida aperta alla “sapienza “contadina che avverte che <em>Libìci mai </em><em>bbeni fici</em>. Il libeccio non ha mai fatto bene ma stavolta, però, va aggiornato perché ormai <em>Libìci</em> è anche il nome di uno dei più interessanti vini calabresi. Un magliocco canino prodotto da Casa Comerci, azienda agricola di Badia di Nicotera.</p>
<div id="attachment_7656" style="width: 384px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-7656" loading="lazy" class="wp-image-7656 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo.jpg" alt="" width="374" height="562" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo.jpg 629w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo-499x750.jpg 499w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/07/Domenico-Silipo-449x675.jpg 449w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /><p id="caption-attachment-7656" class="wp-caption-text"><strong>Domenico Silipo</strong></p></div>
<p>L’idea del nome è venuta da un bravo ristoratore, Salvatore Pavia, titolare del ristorante <em>Peppino il Pescatore</em> di Ricadi. La suggerì a Domenico Silipo,  il fondatore (anzi, ri-fondatore) di Casa Comerci, che la approvò subito.</p>
<p>E’ nato così un vino dal raro bouquet floreale, dal colore leggero, dal sapore rotondo e strutturato. Adatto ad accompagnare ogni tipo di pasto, si esalta con i primi piatti dai sapori forti, le carni rosse e i formaggi stagionati. Se a tavola c’è un bel piatto fumante di pasta fatta in casa (<em>a fileja</em>), magari condita con ragù di maiale, allora il <em>Libìci</em> darà il massimo al nostro palato. Prima la schiettezza, poi l’eleganza: potrebbe essere questo il suo motto. Le sue uve contengono infatti i sapori che il libeccio porta dall’Africa e che sono mitigati sulle colline aperte verso la Piana di Rosarno.</p>
<p>Un’altitudine di circa 250 metri, quanto basta per aprire lo sguardo all’orizzonte. Il vento la fa da padrone, dove l’occhio si perde tra l’azzurro del Tirreno e il verde delle Serre. Da sempre lì si coltiva la vite. Filari bassi e ordinati, che anche nelle giornate più calde trovano nutrimento nelle zolle che trattengono il fresco dell’acqua piovana.</p>
<p>Un posto del genere valeva la scommessa di far risorgere ciò che apparteneva ormai soltanto alla memoria familiare. E così Silipo, che aveva lasciato la Calabria oltre 50 anni fa per esercitare in Emilia la professione di avvocato, torna nella casa del nonno. Francesco Comerci alla fine del 1800 aveva già le vigne e produceva il vino di Nicotera, quello «formato nell’argilla e scolpito nella pietra». Quanti ricordi!</p>
<p>Si comincia da capo, piantando il vitigno magliocco, la qualità autoctona che più si adatta al luogo. La pianta è generosa, produce grappoli dai chicchi radi, con acini di colore blu scuro e dalla buccia spessa. A guardarli sembrano l’emblema stesso della Calabria. Hanno un aspetto forte, quasi rude, che nasconde un’anima delicata. Eppure non è facile «addomesticarli».</p>
<p>Anni di tentativi, fin quando finalmente arrivano i risultati. Grazie, tra l’altro, all’apporto della moderna tecnologia. Nel vigneto, una stazione meteo per conoscere in tempo reale pioggia, umidità, temperatura del suolo e dell’aria.</p>
<p>Si misura la bagnatura fogliare e l’evapotraspirazione, in modo da realizzare una viticoltura ragionata e rispettosa dell’ambiente.</p>
<p>Nell’antica cantina di pietra le vecchie botti sono sostituite con serbatoi in acciaio inox di ultima generazione, la vinificazione è a temperatura controllata, come tutto dai computer.</p>
<p>Casa Comerci è oggi un piccolo gioiello tra i marchi della tipicità agroalimentare del Mezzogiorno. La scommessa è vinta, ma la sfida continua. Si realizza una nuova cantina, più grande, interrata quasi totalmente nel declivio della collina che guarda il mare. Intanto l’azienda sperimenta una prima diversificazione della propria offerta, con una piccola (per il momento) produzione di Greco di Bianco, fine pasto tipicamente calabrese.</p>
<p>Non solo vino, però. Sull’antica proprietà e sul nuovo fondo Sant’Andrea ci sono anche gli ulivi. L’olio che se ne ricava è un <em>monocultivar ottobratica </em>di coltivazione biologica. Per chi se ne intende diciamo che contiene pochissimi perossidi e molti polifenoli. Ciò vuol dire garanzia di grande qualità.</p>
<p>E poi va assaggiata la vinaccia, una grappa leggera e profumata. «Proprio come la rugiada del mattino» dice Domenico Silipo «e per questo l’abbiamo chiamata <em>Acquazzina</em>, un altro termine preso in prestito dal nostro dialetto, perché ci teniamo a richiamare sempre le nostre radici».</p>
<p>Nicotera è divenuta l’emblema della dieta mediterranea, risultato delle ricerche scientifiche condotte dal 1957 al 1969 dall’equipe di studiosi guidati da Ancel Keys &#8211; antropologo e scienziato americano esperto di malattie vascolari &#8211; e ribadite da studi dell’Università romana di Tor Vergata. Sbarcando in Calabria dal Minnesota, Keys verificò che la popolazione che si nutriva semplicemente con pane, olio, cipolle rosse di Tropea e pomodori, era molto più sana dei pasciuti cittadini di New York.</p>
<p>Lo studio pilota della Dieta Mediterranea di Riferimento portò così alla codificazione di questo importante regime alimentare.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>E se Shakespeare fosse di origine calabrese?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 14:24:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
		<category><![CDATA[Santi Paladino]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare]]></category>
		<category><![CDATA[The Times]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giuseppe Antonio Martino &#160; All’Università di Roma, ebbi la fortuna di seguire le lezioni del Prof. Agostino Lombardi, uno dei maggiori studiosi di William Shakespeare. Nessuno,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giuseppe Antonio Martino</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’Università di Roma, ebbi la fortuna di seguire le lezioni del Prof. Agostino Lombardi, uno dei maggiori studiosi di William Shakespeare. Nessuno, allora, mi pare mettesse in dubbio l’inglesità dell’autore di <em>Romeo e Giulietta, </em>di<em> Giulio Cesare </em>e di <em>Amleto</em>, ma si vociferava che egli parlasse la sua lingua con un forte accento straniero e non si faceva mistero del fatto che non esistono documenti relativi alla sua vita prima della comparsa sulla scena letteraria inglese, tanto che il periodo che va dal 1585 e il 1592 è definito dagli studiosi come &#8220;<em>lost years<strong>&#8220;</strong></em><strong> </strong>(anni perduti).</p>
<p>Alcuni decenni dopo mi capitò di leggere che alcuni studiosi avanzavano seri dubbi sulle origini del “Bardo dell’Avon” e mi incuriosì il fatto che non pochi lo considerino di origini italiane.</p>
<p>Appresi anche che alcuni intellettuali anglosassoni, in passato, avevano tentato di stabilire quali fossero stati i rapporti tra William Shakespeare e gli esuli italiani in Inghilterra, tanto che nel XIX secolo, sull’Enciclopedia Britannica, il caporedattore Thomas Spencer si spinse al punto di parlare di relazioni parentali tra il <strong>grande drammaturgo</strong> e Giovanni Florio, o John Florio (Londra 1553-1625), compilatore del primo dizionario inglese-italiano (<em>A World of Words</em>), ma l&#8217;intero capitolo contente quelle informazioni fu eliminato già nella XI edizione dell&#8217;Enciclopedia.</p>
<p>Il 4 febbraio 1927, sul quotidiano italiano <em>L&#8217;Impero, </em>il giornalista calabrese Santi Paladino, di Scilla (RC), avanzò l’ipotesi che William Shakespeare fosse lo pseudonimo di Michelangelo Florio, un frate toscano convertito al protestantesimo che, riuscito a fuggire nel 1550, tre anni dopo, in Inghilterra, aveva avuto un figlio, Giovanni, prima di tornare in Italia, tra il 1563 e 1566: da alcuni libri notarili risulta che in quel triennio visse a Soglio, nella Val Bregaglia.</p>
<p>Nel 1955, il giornalista scillese, in un volumetto intitolato Un Italiano autore delle opere shakespeariane (Gastaldi, Milano), fece rilevare le affinità tra la commedia in dialetto siciliano <em>Tantu trafficu pe&#8217; nnenti</em> e l’opera di Shakespeare <em>Tanto rumore per nulla</em> e giunse a sostenere che le opere del bardo dell’Avon, scritte in italiano, furono tradotte e perfezionate in lingua inglese dal figlio Giovanni in collaborazione con un attore di nome William Shakespeare che ne assunse la paternità.</p>
<p>L’otto aprile del 2000, il quotidiano britannico <em>The Times</em> riportava la tesi di un professore di Palermo, Martino Iuvara, che, riprendendo alcune perplessità già espresse anni prima dal Prof. Besta dell’Università di Palermo, sosteneva che il più grande autore della letteratura inglese era, in realtà, di nazionalità italiana. Tra le altre cose Iuvara attribuiva a William Shakespeare il volume, <em>I secondi frutti </em>(<em>Second Fruits</em>), scritto nel XVI sec., contenente seimila proverbi italiani, che in realtà è un’opera di Giovanni Florio, pubblicata nel 1591. Il professore palermitano parlava anche di una biblioteca di Shakespeare della quale non esiste alcuna traccia: forse si riferiva ai libri italiani, francesi e spagnoli (pare 340), che John Florio, con un testamento scritto nel 1625, l’anno stesso della sua morte, lasciò all’amico e protettore Lord William Pembroke.</p>
<p>Con il passare degli anni il numero degli studiosi che contestano la paternità delle opere di Shakespeare è notevolmente aumentato e non pochi propongono <strong>John Florio come il vero autore </strong>delle opere attribuite al bardo: un’opinione espressa anche da Lamberto Tassinari, nel suo volume <em>Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio</em> (Giano Books, Montréal, 2008), ma condivisa anche dal ricercatore Saul Gerevin. Indizi che avallano l’ipotesi secondo la quale sotto il nome di Shakespeare si nasconda proprio John Florio sono stati rinvenuti nella letteratura inglese della fine del XVI sec. da Giulia Harding, una giornalista della BBC radio, e Corrado Panzieri.</p>
<p>Ho espresso i miei dubbi a Panzeri che così ha risposto: “<em>Non mi sorprendo delle sue impressioni […] Saul Gerevini ed io stesso &#8211; coadiuvati da un nutrito gruppo di studiosi italiani e stranieri &#8211; abbiamo impiegato oltre venti anni in ricerche negli archivi storici italiani, inglesi e svizzeri per entrare in possesso di prove documentali e riferimenti editoriali dei secoli XVI e XVII, grazie ai quali abbiamo potuto ricostruire al meglio le biografie dei due Florio, padre e figlio, ma anche quella, ben più credibile, perché documentata, di William Shaksper </em>(un attore quasi analfabeta di Stratford, erroneamente chiamato Shakespeare da Santi Paladino, n.d.a.).<em> […] Ogni nostra affermazione è suffragata da documenti originali archiviari o riconducibili a precisi riferimenti </em><em>o trascrizioni editoriali</em>”.</p>
<p>Nella sua e-mail mi parla anche di un dibattito tra il prof. Stephen Greenblatt, docente di Harvard, Gerevini e il prof. Lambert Tassinari di Montreal che è intervenuto con una &#8220;lettera aperta&#8221;, ma a dire il vero i miei dubbi non sono stati del tutto sciolti.</p>
<p>Andrea Camilleri, su <em>La Stampa</em>, nel 2000, affermò che se Shakespeare fosse di origine italiana non potrebbe che appartenere a quella famiglia Florio che per quasi due secoli stupì il mondo  con le sue flotte, le sue industrie e le sue ricchezze ma che, come afferma il Professore emerito dell’Università di Palermo Orazio Concila, non erano di origine siciliana, bensì calabrese: provenivano da Melicuccà, un paesino della piana di Gioia Tauro dominato dai Cavalieri di Malta sin dal 1445 dove era difficile la vita a un medico, Giovanni Florio, convertitosi al calvinismo, che si trasferì a Messina e dal cui matrimonio con Guglielma Crollalanza nacque il figlio Michelangelo in cui, come afferma il Prof. Iuvara, è da riconoscere il bardo e che, in onore della madre, si fece chiamare William Shakespeare (Guglielmo Crollalanza appunto).</p>
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		<title>I GUERRIERI ci attendono (a casa loro)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 14:04:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Musei]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Bronzi di Riace a Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo Piacentini]]></category>
		<category><![CDATA[reggio calabria]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il Museo Archeologico nazionale di Reggio Calabria dalla riapertura totale è senza dubbio l’attrattore turistico e culturale di maggior successo.</strong><br />
<strong>Un gioiello “costato” oltre 33 milioni di euro.</strong></p>
<p><strong><br />
Antonietta Catanese</strong></p>
<p>Lo storico Palazzo Piacentini, conserva quasi integro il prospetto, ma il suo interno è stato trasformato in uno spazio moderno e accattivante che unisce il “nuovo” al respiro suggestivo delle età più antiche. Ora è noto a tutti come la “Casa dei Bronzi di Riace”: le due magnifiche statue magnogreche occhieggiano dalla loro sala climatizzata già all’arrivo dei visitatori (la grande camera dei Guerrieri è infatti collocata al piano terra, e due grandi vetrate le fanno inizialmente solo intravedere” dalla grande agorà interna del palazzo, dedicata a Paolo Orsi ed impreziosita da una discreta ma suggestiva installazione moderna dell’artista Alfredo Pirri. Ai Bronzi, così annunciati, nel percorso alla scoperta di tutta la ricca storia della Calabria, è riservata la tappa finale della visita.</p>
<p><strong>L’itinerario di visita a Palazzo Piacentini</strong></p>
<p>Si comincia dal secondo piano l’itinerario alla scoperta delle meraviglie del Museo reggino: 11.000 metri quadri di esposizione, con una sezione dedicata alla Preistoria per proseguire con un percorso che si sviluppa fino al piano terra “attraverso l&#8217;esposizione delle grandi architetture dei templi di Locri, Kaulonia e Punta Alice, garantendo una continuità spaziale e logica che ha il suo epilogo con l&#8217;esposizione dei materiali, ognuna provvista di testi esplicativi e supporti dedicati, ha l&#8217;obiettivo di &#8220;raccontare” al visitatore la “Storia della Calabria”. Recita così la descrizione del nuovo museo sul sito ufficiale del ministero per i beni culturali.</p>
<p>Il cardine del percorso tematico è ovviamente la Magna Graecia. Così lo raccontava nei giorni dell’inaugurazione il Giornale dell’Arte: “Al piano A si mostrano i reperti della storia che venne prima “Prima della Magna Grecia” con le testimonianze relative all’Uomo di Neanderthal e all’Homo Sapiens.</p>
<p>Segue il piano B tra “Città e santuari della Magna Grecia”, dedicato alle Città-Stato di Sibari e Crotone, Caulonia, Thurii, Locri e sue alle colonie Hipponion e Medma, e ai santuari, con le grandi decorazioni di terracotta dipinta dei tetti dei templi di Locri e di Caulonia, in parte ricostruiti, agli ex voto fittili, tra i quali i “quadretti”(pinakes) dal santuario della Mannella di Locri.</p>
<p>E poi, rari esempi di statuaria di marmo come i Dioscuri dal frontone del tempio di Marasà a Locri o il maestoso acrolito di Apollo da Cirò Marina, qui ricostruito e panneggiato per rendere il verosimile effetto dell’originale.</p>
<p>Scendendo ancora si accede all’ammezzato (piano C), dedicato agli “Aspetti di vita quotidiana nelle città della Magna Grecia”, con uno spazio riservato ai popoli di stirpe italica, i Lucani e i Brettii. Per giungere, infine, al piano terra (piano D) dedicato alla città che ospita il Museo, Reggio Calabria, greca e romana, dove si espone per la prima volta una sintesi ragionata di reperti.</p>
<p>L’aggraziata statua marmorea del kouros di Reggio, in realtà un giovane Apollo, di cui si dà anche la ricostruzione virtuale, introduce il visitatore alla Sala dei Bronzi di Riace e dei Bronzi di Porticello: la testa di Basilea e la straordinaria testa del Filosofo, del quale un ologramma dà un’ipotetica ricostruzione virtuale come anziano poeta.</p>
<p><strong>Le “chicche”</strong></p>
<p><strong>Tra le chicche</strong> della sezione preistorica, a quasi cinquant&#8217;anni dalla loro scoperta, sono esposti <strong>gli enormi resti dell&#8217;Elephas antiquus</strong><strong> </strong>riemersi sulle colline di Archi e risalenti al II periodo interglaciale; e il grande<strong> </strong><strong>mosaico</strong><strong> </strong>con scena di palestra rinvenuto nel sottopalazzo Guarna sul Lungomare reggino dopo il terremoto del 1908. Oltre 200 vetrine, senza contare gli spazi sotterranei riservati alle <strong>mostre temporanee.</strong></p>
<p>Insomma, un Museo che vale bene una visita. E dal 2017 tantissimi sono i visitatori che hanno frequentato questo assoluto gioiello: numeri che non si vedevano effettivamente da decenni.</p>
<p>La prima esposizione dei Bronzi di Riace a Reggio Calabria, dopo la scoperta e il restauro presso l’Opificio delle pietre dure a Firenze, è lontano, con il suo milione di turisti arrivati da ogni dove. Ma non si può dimenticare come, prima di questo restauro, i famosi Bronzi di Riace fossero rimasti in “solitudine”, arrivando nel 2008 a totalizzare – come scoprimmo all’epoca – meno visitatori dello zoo di Pistoia, arrivando dietro a ippopotami e tigri. Uno scandalo. La politica si mosse e si riaccesero i riflettori su un patrimonio unico al mondo che adesso inizia a tornare al proscenio adeguato a tanta bellezza.</p>
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<p>Il Museo reggino è un unicum per mille ragioni: si pensi che quando Marcello Piacentini iniziò a progettarlo volle salvare parte della necropoli ellenistica che insisteva proprio sul terreno adibito alla nascita del primo edificio in Italia destinato a spazio espositivo. È grazie a tanta lungimiranza che oggi è possibile, all’interno dello stesso Museo, avere accesso alle tombe che ancora si mostrano al piano seminterrato.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-9174 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b.jpg" alt="" width="960" height="720" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b-50x38.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b-100x75.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/26691602997_745bb3bc9c_b-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INVINCIBILI I DUE GUERIERI </strong><strong>NEANCHE IL TERREMOTO POTRA’ ABBATTERLI</strong></p>
<p>L&#8217;accesso alla Sala Bronzi è consentito per gruppi di massimo venti visitatori alla volta ed è soggetto a limitazioni di tempo secondo il seguente programma: è obbligatoria una sosta di venti</p>
<p>minuti circa nella sala pre-filtro, durante i quali un video intrattiene il pubblico con aggiornamenti sullo stato della ricerca sui Bronzi di Riace.</p>
<p>Da qui una breve sosta di tre minuti in una speciale zona filtro dove i visitatori sono ripuliti da particelle che potrebbero intaccare l’integrità del bronzo, protetto alla fine del restauro operato sulle statue, da un trattamento al benzotriazolo che però deve accompagnarsi a particolari climi e temperature per assicurare la salute alla “pelle” bronzea e delicata dei guerrieri.</p>
<p>A quel punto si ha accesso alla sala che teatralmente svela i giganti in tutta la loro magnificenza, posti su speciali basi antisismiche progettate dall’Enea per tenere fermi i capolavori anche quando si verificassero sismi potenti come quelli che all’inizio del Novecento distrussero le città dello Stretto.</p>
<p>È sufficiente descrivere questa meraviglia che si staglia nel cuore della Magna Graecia per comprendere quale patrimonio immenso la Calabria abbia da offrire.</p>
<p>Un patrimonio che ancora è da valorizzare, come merita. E che, soprattutto, va inserito in un contesto turistico più ampio, che leghi Reggio Calabria, forte della presenza di tali unicità, a tutti i siti che nella regione custodiscono reperti di grande bellezza e siti archeologici testimoni di grandi civiltà, ma che ancora stentano a decollare come dovrebbero: Capo Colonna, Locri, Rosarno, Vibo, Mileto e la sterminata Sibari sono alcuni dei luoghi della storia e della bellezza che ancora oggi restano lontani dai numeri e dal successo del Museo reggino.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il sussurro dell’Angelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 05:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’erano, un tempo, in Calabria, i pasturari, abilissimi artigiani che con maestria creavano le statuine del presepe, modellando la creta. E capitava, spesso, che s’ispirassero per le loro<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’erano, un tempo, in Calabria, i pasturari, abilissimi artigiani che con maestria creavano le<br />
statuine del presepe, modellando la creta. E capitava, spesso, che s’ispirassero per le loro “figure”<br />
a personaggi e situazioni della vita d’ogni giorno. In un presepe conservato nel Museo di<br />
Etnografia e Folclore della Casa della Cultura di Palmi, le donne sono rappresentate intente ai<br />
lavori più umili: raccogliere le fascine per il fuoco, attingere l’acqua alla fontana, lavare i panni…<br />
Gli uomini, invece, badano ai lavori più pesanti, come spaccare la legna, ma concedendosi anche<br />
qualche libertà di… bevuta!<br />
Ma di questo presepe il pezzo più suggestivo è l’Angelo che sussurra al pastore che dorme. Lo<br />
vuole risvegliare delicatamente o forse piuttosto – e chissà che non sia stato così quella Santa<br />
Notte – comunicargli nel sogno l’annuncio della nascita del Bambino? È una composizione<br />
mirabile: il sonno ristoratore rivelato dall’abbandono della mano del pastore; la dolcezza<br />
dell’Angelo in quel suo ripiegarsi.<br />
Attenzione, però, questo prezioso presepe degli anni ’50, esemplare unico del suo autore, non<br />
appartiene a un abile artigiano ma a don Antonio Rotondo (1883-1967), un sacerdote di<br />
Fiumefreddo Bruzio, con animo d’artista.<br />
Il presepe fu donato al Museo, ma non senza qualche titubanza, dagli eredi del sacerdote.<br />
Un’acquisizione d’incalcolabile valore di cui occorre render merito al compianto Giuseppe Saffioti,<br />
l’indimenticabile “Gisa”, uno di quei cittadini di Palmi, innamorati della propria terra e sempre<br />
protesi ad arricchirne, instancabilmente, memorie e istituzioni.<br />
Dunque, Gisa apprende, occasionalmente, che a Fiumefreddo c’è un interessante presepio con<br />
figure in terracotta che riproducono per di più il costume calabrese. Decide così d’andare a<br />
vedere… Il racconto di quel che accadde, Gisa lo scrisse sulla rivista dell’Associazione Italiana Amici<br />
del Presepio (Il Presepio, n.60/dicembre 1969):<br />
“Secondo un vecchio proverbio, la prima impressione è quella che conta e per me la prima<br />
impressione fu meravigliosa: lo sguardo attonito si posò dapprima sulla delicata e mistica scena<br />
della Natività, curata nei più piccoli dettagli, poi sul gruppo dei pastori che ricevono dagli angeli<br />
l’annuncio e il bacio della pace, via via sui suonatori e danzatori, sulla strage degli innocenti, sulle<br />
comari chiacchierone che attingono acqua alla fonte, sulle pastorelle vestite con i ricchi costumi<br />
del luogo, sui Re Magi, e infine, attraverso una profonda buca illuminata da una luce rossa di<br />
fuoco, sull’inferno. Sissignori, l’inferno! Il caro don Antonio, da quella mente eclettica ed eccelsa,<br />
aveva voluto esprimere plasticamente il vero significato della venuta al mondo del Redentore: la<br />
salvezza delle anime dal peccato. In un raggio di argentea luce ecco infatti l’Eterno Padre che<br />
accompagna verso l’alto alcune anime avvolte in bianche tuniche, più indietro, gruppi di anime<br />
redente e poi, laggiù, in basso, tra rocce e anfratti, decine e decine di dannati punzecchiati dai<br />
forconi dei diavoli oppure appesi nudi a rami di alberi secchi o rincorsi da mute di cani.”<br />
Il suggerimento cortese ma insistente di Gisa, per la migliore conservazione e fruizione del<br />
presepe, di farne dono al Museo di Palmi, fu accolto, generosamente, dagli eredi di don Rotondo.<br />
Nel novembre del 1969…”la grande spedizione verso Fiumefreddo!”<br />
“Sono state imballate più di trecento figure tra grandi e piccole con ogni possibile cautela, e sono<br />
state scattate numerose fotografie, in bianco e nero e colore per rispettare l’impegno assunto col<br />
donatore e cioè di ricostruire il presepio il più fedelmente possibile secondo l’originaria<br />
concezione dell’artista.”</p>
<p>Ahimè, un impegno finora non mantenuto. E nel frattempo occorrerà pure provvedere ad un<br />
indispensabile intervento di restauro. E quando il presepe sarò restituito – speriamo presto – alla<br />
sua originaria composizione e bellezza, il Museo di Etnografia e Folklore “Raffaele Corso” meriterà<br />
ancor di più una visita se non altro per poter ammirare il presepe, oseremmo dire “teologico”<br />
prima ancora che artistico, di don Antonio Rotondo, umile, ma colto e ispirato prete di un piccolo<br />
paese di Calabria.<br />
E se fossimo per primi noi palmesi, sparsi dappertutto, a farci carico, di un impegno disatteso, nel<br />
corso di mezzo secolo, dalle istituzioni? Se intraprendessimo una “raccolta fondi” per avviare il<br />
restauro del Presepio e predisporne l’allestimento? Se riconoscessimo in questo impegno un<br />
momento di coesione della nostra comunità? Che sia l’Angelo a sussurrare anche a noi?<br />
L’Associazione “ItacaMondo” mette intanto nel salvadanaio trecento euro…</p>
<p><strong>Antonio Minasi</strong>, presidente di “ItacaMondo”<strong> / <span style="color: #3366ff;">itacamondo@gmail.com</span></strong></p>
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class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-scaled.jpg" data-caption="DIA 15"><img width="1446" height="2560" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-scaled.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-scaled.jpg 1446w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-579x1024.jpg 579w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-768x1359.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-868x1536.jpg 868w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-1157x2048.jpg 1157w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/12/11-Pastore-82x146.jpg 82w, 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		<title>Compagni di viaggio, cercasi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 13:10:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giacinto Marra, operatore culturale da lunga data, continua a interrogarsi, senza arrendersi, sul nostro mondo, a partire dalle responsabilità personali di ciascuno, perché la Calabria non<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giacinto Marra, operatore culturale da lunga data, continua a interrogarsi, senza arrendersi, sul nostro mondo, a partire dalle responsabilità personali di ciascuno, perché la Calabria non sia “irredimibile” come un eminente politico ebbe a dirgli.<br />
</strong><strong>Si può cominciare anche da piccole comunità come lui ha fatto e sta facendo nella sua Rovito, con la creazione di un <em>Circolo di Cultura </em>e un <em>Punto di Lettura</em></strong></p>
<p><strong>Giacinto Marra</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-10396 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Giacinto-Marra.jpg" alt="" width="239" height="319" />Mi piacerebbe vedere un mondo migliore di come è. Una Calabria migliore di come è, assumendo un punto di vista, una chiave di lettura alternativa a quella dominante, come tesoro nascosto da dissotterrare e da esporre senza più sensi di colpa. Ma non posso realizzarla io. Io da solo.</p>
<p>Posso invece cominciare a impegnarmi a cambiare me stesso, e insieme, a cercare compagni di viaggio animati dallo stesso mio desiderio di aiutare quelli a noi prossimi, i giovani soprattutto, a una maggiore autostima, cercando di suscitare in loro lo stesso nostro desiderio di provare a liberarci dallo stereotipo e anche dai limiti che ci imprigionano dentro uno schema insopportabile.<br />
Ma tutto questo non autoritativamente, non &#8220;spingendo&#8221; affinché accada, bensì offrendo alla libertà dei destinatari della nostra iniziativa degli spunti di riflessione capaci di attivare domande e suscitare il desiderio di trovare risposte.</p>
<p>E tale aiuto, sebbene proposto in un piccolo insignificante paesino calabrese, se autenticamente offerto, e recepito, come tale e nella sua assoluta gratuità, è suscettibile di esprimere una valenza contagiosa, replicabile, paradigmatica: è possibile, si può fare. Che se poi proprio Collocazione a Rovito del &#8220;Circolo di Cultura Tommaso Cornelio e del &#8220;Punto di Lettura Corrado Alvaro&#8221; dovesse far storcere il muso, basterà riflettere che in fondo dire Rovito, seppure elevato al rango di periferia urbana, è ormai come dire Cosenza.</p>
<p>Come, d&#8217;altra parte, Rovito, Cosenza, sono Calabria. Or dunque, nel 1950 ci si accostava alla Calabria con curiosità di conoscere e di sapere, con interesse, con &#8216;simpatia&#8217;. La Calabria, e il Sud, erano al centro di attenzioni, preoccupazioni. In generale &#8211; potremmo dire &#8211; di sentimenti e interessi positivi delle classi dirigenti nazionali.</p>
<p>Oggi sembra essere andata definitivamente smarrita la grande tensione ideale e la progettualità riformatrice, mentre è dissolta quasi del tutto, nella coscienza degli italiani, l&#8217;afflato solidaristico che a quella tensione faceva da sfondo e che di quella tensione era supporto. Dal tempo in cui sono state istituite le Regioni, e verosimilmente proprio a causa di questa svolta nell&#8217;architettura istituzionale della nostra Italia, nella coscienza collettiva nazionale una realtà come quella calabrese è diventata più un luogo oscuro che l’oggetto sociale di slanci solidaristici.</p>
<p>Le classi dirigenti politiche e culturali calabresi hanno grandissime, prevalenti, responsabilità. Lo Stato poco di meno, ma altrettanto gravi. Fatto sta che, come ebbe a dirmi un altissimo politico italiano con responsabilità internazionali, la Calabria è &#8220;irredimibile”.<br />
E penso che questo sia un pensiero oggi largamente diffuso.<br />
Un &#8216;giudizio&#8217; realistico ma non accettabile!<br />
In Calabria una parte del popolo vive nella più assoluta inconsapevolezza, come foglie portate dal vento. Un&#8217;altra parte è rassegnata, o scettica. Molti sanno, ma gli sta bene così, perché vi possono sguazzar dentro. Chi può emigra. Pochi provano a sperare contro ogni speranza.</p>
<p><span style="color: #339966;">Sapendo che siamo una goccia nell’oceano </span><br />
<em><span style="color: #339966;">Madre Teresa di Calcutta</span></em></p>
<p>Noi fra questi. Noi siamo poco più di niente, un piccolissimo gruppo, molto eterogeneo, per età, condizione sociale, sesso, orientamento politico, credenti, miscredenti, non credenti, che vorremmo cercare di sperimentare una novità, non assoluta, ma rara, in un paesino della Calabria &#8211; Rovito &#8211; vale a dire la nascita del “Circolo di Cultura Tommaso Cornelio&#8221; con lo scopo di seminare il piacere della conoscenza attraverso la lettura dei libri; attraverso la lettura dei bisogni del territorio;  attraverso la lettura dei segni dei tempi.</p>
<div id="attachment_10398" style="width: 220px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-10398" loading="lazy" class="size-medium wp-image-10398" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/09/Thomas_Cornelius-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /><p id="caption-attachment-10398" class="wp-caption-text">Thomas Cornelius</p></div>
<p>Rovito trova posto nella stona per aver dato i natati a Tommaso Cornelio che, nel Seicento, fece conoscere il pensiero di Cartesio a Napoli, e che, quando il Regno di Napoli era una nazione europea, si segnalò tra i maggiori esponenti, se non il maggiore, della Rivoluzione scientifica meridionale. Dunque un innovatore. In secondo luogo, Rovito è noto per il triste epilogo, avvenuto nel Vallone omonimo, della spedizione dei Fratelli Bandiera.</p>
<p>Triste epilogo, certo, ma fulgida testimonianza dell&#8217;antica aspirazione di dare concreta realizzazione all&#8217;idea di Nazione, vagheggiata da sempre e sempre ostacolata da quelli che oggi si chiamerebbero poteri forti, allora come oggi, poteri avversi ai sentimenti più autentici di libertà e fraternità fra i popoli e le Nazioni. Un secondo aspetto della &#8216;novità&#8217; è dato dalla costituzione della Biblioteca, con laterali iniziative a favore della lettura.</p>
<p><span style="color: #339966;">L’unica gioia al mondo è cominciare, sempre, ad ogni istante</span><br />
<span style="color: #339966;"><em>Cesare Pavese</em></span></p>
<p>Il rango di &#8216;novità&#8217; riviene dal fatto che si tratta di una biblioteca (ancora in nuce, donde il più pudico nome &#8220;Punto di Lettura&#8221;, intitolato a Corrado Alvaro) assolutamente privata, che né attinge né vuole attingere, a fondi pubblici, almeno fino a quando non sarà sufficientemente robusta, ma che è aperta al pubblico, anche con servizio di prestito. In Italia si legge poco. E in Calabria ancor meno. Ma se si hanno poche parole in testa non è che si possono avere grandi pensieri.</p>
<p>Sulla porta a vetri del Circolo è scritto &#8220;Se sei in cammino, in ricerca, qui trovi. Ma non risposte, domande&#8221;.<br />
Un terzo aspetto di &#8216;novità&#8217; è costituito dal fatto che si intende favorire la <sup>l</sup>ettura del territorio&#8217;: i mutamenti in atto soprattutto (impoverimento demografico, abbandono dei luoghi, accorpamento di Comuni, area urbana, le due Italie, la qualità dell&#8217;istruzione, l&#8217;incidenza dall&#8217;università&#8230;).</p>
<p><span style="color: #339966;">Se si nasce e si muore, è pur vero che non si nasce per morire ma per incominciare </span><br />
<span style="color: #339966;"><em>Hannah Arendt</em></span></p>
<p><em> </em>Un quarto aspetto, infine, è dato dall&#8217;intenzione dichiarata di favorire, con opportune attività, la valorizzazione delle risorse esistenti, a cominciare dal capitale umano, favorendo una rete di relazioni non familistiche; e poi un affaccio, almeno un affaccio, sul mondo (quale rapporto fra locate e globale; le migrazioni; gli assetti geopolitici; gli squilibri sociali; la distruzione in atto dell&#8217;ecosistema; le inaccettabili diseguaglianze nei e tra i paesi; la pace). Noi insomma intendiamo dare acqua, sperando che il cavallo, prima o poi, beva.<br />
Perché oggi, più che mai, o riprendiamo in mano noi calabresi il nostro destino, a cominciare anche dai luoghi piccoli dove viviamo, assumendo una visione che vada oltre la punta del nostro naso, o il declino sarà inarrestabile.</p>
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		<title>Filippo Mancuso eletto Presidente del Consiglio Regionale della Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 13:02:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’on. Filippo Mancuso , il 15 novembre 2021,è stato eletto al primo scrutinio alla Presidenza del Consiglio regionale.</p>
<p>Candidato con la Lega nella circoscrizione Centro della Calabria ha ottenuto 6.906 preferenze.</p>
<p>Nato a Catanzaro il 26 aprile 1962, è sposato e padre di tre figli. Laureato in Economia dell’Azienda moderna, esercita la libera professione nel campo della consulenza fiscale, tributaria, amministrativa, societaria del lavoro e del contenzioso tributario.</p>
<p>Nel 2011, è stato eletto consigliere comunale, esercitando, più volte, le funzioni di Assessore al Bilancio, Patrimonio, Demanio e Affari generali.</p>
<p>Successivamente (2018) è stato eletto consigliere provinciale di Catanzaro.</p>
<p>Nel suo intervento d’insediamento ha assicurato di voler essere “il garante della dialettica democratica nel rispetto dello Statuto e del Regolamento e con l’intento che si possa pervenire, sulle emergenze più acute della Calabria, a soluzioni largamente condivise, sia pure nel rispetto delle diversità”.</p>
<p>Ha, inoltre, rimarcato l’importanza del Consiglio regionale: “il cuore della democrazia calabrese, chiamato ad informare la sua attività ai principi del buongoverno, della programmazione degli interventi legislativi e amministrativi, della partecipazione popolare e del rispetto dell’autonomia degli enti locali”.</p>
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		<title>Roberto Occhiuto eletto Presidente della Regione Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 13:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">&#8220;Ringrazio i calabresi, ringrazio gli elettori – ha affermato il Presidente &#8211; per la fiducia che ci hanno dato. Abbiamo fatto una campagna elettorale parlando alla Calabria, di come vogliamo cambiarla. Non ho mai polemizzato con i miei competitori. Ho sempre raccontato soltanto come voglio cambiare la Calabria. Un messaggio che è passato&#8221;. </span></p>
<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">“L’on. Occhiuto lascia ora il suo incarico di capogruppo di Forza Italia alla Camera ma “mi dedicherò – ha assicurato &#8211; a un’attività più esaltante, quella di dimostrare al paese che c’è una bella Calabria, una Calabria che possiamo raccontare come una regione straordinaria.</span></p>
<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">&#8220;Ho detto in campagna elettorale che noi non avremmo vinto il 3 e il 4 ottobre, lo ripeto oggi. Oggi è una bella giornata, abbiamo ottenuto una grande fiducia, una fiducia che ci impegna e ci emoziona, ma noi vinceremo da domani in poi, quando cominceremo a cambiare questa regione, quando per esempio ci occuperemo personalmente e direttamente della salute dei calabresi. </span></p>
<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">“Ecco”, ha aggiunto, &#8220;dicevo che avrei conquistato insieme alla mia squadra la fiducia di queste persone dal 5 ottobre attraverso i fatti. E allora chiederemo di riconquistarla questa fiducia che è naturale che non si abbia, perché i calabresi non possono curarsi in Calabria, in molte abitazioni della Calabria non arriva l’acqua potabile, c’è un problema dei rifiuti che travolge la vita quotidiana di molti cittadini. Abbiamo le risorse del PNRR per risolvere questi problemi e per fare anche grandi iniziative che facciano di questa regione una regione straordinaria, anche attraverso azioni di governo orientate allo sviluppo locale&#8221;.</span></p>
<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">&#8220;Io sono nato in questa regione &#8211; ha detto Occhiuto -, sono stato giovane anch’io e questa regione mi ha regalato grandi opportunità. Opportunità che a tanti giovani non ha dato. Ecco, io sono impegnato a fare in modo che la Calabria diventi una regione piena di opportunità, fare in modo che i giovani possano decidere liberamente se rimanere in Calabria o andare fuori.</span></p>
<p><span style="color: #313131; font-family: verdana, geneva, sans-serif;">“Viva la Calabria, viva la possibilità di raccontare questa regione come una regione che merita di essere raccontata in maniera diversa&#8221;.</span></p>
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		<title>Addio Jole Santelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 12:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo presente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>15 ottobre 2020 &#160; La scomparsa del Presidente Jole Santelli ci addolora profondamente. Si è spenta una luce che prometteva una nuova visibilità per la Calabria<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-8203 aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/Itaca_logo.png" alt="" width="272" height="194" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/Itaca_logo.png 403w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/Itaca_logo-205x146.png 205w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/Itaca_logo-50x36.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/Itaca_logo-105x75.png 105w" sizes="(max-width: 272px) 100vw, 272px" /></p>
<p><strong>15 ottobre 2020</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La scomparsa del Presidente Jole Santelli ci addolora profondamente.</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Si è spenta una luce che prometteva una nuova visibilità per la Calabria tutta, un inizio di autentico cambiamento.</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ricorderemo il suo sorriso e il suo impegno, esempio di chi non si arrende alle difficoltà che la vita propone.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<div style="width: 640px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-9833-2" width="640" height="360" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.calabriain.online/10000000_304175687928688_8281294203101513404_n.mp4?_=2" /><a href="https://www.calabriain.online/10000000_304175687928688_8281294203101513404_n.mp4">https://www.calabriain.online/10000000_304175687928688_8281294203101513404_n.mp4</a></video></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ricorderemo il suo indimenticabile intervento </span></strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">(video sopra)</span><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"> dello scorso 4 maggio, nella Basilica di San Francesco di Paola nella ricorrenza del Santo. </span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 18pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Un discorso spontaneo che oggi ci appare, assieme alla sua ricchezza etica, un autentico manifesto politico.</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/tempo-presente/addio-jole-santelli/">Addio Jole Santelli</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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		<title>Andando raminghi in Paesi lontani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 09:39:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[Fortunato Seminara]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Antonio Sgrò]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Pascoli]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario La Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Saverio Strati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come gli scrittori del ‘900 hanno raccontato quella fuga silente di migliaia di persone che, davanti alle ingiustizie sociali, alle promesse non mantenute dei governi, avevano<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/esperienze/andando-raminghi-in-paesi-lontani/">Andando raminghi in Paesi lontani</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Come gli scrittori del ‘900 hanno raccontato quella fuga silente di migliaia di persone che, davanti alle ingiustizie sociali, alle promesse non mantenute dei governi, avevano scelto di avventurarsi verso mondi sconosciuti</em></strong></p>
<p><em> </em><strong>Giuseppe Antonio Martino</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Corrado Alvaro</strong> definì la Calabria “terra severa, terra che straripa sempre, terra per la quale bisogna buttare sudore come sangue” da quella terra, già nella seconda metà dell’Ottocento, centinaia di uomini fuggivano, andavano “ad imbarcarsi, cantando e ridendo sgangheratamente, perché non hanno denaro per ubriacarsi di vino e si ubriacano di canti e di riso”. Così, nel 1874 si leggeva sul giornale calabrese <em>Il Pungolo</em>.</p>
<div id="attachment_7564" style="width: 211px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-7564" loading="lazy" class="wp-image-7564 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-300x300.jpg" alt="" width="201" height="201" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-80x80.jpg 80w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-2-Corrado-Alvaro-500x500.jpg 500w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /><p id="caption-attachment-7564" class="wp-caption-text">Corrado Alvaro</p></div>
<p>Eppure, negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il tema dell’emigrazione sembrava non trovare posto nell’agenda politica, nonostante fosse stato denunciato, già nel 1868, da un deputato lombardo, Ercole Lualdi.</p>
<p>Il problema non era soltanto meridionale: lo stesso on. Lualdi dichiarava, infatti, che soltanto nel suo collegio elettorale (Busto Arsizio) si era giunti a oltre un migliaio di partenze. La piaga dell’emigrazione aveva interessato, è vero, l’Italia settentrionale prima del decollo industriale, ma per il Sud d’Italia il fenomeno stava assumendo dimensioni molto rilevanti: anche se non si hanno notizie precise, si stima che nel triennio 1869-1871 siano partite dal sud della penisola 53.000 persone. L’emigrazione stava assumendo importanza primaria; alle cause remote si sommavano gli eventi successivi alla proclamazione dell’Unità nazionale.</p>
<p><strong>Giovanni Pascoli</strong>, da intellettuale “emigrato” nel sud della Penisola, con l’occhio attento ai problemi di quella realtà, in una conferenza tenuta nel 1906 all’Università di Messina, parlava di vergogna e di dolore, e sosteneva la necessità che la letteratura, specialmente meridionale, cominciasse ad interessarsi di quella fuga silente di migliaia di contadini che, davanti alle ingiustizie sociali, alle promesse non mantenute dei governi, avevano scelto di avventurarsi alla ricerca di mondi nuovi e più giusti.</p>
<p>L’esigenza di una letteratura nazionale e popolare &#8211; rimasta negletta nella prima metà del XX sec. – idonea a colmare il divario tra intellettuali e masse, era particolarmente avvertita dalla cultura italiana. La figura dell’intellettuale espresso dalle classi subalterne, capace di esprimere la volontà di emancipazione, non ha trovato molte incarnazioni e comunque, generalmente, accusato di contenutismo, di insufficiente finezza, di intellettualismo e di stile dimesso.</p>
<p>Su questa linea quasi tutti i narratori calabresi, alcuni di matrice contadina ed espressione di una realtà sociale che reclamava da molto tempo una voce letteraria che la rappresentasse. Molti di loro sono stati marginalizzati perché estranei alle connivenze e convenienze politiche del momento e agli intrighi del potere editoriale, in special modo scrittori come <strong>Fortunato Seminara</strong> e <strong>Mario La Cava</strong>, chiusi nel proprio mondo, giunti quasi ad isolarsi dalla comunità letteraria. Eppure spetta proprio a questi narratori, meridionali e popolari per istinto e non per moda, il merito di aver sottratto il tema del Sud all’equivoco mistificante dell’arcadia, del colore, del mito, cui anche Corrado Alvaro aveva, involontariamente, contribuito.</p>
<p>Per molto tempo il tema dell’emigrazione è rimasto estraneo anche alle penne dei meridionali, nonostante <strong>Mastro Bruno Pelaggi</strong>, il poeta analfabeta di Serra San Bruno, nell’unico componimento scritto in lingua italiana, affronta il problema affermando che si andava “raminghi in paesi lontani per cercare allo straniero <em>lavuru</em> e <em>pani</em>”<em>.</em> Anche Forunato Seminara afferma che “la povera gente ha sempre emigrato per il pane” e <strong>Franco Costabile</strong>, nel <em>Canto dei nuovi emigrati</em>, grida “ce ne andiamo con dieci centimetri di terra secca sotto le scarpe con mani dure con rabbia con niente”<em>, </em>ma è pur vero che partendo si conquistava un senso nuovo di libertà.</p>
<p>In America, constata <strong>Saverio Strati</strong>, “la gente si saluta con un semplice buon giorno, buona sera … non si deve dire vostro servo o vossignoria, felice sera”.</p>
<p>Il flusso migratorio che nel primo ventennio del secolo si era diretto principalmente verso le Americhe, fu represso dal fascismo che, in alternativa, ripropose la politica coloniale che era già stata di Crispi, nel tentativo di trasformare un popolo di emigrati in un “popolo di trasmigratori”.</p>
<p>Alla censura fascista, purtroppo, non sfuggì <strong>Francesco Perri,</strong> lo scrittore di Careri, autore del romanzo <em>Emigranti</em>, pubblicato nel 1928, del quale si esaurirono in tre mesi tre edizioni e si ebbero sette traduzioni: Stati Uniti, Inghilterra, Portogallo Russia, Germania, Spagna, Olanda e e che gli fruttò il premio Mondadori.</p>
<p>Il romanzo di Perri capitò nelle mani di Antonio Gramsci che dalla sua cella di Turi lo fece segno di una feroce stroncatura, pubblicata poi nei <em>Quaderni del carcere</em>.</p>
<p>Il severo giudizio di Gramsci ha influito pesantemente sulla fortuna del libro, ma nelle sue pagine, che forse sono scritte in uno stile non molto elaborato e anche se, come riconosce <strong>Antonio Piromalli</strong>, la costruzione dei personaggi è talvolta esteriore, vi è la storia del costume e della vita calabrese e Perri dimostra di conoscere a fondo il dramma che viveva in quegli anni l’emigrante italiano catapultato in terra d’oltremare. In quelle pagine affiora il tema della fatalità, caro ai narratori calabresi. Sembra quasi che la causa dell’emigrazione non fosse determinata da una precisa situazione politico-sociale, ma da un triste fato storico, una condanna arcana per la gente del Sud a pagare il tributo a un destino crudele.</p>
<table style="height: 348px;" width="1360">
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<div id="attachment_7565" style="width: 185px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7565" loading="lazy" class=" wp-image-7565" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-3-Fortunato-Seminara-300x300.jpg" alt="" width="175" height="175" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-3-Fortunato-Seminara-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-3-Fortunato-Seminara-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-3-Fortunato-Seminara-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-3-Fortunato-Seminara-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" /><p id="caption-attachment-7565" class="wp-caption-text">Fortunato Seminara</p></div></td>
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<div id="attachment_7568" style="width: 132px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7568" loading="lazy" class="wp-image-7568 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati.jpeg" alt="" width="122" height="199" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati.jpeg 829w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-627x1024.jpeg 627w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-768x1253.jpeg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-89x146.jpeg 89w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-31x50.jpeg 31w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-46x75.jpeg 46w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-460x750.jpeg 460w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-6-Saverio-Strati-414x675.jpeg 414w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" /><p id="caption-attachment-7568" class="wp-caption-text">Saverio Strati</p></div></td>
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<div id="attachment_7567" style="width: 209px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7567" loading="lazy" class="wp-image-7567 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-1024x724.jpg" alt="" width="199" height="141" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-1024x724.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-768x543.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-1536x1086.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-207x146.jpg 207w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-50x35.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-106x75.jpg 106w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-960x678.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava-955x675.jpg 955w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-5-Mario-La-Cava.jpg 1606w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /><p id="caption-attachment-7567" class="wp-caption-text">Mario La Cava</p></div></td>
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<div id="attachment_7566" style="width: 178px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7566" loading="lazy" class="wp-image-7566 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri.jpg" alt="" width="168" height="281" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri.jpg 598w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri-87x146.jpg 87w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri-30x50.jpg 30w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri-45x75.jpg 45w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri-449x750.jpg 449w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Francesco-Perri-404x675.jpg 404w" sizes="(max-width: 168px) 100vw, 168px" /><p id="caption-attachment-7566" class="wp-caption-text">Francesco Perri</p></div></td>
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<p>Nelle opere di Corrado Alvaro è già presente la frattura tra Regione e Nazione, tra vita pastorale, contadina, e vita cittadina; si affaccia nei suoi scritti quell’esigenza di fuga che aveva già dato origine all’emigrazione, ma questa dolorosa realtà della Calabria appare nella sua narrativa circonfusa di un alone mitico e fantastico, come un’evocazione.</p>
<p>Nel secondo dopoguerra, in un’Italia mortificata dalle condizioni in cui è rimasta dopo la sconfitta del fascismo, l’emigrazione riprende sotto forma di un esodo che spopola i paesi della Calabria: il flusso migratorio oltre che verso l’America si dirige anche verso l’Australia: tra il 1947 e il 1976 circa 360.000 italiani sbarcarono</p>
<p>in Australia dei quali circa 90.000 sono ritornati in patria.</p>
<p>I circa  270.000 rimasti costituiscono oggi, con i loro figli, il gruppo etnico più numeroso, dopo quello del Regno Unito.</p>
<p>I tempi sono cambiati: nel romanzo di Perri coloro che partivano tornavano in Italia o, quantomeno, coltivavano la speranza di tornarvi. Dopo i successi ottenuti in terra straniera la nostalgia si attenua e Saverio Strati, che l’emigrazione l’ha vissuta sulla propria pelle, descrive in <em>Noi lazzaroni</em> il conflitto interiore dell’emigrante  che non vuole tornare, ma che non riesce a staccarsi del tutto dalle radici che si porta dentro come un’eco profonda.</p>
<p>Del bisogno profondo di un legame con la terra d’origine abbandonata in giovanissima età, parla <strong>Giovanni Antonio Sgrò</strong> nel volume autobiografico <em>Australia per forza</em> <em>e</em> <em>per amore</em>, con una prosa semplice, che risente della lunga lontananza, ma spontanea e sincera. Sgrò emigrò in Australia, appena ventunenne, nel 1952, dalla natìa Seminara. Dopo i primi anni di duro lavoro, inseritosi fattivamente nella società australiana, ha cominciato a partecipare alla vita politica aderendo al partito laburista nello stato del Victoria.</p>
<p>Nel 1979 fu il primo parlamentare italiano eletto nello stato che lo ospitava, carica che gli venne confermata per quattro legislature, fino a quando nel 1985, chiamato alla carica di vicepresidente del Senato, volle pronunciare il discorso di insediamento in lingua italiana, affermando così la piena integrazione di tutti i suoi connazionali nel tessuto sociale della nazione che li aveva accolti.</p>
<p>Oggi possiamo sostenere che, nella maggioranza dei casi, quella italiana è stata una emigrazione di successo: i nostri emigrati, e grazie al loro lavoro anche i loro figli, si sono inseriti con autorevolezza nei nuovi tessuti sociali, emergendo nei diversi campi della musica, della pittura, del teatro, della politica, dell’industria, del giornalismo, della medicina, della scienza. Sono cognomi italiani quelli di Cuomo, Giuliani, Sinatra…</p>
<p>Forse le speranze che all’inizio del secolo i nostri emigranti custodivano nelle loro logore valigie di cartone sono le stesse speranze che nutrono oggi le migliaia</p>
<p>di clandestini che vengono scaricati, da logori gommoni, affamati, sulle nostre coste. <strong>Leonardo Sciascia</strong> in “Il lungo viaggio”, racconto contenuto nella raccolta <em>Il mare colore del vino</em>, narra di un gruppo di italiani disposti, come gli immigrati che giungono oggi nella nostra Penisola, a pagare salatamente un mediatore che, ingannandoli, promette loro di farli giungere in America. Quei poveri siciliani nati dalla fantasia dello scrittore non vedranno la Statua della Libertà, ma nei loro occhi si poteva già leggere un sogno: “non più il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole e dopo venti o trent’anni tornavano, magari per una breve vacanza, con la faccia piena e rosea che faceva bel contrasto coi capelli candidi”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7569 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/Galleria-1-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" /></p>
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		<title>Codex purpureus rossanensis. Un prodigioso capolavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 12:26:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Codex purpureus rossanensis]]></category>
		<category><![CDATA[Rossano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uno dei tre preziosissimi codici purpurei illustrati conservati in Europa, restituitoci nella sua originaria bellezza dal restauro conclusosi nel 2014. Quale la sua origine? Quando<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>È uno dei tre preziosissimi codici purpurei illustrati conservati in Europa,<br />
</strong><strong>restituitoci nella sua originaria bellezza dal restauro conclusosi nel 2014.<br />
</strong><strong>Quale la sua origine? Quando arrivò in Calabria? Per quail vie? Chi lo portò?<br />
</strong><strong>Quale il suo significato storico e religioso?<br />
</strong><strong>Il prof. Guglielmo Cavallo, uno dei massimi studiosi italiani di storia della scrittura greca e del libro manoscritto, ci aiuta a districarci tra le possibili ipotesi</strong></p>
<p><strong>Antonio Minasi</strong></p>
<p>Nel 1831, il canonico Scipione Cammarota, trova casualmente, sepolto sotto un cumulo di vecchie carte, nell’archivio della Cattedrale di Rossano, antica sede diocesana di rito greco, un codice composto da fogli di pergamena color purpureo, con testi e splendide miniature con le storie della Passione di Cristo. È una scoperta straordinaria e se non volessimo indebitamente mescolare sacro e profano potremmo paragonarla, per il suo valore storico e artistico e per l’epoca in cui è avvenuta, come al riemergere da un passato remoto dei Bronzi di Riace.</p>
<p>Indicato da subito come il <em>Rossanensis purpureus</em>, il codice diviene largamente noto dopo il 1846.</p>
<p>«Nel secolo scorso, a parte gli studi d’ambito specialistico, la conoscenza del codice si accrebbe grazie soprattutto alle mostre nazionali e internazionali, tante, in cui fu esposto, ora in originale ora in facsimile, offrendosi all’ammirazione e allo stupore di un pubblico quanto mai vasto fino a una identificazione tra il codice stesso e la città in cui si è conservato, Rossano».</p>
<p>Sono parole del prof. Guglielmo Cavallo, uno dei massimi studiosi italiani di paleografia e storia della scrittura.</p>
<p>«Il significato più profondo del codice purpureo di Rossano si può cogliere pienamente quando lo si guardi e lo si interpreti come riverbero e simbolo dell’età tardoantica: epoca di inquietudine spirituale, di transizione tra società e culture antiche e nuove per l’affermarsi ultimo del cristianesimo.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-7507 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-2-300x300.jpg" alt="" width="253" height="253" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-2-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-2-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-2-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-2-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" />«La carica di spiritualità che vi è insita è restituita, innanzi tutto, dal colore della pergamena e dalle sue valenze simboliche. Il nesso tra porpora e sangue richiamava il sangue versato da Cristo sulla Croce, e da quanti per il trionfo della Croce avevano dato la vita. <em>Purpurei</em> sono dunque i martiri. Altresì la porpora non era solo correlata al simbolismo del sangue espiatorio versato sulla Croce, ma anche al colore della tunica fatta indossare a Cristo per irriderne la regalità che, insieme alla corona di spine, quel colore evocava.</p>
<p>«Con Costantino e in epoca successiva, la porpora, come simbolo congiunto del potere imperiale e della sacralità divina, una volta proiettata sul libro sacro, ne faceva oggetto di <em>adoratio </em> e di pompa liturgica in occasione di cerimonie sacre».</p>
<p>Da non sottovalutare poi come il <em>Rossanensis </em>rappresenti un sistema di comunicazione con caratteristiche proprie. «Diversamente dall’epoca più antica», avverte Cavallo, «quando il testo s’interrompeva per fare posto alle figure che lo illustravano o lo interpretavano, nel codice di Rossano le immagini non solo hanno conquistato piena autonomia, ma raggruppate in fogli o quadri all’inizio del manoscritto assumono la funzione propria di un testo narrativo producendo un discorso visuale. Nella comunicazione autonoma ed equivalente delle immagini rispetto allo scritto, si coglie l’intendimento della Chiesa di provvedere all’edificazione delle anime in un’epoca nella quale la comunicazione non solo scritta ma anche orale diventa sempre più difficile per l’accrescersi del numero degli analfabeti e per l’irrompere sulla scena di <em>gentes</em> nuove.</p>
<p>«Da qui il ricorso a tecniche formali complesse, atte a esaltare in senso visivo scrittura e libro fino a farne un oggetto simbolo. Vi contribuiscono, come nel codice di Rossano, imponenza del formato, architettura della pagina, sfondo cromatico del supporto, monumentalità dei segni grafici, uso di inchiostri aurei e argentei, i quali tutti sfociano in una sintesi estetico-figurale atta a rimandare, al pari dell’immagine, il messaggio spirituale e l’emozione del sacro. Il libro entra, così, nell’immaginario individuale e collettivo come forma ‘totale’ di rappresentazione del sacro».</p>
<p>Ma quali sono state le vicende del <em>Rossanensis purpureus </em>prima che il canonico Cammarota lo riportasse alla luce? Quando fu introdotto dall’Oriente in Occidente e specificatamente in Calabria? Per quali vie? E quali individui o comunità ne furono i veicoli concreti? E dove si conservò attraverso i secoli?</p>
<p>«Sono tutte domande destinate a restare senza risposte certe. Si può cercare solo di formulare ipotesi accettabili e peraltro non univoche. L’Italia centro-meridionale era nella tarda antichità e tanto più continuò a essere più tardi crocevia e meta di greco-orientali per convergenti motivi geografici, etnici, politici.</p>
<p>«Dal VII secolo – ondate di greco-orientali, soprattutto monaci ma anche elementi del clero e laici, giungevano in particolare da Egitto, Palestina, Siria.</p>
<p>«Si trattò, altresì, di migrazioni non solo d’individui ma pure di modelli, quali soluzioni artistiche, formule liturgiche, istituti giuridici, e di oggetti, tra cui icone, avori, libri. A emigrare da Bisanzio e dai territori a est di Bisanzio nell’Italia meridionale – circostanza da sottolineare – era anche gran parte della classe dirigente, laica ed ecclesiastica, tanto che alcuni tra i papi ‘greci’ dal 642 al 752 provenivano o dalla Sicilia o dalla Calabria: classe sociale ristretta, ma che deteneva e trasferiva in queste regioni modelli e oggetti.</p>
<p>«Il <em>Rossanensis purpureus</em>, dunque, può esser giunto in Calabria mediante una di queste ondate d’immigrazione, direttamente o passando prima attraverso la Sicilia o magari Roma. L’invasione araba della Sicilia da una parte e la destrutturazione dell’elemento greco a Roma dall’altra determinarono più tardi una varia dislocazione di materiali greci che trovò un ricettacolo privilegiato nella Calabria bizantina dei secoli IX e X. Gli itinerari dei libri, infatti, possono essere talora molto tortuosi e complessi.</p>
<p>«Proprio per questo, senza escludere che il codice di Rossano sia giunto in Calabria altrimenti, per altre vie e in tempi più recenti, dopo la conquista normanna o magari in età moderna, è comunque da chiedersi dove esso possa essersi conservato.</p>
<p>«Quando si parla di Rossano, immediata è l’associazione tra la città e quella che Pierre Batiffol fin dal 1891 ha innalzato quasi a simbolo del monachesimo e del libro monastico italo-greco, l’<em>Abbaye de Rossano</em>, vale a dire Santa Maria del Patir. Qui nel medioevo fu prodotta una quantità notevolissima di manoscritti, e qui confluirono da regioni greco-orientali diverse codici dei secoli V e VI, riutilizzati più tardi per scrivervi altri testi.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7508 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-1024x703.jpg" alt="" width="638" height="438" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-1024x703.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-768x527.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-1536x1054.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-213x146.jpg 213w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-50x34.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-109x75.jpg 109w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-960x659.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3-984x675.jpg 984w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/APERTURA-3.jpg 1772w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></p>
<p>La presenza a Rossano del Codice è testimoniata tra gli anni trenta e quaranta dell’Ottocento. È lecito pensare che qui si conservasse da tempo pur se non si può dire da quanto.</p>
<p>«L’istituzione formale della Chiesa greca in Calabria – ragiona il prof. Cavallo – avvenne nel corso del secolo VIII, ma un’ellenizzazione, man mano sempre più intensa, della regione e della stessa Chiesa è da ammettere fin dal secolo precedente, legata com’era alle ondate migratorie di greco-orientali. E alcuni di questi, di più alto rango e di più elevata cultura, vennero a costituire la nuova classe dirigente della Chiesa calabra fino a raggiungere talora lo stesso soglio pontificio.</p>
<div id="attachment_7512" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7512" loading="lazy" class="size-medium wp-image-7512" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Prof.-Guglielmo-Cavallo-2-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Prof.-Guglielmo-Cavallo-2-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Prof.-Guglielmo-Cavallo-2-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Prof.-Guglielmo-Cavallo-2-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-4-Prof.-Guglielmo-Cavallo-2-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-7512" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Prof. Guglielmo Cavallo</span></p></div>
<p><em> </em>«Un’ipotesi possibile è che i Vangeli purpurei siano stati acquisiti dalla Chiesa di Rossano, conservandosi quindi per secoli nella Cattedrale, in un arco di tempo tra l’ellenizzazione della Calabria, della sua Chiesa, delle sue gerarchie e il costituirsi e rinsaldarsi della diocesi rossanese. Sicuro in ogni caso è che la vicenda del <em>Rossanensis purpureus </em>venne a legarsi indissolubilmente a Rossano, e Rossano vuol dire la Calabria, la regione che per testimonianze archeologiche, tradizione di pietà, costumi, dialetti conserva, forse più di qualsiasi altrove, il segno e il ricordo dello stretto legame tra l’Italia e la Grecia antica e medievale».</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-none" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":5000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb6b72b"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1024" height="557" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G-1-1024x557.jpg" class="" alt="" loading="lazy" 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		<title>Nella grotta di Sant&#8217;Elia Speleota</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 06:05:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Melicuccà]]></category>
		<category><![CDATA[S. Elia Speleota]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Nella  grotta di S. Elia Speleota da mille anni sgorga l’acqua miracolosa</strong></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Paolo Martino*</strong></p>
<p>Ad Ashcroft, nello Stato del New South Wales, Australia, a 35 kilometri a sud-est di Sydney, c’è una chiesa cattolica intitolata a Sant’Elia Speleota (Elizabeth Drive, Mount Pritchard NSW 2170).</p>
<p>È la traccia lasciata dalla grande comunità di immigrati calabresi formatasi in Australia nel dopoguerra. Retta da un parroco spagnolo, la chiesa è divenuta ora <em>San Elías Espeleota</em>.</p>
<p>Una fedele di lingua spagnola scrive nel suo blog: «San Elias, intercede por los enfermos. Este año me toco trabajar y conocer a este santo». L’11 settembre, celebrando la festa del santo eremita, anche la comunità melicucchese di Sydney canta: <em>«Santu Lia di Melicuccà / li meraculi li fa /senza pregatu».</em></p>
<p>Il santo “emigrato” in Australia è uno dei più venerati eremiti basiliani, vissuto nel X secolo e divenuto, già in vita, maestro di uno stuolo di santi che hanno popolato le regioni meridionali fondando a loro volta altri monasteri in Calabria e in Lucania.</p>
<p><strong>Il complesso rupestre</strong></p>
<p>Sul fianco di una vallata tra Melicuccà e Sinopoli, nell’Aspromonte settentrionale, lungo la linea dismessa delle Ferrovie calabro-lucane, si trova un sistema di grotte e ruderi risalenti al X secolo. Vi si accede dalla strada Melicuccà-Piani della Corona, ad appena un km da Melicuccà. È ciò che resta di uno dei più importanti insediamenti monastici greci dell’alto medioevo.</p>
<p>La zona era ideale come luogo di preghiera e nascondimento (<em>esichìa</em>). Le <em>Vite</em> di vari santi italogreci parlano di una moltitudine di piccole grotte (<em>aulinae</em>), che presto si popolarono di eremiti emuli dello Speleota.</p>
<p>La grotta più ampia<em> (</em>la «divina grotta»), è ancor oggi oggetto del culto popolare, ripristinato nella seconda metà del secolo scorso dall’arciprete Felice Adornato. La Grotta, l’unica lasciata intatta da terribili terremoti, è alta circa quattro metri e profonda 18, ospita un altare dedicato agli Apostoli, Pietro e Paolo e un fonte in pietra dove gocciola l&#8217;acqua che, secondo la tradizione risalente all&#8217;agiografo, ha la virtù di sanare.</p>
<p><em> </em><strong>La Vita</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-7538 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota.jpg" alt="" width="241" height="364" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota.jpg 551w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota-497x750.jpg 497w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/G5-S.-Elia-Speleota-447x675.jpg 447w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />La Vita greca (<em>Bios</em>) del santo, scritta pochi anni dopo la morte dal discepolo Ciriaco, narra che egli nacque a Reggio da ricchi genitori, Pietro e Leontò, l’anno 864, morì a 97 anni e fu sepolto nella tomba scavata da lui stesso nella grotta. Da bambino cadde spinto da un compagno e si fratturò le dita di una mano, che poi gli caddero a causa della fasciatura troppo stretta fatta da un medico incompetente; perciò fu soprannominato <em>monòchiro</em> ‘con una sola mano’.</p>
<p>È uno dei casi più antichi di mala sanità di cui abbiamo notizia.</p>
<p>A diciotto anni Elia scelse la vita eremitica. Successivamente recatosi a piedi a Roma per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo si fermò conducendo vita ascetica e solitaria finché fu accolto come discepolo dal vecchio monaco Ignazio.</p>
<p>Tornato in Calabria, si mise alla scuola del vecchio Arsenio, a Mindinon presso Reggio, ma per sfuggire a un attacco</p>
<p>dei Saraceni contro la città (probabilmente quello dell&#8217;888-89), si rifugiarono a Patrasso, dove vissero asceticamente per otto anni in una torre prima infestata da demoni.</p>
<p>Rientrati in patria incontrarono s. Elia Juniore, anziano e assai venerato che, partendo per la Grecia (dove morì nel 903), indicò Elia come suo successore e guida carismatica del monachesimo che si andava diffondendo in tutta la regione. Vissuto alcuni anni in una grotta presso il monte S. Elia, a causa del numero eccessivo di eremiti che accorrevano attratti dal suo carisma, si trasferì con i discepoli Cosma e Vitalio nelle grotte di Melicuccà.</p>
<p>Una delle massime studiose della grecità calabrese, Vera von Falkenhausen, scrive nel <em>Dizionario Biografico degli Italiani</em> che Elia, «secondo una tendenza diffusa nel monachesimo greco preferì la vita eremitica a quella in comune nei cenobi. Per anni o decenni visse in rigoroso ascetismo. Ciò significava lunghi digiuni (fino a dieci giorni di seguito), veglie, preghiera continua e incessante meditazione sulla morte.</p>
<p>A questo scopo nel monastero rupestre egli usava dormire sul sito che aveva prescelto come tomba. Solo quando i discepoli accorsero sempre più numerosi Elia rinunciò a malincuore alla vita eremitica e divenne abate e guida carismatica di un fiorente monastero».</p>
<p><strong><em>L’ascetica palestra</em></strong></p>
<p>Il monastero, che nel secolo XI era noto col titolo di “imperiale”, fu onorato e protetto dai principi Normanni, che lo dotarono di una vasta proprietà. Alla scuola di Elia, che il biografo chiama “ascetica palestra”, si formarono molti santi italo-greci<em>.</em></p>
<p>Elia pretendeva dai suoi monaci povertà assoluta e ascesi, alternata con lo studio e la copiatura dei manoscritti. Dall’attività calligrafica dello Speleota derivò una vera e propria scuola scrittoria.</p>
<p>Un documento eccezionale, scritto in dialetto calabrese nel Cinquecento pubblicato dall’Università di Palermo, ci informa della vita quotidiana del monastero.</p>
<p>È il <em>typikon</em> di S. Luca, la <em>Regola</em> dei monasteri calabro-siculi.</p>
<p>Le Regole ci forniscono una vivida testimonianza della vita eroica dei monaci nei secoli d’oro, prima della lenta decadenza della tradizione basiliana. Eccone alcune:</p>
<p>Le donne non possono avvicinarsi al Monastero.</p>
<p><em>«Siano li nostri monesteri sepparati omninamente de tutti donni, perché veramente quello che atopera lo foco accostato con la paglia, questo atdoperanno li donni atcostando con </em></p>
<p><em>li monaci. </em><em>Nessun abate né suddito presuma, in tavula dovi mangia donna, mangiare, per la quale intrò nel mondo la prima rovina».</em></p>
<p><em> </em>Ministeri (<em>diaconie</em>) nel Monastero.</p>
<p><em>«</em><em> È</em><em> necessario che lo monasterio abbia questi et tanti ministri </em><em>a lo suo servizio: lo grand&#8217;ecclesiarca, lo protovestiario, </em><em>lo grande iconomo, lo dociario </em>(bbuttiglieri),<em> lo scevofilaca </em>(sacristano),<em> lo bibliofilaka </em>(conservatore de li libri),<em> lo nosocomo </em>(infirmeri),<em> lo cellario, lo prototrapezario, lo protoxenodocho </em>(ospitaleri).</p>
<p><em>«Et questi averranno ogniuno in aiuto uno altro. et a questi tutti eligerà lo abbati da li ppiù fideli et discreti frati de lo monasterio. Et a quelli che videra prompti et fideli nelli servizii onorerà et remonerà di dignità et di altri comodi, et a li pigri leverà la lo ministerio et eligerà altri solliciti et fideli».</em></p>
<p><strong> </strong>Un inno risalente al sec. XI celebra il santo eremita come “Sole dell’Occidente” (per l’assonanza del nome Elia con il nome greco del sole <em>helios).</em></p>
<p>La vita del santo è così celebrata: <em>Non si possono descrivere compiutamente, degnamente, le tue fatiche, le tue sofferenze, </em><em>il sudore delle tue mani, la tua pazienza, in inverno, al gelo, il tuo premio per avere passato la vita con una sola tunica</em>.</p>
<p><strong><em> </em></strong><strong>Soppressione del monastero</strong></p>
<p>Nel 1784, all’indomani del rovinoso terremoto del 1783 (il “Grande Flagello”), un dispaccio del Re Ferdinando IV di Borbone decretò la soppressione di tutti i Luoghi Pii e Ordini Religiosi destinando le rendite a beneficio delle popolazioni terremotate. I beni furono incamerati dalla Cassa Sacra.</p>
<p>Con la fine dell&#8217;Ordine Basiliano in Calabria, piombava nell&#8217;oblio un monastero che per oltre otto secoli aveva svolto un ruolo importantissimo per la regione.</p>
<p>La venerazione per lo Speleota non venne mai meno nelle popolazioni locali e raggiunse il culmine in seguito al ritrovamento delle ossa del santo (1747), di cui esiste atto notarile, e alla prodigiosa sudorazione della sua immagine (24 maggio 1754), di cui fu redatto verbale (riprodotto nella <em>Vita</em> di Scipione Careri).</p>
<p><strong>L’acqua miracolosa </strong></p>
<p>Don Felice Adornato (1848-1902), nella sua lunga attività di curato si prodigò per il recupero della grotta diventata rifugio di pastori ed armenti.</p>
<p>La gente però aveva seguitato a tornarvi per attingere e conservare con fiducia, per casi d&#8217;infermità, l&#8217;acqua che stilla da un punto della volta rocciosa della grotta e raccolta dentro una conca.</p>
<p><em>L’eccellentissimo Filippo Mincione, vescovo di Mileto,</em> <em>visitò questa spelonca veneranda per le sacre memorie e bevve devotamente l&#8217;acqua miracolosa nell&#8217;anno della salvezza 1855. </em>Un evento che Don Adornato volle ricordare con l’iscrizione sulla parete della grotta.</p>
<p>Fu in quella circostanza che le ossa del Santo furono collocate dentro una modesta teca lignea e custodite in una cappella laterale della chiesa del SS. Rosario di Melicuccà, già &#8220;chiesa della Grecìa&#8221;. Dopo il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa cattolica è anche stato proposto di riconoscere a S. Elia il titolo di <em>Patrono degli speleologi.</em></p>
<p><em>*Libera riduzione di un testo del prof. </em>Paolo Martino<em>, Ordinario di Linguistica e Glottologia presso l’Università</em> Lumsa<em> di Roma</em></p>
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<p><strong>Come arrivare:</strong></p>
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		<title>La poesia dipinta sui muri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2020 10:05:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[Città dei murales]]></category>
		<category><![CDATA[Festa del peperoncino]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Storia di un pittore, Nani Razetti, innamorato della Calabria, in particolare Diamante, che lanciò una idea che apparve piuttosto singolare ma che finì col conquistare l’interesse di tutta la popolazione. Ve la raccontiamo…</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Enzo Monaco</strong></p>
<p>Lungo la Riviera dei cedri non ci sono centri storici sul mare. I Saraceni con le loro incursioni piratesche hanno sempre spinto le popolazioni verso l&#8217;interno costringendole ad appollaiarsi sui cucuzzoli dell&#8217;Appennino retrostante.</p>
<p>Diamante fa eccezione. Il paese, sorto intorno alla fine del &#8216;600 quando i Saraceni non c&#8217;erano più, si è potuto sviluppare tranquillamente a ridosso della spiaggia. Col fascino antico del mare che s&#8217;intravede fra i vicoli. E oggi, ancora, con la suggestione tutta nuova e moderna di più di trecento murali dipinti sulle facciate delle vecchie case.</p>
<p>Uno spettacolo di eccezionale magia e al tempo stesso un&#8217;attrattiva senza confronti per i turisti, per i visitatori occasionali e anche per le comitive organizzate che vengono per ammirare i dipinti, per passeggiare fra vicoli o anche solo per fare una foto ricordo davanti ai murali.</p>
<p>Ma in che modo la «perla» di Serao e di Scarfoglio è diventata anche la «città dei murali» che fa l&#8217;occhiolino dai colorati depliant di turismo?</p>
<p>L&#8217;idea è stata di Nani Razetti, un pittore genovese di nascita, calabrese di adozione.  Fino a prima di morire, quando l’andavo a trovare, mi raccontava di come gli era nata l’idea. “Ce l&#8217;avevo dentro da moltissimi anni &#8211; ripeteva &#8211; a farla esplodere è stata la lontananza dalla Calabria e il ricordo di Diamante che amo profondamente e che considero la mia patria di elezione. Il desiderio razionale era quello di salvare dal degrado e dal progressivo abbandono un vecchio borgo marinaro unico in tutto il litorale tirrenico da Tortora a Paola e, allo stesso tempo, qualificare l&#8217;offerta turistica con un autentico discorso di arte”.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7400 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/2-foto-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" /></p>
<p>Tutto ha avuto inizio nel 1981. L&#8217;Amministrazione comunale prende sul serio “l&#8217;operazione murali” e il «progetto Razetti». Nel mese di giugno, ottantacinque pittori provenienti da tutte le parti d&#8217;Italia e da molti paesi europei, arrivano a Diamante e per cinque giorni si fermano a dipingere sui muri delle vecchie case.</p>
<p>Un&#8217;operazione imponente con conferenze stampa, dibattiti, «incontri culturali» ma con scarsa adesione della popolazione quasi frastornata dal grande rumore e chiaramente impreparata di fronte ad un&#8217;iniziativa decisa e voluta «dall&#8217;alto».</p>
<p>«l timori ricorrenti — ricorda lo storico Ciro Cosenza — erano il colonialismo culturale e un&#8217;alterazione dell&#8217;identità dei posti e della tradizione locale. Quei giganteschi quadri accanto alle porte e alle finestre delle vecchie case sembravano qualcosa di estraneo. Qualcuno faceva notare che nessun pittore invitato era nativo di Diamante, che pochissimi erano i calabresi e i meridionali. Mentre tutti, o quasi tutti, trascuravano le aspettative più squisitamente turistiche e di richiamo dell&#8217;intera popolazione».</p>
<p>Sono bastati un paio d&#8217;anni e tutti i pregiudizi sono scomparsi. Il proprietario del muro cominciava ad affezionarsi al «suo» murale; lo abbelliva con piante e fiori; discuteva con i vicini e con gli stessi visitatori perché lo giudicassero «il più bello». Una rivalutazione dal basso, da parte di coloro che prima si erano opposti e adesso, piano piano, cominciavano ad essere partecipi, fino a rivendicare il diritto «di proprietà» del dipinto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7401 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/3-Piazza-della-satira-c-1024x685.jpg" alt="" width="1024" height="685" /></p>
<p>La consacrazione definitiva però doveva arrivare col turismo.</p>
<p>I depliant insistevano sullo slogan «Diamante, città dei murali»; le comitive di visitatori si facevano sempre più numerose in tutti i periodi dell&#8217;anno e molte dichiaravano di essere venute «di proposito» per vedere i dipinti; qualche albergo fece dipingere murali anche nelle stanze e nella sala ristorante e cominciò a presentarsi come «l&#8217;albergo dei murali nella città dei murali».</p>
<p>Così a distanza di qualche anno i murali hanno finito per imporsi e Diamante si consacrava sempre più come la “Città dei murales”.</p>
<p>Da uno sguardo anche superficiale si capisce che i dipinti della prima edizione mostrano una grande sensibilità per la cosiddetta «questione meridionale». Ci sono «cartoline» di paesaggi reali, fantastici o mitizzati nel ricordo della Magna Grecia ma per il resto i dipinti affrontano temi più vasti e generali come la pace, l&#8217;ambiente, l&#8217;ecologia. Oppure parlano della Calabria e del Sud.</p>
<p>L&#8217;emigrazione uno dei temi preferiti.</p>
<p>Comincia, in corso Garibaldi, il veneto Marcon. Mette sulla destra la figura di un emigrante e sulla sinistra i ricordi della sua terra e della sua cultura d&#8217;origine. Fra le due realtà immagina un ponte gigantesco che con la luce vivida dei suoi colori vorrebbe sostenere il desiderio e la speranza del ricongiungimento.</p>
<p>Il milanese Catani, su una parete di via Calvario, dipinge strade e vicoli vuoti, senza vita, carichi di tristezza e di desolazione come rovine di antiche civiltà; e fra di essi fa aggirare fantasmi umani che ricordano «quelli che sono rimasti», le donne, i vecchi, i bambini che non possono lavorare e per questo non sono partiti assieme agli altri.</p>
<p>Fra i problemi aperti la preferenza va alla mancata industrializzazione e alla posizione della donna. Dorella di Verona dipinge, in via Dante, sofisticati impianti industriali che si vedono in lontananza e, in primissimo piano, due contadini, un uomo e una donna, stanchi per il lavoro della giornata e attirati dal miraggio lontano delle industrie sempre promesse. Qualche metro più avanti, sempre in via Dante, il napoletano Lo Sapio immagina una figura umana legata a una piattaforma di legno su uno sfondo di cielo azzurro e delicato pieno di glicini e di uccelli.</p>
<p>Prigioniera dei miti e delle superstizioni del passato, sembra accettare la situazione</p>
<p>che la costringe alla totale immobilità. L&#8217;artista dice che è la donna calabrese ma aggiunge che «potrebbe essere la stessa Calabria, lo stesso Sud, prigioniero delle sue superstizioni e del suo cielo azzurro».</p>
<p>Tutto questo all’inizio. Poi per più di venti anni si va avanti con interventi sporadici</p>
<p>e qualche tentativo di diversificare le presenze. Nel 2000 la satira prende il posto dei dipinti e arrivano i più famosi vignettisti italiani: Skiaffino, Contemori, Fasan e Massimo Bucchi. Nel 2006 è la volta delle “Fiabe calabresi”. E nel frattempo l’annuale <strong>“Festa del peperoncino”</strong> giunta nel 2018 alla 25ma edizione concorre al richiamo, agli inizi di settembre, di migliaia di visitatori.</p>
<p>Col passare degli anni quasi tutte le case del centro storico hanno il loro murale.</p>
<p>Non ci sono più spazi e il pittore napoletano Gabriele Marino, diamantese</p>
<p>di adozione, pensa di portare i dipinti fuori dal centro storico con l’iniziativa “Muralespanso”. Gabriele Cataldo, Gianni D’Adda, Francesca Di Martino e lo stesso Gabriele Marino dipingono le loro opere sui muri delle case nuove fuori dal vecchio borgo marinaro. Nel 2017 arriva la street art con decine di artisti provenienti da tutta Europa. Coordinati dall’artista Antonino Perrotta diamantese doc che organizza un nuovo evento annuale: “OSA”, acronimo di “Operazione Street art”.</p>
<p>Sono passati quasi quarant’anni e Diamante è conosciuta da tutti come la “Città dei murales”. Con più di trecento dipinti è diventata la “città più dipinta d’Italia”.</p>
<p>Come aveva immaginato Razzetti il vecchio borgo marinaro ha una nuova vita e Diamante è diventata “un’autentica città di arte popolare, di un’arte fruibile dal popolo e per questo scritta o dipinta sui muri”. Per realizzare, come diceva lui, un capitolo nuovo nella storia dell’arte italiana”.</p>
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		<title>Henry Swinburne turista illuminato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2020 10:43:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Swinburne]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel suo viaggio nelle Due Sicilie nell’ultimo ventennio del ‘700, Henry Swinburne, illustre intellettuale inglese, comprese e descrisse con acutezza, attraversando la Calabria, le ragioni del sottosviluppo di una regione che in passato aveva avuto come emblema la spiga e la cornucopia</strong></p>
<p><strong>Silvana Comi</strong></p>
<p>Il 9 maggio 1777 Henry Swinburne si affrettò a partire da Rossano con l&#8217;intento di giungere in serata a Cariati avendogli la guida assicurato che prima di questo paese non avrebbe trovato alcuna locanda accogliente.</p>
<p>Ma nell&#8217;attraversare il Trionto uno dei cavalli cadde e si azzoppò, sicché il viaggiatore e il suo seguito furono costretti a fermarsi per la notte in un casale presso Mirto che fornì loro un&#8217;ospitalità tanto gradevole quanto inaspettata, particolarmente per 1a gentilezza dell&#8217;oste. Questi fra l&#8217;altro raccomandò ai servi dell&#8217;inglese di non lasciare nulla fuori dalla porta perché  nelle vicinanze c&#8217;era un accampamento di zingari sempre pronti al furto.</p>
<p>Swinburne già in un viaggio in Ispagna aveva avuto modo di incontrare molte tribù di zingari e perciò, sollecitato nella sua inestinguibile curiosità da questa nuova occasione, chiese notizie degli zingari calabresi all&#8217;oste stesso e ad altre persone di Mirto traendone una somma di informazioni che riferisce nella sua opera con la obiettività che caratterizza il suo impegno di scrittore, il quale non indulge mai ad ampollosità e a preziosità letterarie, ma dichiaratamente persegue &#8220;verità, chiarezza e buon senso&#8221;. Swinburne è uno dei pochi viaggiatori che nel tardo ‘700 percorsero la Calabria per lo più sollecitati da due fondamentali stimoli non sempre ben separabili: uno, la curiosità di conoscere; l&#8217;altro i richiami classici.</p>
<p>Lo spirito illuminista che animò questi viaggiatori li spinse per l&#8217;Europa con interesse puramente erudito e con spirito enciclopedico: l&#8217;obiettivo era la raccolta indiscriminata di dati e cognizioni. In altri casi, si trattò di persone di sensibilità romantica che, sulla scia della lettura dei testi antichi, cercarono nel Sud la testimonianza di una cultura e di una civiltà della quale si sentivano partecipi.</p>
<p>L&#8217;esempio più famoso e più valido del primo tipo è rappresentato appunto dallo Swinburne, alla seconda categoria appartiene invece Goethe. Henry Swinburne (Bristol 1743 &#8211; Trinidad 1803) fu dunque il primo tra i viaggiatori stranieri del &#8216;700 a compiere (nel 1777-1778) un tour quasi completo del Regno delle Due Sicilie dopo una adeguata e non occasionale preparazione linguistica, letteraria e scientifica sul paese che si accingeva a visitare.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7428 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1.jpg" alt="" width="627" height="1000" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1.jpg 627w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1-92x146.jpg 92w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1-31x50.jpg 31w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1-47x75.jpg 47w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1-470x750.jpg 470w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/06/swinburne-1-423x675.jpg 423w" sizes="(max-width: 627px) 100vw, 627px" /></p>
<p>Fra quelli del suo secolo, Swinburne fu certamente il primo che, a viaggio ultimato, ha elaborato adeguatamente gli elementi acquisiti (osservazioni, testimonianze, dati storici, scientifici&#8230;) e mettendoli a confronto con i testi più importanti sugli stessi argomenti pubblicò due volumi: il primo nel 1783; nel 1785 il secondo.</p>
<p>Appena giunge dalla Puglia in Calabria (il 6 maggio nel 1977), Swinburne sente il bisogno di fare delle osservazioni critiche, di carattere sociale ed economico, che certamente vogliono essere il modo più idoneo per introdurre il lettore alla descrizione di un viaggio in una regione tanto suggestiva quanto arretrata e misera. &#8220;I baroni &#8211; egli scrive &#8211; sono in genere ben lungi dal considerarsi protettori e padri politici dei loro vassalli; essi, anzi, per estendere il loro dominio, usurpano tante terre demaniali e coltivate da non lasciare ai contadini né la possibilità né lo spazio di coltivare e produrre il necessario per vivere; costoro quindi si danno all&#8217;accattonaggio o entrano in qualche Ordine indossando l&#8217;abito religioso. Quando il padre di famiglia è oppresso dalle tasse ed è sopraffatto dalla fame e dalla miseria va alla montagna, cioè si rifugia nei boschi dove si unisce ai derelitti come lui, diventa contrabbandiere e a poco a poco fuorilegge, ladro e assassino&#8221;.</p>
<p>Lo scrittore qui individua con acutezza il carattere sociale di quel brigantaggio che fra l&#8217;altro rendeva malfamata e invisitabile 1a Calabria.</p>
<p>La rapacità del baronaggio, assolutamente inerte ed assente, è continuamente sottolineata lungo il viaggio da Swinburne che denuncia nello stesso tempo la insostenibile condizione dei contadini: &#8220;In tutto il Reame la situazione degli agricoltori è veramente deplorevole; ogni cosa è tassata, e i sistemi di raccolta sono inutilmente crudeli e dannosi. Tutti gli animali vivi in Calabria sono tassati: si debbono pagare sei carlini per un bue, quattro grane per una pecora. Perciò non meraviglia che gli allevatori vivano nell&#8217;indigenza, che i contadini non tengano bestie di nessun genere e si nutrano occasionalmente con cibi privi di sostanza.</p>
<p>Altrove l&#8217;inglese rivela la convergente funzione oppressiva che esercitano in Calabria il baronaggio e gli esattori senza che il governo abbia la forza di intervenire, e riconosce come tale sistema è causa di impoverimento e di corruzione. Così a proposito della crisi della produzione della seta in questa regione hanno come destinatari i baroni e gli esattori delle tasse. I primi col monopolio, i secondi con le esazioni obbligano i poveri mercanti a dedicarsi al contrabbando per vivere; dall&#8217;altra parte gli esattori trovano il loro interesse a farsi complici dei contrabbandieri a danno delle entrate &#8220;rege&#8221;. Ed ancora pagine molto vivaci di incondizionata adesione lo scrittore riserva alla ribellione degli Scillesi- contro il principe Ruffo &#8220;accusato di esercitare la più terribile tirannia sui suoi vassalli e di impiegare una banda di furfanti non solo contro la proprietà, ma anche contro la vita&#8221; degli infelici abitanti dei feudi.</p>
<p>Come tutti i viaggiatori del suo tempo, Swinburne rileva una drammatica contraddizione in Calabria tra la condizione di mortificante sviluppo sociale ed economico e le grandi potenzialità naturali che, se realizzate adeguatamente, consentirebbero benessere e civiltà.</p>
<p>La causa di tutto è il malgoverno. &#8220;Se il governo fosse sollecito del bene pubblico &#8211; egli scrive &#8211; piuttosto che degli interessi privati, se la giustizia fosse amministrata con maggiore onestà ed imparzialità dai magistrati e con minore rapacità da subalterni, se le tasse fossero imposte con maggiore equità e discernimento ed esatte con maggiore scrupolosità, se il contadino afflitto dalle vessazioni avesse a chi rivolgersi per ottenere giustizia, queste fertili campagne potrebbero uscire dal loro stato attuale di desolazione e ricche e fiorenti città potrebbero risorgere lungo le spiagge ora deserte&#8221;.</p>
<p>Del resto la naturale fecondità della terra calabrese diviene per i viaggiatori del &#8216;700 e del primo &#8216;800 quasi un mito che negli illuministi si richiama alle dottrine fisiocratiche, nei classicisti all&#8217;immagine di un paese che nell&#8217;antichità era stato così florido da assumere come emblema la spiga e la cornucopia, e nei romantici al sentimento della terra primitiva, vergine e felice.</p>
<p>Certo Swinburne esercitava una critica al baronaggio e al malgoverno né sconosciuta né originale in anni in cui la scuola illuministica napoletana (per tacer d&#8217;altri) aveva analizzato nei vari aspetti e con vari atteggiamenti la situazione socio-economica del Sud; ma risultano quanto mai interessanti il discorso e la denuncia di questo intellettuale inglese che attraverso il suo prestigio e la sua fama di scrittore contribuiva a diffondere 1a conoscenza della triste condizione di una regione della periferia europea ancora totalmente sconosciuta.</p>
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		<title>Vino e dintorni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 13:25:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[vino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arnaldo Cambareri Vino è costume, civiltà, poesia anche. Baudelaire, diceva: «chi a tavola beve soltanto acqua vuol dire che ha qualcosa da nascondere&#8230; Tra il serio<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Arnaldo Cambareri</strong></p>
<p>Vino è costume, civiltà, poesia anche. Baudelaire, diceva: «chi a tavola beve soltanto acqua vuol dire che ha qualcosa da nascondere&#8230; Tra il serio ed il faceto il nostro uomo affermava davvero una verità. Lui, non pensava certo ai vignerons d&#8217;oggi, conterranei ingrati che scagliano sull&#8217;asfalto migliaia e migliaia di ettolitri di sacro lieo per fare dispetto alla Comunità.</p>
<p>Andar per vini è dunque tornato di moda. L&#8217;italiano, ahinoi, riscopre antiche passioni, ignorando ci si perdoni la presunzione, peraltro relativa, ataviche eredità, se non addirittura, primigeniture nel settore: Enotria era infatti uno dei nomi della nostra amata Patria, Il vino è dunque argomento che attira molto. Chi scrive, lo custodisce gelosa- mente in sapienti e capaci botti di rovere di Slavonia dedicandogli cure amorevoli: compagno permaloso, appena lo dimentichi o trascuri, lui&#8230; ti tradisce.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-6872 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/DSCN1577-768x1024.jpg" alt="" width="288" height="384" />E mi arrabbio anche tanto, quando mi si dice che la nostra Calabria è famosa solo per il Cirò o per il vino Greco ed il Mantonico. Digrigno i denti e sprizzo sacro furore quando leggo, purtroppo anche su riviste specializzate, che questa annata è piuttosto scadente e priva di nerbo. Niente di più falso ed inesatto, Proprio perchè la Calabria dei vigneti non si ferma a Torre Melissa o nella valle del Savuto o del Donnici. La Calabria ha invece «crus» di eccezionale levatura appunto nella sua parte più arida e meridionale. Laddove essa è arsa dal sole, laddove gli antichi ceppi cercano disperatamente acqua per inturgidire acini bisognosi di nutrimentot ebbene, li, nasce il grande vino. E non si dica, a meno che non si voglia menare il can per l&#8217;aia, che in questi vini c&#8217;è squilibrio e disarmonia: queste sono favole da raccontare agli sprovveduti. La breve quanto intensa esperienza personale mi ha insegnato che niente è più apprezzato di un robusto bicchiere specie se lo si accompagna a pietanze succulente e sostanziose come in genere sono le nostra. Tanto di cappello, dunque, ai nobili ed austeri vini toscani e piemontesi o alla grazia e alla delicatezza di quelli veneti: ma non dimentichiamoci dei nostri grandi vini: sapidi, generosi, umorali e bizzari come puledri in libertà, ma ricchi di arcane virtù. E allora cosa volere di più? Perchè andare alla ricerca di etichette «lise» ma solo belle a vedersi? fate come noi: rimboccatevi le maniche quando è tempo di vendemmia e andate da amici saggi e sinceri per riempire otri di mosto ancora furente e curatelo. Vedrete che sarete contraccambiati.</p>
<p>Uno per volta, corne si conviene, vi dirò di questi vini che conosco. Sono pochi, ma, ahimè, le mie papille non capiscono più d&#8217;altro e rifiute no, pur rispettandole assai, altre generose degustazioni. Pervicaci e cocciute si sono proprio. fermate dalle mie parti e ripudiano tutto ciò che non sa di buona terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pollino. Gigante delle mie brame</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 13:16:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Pollino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tante, difficili, misteriose sono le strade che valicano il Pollino. Noi ve le raccontiamo tutte, e una in più quella della memoria di un “devoto seguace”<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tante, difficili, misteriose sono le strade che valicano il Pollino.<br />
</strong><strong>Noi ve le raccontiamo tutte, e una in più quella della memoria di un “devoto seguace” del gigante di boschi, di pietra, di lupi.<br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giulio Palange</strong></p>
<p>Sembra che sia lì apposta per «separare»: da una parte le Calabrie (le tante delle piccole patrie), dall&#8217;altra tutto il resto.</p>
<p>Aspro, incombente, fa blocco unico dalla costa tirrenica a quella ionica, e pare, appunto, l&#8217;emblematica sottolineatura d&#8217;un destino collettivo che si è consumato in se stesso perché costretto in uno spazio vitale comunque e sempre delimitato da barriere insormontabili. Barriere reali e barriere nelle coscienze.</p>
<p>L&#8217;imperialismo dei romani fu costretto a traccheggiare davanti a questo scontroso gigante e poi approfittò dell&#8217;unico varco percorribile, Campotenese, per fargli passar la via Popilia fra le ginocchia; i bizantini, invece, più sottili e con lo sguardo naturalmente rivolto ad oriente, sfruttarono un&#8217;approssimativa fettuccia fra i suoi primi contrafforti e il mar Ionio per la loro «via della seta». E per secoli queste due strade hanno rappresentato gli unici cordoni ombelicali, via terra, con «tutto il resto». Poi, gli italioti ne hanno frantumato i fianchi con l&#8217;«esplosivo e ne hanno rinacciato le voraggini con aerei viadotti per ridefinire l&#8217;unità d&#8217;Italia almeno sul piano autostradale. Ma, ciò nonostante, molte barriere non sono ancora del tutto crollate; né il gigante, per lo meno da una certa altitudine in su, è diventato più disponibile alle confidenze.</p>
<p>Una volta nemmeno briganti, anacoreti e pastori s&#8217;avventuravano a percorrerlo sempre da una certa altitudine in su: e questo già dice tutto. Lo praticavano, però soltanto d&#8217;estate, i boscaioli, che poi facevano rotolar la legna lungo i letti quasi a perpendicolo dei torrenti in secca; e i più balenchi s’arrischiavano a venir giù in groppa ai tronchi, e c&#8217;era sempre qualcuno che ci rimetteva qualcosa, fosse pure un bicchiere di vino per la scommessa persa. E i bracconieri incalliti che, per trovarsi di primo mattino alle «poste», dormivano a cielo aperto, e così avevano sempre le stelle a portata di mano. Come le avevano pure i cacciatori, che erano costretti a bivaccare nelle grotte perché per salire fino ad una buona «riposta» se ne andava quasi una mezza giornata; e ne valeva la pena: le seguite dei cani a muta riempivano l&#8217;anima ed erano l&#8217;eco d&#8217;un rito antico quanto quel mondo, una sfida fatta solo di perizia e d&#8217;istinto; e di trepidazione: i lupi del Pollino non ci pensavano su due volte ad attaccare quando avevano la pancia gonfia solo d&#8217;aria come una zampogna.</p>
<p>Mi ricordo di Perla, una segugia testarda che non mollò la lepre nemmeno quando si trattò d&#8217;allontanarsi di molto dalla «riposta», e non tornò più. Mi ricordo anche d&#8217;un lupo di settantatré chili, che, una volta scuoiato, appendemmo ad un traliccio dell&#8217;alta tensione nella Pietrosa, appena più sopra di Castrovillari: dopo nemmeno due ore era sparito, conteso da un branco famelico che, così, s&#8217;assicurò un altro esiguo margine di sopravvivenza. E mi ricordo, infine, dei lupi del Pollino com&#8217;erano nelle storie raccontatemi dai vecchi: avevano la tana proprio in cima al Dolcedorme e facevano la guardia ad un tesoro che avrebbe conquistato solo chi li avesse uccisi trapassando il loro cuore con un pugnale di pietra. Ma questo è un Pollino che non ha nulla da spartire con quello che ora è, almeno sulla carta, Parco Nazionale; tutt’al più appartiene al paco delle private rimembranze.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-none" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":5000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eb7ac21"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="202" height="303" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120.jpg 202w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/151_5120-50x75.jpg 50w" sizes="(max-width: 202px) 100vw, 202px" /></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="204" height="303" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus-98x146.jpg 98w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus-34x50.jpg 34w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/krokus-50x75.jpg 50w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" /></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="480" height="720" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1.jpg 480w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Parco-Nazionale-del-Pollino-Tramonto-sul-Caramolo-1-450x675.jpg 450w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="227" height="303" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici.jpg 227w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici-109x146.jpg 109w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici-37x50.jpg 37w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/@DSCN4531.fag_.radici-56x75.jpg 56w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></div></div></div><script id="su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script">if(window.SUImageCarousel){setTimeout(function() {window.SUImageCarousel.initGallery(document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb7ac21"))}, 0);}var su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script=document.getElementById("su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script");if(su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script){su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script.parentNode.removeChild(su_image_carousel_6ac512eb7ac21_script);}</script>
<p>Orsomarso. Abitato. Ph F. BevilacquaPer chi viveva nei paesi del versante calabro e di quello lucano, l&#8217;unico, e comunque provvisorio antidoto contro l&#8217;ancestrale paura per il gigante, era la fede. D&#8217;obbligo in giugno festeggiare «a Madonna i Puddinu», custodita in una spoglia cappella a circa duemila metri. Arrivarvi era un purificatorio pellegrinaggio, un&#8217;arrancata spezzagambe che, almeno per chi l&#8217;affrontava, non poteva non procurare indulgenza e protezione. Solcavano la montagna in lunghe file che battevano sentieri diversi a seconda della provenienza; e sembravano poveri dannati che a forza di unghie e ginocchia cercavano di conquistarsi un posto in cima al Paradiso. E forse lo erano veramente. Poi giunti sul sagrato la fatica svaporava nel tripudio collettivo: per una notte e un giorno intero vivevano tutti gomito a gomito, mangiavano insieme i capretti trascinati di forza fin lassù, dormivano sotto improvvisati ripari di frasche, intonavano inni gareggiando a chi cantava più forte, si contendevano all&#8217;incanto il privilegio di portare la Madonna fuori dalla cappella. Ma anche questo è Pollino.</p>
<p>Però, per fortuna, c&#8217;è anche quello solido, scontroso e immenso che è tutto ed il contrario di tutto, perché si smentisce ad ogni successivo colpo d&#8217;occhio: ha un&#8217;anima di nuda roccia e di bosco fitto, di pascolo vergine e di arida pietraia, di nevaio eterno e di intrigo cespuglioso, di orrido inquietante e di verde pianoro, di bruma, di vento e di cielo che ha orizzonte d&#8217;infinito. Non ha pareti che possano attrarre chi sfida la verticalità, ma nemmeno sentieri buoni per il lento pede del gitante domenicale. Se lo prendi sottogamba ti metti a brutti rischi. Anni fa una coppia di alemanni in vena di escursioni, s&#8217;avventurò a salirvi zaino in spalla; li aspettarono in albergo per più giorni e poi, dopo tanto, trovarono i loro corpi rannicchiati sotto un costone; avevano perso la strada e, a giudicar da come si stringevano la testa fra le mani, erano morti più per angoscia che per fame o freddo.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-6866 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/3-Lupo-copia-300x300.jpg" alt="" width="190" height="190" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/3-Lupo-copia-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/3-Lupo-copia-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/3-Lupo-copia-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/3-Lupo-copia-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" />Che c&#8217;entra anche questo col Parco Nazionale degli ultimi pini Ioricati, delle ultime aquile reali, degli ultimi lupi appenninici, degli ultimi et cetera et cetera?</p>
<p>Se vi portate dentro un luogo che, per come lo avete scoperto e vissuto, ha finito per diventare parte di voi stessi — carne, memoria, sensi, immaginazione — provate, se vi riesce, a parlarne con l&#8217;enciclopedia delle scienze naturali in mano!</p>
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		<title>Alla scoperta di&#8230; Roccella e il borgo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2020 13:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[borgocastello di Roccella]]></category>
		<category><![CDATA[Roccella Jonica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra quei ruderi sbriciolati dal tempo pare che risuoni una voce: «All’armi, all’armi&#8230;» e il castello di Roccella è ancora una rocca su un mare sempre<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra quei ruderi sbriciolati dal tempo pare che risuoni una voce: «All’armi, all’armi&#8230;» e il castello di Roccella è ancora una rocca su un mare sempre più blu</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Giulio Palange</strong></p>
<p><strong> </strong>Oggi, a camminare lungo le strade di un paese calabrese, uno qualsiasi, è raro, se non impossibile, ritrovare quell&#8217;equilibrio urbanistico e architettonico che ha rappresentato lo sbocco funzionale di un sistema di vita espressosi non per improvvisazione e per caso, ma comunque e sempre in rapporto diretto con un preciso travaglio storico-culturale (e in proposito basti leggere il Padula di <em>Aspetto delle terre e dei villaggi calabresi</em>).</p>
<p>Sì, in una visione d&#8217;insieme ritrovi un castello appollaiato su una collina attorno alla quale si sviluppa un gomitolo di stradine incassate fra case l&#8217;una dentro all&#8217;altra; ma poi, a osservare con più attenzione i particolari ti accorgi dell&#8217;intonaco &#8216;fino&#8217; che ha coperto i muri &#8216;intrecciati&#8217;, della tapparella di plastica che riguarda un balconcino in ferro battuto, del &#8216;vignano&#8217; che per catarsi bastarda è diventato veranda&#8230; E allora non sai con chi prendertela se non si è saputo trovare un giusto equilibrio fra nuove esigenze abitative e memoria storica.</p>
<p>Nel borgo castello di Roccella Jonica, invece, tutto identico a come è stato per secoli, anche se oggi è fatalmente logorato dal tempo e dall&#8217;inedia che sbriciolano ogni giorno di più i muri e le mura che pur avendo resistito agli assalti di invasori di tutte le specie, non riescono a rassegnarsi alla loro inutile sopravvivenza. Ma nonostante questo lento, continuo e quasi annoiato rovinio, a Roccella è possibile ancora ritrovare quell&#8217;identità urbanistica che una volta accomunava tutti i paesi della Calabria.</p>
<p>Una identità che era sintesi di magnificenza e di miseria operata dalla necessità quotidiana di una autosufficiente vita comunitaria da affrontare fra mille minacce tutte provenienti sempre e soltanto dall&#8217;esterno: il gran palazzo feudale, sontuoso<strong>, </strong>una gran torre medievale posta su una dominante roccia isolata; e intorno a tutto e a tutti una cinta muraria merlata.</p>
<p>ln verità oggi nel borgo-castello di Roccella Jonica ci sono solo fantasmi e rumori e voci. Infatti ogni tanto si leva il grido atterrito «All’armi all’armi&#8230; &#8216;i turchi su&#8217; sbarcati alla marina» e la campana suona a martello e la gente che è in campagna rientra con i tacchi alle spalle entro la cinta muraria e le donne si precipitano in chiesa a pregare Dio onnipotente di tener lontani i diavoli turchi e gli uomini si armano e accorrono sui bastioni del castello. Poi il silenzio dell&#8217;attesa&#8230; l&#8217;attesa dell&#8217;aggressore che prima di essere stato turco è stato aragonese, è stato angioino, è stato svevo, è stato normanno, è stato&#8230; sempre un nemico di questa terra in perenne stato d&#8217;assedio&#8230;</p>
<p>Anche e soprattutto per &#8216;questi fantasmi&#8217; è ancora possibile ritrovare nel suo portale decorato, nei suoi balconi ornati da mensole scolpite a figure e con le sue scuderie adorne di mascheroni litici; e poi, accanto ad esso, una miriade di case anonime nella loro umiltà. Più in là l&#8217;imponente e turrito castello angioino con torri e bastioni. lnfine, sulla &#8216;Rupella&#8217;, un&#8217;angusta sporgenza, una piccola chiesa dall&#8217;esile campanile a vela. Vigile su tutto e su tutti, perché tutti i paesi calabresi stiano lì, aggrappati con le unghie alle falde di un colle, del perché le case, quelle ricche e quelle povere, siano una azzeppata all&#8217;altra; e del perché, infine, le strade— si fa per dire! — strette strette e annodate fra loro, arranchino fino alle mura del castello e portino sul sagrato della chiesa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: 20pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Segni di storia contemporanea</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-6852 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea.jpg" alt="" width="945" height="630" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea.jpg 945w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Segni-si-storia-contemporanea-113x75.jpg 113w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche stavolta giunsero dal mare. Una carretta che nel 2013, colma di dolore e speranze, ha portato centinaia di immigrati sulla costa jonica calabrese, è ora divenuta “murales” al porto di Roccella Jonica.</p>
<p>Messo sotto sequestro e destinato alla demolizione, il barcone è stato trasformato nel significativo “muro” per un graffito in ricordo dei troppi migranti che sono morti nelle malsicure traversate col sogno incerto di un’improbabile terra promessa.</p>
<p>Il disegno di oltre dieci metri è opera dei Cyop&amp;Kaf, artisti napoletani sempre pronti ad affondare tra le pieghe oscure della vita, sempre tesi a diffondere segni “anomali, irrequieti, talvolta inquietanti”, oltre l’immediato, al punto da “infastidire” per colpire. L’installazione è nata nell’ambito della quarta edizione di <em>Straniamenti</em> &#8211; originale rassegna di teatro e arti visive (“per un territorio che vuole liberarsi dalla cultura mafiosa”, recitava lo slogan).</p>
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		<title>Tonnara di Palmi. Magia dello scoglio dell’ulivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 05:28:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Agliastro]]></category>
		<category><![CDATA[Luvareddhra]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Scoglio dell'ulivo]]></category>
		<category><![CDATA[Ulivarella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo Scoglio dell&#8217;Ulivo è situato in un tratto di mare della Costa Viola che sorge a pochi metri dalla costa di fronte al Lido di Palmi,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/ambiente/tonnara-di-palmi-magia-dello-scoglio-dellulivo/">Tonnara di Palmi. Magia dello scoglio dell’ulivo</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Lo <b>Scoglio dell&#8217;Ulivo</b> è situato in un tratto di mare della Costa Viola che sorge a pochi metri dalla costa di fronte al Lido di Palmi, alla cui sommità è nata e cresciuta una pianta di olivo,da cui ne deriva appunto il nome. In dialetto locale è conosciuto con il nome di <i>Luvareddhra</i>. Anche in un ulteriore scoglio vicino si è sviluppata una pianta di ulivo e questo gruppo di scogli sono chiamati nella cartografia IGM <i>scogli Agliastro</i> (in dialetto <i>Agghjastru</i>, cioè «con oleastro»).</p>
<p style="text-align: left;">La pianta è un olivastro (Olea europea L.), classe Magnoliopsida, ordine Scrophularikales, famiglia delle Oleaceae, detto olivo selvatico, abbastanza diffuso nella zona. L&#8217;età della vecchia pianta può essere indicata ragionevolmente in più secoli.</p>
<p style="text-align: left;">Il tronco e la stessa pianta costituiscono una sorta di &#8220;monumento naturale&#8221; che, da sempre, ha connotato lo scoglio dandole pure il nome. La pianta è un naturale &#8220;<i>unicum scultoreo</i>&#8220;, con giochi di vuoto e di pieno, di luci e di trasparenze, formati dal particolare intreccio dei suoi rami, dalle sue radici e dal medesimo tronco contorto e levigato dal tempo, impreziosito dalla materia plasmata dalla natura, incontrastata per secoli, fatta di vento, salsedine, sole e pioggia.</p>
<p style="text-align: left;">Il 31 dicembre 1979 caddero alcuni massi dello scoglio, dalla sua sommità, spezzando alcune radici della pianta.</p>
<p style="text-align: left;">Il 16 giugno 2012, l&#8217;associazione palmese <i>Aura Loci</i> ha provveduto alla messa in sicurezza della vecchia pianta e alla messa a dimora di un virgulto della stessa specie.</p>
<p style="text-align: left;">Anche nello scoglio posto fra la terraferma ed il suddetto &#8220;Scoglio dell&#8217;Ulivo&#8221;, nel corso del XX secolo, si è sviluppata sulla sommità una pianta di olivo. La giovinezza di questa pianta è dimostrata delle cartoline di inizio novecento, nelle quali non è presente. In questo periodo, la pianta ha formato un tronco con ceppaia di circa un sesto rispetto a quella più famosa e antica.</p>
<div style="width: 230px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="thumbimage" src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/9/90/Francobollo_Palmi.PNG/220px-Francobollo_Palmi.PNG" alt="" width="220" height="185" data-file-width="570" data-file-height="480" /><p class="wp-caption-text">Francobollo emesso nel 1987.</p></div>
<div class="thumbinner">
<div class="thumbcaption">
<div class="magnify" style="text-align: left;">Lo scoglio dell&#8217;Ulivo è il soggetto centrale del francobollo &#8220;Palmi&#8221;, emesso dall&#8217;Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato nel 1987 all&#8217;interno della serie &#8220;turismo&#8221; (14ª edizione). Il disegno è opera di Egidio Vangelli ed ebbe una tiratura di cinque milioni di copie.</div>
</div>
</div>
<p style="text-align: justify;">			<div id="huge_it_google_map569378_container">
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					     ">
				</div>
			</div>
			<style>
				#huge_it_google_map569378 img {
					max-width: none;
					visibility: visible !important;
				}
				.hide {
					display: none;
				}
			</style>
			<script>
				jQuery(document).ready(function () {
					function InitializeMap569378() {
						var marker = [];
						var polygone = [];
						var polyline = [];
						var polylinepoints;
						var newpolylinecoords = [];
						var polygonpoints;
						var polygoncoords = [];
						var newcircle = [];
						var infowindow = [];
						var newcirclemarker = [];
						var circlepoint;
						var width = jQuery("#huge_it_google_map").width();
						var height = jQuery("#huge_it_google_map").height();
						var div = parseInt(width) / parseInt(height);
						var trafficLayer = new google.maps.TrafficLayer();
						var bikeLayer = new google.maps.BicyclingLayer();
						var transitLayer = new google.maps.TransitLayer();
						function bindInfoWindow(marker, map, infowindow, description, info_type) {
							if (info_type == "click") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'click', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
							}
							if (info_type == "hover") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseover', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseout', function () {
									infowindow.close(map, marker);
								});
							}
						}
						jQuery(document).on("click tap drag scroll", function (e) {
							if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
								var container = jQuery("#huge_it_google_map569378");
								if (!container.is(e.target) && container.has(e.target).length === 0) {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: false,
										scrollwheel: false
									});
								} else {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: true,
										scrollwheel: true
									});
								}
							}
						});
						jQuery(window).on("resize", function () {
							var newwidth = jQuery("#huge_it_google_map").width();
							var newheight = parseInt(newwidth) / parseInt(div) + "px";
							jQuery("#huge_it_google_map").height(newheight);
						})
						var center_lat = 38.381667;
						var center_lng = 15.857221999999979;
						var center_coords = new google.maps.LatLng(center_lat, center_lng);
						var styles = [
							{
								stylers: [
									{hue: "#"},
									{saturation:0 },
									{lightness:0 },
									{gamma:1 },
								]
							}
						]
						var frontEndMapOptions = {
							zoom: parseInt(15),
							center: center_coords,
							disableDefaultUI: true,
							styles: styles,
							panControl: true,
							zoomControl: true,
							mapTypeControl: true,
							scaleControl: true,
							streetViewControl: true,
							overviewMapControl: true,
							mapTypeId: google.maps.MapTypeId.ROADMAP,
							minZoom: parseInt(1),
							maxZoom: parseInt(22)
						}
						var front_end_map = new google.maps.Map(document.getElementById('huge_it_google_map569378'), frontEndMapOptions);
						if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: false,
								scrollwheel: false
							});
						} else {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: true,
								scrollwheel: true
							});
						}
						var huge_map_shown = 0;
						function front_map_animations() {
							var map_anim;
							huge_map_shown = 1;
							var block = jQuery("#huge_it_google_map569378");
							if ("none" == "none") {
								map_anim = "";
							} else {
								map_anim = "none";
							}
							block.removeClass("hide");
							block.addClass("animated " + map_anim);
							google.maps.event.trigger(front_end_map, 'resize');
							front_end_map.setCenter(center_coords);
						}
						if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map569378_container").offset().top
							&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map569378_container").offset().top
						) {
							setTimeout(function () {
								front_map_animations();
							}, 500);
						}
						jQuery(window).scroll(function () {
							if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map569378_container").offset().top
								&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map569378_container").offset().top
							) {
								setTimeout(function () {
									front_map_animations();
								}, 500);
							}
						});
						if ("false" == "true") {
							bikeLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							trafficLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							transitLayer.setMap(front_end_map);
						}
						var front_end_data = {
							action: 'g_map_options',
							map_id:5,
							task: 'ajax'
						}
						jQuery.ajax({
							url: 'https://www.calabriain.online/calabriain/wp-admin/admin-ajax.php',
							dataType: 'json',
							method: 'post',
							data: front_end_data,
							beforeSend: function () {
							}
						}).done(function (response) {
							HGinitializeMap(response);
						}).fail(function () {
							console.log('Failed to load response from database');
						});
						function HGinitializeMap(response) {
							if (response.success) {
								var mapInfo = response.success;
								var markers = mapInfo.markers;
								for (var i = 0; i < markers.length; i++) {
									var name = markers[i].name;
									var address = markers[i].address;
									var anim = markers[i].animation;
									var description = markers[i].description;
									var markimg = markers[i].img;
									var img = new google.maps.MarkerImage(markimg,
										new google.maps.Size(20, 20));
									var point = new google.maps.LatLng(
										parseFloat(markers[i].lat),
										parseFloat(markers[i].lng));
									var html = "<b>" + name + "</b> <br/>" + address;
									if (anim == 'DROP') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											icon: markimg,
											content: description,
											animation: google.maps.Animation.DROP
										});
									}
									if (anim == 'BOUNCE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											content: description,
											icon: markimg,
											animation: google.maps.Animation.BOUNCE
										});
									}
									if (anim == 'NONE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											icon: markimg,
											content: description,
											title: name,
										});
									}
									infowindow[i] = new google.maps.InfoWindow;
									bindInfoWindow(marker[i], front_end_map, infowindow[i], description, "click");
								}
								var polygones = mapInfo.polygons;
								for (var i = 0; i < polygones.length; i++) {
									var name = polygones[i].name;
									var line_opacity = polygones[i].line_opacity;
									var line_color = "#" + polygones[i].line_color;
									var fill_opacity = polygones[i].fill_opacity;
									var line_width = polygones[i].line_width;
									var fill_color = "#" + polygones[i].fill_color;
									var latlngs = polygones[i].latlng;
									polygoncoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polygonpoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										polygoncoords.push(polygonpoints)
									}
									polygone[i] = new google.maps.Polygon({
										paths: polygoncoords,
										map: front_end_map,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeColor: line_color,
										strokeWeight: line_width,
										fillOpacity: fill_opacity,
										fillColor: fill_color,
										draggable: false,
									});
									google.maps.event.addListener(polygone[i], 'click', function (event) {
										var polygone_index = polygone.indexOf(this);
										var polygone_url = polygones[polygone_index].url;
										if (polygone_url != "") {
											window.open(polygone_url, '_blank');
										}
									})
								}
								console.log(polygone);
								var polylines = mapInfo.polylines;
								for (var i = 0; i < polylines.length; i++) {
									var name = polylines[i].name;
									var line_opacity = polylines[i].line_opacity;
									var line_color = polylines[i].line_color;
									var line_width = polylines[i].line_width;
									var latlngs = polylines[i].latlng;
									newpolylinecoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polylinepoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										newpolylinecoords.push(polylinepoints)
									}
									polyline[i] = new google.maps.Polyline({
										path: newpolylinecoords,
										map: front_end_map,
										strokeColor: "#" + line_color,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeWeight: line_width
									})
								}
								var circles = mapInfo.circles;
								for (var i = 0; i < circles.length; i++) {
									var circle_name = circles[i].name;
									var circle_center_lat = circles[i].center_lat;
									var circle_center_lng = circles[i].center_lng;
									var circle_radius = circles[i].radius;
									var circle_line_width = circles[i].line_width;
									var circle_line_color = circles[i].line_color;
									var circle_line_opacity = circles[i].line_opacity;
									var circle_fill_color = circles[i].fill_color;
									var circle_fill_opacity = circles[i].fill_opacity;
									var circle_show_marker = parseInt(circles[i].show_marker);
									circlepoint = new google.maps.LatLng(parseFloat(circles[i].center_lat),
										parseFloat(circles[i].center_lng));
									newcircle[i] = new google.maps.Circle({
										map: front_end_map,
										center: circlepoint,
										title: name,
										radius: parseInt(circle_radius),
										strokeColor: "#" + circle_line_color,
										strokeOpacity: circle_line_opacity,
										strokeWeight: circle_line_width,
										fillColor: "#" + circle_fill_color,
										fillOpacity: circle_fill_opacity
									});
									if (circle_show_marker == '1') {
										newcirclemarker[i] = new google.maps.Marker({
											position: circlepoint,
											map: front_end_map,
											title: circle_name,
										});
									}
								}
							}
						}
					}
					InitializeMap569378();
				})
			</script>
			
<p style="text-align: justify;">
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>A Belmonte Calabro, &#8220;cuore di bue&#8221; e altre ghiottonerie</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/eccellenze-calabresi-pomodoro-di-belmonte/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=eccellenze-calabresi-pomodoro-di-belmonte</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 06:45:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Belmonte Calabro]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[crocette cosentine]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[Fichi secchi]]></category>
		<category><![CDATA[Mausoleo di Michele Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Pomodori]]></category>
		<category><![CDATA[pomodori a cuore di bue]]></category>
		<category><![CDATA[Pomodori Belmonte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ilaria Reggiani Belmonte Calabro, piccolo centro della riviera tirrenica cosentina, sorge in una bella posizione sull’alto di una rupe prospicente il mare. Nei secoli passati è<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p><strong>Ilaria Reggiani</strong></p>
<p>Belmonte Calabro, piccolo centro della riviera tirrenica cosentina, sorge in una bella posizione sull’alto di una rupe prospicente il mare. Nei secoli passati è stato testimone di diverse incursioni da parte dei corsari saraceni, da qui la necessità di costruire un forte da cui avvistare le navi nemiche. L’abitato attuale si è sviluppato attorno al castello eretto dal maresciallo angioino Dragone di Beamont nel 1270.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-8798 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2.jpg" alt="" width="408" height="306" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2.jpg 827w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/1024px-Michele_Bianchi_2020_2-100x75.jpg 100w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /></p>
<p>Belmonte Calabro offre numerose attrazioni, dalle incantevoli spiagge e località marittime, come l’area degli Scogli di Isca, o percorsi escursionistici lungo il monte Cocuzzo, il centro storico con le sue chiese, i ruderi dell’antico castello e l’imponente mausoleo di Michele Bianchi (qui accanto).</p>
<p>Sul colle “Bastia”, che deve la sua denominazione ad un antico bastione, fu eretto nel 1932 il monumento tombale a Michele Bianchi, il quadrunviro fascista della marcia su Roma. La colonna è alta trentacinque metri e nel suo interno corre una scala a chiocciola che porta ad una loggetta- belvedere, dalla quale si gode un vasto e meraviglioso panorama.</p>
<p>La colonna è sormontata da una croce che, illuminata prima della seconda guerra mondiale, serviva da faro. La base della colonna, di forma cubica, contiene nel suo interno il sarcofago in marmo verde di Belmonte, che accoglie le spoglie di Michele Bianchi. Sui quattro lati della base si possono ammirare quattro altorilievi in travertino, dello scultore Ercole Drei. Al monumento si accede da un ampio piazzale, per una lunga scalinata.</p>
<p>Ma il vero punto di interesse di Belmonte Calabro sono le specialità della tradizione culinaria. Squisitezza gastronomica, grazie al clima e la qualità del terreno, è il pomodoro locale, già inserito nell’elenco dei prodotti tradizionali di Calabria e che il comune nel 2003, ha deciso di preservare e valorizzare adottando la De.Co.(Denominazione Comunale).</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-8800 alignright" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images.jpg" alt="" width="362" height="362" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images.jpg 215w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-146x146.jpg 146w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-50x50.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-75x75.jpg 75w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/images-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" />Si distingue in due varietà, la prima detta “a cuore di bue” è caratterizzata da un peso che varia dai 400 gr agli 800 gr e da una forma allungata simile a un cuore.</p>
<p>La seconda, con un peso variabile dai 300 ai 1000 grammi (ma sono stati raccolti esemplari di 3Kg, da cui il nome di “gigante”), matura dall’interno verso l’esterno e ha un colore rosa intenso, buccia sottile, polpa soda, pochi semi e un sapore gustosamente dolce.</p>
<p>Il periodo migliore per assaporare questa delizia, definita la “carne dei poveri”, va da giugno a settembre. Si consuma fresco, tagliato a fette – le famose “bistecche” – condito solo con olio extravergine di oliva, sale, basilico oppure origano e un pizzico di peperoncino. Squisito in connubio con la cipolla rossa di Tropea.</p>
<p>Ma il “gigante” non è l’unica specialità che si può gustare a Belmonte Calabro. Il borgo è infatti rinomato anche per la lavorazione dei fichi. Grazie alla situazione climatica ideale, la coltivazione del fico si è rapidamente sviluppata già a partire dall’epoca greco-romana.</p>
<p>In particolare spicca la lavorazione della varietà Dottato. Sono dei fichi dal sapore molto dolce e di piccola dimensione, con la buccia di color verde chiaro, polpa morbida e semi piccolissimi. Sono commercializzati dopo essere stati essiccati al sole su graticci di canne detti <em>cannizzi</em>.</p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-8799 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-300x300.jpg" alt="" width="315" height="315" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/fichi-secchi-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></p>
<p>A detenere il podio per più di un secolo nella produzione è l’azienda fondata nel 1910 da Nicola Colavolpe. È a lui che si deve il lancio sul mercato delle famose  <strong><em>croc</em></strong><strong><em>ette cosentine</em></strong>: fichi secchi pressati e disposti a forma di croce greca, cotti al forno e ripieni di mandorle, noci e scorze di agrumi.</p>
<p>Nell’ampia e variegata produzione non mancano nemmeno specialità come: il salame di fichi e mandorle; i fichi al forno; le Nocchette con mandorle e scorza d’arancia candita; le Coroncine al mirto (fichi secchi infilati, a mo’ di collana, in un giunco di mirto); i Fiocchi di Neve e i Fioroni, a base di fichi secchi ricoperti di cioccolato bianco e cioccolato fondente.</p>
<p>Ma non è finita qui: per chi volesse abbinare questi ottimi fichi ad un altrettanto ottimo salume, a Belmonte Calabro si può anche degustare il cosiddetto “Gammune”, insaccato realizzato con la coscia del maiale nero di Calabria.</p>
<p>La sua particolarità consiste nella caratteristica salsa di peperone con cui viene aromatizzato e nella stagionatura, durante la quale viene esposto alla brezza marina proveniente del mar Tirreno e che rende il “Gammune” un salume dal sapore unico.</p>
<p>Insomma, Belmonte Calabro è senz’altro una tappa immancabile per gli appassionati della buona tavola, tant’è vero che al solo leggere di queste prelibatezze viene l’acquolina in bocca!</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: 0;" tabindex="0" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d6186.944667286231!2d16.07776767772641!3d39.163981668121735!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x133fc0c09b280083%3A0xba550388e7e79e78!2s87033%20Belmonte%20Calabro%20CS!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1598357635142!5m2!1sit!2sit" width="100%" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" aria-hidden="false"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
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		<title>Cipolla rossa di Tropea IGP</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 08:12:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Allium cepa]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cipolla rossa IGP]]></category>
		<category><![CDATA[tropea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;">E&#8217; il nome dato alla cipolla rossa (<i>Allium cepa</i>) coltivata tra <strong>Nicotera</strong>, in provincia di<strong> Vibo Valentia</strong>, e <strong>Campora San Giovanni</strong>, nel comune di <strong>Amantea</strong>, in provincia di Cosenza, e lungo la fascia tirrenica. Viene prevalentemente prodotta tra <strong>Briatico e Capo Vaticano</strong>.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="Descrizione" class="mw-headline"><strong>Descrizione<br />
</strong></span>È composta da varie tuniche concentriche carnose di colorito bianco e con involucro rosso; è coltivata in queste zone da oltre duemila anni, importata dai Fenici, e da oltre un secolo, ora abbinata al turismo, contribuisce allo sviluppo socio-economico della zona.<br />
La dolcezza dell&#8217;ortaggio pare dipenda dal microclima particolarmente stabile nel periodo invernale, senza sbalzi di temperatura per l&#8217;azione di mitezza esercitata dalla vicinanza del mare, e dai terreni freschi e limosi, che determinano le caratteristiche pregiate del prodotto.<br />
La forma è rotonda od ovoidale. Plinio il Vecchio, nella <i>Naturalis Historia</i>, fa riferimento alla cipolla rossa come rimedio per curare una serie di mali e di disturbi fisici.</p>
<p style="text-align: left;"><strong><span id="Propriet.C3.A0_organolettiche_e_componenti_vitaminici_e_minerali" class="mw-headline">Proprietà organolettiche e componenti vitaminici e minerali<br />
</span></strong>Il gusto è determinato in particolare dalla consistente presenza di zuccheri tra i quali glucosio, fruttosio, saccarosio. Contribuisce alla dieta alimentare con circa 20 calorie per 100 grammi di prodotto fresco.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Cipollotti freschi Tropea</strong><br />
Questo ortaggio contiene vitamina C, vitamina E, ferro, selenio, iodio, zinco e magnesio.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Stagionalità<br />
</strong>In funzione della tecnica adottata (piantamento dei bulbi, semina diretta, trapianto), la coltivazione può iniziare da fine agosto a inizio ottobre, e la conseguente raccolta da ottobre anche fino a marzo.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-10244" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage.jpg" alt="" width="1874" height="873" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage.jpg 1874w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-1024x477.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-768x358.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-1536x716.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-260x121.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-50x23.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-150x70.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-960x447.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/04/zuppa-cippolla-montage-1200x559.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1874px) 100vw, 1874px" /></p>
<p><!--:--></p>
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		<title>“Il Sacro Teatro”nel racconto di Corrado Alvaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2020 09:03:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tempo ritrovato]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal Libro sussidiario di cultura regionale, ormai introvabile, il racconto, semplice e completo della Pasqua, nel ricordo dello scrittore di San Luca &#160; Paesaggio di Aprile<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal Libro sussidiario di cultura regionale, ormai introvabile, il racconto, semplice e completo della Pasqua, nel ricordo dello scrittore di San Luca</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Paesaggio di Aprile</strong></span></p>
<p>Questo è il mese della buona Pasqua. Quando il Signore risorge sembra che una benedizione si propaghi sui campi.<br />
La mattina di Pasqua, dalle case dei paesi, la terra appare fiorita in una mattinata. Le acque dei fiumi sembrano arrestate e giacciono come specchi nella valle. La terra si stende placida a ricca.<br />
La certezza del frutto è in tutti gli uomini che hanno lavorato. Nelle strade si rianimano i balli. Tra un corodi ragazzi e di donne che battono le mani in cadenza, i popolani danzano. Si sente picchiare il loro piede nudo sulla morbida terra. L’orizzonte è limpido. Dei paesi lontani si scorgono distintamente le case e sembra di toccarle con mano. Dalla pozza d’acqua al ciottolo nel sole tutto è chiaro e lucente come se la terra fosse coperta di gioielli.</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>La Settimana Santa</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11238 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_5-1.jpg" alt="" width="471" height="307" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_5-1.jpg 471w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_5-1-224x146.jpg 224w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_5-1-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_5-1-115x75.jpg 115w" sizes="(max-width: 471px) 100vw, 471px" />Per tutta la Settimana Santa, paesi interi della Calabria non fanno che seguire atto per atto la Passione, la Morte e la Resurrezione. Vi partecipa tutto il popolo, e tutte le case diventano gravi, come se celebrassero in quei giorni i loro dolori, le loro sofferenze, e i mattini della loro gioia. Il pastore è sceso dalla montagna e passa la Domenica delle Palme seduto sul pavimento della chiesa a intagliare col coltelluzzo la croce nel legno tenero dell’ulivo. Ma la Domenica delle Palme è passata, bianchissima, tra le palme gialle e i rami argentati dell’ulivo. La Settimana comincia.<br />
La Madonna è stata vestita d’un mantello nero che le copre il viso, e mostra soltanto la fronte immacolata. È stato già eretto il Sepolcro nel mezzo della chiesa. Il sepolcro è segreto e solenne. È fatto a gradini sui quali poggiano, come colonne, le coperte più belle, di filo e di damasco che vi siano in paese. Ad ogni gradino sono state posate le piante del grano cresciuto nelle cantine, bianco come l’alabastro. C’è, nella chiesa, un odore di ceri e di consunzione.<br />
I ragazzi passano, incantati, le ore in chiesa. Ognuno ha legato delle cannuccie a uno spago e sta attento alle parole del predicatore che ricorda la Passione alla Madonna ammantata e alle donne sospirose che stanno in ginocchio. Quando le immagini della sofferenza divina sono ricordate dal pulpito, e il prete parla al Crocifisso coperto di seta violacea, si ode per la chiesa un battere di pugni sui petti e il fruscio delle cannuccie che i ragazzi si danno sulle spalle in segno di penitenza e di disciplina. Intanto le campane sono legate, il paese è come muto e attonito. La squilla più acuta della campana è rimasta sospesa e muta, mentre il gracidio del legno agitato dal sagrestano schianta l’aria. La gialle candele delle Tenebre si spengono una dopo l’altra come speranze finite. L’ultima brilla al sommo del triangolo, davanti all’altare spogliato e si spegne anch’essa.   E da tutti i banchi si leva un rumore desolato. La chiesa è nel buio, e il cuore degli uomini è nello sconforto.</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>La Passione</strong></span></p>
<p>La Passione del Signore comincia il Giovedì Santo. Gesù è nell’orto a pregare. I suoi discepoli si sono addormentati. Ed ecco arriva Giuda, che lo ha venduto agli ebrei, e lo indica alle guardie accostandoglisi e baciandolo. Per un momento sembra che la redenzione del mondo vacilli. I discepoli sono dispersi. San Pietro aspetta di sapere che cosa è accaduto del Signore, com’uso<br />
fra i servi di Caifasso. Ed ecco una serva che lo riconosce e gli domanda se non sia uri discepolo di Gesù. Pietro risponde di non conoscerlo. Si sente fuori il gallo cantare, e quel canto sveglia i pensieri di Pietro il quale si accorge di aver rinnegato<br />
il Salvatore e piange.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11233 alignright" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_7-1.jpg" alt="" width="471" height="296" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_7-1.jpg 471w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_7-1-232x146.jpg 232w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_7-1-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Itaca_32_7-1-119x75.jpg 119w" sizes="(max-width: 471px) 100vw, 471px" />In Calabria, le croci delle chiese sono sormontate dal gallo col becco aperto, e sono circondate da tutti i segni della Passione<br />
: ecco i chiodi che servirono a in chiodare Gesù alla Croce; ecco la mano che lo schiaffeggiò, ecco la spugna del fiele, in cima alla canna; la lancia che gli passò il petto; il lino della Veronica. La notte del Giovedì Santo, i pastori nei paesi fanno un<br />
grande falò in piazza e vi siedono intorno, in memoria della notte di San Pietro. Da noi ogni paese ha eretto, su una collina, tre croci: il Calvario. Nella notte del Venerdì Santo si va in processione dietro a qualcuno che porta la Croce, e gli uomini del paese fanno a gara nel canto delle invocazioni e delle implorazioni.<br />
Tutto il paese vuol soffrire in questi giorni, e si vedono le processioni di uomini che portano sul capo corone di spine, o che reggono col capo delle campane di spine che scendono fino alle gambe nude. I più piccoli portano corone di vitalba e reggono le cocche del lenzuolo in cui giace il Corpo del Signore, trafitto e sanguinante.</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>Pasqua</strong></span></p>
<p>È rimasta in alcuni paesi della Calabria la tradizione delle sacre rappresentazioni. Si rifanno gli atti della Passione di Gesù, con personaggi vivi o con immagini. Il popolo assiste al sacro teatro. All’alba del Sabato la Madonna ammantata di nero è portata pei campi. Il grano è già verde ed alto; la primavera sta per nascere. La mattina si vede la Madonna ammantata correre pei campi a interrogare dov’è il suo Signore Figlio. Ma i campi sono deserti. Più tardi tutto il popolo si riversa nelle strade e aspetta l’annunzio della Resurrezione. Ecco che dalla porta della chiesa esce una figura vestita come un sacerdote e corre veloce verso i campi. Corre come una colomba e un angelo. È San Giovanni. Egli porta sul petto la scritta: Il Signore è risorto. Traversa la piazza, vola sulla gente prostrata, lo si vede già pei campi cercare la Madonna.<br />
<img loading="lazy" class=" wp-image-11214 alignleft" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915.jpg" alt="" width="295" height="294" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915.jpg 940w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-768x766.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-146x146.jpg 146w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-50x50.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-75x75.jpg 75w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-80x80.jpg 80w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-27-095915-677x675.jpg 677w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" />La trova solitaria su una collina, s’inchina al suo cospetto e le dice: Il Signore è risorto. La Madonna lo guarda attraverso il mantello che le copre la fronte, e fa un cenno di diniego. Ella vuol credere al miracolo, ma aspetta di vedere il suo Signore. Ed ecco San Giovanni di nuovo in istrada. Corre, corre, corre verso la Chiesa la cui porta è spalancata, e che è già tutta illuminata. Ne esce di nuovo, subito, accompagnato da una processione che porta l’immagine di Gesù trionfante con lo stendardo fra le mani divine, avvolto nell’azzurro mantello. Le campane improvvisamente si mettono a suonare a festa.<br />
La Madonna, dalla collina, ha veduto il Signore affacciato sul popolo che si batte il petto, e corre incontro al suo Figliuolo. Si incontrano in mezzo ai prati. Dalle spalle della Madonna cade il mantello di lutto, ed ella riappare vestita di stelle e incoronata come nelle belle sere di maggio. Il Signore e la Madonna, uno accanto all’altra, proseguono il cammino attraverso i prati, fra il popolo giubilante, felici Madre e Figlio. Sui campi piove la benedizione del cielo.</p>
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		<title>Palmi, escursione al &#8220;Tracciolino”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 11:58:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Sentieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tracciolino di Palmi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un esperienza unica ed emozionante da vivere insieme e tutta di un fiato lungo lo splendido scenario della Costa Viola. Un tuffo al cuore, dal panorama di Monte Sant’Elia lungo il sentiero del Tracciolino sospeso tra il cielo ed il mare ,in una cornice ideale ricca di fascino e di emozioni. E l’anima si espande……</p>
<p>L’uscita in natura prevede la possibilità di godere di numerosi affacci panoramici a mezza costa con lo sguardo che si protende da Punta Pezzo a Capo Vaticano. In condizioni di luce ideali e lungo la costa viola così per i riflessi violacei di questo tratto di mare. Sant’Elia è un rilievo situato sul territorio del comune di Palmi (RC) che affaccia sul mar Tirreno meridionale e corrisponde ad una bassa montagna (615 mt s.l.m. la quota più alta).</p>
<p>Tuttavia, differenza delle montagne dell’entroterra, spicca sul mare ed è quindi apprezzabile nella sua altezza integrale. Il “Tracciolino “è il nome di un sentiero ad anello interposto lungo il versante di Sant’ Elia, dal Tracciolino si scorge un panorama incantevole: l’estremità meridionale della Calabria, lo stretto di Messina, la costa orientale della Sicilia, L’Etna e l’arcipelago delle Eolie. Per ammirare al meglio il panorama  e consigliabile recarsi sul Tracciolino nelle ore mattutine, quando il sole essendo alle  spalle non abbaglia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8033 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865.jpg" alt="" width="960" height="720" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865-768x576.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865-195x146.jpg 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865-50x38.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865-100x75.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/FB_IMG_1583253308865-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>Le migliori condizioni di visibilità si presentano in seguito al passaggio dal maestrale, un vento freddo che rende l’aria nitida ripulendola dall’umidità prodotta dall’evaporazione del mare. Il sentiero è lungo circa 7 chilometri; è scosceso( il dislivello è di 330 metri, dato che la partenza e l’arrivo si coincidono, la discesa e la salita si equivalgono); in alcuni tratti è accidentato; in altri tratti la pendenza del versante è tale da non essere considerato adatto a chi soffre di vertigini; lo si percorre in circa tre ore a passo lento, incluso un paio di soste brevi.</p>
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		<title>1. Dossier Natuzza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jan 2020 11:04:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Paravati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In una delle ultime interviste che Natuzza Evolo aveva scelto di rilasciare ai microfoni della Rai, la mistica di Paravati racconta nei minimi dettagli e con una serenità senza pari.</p>
<p>A Paravati sorge una grande basilica che presto sarà consacrata, verrà aperta al culto, e diventerà per come Natuzza aveva sempre sognato e sperato in vita, meta di pellegrinaggi di preghiera. il giorno in cui per la prima volta le apparve la Madonna e le chiese di adoperarsi per far sorgere di fronte alla sua vecchia casa di campagna una grande Chiesa. Dopo quasi 60 anni da quel giorno, e dopo la sua morte, oggi.</p>
<p>Bastava essere a Paravati poco meno di un anno fa, il giorno dei defunti, per capire quanto questa povera contadina calabrese abbia lasciato agli altri, con il suo esempio e la sua testimonianza terrena. A ricordarla, ma soprattutto a pregare sulla sua tomba nell’anniversario della sua morte sono venuti in ventimila, e da ogni parte del mondo, sono i figli della speranza, è gente che per tutta la vita ha avuto con Paravati e con la casa di Natuzza un rapporto forte, e che rimarrà legata a Natuzza per tutto il resto della propria vita.</p>
<p>Per chi avesse ancora voglia di risentirla Natuzza la si ritrova ancora oggi più presente e più serena che mai sulla rete, su Youtube migliaia di persone ogni giorno tornano e corrono a guardarla, a parlare con lei, a chiederle magari qualcosa, ed è sempre la rete a restituirci frammenti delle sue dichiarazioni in televisione.</p>
<p>La storia personale di Natuzza Evolo sembra quasi una favola. Don Michele Cordiano, che è uno dei sacerdoti che in questi anni gli è stato più vicino, la racconta in questo modo, e la racconta con le lacrime agli occhi, perché per lui Natuzza era più che una mamma: “Natuzza nasce il 23 agosto 1924 a Paravati, frazione di Mileto, un paesino di tremila abitanti nella provincia calabrese di Vibo Valentia. Il papà, Fortunato, non l’ha mai conosciuto, perché alcuni mesi prima della sua nascita era partito per l’Argentina e lui non è più ritornato. Sua madre, Maria Angela Valente, ha dovuto arrangiarsi per racimolare un pezzo di pane, quando non era la piccola Natuzza, che era il diminutivo di Fortunata il suo vero nome, a doverlo mendicare al forno del paese. La bimba cresce quindi in queste condizioni precarie, senza mai andare a scuola, quasi facendo da mamma ai fratelli”.</p>
<p>Ma quando Natuzza incomincia a vivere i primi fenomeni straordinari?</p>
<p>Don Michele è un fiume in piena: “Aveva appena otto anni quando Natuzza riceve per la prima volta la “visita” straordinaria di san Francesco di Paola, il grande santo calabrese, patrono della gente di mare, e poiché questa visione le sembra una cosa del tutto normale Natuzza la racconta ai suoi familiari con una naturalezza che incomincia a preoccupare il piccolo mondo che attorno a lei già allora si muoveva. Ma da quel primo racconto ne seguirono tanti altri. Quando Natuzza riceve la prima Comunione si accorge che la sua bocca è piena di sangue. Lei lo inghiotte, pensa di ‘aver mangiato’ Gesù e di aver fatto peccato, lo racconta a tutti, ma il parroco la rassicura. Erano i primi segni di un’anima privilegiata, che si moltiplicheranno qualche anno più tardi quando, verso la fine del 1938, Natuzza prende servizio nella casa dell’avvocato Silvio Colloca a Mileto. A quell’età Natuzza è una ragazza sveglia, svelta nei mestieri di casa, molto obbediente e schiva, che presto conquista la fiducia dei Colloca”.</p>
<p>E qui si verifica il secondo evento straordinario della vita privata di questa giovane domestica.</p>
<p>“Un pomeriggio, quando la signora Alba Colloca offre il caffè ad alcuni ospiti, Natuzza le chiede con grande naturalezza come mai non lo avesse dato anche al sacerdote. «Scusa, ma quale sacerdote?» le risponde la signora. «Quello che sta seduto con gli altri due signori» le risponde Natuzza. La signora torna in salotto, riferisce l’episodio e uno dei due ospiti racconta che suo fratello, morto da anni, era un prete. Chiamano Natuzza e lei incomincia a descriverlo alla perfezione. Non potevano esserci dubbi. Era lui. Un altro giorno invece la sentono bisbigliare: «Attenti a non far cadere quei bicchieri, sennò la signora mi sgrida!».</p>
<p>La padrona di casa le chiede con chi stesse parlando e lei di rimando risponde che stava parlando con alcuni angeli che erano venuti a trovarla.</p>
<p>All’età di quindici anni, torna a casa Colloca dopo aver ricevuto la Cresima, e si accorge che ha la maglietta bagnata. Se la toglie e scopre che sulla parte interna della maglietta le si è formata una grande croce di sangue.</p>
<p>Don Michele sorride. “Non penserà davvero che quella dei Colloca sia diventata nel tempo la casa degli spiriti?” Eppure, la famiglia dove Natuzza presta servizio incomincia a preoccuparsi di tutto questo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8747 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata.jpg" alt="" width="656" height="388" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata.jpg 656w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata-204x120.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata-247x146.jpg 247w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata-50x30.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/2-Schermata-127x75.jpg 127w" sizes="(max-width: 656px) 100vw, 656px" /></p>
<p>“La sera, durante la cena, i coniugi Colloca discutono sottovoce di cosa fare di quella ragazza così tanto buona ma anche così tanto strana, e adombrano l’idea di rispedirla a casa sua, a Paravati. Ma quando la signora Colloca entra nella cameretta di Natuzza per parlarle, la trova in un mare di lacrime. Fra un singhiozzo e l’altro Natuzza dice alla sua padrona: «È venuta a trovarmi una signora, mi ha detto che è sua madre, e mi ha raccontato che voi volete cacciarmi di casa!». La signora Alba la rassicura, pur sapendo di mentire. Ma il giorno dopo Natuzza le chiede: «Perché vostra mamma parla con la voce abracatizza?». La signora quasi sviene: sua madre era infatti morta alcuni anni prima di un tumore alla gola e quindi parlava con la voce roca, in dialetto appunto, abracatizza. E quando le mostra una foto della mamma scomparsa, Natuzza non ha dubbi: «Sì, è proprio questa donna che è venuta a trovarmi ieri sera».</p>
<p>Francesco Mesiano, uno dei primi e più attenti studiosi di Natuzza Evolo, scrive che fin da giovanissima Natuzza mostrò segni particolari: è una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate. Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine. Insomma, siamo in presenza del mistero più assoluto. Un mistero che dopo la sua morte è rimasto tale e quale, chiuso per sempre nei forzieri del Vaticano dove oggi il caso Natuzza Evolo viene analizzato e studiato in tutte le sue mille manifestazioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9269 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-1024x716.jpeg" alt="" width="734" height="513" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-1024x716.jpeg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-768x537.jpeg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-1536x1074.jpeg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-209x146.jpeg 209w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-50x35.jpeg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-107x75.jpeg 107w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-960x671.jpeg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto-966x675.jpeg 966w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/Natuzza-fazzoletto.jpeg 1997w" sizes="(max-width: 734px) 100vw, 734px" /></p>
<p>Nel 1941 Natuzza lascia la famiglia dei Colloca e va ad abitare nella casa della nonna materna.</p>
<p>Pensa in un primo momento di farsi suora, ma viene presto dissuasa: è troppo povera e poi quei suoi fenomeni così strani e incomprensibili avrebbero turbato la vita di qualsiasi convento.</p>
<p>Il giorno del suo funerale arrivano a Paravati migliaia di persone da ogni parte del mondo. È gente che da sempre ha un rapporto diretto con la donna delle stimmate, è gente che sente di essere stata chiamata direttamente da lei, nel giorno probabilmente più felice della sua vita terrena.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8728 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--1024x682.jpg" alt="" width="756" height="504" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--1024x682.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--768x511.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--960x639.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5--1014x675.jpg 1014w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/5-.jpg 1080w" sizes="(max-width: 756px) 100vw, 756px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una fila immensa si forma davanti al suo feretro, tantissime donne, tantissimi sacerdoti, tantissimi giovani, tantissime ragazze, che tengono per mano donne meno giovani, le mamme, le zie, le nonne, le sorelle, generazioni e generazioni di cinque continenti diversi, si riversano nella radura che fino a poco tempo fa era soltanto una cava di argilla, e che oggi invece si prepara ad ospitare una delle basiliche più grandi d’Europa.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9246 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099.jpg" alt="" width="553" height="369" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099.jpg 553w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/IMG_4099-112x75.jpg 112w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /></p>
<p>La cosa che più emoziona è che nessuno piange, e il funerale di Natuzza diventa come d’incanto una festa corale, una preghiera comune, un inno alla vita. I suoi gruppi di preghiera si sono ridati appuntamento nello stesso posto dove 60 anni prima la Madonna sarebbe apparsa a Natuzza per chiederle di costruire lì la sua Chiesa.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9313 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9.jpg" alt="" width="674" height="450" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9.jpg 800w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9-768x513.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/9-112x75.jpg 112w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /></p>
<p>Natuzza riceveva tutti in una piccola stanza, eternamente vestita di nero. Appena entravi ti chiedeva perché tu avessi fatto tanta strada… Come d’incanto la sentivi più vicina, più di quanto potessi immaginare…</p>
<p>Molti venivano fin qui solo per vederla, per scambiare con lei qualche parola, molti non sapevano neanche cosa chiederle, le parlavano dei figli, del marito, dei genitori, del lavoro… lei ascoltava in silenzio, poi affidava a chi le stava di fronte il suo messaggio di preghiera.</p>
<p>Da quella stanza molti sono usciti con le lacrime agli occhi, altri hanno mostrato un volto raggiante, altri ancora con il desiderio di voler tornare al più presto… Un mistero che neppure studiosi e scienziati, arrivati a Paravati da ogni parte del mondo, sono riusciti a chiarire.</p>
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		<title>2. La Settimana Santa e il mistero delle stigmate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2020 11:08:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Paravati]]></category>
		<category><![CDATA[Settimana Santa]]></category>
		<category><![CDATA[stigmate]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Natuzza Evolo nasce a Paravati, una frazione del comune di Mileto, il 23 agosto 1924, ma non ebbe mai la fortuna di conoscere suo padre, Fortunato<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Natuzza Evolo nasce a Paravati, una frazione del comune di Mileto, il 23 agosto 1924, ma non ebbe mai la fortuna di conoscere suo padre, Fortunato Evolo, che era intanto partito dalla Calabria per l’Argentina in cerca di lavoro, proprio qualche mese prima che lei nascesse.</p>
<p>La bimba cresce invece con la madre, Maria Angela Valente, e con i nonni materni, Antonino Valente e Giuseppina Rettura ma le condizioni della famiglia sono così povere che la bimba dovrà adattarsi a vivere per strada, chiedendo spesso l’elemosina.</p>
<p>Man mano che gli anni passano Natuzza dovrà accettare di stare sempre di più chiusa in casa, e quando sua madre viene arrestata per un furto di galline e portata in carcere, Natuzza dovrà accollarsi il peso di fare soprattutto da mamma ai suoi fratellini più piccoli.</p>
<p>Cinque in tutto. Domenico, Antonio, Francesco, Vincenzo, e Pasquale. Erano stati partoriti dalla mamma nel periodo in cui suo padre Fortunato Evolo era ancora in Argentina, dunque “figli di nessuno”, ma a cui Maria Angela Valente aveva comunque imposto il cognome del marito, Evolo, e forse, proprio per questo, lui non fece mai più ritorno in Calabria.</p>
<p>Tutto questo, per Natuzza, significherà soprattutto, dovendo lei restare a casa e fare da mamma ai fratellini, niente asilo, niente scuola, e nessuna forma di istruzione, una sofferenza intima che Natuzza si porterà dentro per tutta la vita.</p>
<p>All’età di 12 anni la sua vita cambia radicalmente.</p>
<p>La ragazza infatti è assunta come cameriera a Mileto nella casa dell’avvocato Silvio Colloca, dove Natuzza incomincia a manifestare, e soprattutto a raccontare, i primi “segni straordinari” di una esistenza e di uno status fisico che poi, per tutto il resto della sua vita, faranno di Natuzza Evolo la protagonista inconsapevole del mondo dei media.</p>
<p>Un vero e proprio mistero, dunque, inspiegabile e indecifrabile, rimasto sotto la lente di ingrandimento di studiosi e uomini di Chiesa, ben custodito e ancora sotto osservazione negli archivi più remoti del Vaticano, dove per via del processo di beatificazione, ormai avviato, il caso “Natuzza Evolo” è analizzato, vivisezionato e studiato in tutte le mille sfaccettature possibili.</p>
<p>“Una sera – raccontava Natuzza – dopo aver chiuso il portone, non appena mi ritirai nella mia camera, vidi entrare delle persone vestite come noi, le quali mi dissero di essere anime dell’altro mondo. Ebbi una grande paura e scappai gridando”. L’avvocato Colloca pensò allora che Natuzza fosse “invasa dagli spiriti”.</p>
<p>Il giorno dopo l’accompagnò in Chiesa, perché il parroco la benedicesse, ma ritornata a casa “mi si presentò un tale – ricordava ancora Natuzza – e mi disse di essere San Tommaso: Sollevò la mano per benedirmi e mi disse: “Ora ti do un’altra benedizione, i defunti da oggi in avanti li vedrai sia di giorno che di notte”.</p>
<p>Man mano che gli anni passano, la sua casa, appena alle porte di Paravati, affacciata sulla provinciale che collega Mileto a Rosarno, diventa presto meta di pellegrinaggi a volte anche incontenibili e continui.</p>
<p>È il 1958 quando, in periodo di piena Quaresima, la gente di Paravati grida per la prima volta al miracolo: sulle mani di “Tuzza”, così come la gente del luogo l’ha chiamata per anni, compaiono le stigmate.</p>
<p>Da allora, quelle cicatrici non le si rimargineranno mai più.</p>
<p>Ogni anno, puntualmente, durante la settimana di Pasqua, le ferite le si riaprono, riprendono a sanguinare, diventano sempre più doloranti. Prima le compaiono i buchi alle mani, poi ai piedi, poi ancora alle ginocchia. Per lei sono giorni di grande dolore fisico, e di grande prostrazione psichica, e la Settimana Santa è il periodo più triste e più doloroso dell’anno.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9316 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1.jpg" alt="" width="812" height="281" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1.jpg 812w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1-768x266.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1-260x90.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1-50x17.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/natuzza-1-150x52.jpg 150w" sizes="(max-width: 812px) 100vw, 812px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le testimonianze dei medici</strong></p>
<p>Francesco Mesiano, uno dei primi e più attenti studiosi di Natuzza Evolo, ricorda che fin da giovanissima Natuzza mostrò segni particolari: “è una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate. Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine. Insomma, siamo in presenza del mistero più assoluto”.</p>
<p>Le testimonianze dei medici che per lunghe stagioni della vita hanno seguita da vicino Natuzza Evolo, e l’hanno visitata in continuazione, sono sconcertanti. “Ricordo come fosse ieri- diceva il dott. Umberto Corapi, aiuto ortopedico all’ospedale di Lamezia – visitai Natuzza qualche giorno prima di una Pasqua di tanti anni fa; la cosa che più mi colpì fu il constatare la comparsa sul suo cuoio capelluto di una corona di spine, una corona di sangue.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9393" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/32-Natuzza-mrcoledi-santo-Corona-di-spine-300x300.jpeg" alt="" width="650" height="622" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/32-Natuzza-mrcoledi-santo-Corona-di-spine-153x146.jpeg 153w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/32-Natuzza-mrcoledi-santo-Corona-di-spine-50x48.jpeg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/32-Natuzza-mrcoledi-santo-Corona-di-spine-78x75.jpeg 78w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/32-Natuzza-mrcoledi-santo-Corona-di-spine.jpeg 696w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Una di queste gocce di sangue che colava sulla tempia di Natuzza andò a finire sul cuscino. Straordinario. Come se vi fosse una penna invisibile quella goccia disegnò a caratteri stampatello la frase “Venite ad me Omnes”. È un ricordo che da allora mi accompagna in ogni momento della mia vita”.</p>
<p>“Ho assistito Natuzza Evolo – raccontava la dottoressa Isa Mantelli – per due anni di seguito, nel ’79 e nell’80, sempre il Venerdì Santo. Per tre ore, dalle dodici alle quindici ricordo questa donna tormentata da indicibili sofferenze e da una sempre crescente difficoltà a respirare, come di chi stesse per morire per asfissia. Alla fine, diventa cianotica e il corpo è squassato da tre forti convulsioni”. Sembra quasi morta, poi pian piano si riprende.</p>
<p>Un giorno i medici scoprono un particolare che in passato era sfuggito alla loro attenzione:</p>
<p>“Era sempre Venerdì Santo – ricordava ancora il dott. Umberto Corapi- decidemmo di esaminarle le spalle e ci accorgemmo che sulla spalla destra stava formandosi un ematoma escoriato. Dal punto di vista medico fu una cosa impressionante, ricordo questa spalla diventare sempre più violacea finché non si formò l’ematoma. Assistemmo alla progressione di questo ematoma, come se sulla spalla di Natuzza qualcosa gli pesasse contro.</p>
<p>“Quando riprese conoscenza le facemmo molte domande, ci rispose di aver visto la crocifissione di Gesù…. Ma qui c’è un particolare che solo pochissimi conoscono e di cui Natuzza non amava molto parlare.”</p>
<p>“Tornai da Natuzza – ricordava il dr. Mario Cortese – qualche giorno dopo la settimana di Pasqua, e le chiesi “Com’è la croce che Gesù ha portato al Calvario? Come quella che c’è nelle nostre chiese?”. Natuzza mi rispose: “Assolutamente no, era completamente diversa. Era come un tronco, come un giogo, quando siamo giunti lassù abbiamo trovato l’altra parte già infissa nel terreno”.</p>
<p>Di testimonianze come queste se ne contano infinite. Il prof.Valerio Marinelli, fisico nucleare, docente emerito all’Università della Calabria, le ha catalogate, analizzate, raccolte, e raccontate tutte in una decina di saggi tutti dedicati al “Caso Natuzza”, l’ultimo appena fresco di stampa è, interamente dedicato al fenomeno delle “bilocazioni” che immaginano Natuzza Evolo “viaggiare per il mondo”, pur non essendosi mai lei mossa da Paravati.</p>
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		<title>3. L’imbarazzo della Chiesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jan 2020 11:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Paravati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle pagine forse più misteriose della storia di Natuzza Evolo è proprio il processo che la Chiesa ufficiale del tempo decise di avviare nei suoi confronti nei primi mesi del 1940.</p>
<p>Il “processo” si aprì dopo una lunga serie di manifestazioni inspiegabili che Natuzza, allora ancora ragazza, viveva in prima persona nel corso delle lunghe sue giornate di lavoro.</p>
<p>Ciò che più sconvolgeva la Chiesa del tempo era la padronanza con cui Natuzza raccontava ai padroni di casa dei suoi continui dialoghi con la Madonna, e soprattutto la conoscenza che la ragazza diceva di avere dell’aldilà, del mondo dei morti, con cui raccontava di riuscire a entrare in contatto e dialogare direttamente con le anime defunte.</p>
<p>La cosa che più faceva impressione ai medici, antropologi ed esorcisti che andavano a trovarla per capire di più della sua vita, è la descrizione dettagliata e meticolosa che Natuzza forniva ai parenti dei defunti con cui entrava in contatto, e di cui riusciva a descrivere in maniera perfettamente reale e quanto mai verosimile persino l’abbigliamento con cui, una volta deceduti, erano stati vestiti e richiusi nella bara.</p>
<p>In alcuni casi, Natuzza riusciva persino a descrivere il colore e la piega della gonna di una donna morta quaranta anni prima, o anche il colore e il taglio dell’abito da cerimonia con cui un notabile del posto era stato sepolto. Impressionante e inspiegabile insieme.</p>
<p>Spesso capitava anche che la ragazza andasse in trance, ed era chiaro che questi fenomeni per nulla normali e per nulla ordinari allarmassero la Chiesa ufficiale. Fu così che, sulla scia anche dell’enorme emozione popolare che già allora Natuzza suscitava nelle folle in maniera anche straripanti, il Vescovo della Diocesi di Mileto, Mons. Paolo Albera, prende carta e penna e decide di rivolgersi direttamente a Padre Agostino Gemelli, per “chiedere a lui un consiglio sul cosa fare”, e un parere definitivo sulla posizione ufficiale che la Chiesa avrebbe dovuto prendere rispetto al fenomeno “Natuzza Evolo”.</p>
<div id="attachment_9321" style="width: 308px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9321" loading="lazy" class="wp-image-9321" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/46-padre-gemelli.jpg" alt="" width="298" height="265" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/46-padre-gemelli.jpg 255w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/46-padre-gemelli-164x146.jpg 164w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/46-padre-gemelli-50x45.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/46-padre-gemelli-84x75.jpg 84w" sizes="(max-width: 298px) 100vw, 298px" /><p id="caption-attachment-9321" class="wp-caption-text">Padre Gemelli</p></div>
<p>È esattamente il 18 febbraio 1940. Alla sua lettera Mons. Paolo Albera allega anche una relazione dettagliata di tutto ciò che accadeva dentro le mura della casa dove Natuzza viveva, e che era stata redatta nei minimi dettagli da un sacerdote del luogo, don Francesco Pititto. Da questo momento, tra il Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e il Vescovo di Mileto si sviluppa un intenso scambio epistolare. Da una parte, le diagnosi e le informazioni redatte in Calabria, e che tendono a riconoscere piena autenticità alle manifestazioni e ai racconti di Natuzza, dall’altra invece lo scetticismo proverbiale e le giuste riserve del mondo accademico e della ricerca scientifica.</p>
<p>È quasi immediata la risposta di Padre Agostino Gemelli a Mons. Paolo Albera, porta la data del 22 febbraio 1940. Lo rassicura che “studierà il caso”.</p>
<p>Ma il 29 giugno del 1940 accade un altro fatto straordinario.</p>
<p>È la festa dei Santissimi Pietro e Paolo, e Natuzza riceve in Chiesa a Paravati dal suo Vescovo il sacramento della Cresima, e proprio mentre il celebrante porge a Natuzza l’ostia consacrata la ragazza incomincia a stare male, ha forti tremori, lo sguardo stralunato, la mente confusa, immediatamente racconta di avvertire un brivido profondo lungo tutto il corpo, e sente qualcosa di gelido che le scorre sul davanti, poi improvvisamente sulla sua camicia bianca compare in maniera del tutto inspiegabile una grande croce di sangue.</p>
<p>Lo sconcerto è generale, la gente presente quel giorno in Chiesa grida al miracolo, e la notizia di quella croce di sangue formatasi da sola sulla camicetta bianca della ragazza, che aveva appena assunto il “corpo di Cristo”, fa il giro dell’intera Calabria.</p>
<p>È evidente che a questo punto il Vescovo della Diocesi non sa più come poter “leggere” o interpretare il mistero di Paravati. Come uscirne? Mons. Paolo Albera riprede allora carta e penna, e, questa volta a mano, scrive una nuova lettera personale e strettamente privata a Padre Agostino Gemelli.</p>
<p>È esattamente l’8 luglio 1940: “La Evoli dal 29 giugno scorso – scrive mons. Albera a Padre Gemelli sbagliando evidentemente il cognome della ragazza da Evolo in Evoli – va soggetta a eruzioni cutanee sanguigne localizzate alla spalla sinistra in forma di croce e al petto, parte sinistra, in forma di croce. Le eruzioni sanguigne sono sempre precedute e seguite da forti dolori al cuore e alla spalla sinistra. Si trova in uno stato di prostrazione. Il medico incaricato di visitarla ha dichiarato che la Evoli si trova in ogni parte del corpo perfettamente sana, e non sa spiegare il fenomeno”.</p>
<p>Padre Gemelli questa volta non si lascia andare a nessun preambolo di sorta, anzi va dritto al cuore del problema, e sul Caso-Evolo traccia in maniera netta, e questa volta definitiva, la sua diagnosi: “In linea di massima la soluzione – scrive Padre Gemelli – è sempre quella: l’isolamento, in modo che si faccia il silenzio attorno alla persona”.</p>
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		<title>4. Isolare Natuzza, meglio in manicomio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2020 14:15:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dunque, Natuzza Evolo va isolata dal resto del mondo, e immediatamente. Padre Agostino Gemelli su questo tema non manifesterà mai nessun dubbio. Anzi, mai come in<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque, Natuzza Evolo va isolata dal resto del mondo, e immediatamente.</p>
<p>Padre Agostino Gemelli su questo tema non manifesterà mai nessun dubbio. Anzi, mai come in questo caso, il Rettore dell’Università Cattolica di Milano è più che certo che non esiste altra alternativa possibile di fronte al dilagare della “fama” che incomincia a circondare questa giovane donna calabrese.</p>
<p>Ma Padre Gemelli, questa volta, va anche molto oltre il semplice concetto di “isolamento” della paziente, e consiglia al Vescovo di Mileto di imporre il “Divieto ai sacerdoti e alle persone iscritte all’Azione Cattolica di comunque interessarsi della cosa, sotto minaccia di pene”.</p>
<p>Il consiglio, quindi, al Vescovo di Mileto è che Natuzza sia immediatamente allontanata dalla casa dove vive: “Possibilmente allontanamento della persona, e collocamento in un ambiente refrattario, onde essa non possa esercitare la sua azione suggestiva”.</p>
<p>E per evitare ulteriori incomprensioni da parte dello stesso mons. Albera, il Rettore della Cattolica va giù ancora più duro: “Mi pare inutile ricoverare la Evoli in una casa di salute, dato che i medici di costì hanno già constatato in modo sicuro che si tratta di isterismo”.</p>
<p>Si intuisce a chiare lettere che Padre Gemelli non intende occuparsi più oltre del Caso-Evolo, o “Evoli”, come lui insiste con il chiamare Natuzza.</p>
<p>In altre occasioni, e in presenza di altri casi particolari e delicati come questo di Natuzza, Padre Gemelli non avrebbe mai indugiato così tanto, sarebbe invece partito da Milano di corsa per visitare il soggetto da mettere sotto osservazione, cosa che invece questa volta l’illustre sacerdote ritiene addirittura inutile fare, e forse anche superfluo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8736 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/13.png" alt="" width="481" height="241" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/13.png 481w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/13-260x130.png 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/13-50x25.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/13-150x75.png 150w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></p>
<p>C’è di più. Padre Agostino Gemelli denuncia senza mezzi termini l’incompetenza dei medici calabresi, che avevano fino ad allora seguito la ragazza, e usa tutto il suo carisma di scienziato per suggerire a mons. Albera di far calare su questa vicenda il silenzio più assoluto.</p>
<p>“Basta con gli interrogatori”, “Basta con gli esorcismi, a cui sottoponete la ragazza”. Tutto questo non fa altro che rafforzare tutta la sua “condizione isteroide”.</p>
<p>Da questo momento, il vescovo di Mileto farà di tutto per far rispettare fino in fondo le indicazioni ricevute da Milano.</p>
<p>“Riletta oggi, la relazione di Padre Gemelli appare non solo immotivata, superficiale e quasi irrituale, ma sul piano scientifico molto lontana dalle certezze a cui la scienza ci ha educato”. Lo afferma senza mezzi termini, e con grande efficacia, nel suo primo libro dedicato a Natuzza, Valerio Marinelli, che per mestiere e per tutta la vita ha fatto il docente universitario, ingegnere nucleare di grande carisma accademico.</p>
<div id="attachment_9326" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9326" loading="lazy" class="size-medium wp-image-9326" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-300x300.png 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-150x150.png 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-100x100.png 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-85x85.png 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-80x80.png 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-9326" class="wp-caption-text">Valerio Marinelli</p></div>
<p>Ancora giovanissimo lascia il suo lavoro al CNEN di Roma per andare a insegnare all’Università della Calabria appena nata, tradizionalmente “lontano da ogni forma di possibile suggestione religiosa”, e soprattutto primo vero biografo storico della donna di Paravati.</p>
<p>Valerio Marinelli, a proposito delle analisi di Padre Gemelli su Natuzza è molto esplicito, e da scienziato quale egli è sottolinea: “Non ho mai sentito parlare di isterici, analfabeti o colti, esibenti il fenomeno della scrittura spontanea e automatica del sangue. Affermare che l’emografia sia frutto di isterismo è assurdo, completamente antiscientifico”.</p>
<p>Valerio Marinelli va ancora oltre, e aggiunge: “Non ci vuole una grande intelligenza a confutare il giudizio del Fondatore della Cattolica, anche nel far discendere le visioni dei defunti della mistica di Paravati dall’isterismo. Perché, se in linea di principio non potevano avere carattere di allucinazioni, Natuzza aveva dato prove concrete della consistenza delle sue apparizioni, fornendo dettagli delle varie entità nonché i loro responsi, così precisi da convincere anche i più scettici”.</p>
<p>Come dire? Padre Gemelli ha toppato su tutti i fronti.</p>
<p>Naturalmente di fronte alle indicazioni avute dal Rettore del Sacro Cuore, al vescovo di Mileto, mons. Paolo Albera, non resta che agire e seguire le direttive ricevute dall’illustre scienziato. E così, subito dopo l’estate del 1940, la mattina del 2 settembre, per Natuzza Evolo è l’inizio di una nuova fase della sua vita.</p>
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		<title>5. Ma le sorprese non mancano   </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 14:21:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Paravati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo un consulto abbastanza complesso e anche “abbastanza tormentato” il vescovo di Mileto decide dunque di far rinchiudere la ragazza nel manicomio di Reggio Calabria. Ma<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/reportage/ma-le-sorprese-non-mancano/">5. Ma le sorprese non mancano   </a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un consulto abbastanza complesso e anche “abbastanza tormentato” il vescovo di Mileto decide dunque di far rinchiudere la ragazza nel manicomio di Reggio Calabria. Ma era stata proprio questa, alla fine, la soluzione migliore che il vescovo di Mileto era riuscito a trovare per assecondare le indicazioni ricevute da padre Agostino Gemelli.</p>
<p>Identica trafila, ce lo ricordano gli studiosi di questi temi, venti anni prima era capitata a Padre Pio.</p>
<p>Anche allora, nel caso del frate di Pietrelcina, padre Gemelli aveva avvertito i medici che allora lo seguivano a San Giovanni Rotondo: “State attenti, le ferite che il frate presenta alle mani e ai piedi sono ferite che si procura da solo”. E poi ancora: “Controllatelo, e se potete isolatelo”.</p>
<p>La storia si ripete.</p>
<p>Ma le sorprese non mancano. Per la giovane Natuzza, una volta rinchiusa in manicomio a Reggio Calabria, incomincia una nuova vita, inizialmente difficile e per certi versi anche “violenta”, ma solo perché l’ingresso in manicomio per una giovane donna come lei non poteva non risultare una “violenza inaudita” e una scelta ingiustificabile sotto tutti i profili.</p>
<p>Ce lo ha ricordato più volte lei stessa, quando era ancora in vita, e quelle rarissime volte che aveva accettato di parlarne con noi, aveva trovato anche la forza per sorridere di tutto questo.</p>
<p>Ma anche qui, in manicomio, non si fermano i fenomeni straordinari che caratterizzeranno poi il resto della sua vita fino al giorno della sua morte, e questo a partire, per esempio, dalle essudazioni ematiche.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9329 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/4-Schermata-2020-10-17-alle-11.07.40.png" alt="" width="456" height="288" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/4-Schermata-2020-10-17-alle-11.07.40.png 456w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/4-Schermata-2020-10-17-alle-11.07.40-231x146.png 231w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/4-Schermata-2020-10-17-alle-11.07.40-50x32.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/4-Schermata-2020-10-17-alle-11.07.40-119x75.png 119w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></p>
<p>All’interno del manicomio Natuzza vive infatti, e ripetutamente, il mistero del sangue, che le compare dalla fronte, dal petto, sulla spalla, sulle ginocchia, e anche qui in manicomio i suoi biografi raccontano delle sue visioni straordinarie, dei suoi dialoghi con la Vergine Maria, dei suoi continui “incontri ravvicinati” con i morti, della padronanza con cui la ragazza descrive le anime del purgatorio, o gli angeli del paradiso, e delle mille “certezze” che trasudano nel modo come Natuzza stessa raccontava di essere stata negli angoli più lontani e più sperduti del mondo, pur non essendosi mai allontanata dalla sua terra natale, effetto probabilmente di un fenomeno che gli antropologi chiamano “bilocazione”, e su cui – ricordiamo- il fisico Valerio Marinelli ha appena dedicato un saggio.</p>
<p>Tutto questo, evidentemente, pur essendo questa volta un manicomio la nuova casa di Natuzza, trasforma il rapporto personale di Natuzza Evolo con le suore a cui è stata affidata. Ma accade la stessa cosa persino con i medici e con le infermiere del manicomio reggino, che non la considerano più una “malata psichica”, o peggio ancora una “sorvegliata speciale”, ma che la guardano invece con senso di rispetto, quasi di sudditanza psicologica, proprio per via di tutti questi fenomeni straordinari e paranormali che Natuzza si porta dietro.</p>
<p>Persino le suore si rivolgono a lei per chiedere la “grazia della Madonna”, e persino i dipendenti del manicomio vanno continuamente a trovarla per chiederle “notizie particolari” dei propri cari defunti. Insomma, Natuzza diventa un “fenomeno straordinario” anche qui in manicomio, e la sua presenza condiziona e stravolge nei fatti la vita stessa dell’intera struttura.</p>
<p>Il primo a capirlo e a rendersi conto dell’effetto “Natuzza-Evolo” è il direttore del Manicomio, il prof. Annibale Puca, il quale ad un certo punto si convince che è meglio che Natuzza torni definitivamente, e “assai presto”, a casa sua.</p>
<p>Sembra quasi incredibile, ma quando il medico la chiama per comunicarle che “poteva finalmente tornare da dove era venuta” perché non c’era più motivo che lei restasse a Reggio Calabria, Natuzza manifesta al professor Puca il desiderio intimo, e forte anche, di poter diventare finalmente suora, e rimanere così in ospedale per sempre con le “sorelle che tanto l’avevano amata”.</p>
<p>Ma il vecchio psichiatra non si lascia commuovere. Ritiene invece che la soluzione ideale per la ragazza non sia il noviziato ma una vita normale, e il giorno in cui a Reggio Calabria arrivano i parenti più stretti di Natuzza per riprendere la ragazza e riportarsela a Paravati consiglia loro di aiutare Natuzza a “convolare a nozze”.</p>
<p>“Natuzza deve sposarsi”, “Trovatele un marito”, “Deve soprattutto diventare donna e madre”, “Con la cura dei figli riuscirà a guarire una volta per sempre”, e solo così forse “la sua vita potrà tornare finalmente normale”.</p>
<p>Dopo aver trascorso due mesi pieni a Reggio Calabria, Natuzza lascia quindi, una volta per sempre, l’Ospedale Psichiatrico e torna in paese, dove qualche mese più tardi si unisce in matrimonio con l’uomo che le resterà accanto per il resto della sua vita, Pasquale Nicolace, un falegname del luogo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9330 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3.jpg" alt="" width="848" height="353" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3.jpg 848w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3-768x320.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3-260x108.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3-50x21.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/21-Natuzza3-150x62.jpg 150w" sizes="(max-width: 848px) 100vw, 848px" /></p>
<p>Matrimonio combinato, ma in quegli anni e soprattutto in Calabria era una pratica ricorrente, quasi normale, molte donne si sposavano addirittura per procura, e da questo momento Natuzza diventerà madre di cinque figli, Salvatore, Antonio, Anna Maria, Angelo e Francesco Nicolace oggi tutti felicemente sposati. A pregare sulla sua tomba oggi ci sono anche undici nipoti e tre pronipoti.</p>
<p>Ma diversamente da quanto gli psichiatri avevano immaginato e preannunciato per lei, le manifestazioni straordinarie e inspiegabili che avevano portato Natuzza Evolo in manicomio continueranno a verificarsi come prima, e per tutti gli anni che le rimarranno da vivere.</p>
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		<title>6. Il primo incontro con Natuzza </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 14:49:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Nano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Vedo il tuo angelo custode”. È questo il benvenuto che Natuzza rivolge a Pino Nano la prima volta che l’incontra per intervistarla. Natuzza, se lei dovesse<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Vedo il tuo angelo custode”. È questo il benvenuto che Natuzza rivolge a Pino Nano la prima volta che l’incontra per intervistarla.</p>
<p><strong>Natuzza, se lei dovesse spiegare alla gente chi è in realtà Natuzza Evolo, che cosa risponderebbe?<br />
</strong><strong> </strong>Direi la verità, e direi che sono soltanto una poveraccia. Io sono soltanto un povero verme di terra…</p>
<p><strong> Ma di lei dicono che abbia il potere di fare dei miracoli…<br />
</strong>Se ne dicono di tutti i colori sul mio conto, ma che io abbia il potere dei miracoli è la cosa più inesatta che si possa dire o si possa immaginare…Non ho mai fatto un solo miracolo in vita mia.”</p>
<p><strong> Eppure, ci sono migliaia di persone, giunte qui da ogni parte del mondo, che sarebbero disposte a giurare di essere state miracolate da lei…<br />
</strong><strong> </strong>La verità è che io non ho mai fatto dei miracoli. Io ho solo pregato per i drammi personali di migliaia di persone. È gente che viene da me da ogni parte del mondo e che mi pone a volte anche i casi più disperati. Quello che faccio io è pregare, prego il Signore perché abbia pietà di loro, perché aiuti i casi più gravi ad affrontare meglio la loro sofferenza, prego perché Dio vuole che io sia qui per pregare per gli altri.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9332 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo.jpg" alt="" width="479" height="283" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo.jpg 479w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo-204x120.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo-247x146.jpg 247w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo-50x30.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Natuzza-Evolo-127x75.jpg 127w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></p>
<p><strong>C’è tantissima gente che è venuta per la prima volta da lei e a cui lei ha dato una diagnosi esatta del male accusato: come è possibile tutto questo?<br />
</strong><strong> </strong>Non sono io che faccio delle diagnosi. È l’angelo custode, che sta alle nostre spalle, che mi suggerisce le cose da dire alle persone che mi vengono a trovare.</p>
<p><strong>Natuzza, a volte lei dà delle diagnosi usando gli stessi termini scientifici che usano i medici più famosi nel mondo: non le sembra una cosa assolutamente fuori dal normale?<br />
</strong>Come faccio a spiegarlo? Io non ho nessun merito in queste cose. Mi limito soltanto a ripetere quello che l’angelo mi suggerisce, e il più delle volte ripeto cose che neanche io riesco a capire.</p>
<p><strong>Ma perché dice che è l’angelo custode che le suggerisce le cose da dire?<br />
</strong><strong> </strong>Perchè così è. Dietro ognuno di noi c’è un angelo custode, che di noi sa perfettamente tutto. Quando una persona si presenta da me e il suo angelo custode mi suggerisce delle cose da riferire a quella persona, io non faccio altro che ripetere quello che l’angelo mi ha appena detto.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9333 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo.png" alt="" width="754" height="565" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo.png 951w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo-768x576.png 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo-195x146.png 195w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo-50x37.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo-100x75.png 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/37-natuzza-angelo-900x675.png 900w" sizes="(max-width: 754px) 100vw, 754px" /></p>
<p><strong>Ma è vero che un giorno si presentò da lei un sacerdote, vestito in borghese, e lei lo riconobbe immediatamente?<br />
</strong>Ricordo bene quel giorno: appena vidi entrare nella mia casa questo signore gli andai incontro e gli baciai la mano. Ricordo che lui rimase di stucco, mi chiese come facessi a sapere che era un sacerdote, gli spiegai che lo avevo capito dalla posizione del suo angelo custode, lo aveva alla sua sinistra, tutti gli altri invece lo hanno a destra. Per un attimo quel sacerdote rimase di stucco, poi mi spiegò che aveva pensato di venire in incognito per parlare più liberamente delle sue cose.</p>
<p><strong> Natuzza ricorda il giorno in cui le apparve per la prima volta la Madonna?<br />
</strong><strong> </strong>Come si fa a dimenticare un giorno così importante? Ricordo che ero ancora una bambina e ricordo che da quel giorno la Madonna tornò a trovarmi diverse volte ancora; ogni volta che mi ha detto qualcosa questo si è puntualmente avverato.</p>
<p><strong>Di cosa le parla?<br />
</strong>Di tutto ciò che mi capita durante il giorno. Le racconto della gente che viene a trovarmi, la ringrazio per la forza che ogni giorno il Signore mi dà, ogni giorno ricevo in questa casa almeno trecento persone, se il Signore non mi avesse dato la forza necessaria non avrei mai potuto farlo. E poi alla Madonna racconto la grande disperazione che la gente mi porta in questa casa, è la disperazione di migliaia di famiglie, perché in ogni casa c’è una croce e in ogni casa c’è un problema da affrontare e da risolvere.</p>
<p><strong>In che modo le appare la Madonna?<br />
</strong>È come se avesse le sembianze di una fanciulla, una fanciulla dell’età di sedici anni, diciassette anni al massimo, e mi appare bellissima, maestosa, straordinariamente fiera, con gli occhi bellissimi e i capelli lunghi sciolti sulle spalle.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9334 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/mammanatuzza.jpg" alt="" width="601" height="275" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/mammanatuzza.jpg 601w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/mammanatuzza-260x119.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/mammanatuzza-50x23.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/mammanatuzza-150x69.jpg 150w" sizes="(max-width: 601px) 100vw, 601px" /></strong></p>
<p><strong>Le ha mai chiesto una grazia?<br />
</strong><strong> </strong>Ogni volta che mi appare ho sempre qualcosa da chiederle. E tantissime sono le risposte positive che ricevo. Lo scopro più tardi, quando tantissima gente torna a trovarmi per la seconda volta e mi dice che il problema che aveva è stato finalmente risolto: allora io capisco che la Madonna e il Signore hanno esaudito le mie preghiere.</p>
<p><strong>Natuzza, c’è chi asserisce di averla vista sudare sangue…<br />
</strong>Non soltanto qualcuno. Migliaia di persone in tutti questi anni mi hanno visto sudare sangue. È uno di quei misteri che mi porto dietro da anni e che nessuno è mai riuscito a spiegare.</p>
<p><strong>È vero che spesso il sangue che le viene asciugato sulla fronte prende le forme più strane?<br />
</strong>Anche questo è vero, e anche questo è un grande mistero. Tantissima gente, dopo avermi asciugato il sudore, si è ritrovata sul fazzoletto strane immagini e degli strani disegni, delle croci…non so aggiungere altro.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9335 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/39-natuzza-evolo-defunti.jpg" alt="" width="612" height="380" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/39-natuzza-evolo-defunti.jpg 612w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/39-natuzza-evolo-defunti-235x146.jpg 235w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/39-natuzza-evolo-defunti-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/39-natuzza-evolo-defunti-121x75.jpg 121w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p><strong>C’è anche chi giurerebbe di aver ricevuto una sua visita: eppure lei non si è mai mossa fisicamente da questa sua casa…<br />
</strong>Non è né una sensazione né un’illusione. È la verità. Spesso e volentieri mi muovo spiritualmente da casa mia per andare a trovare qualcuno, per portare dei messaggi, per riferire delle cose…verissimo, e questo mi è possibile anche stando fisicamente in questa casa…</p>
<p><strong>È vero che questo fenomeno della bilocazione, così come gli esperti lo chiamano, si manifesta attraverso un intenso profumo di fiori?<br />
</strong>Così dice la gente che mi riceve e che avverte la mia presenza in casa…”</p>
<p><strong>Natuzza lei non è mai stata a scuola, ma c’è gente che giura di averla sentita parlare in lingue diverse dalla nostra, il tedesco, lo spagnolo, il greco…<br />
</strong>È vero, ma a parlare non sono io in quei momenti. Io mi limito soltanto a ripetere quello che l’angelo custode mi riferisce e mi chiede di ripetere. Sono venuti da me dei tedeschi, e siamo riusciti ad intenderci perfettamente, ma il merito è dell’angelo custode che mi ha aiutato a dire quello che lui voleva che io dicessi a quella gente…”</p>
<p><strong>Ha mai calcolato quanta gente è passata da questa sua casa?<br />
</strong>Migliaia di persone, centinaia di migliaia, quasi trecento persone al giorno, a volte anche di più, soprattutto quando ero più giovane”.</p>
<p><strong>Che cosa risponde a tutte queste persone che vengono cercarla?<br />
</strong>Rispondo con la preghiera. Se qualcuno vuole sapere di più e il suo angelo custode mi aiuta a capire meglio il problema di chi mi sta di fronte, allora dico anche di più.</p>
<p><strong>È vero che questo fenomeno della bilocazione, così come gli esperti lo chiamano, si manifesta attraverso un intenso profumo di fiori?<br />
</strong>Così dice la gente che mi riceve e che avverte la mia presenza in casa…</p>
<p><strong>Natuzza lei non è mai stata a scuola, ma c’è gente che giura di averla sentita parlare in lingue diverse dalla nostra, il tedesco, lo spagnolo, il greco…<br />
</strong>È vero, ma a parlare non sono io in quei momenti. Io mi limito soltanto a ripetere quello che l’angelo custode mi riferisce e mi chiede di ripetere. Sono venuti da me dei tedeschi, e siamo riusciti ad intenderci perfettamente, ma il merito è dell’angelo custode che mi ha aiutato a dire quello che lui voleva che io dicessi a quella gente…</p>
<p><strong>Ha mai calcolato quanta gente è passata da questa sua casa?<br />
</strong>Migliaia di persone, centinaia di migliaia, quasi trecento persone al giorno, a volte anche di più, soprattutto quando ero più giovane.</p>
<p><strong> Ma dove trova il tempo per ricevere tanta gente?<br />
</strong>Sono ormai più di cinquant’anni anni che ricevo tanta gente, eppure non ho mai fatto mancare niente alla mia famiglia. Fino a qualche anno fa mi alzavo presto la mattina, intorno alle quattro, e fino alle sette mi occupavo della casa. Poi incominciavo a ricevere la gente che arrivava fin qui e la sera non andavo a letto mai prima di mezzanotte. È probabile che qualche volta abbia bruciato qualche pentola sul fuoco, ma per tutto il resto della mia vita credo di essere stata sempre vicina alla mia famiglia.</p>
<p><strong>Quando dice queste cose non teme di non essere creduta?<br />
</strong>Non le ho chiesto io di venire fin qui. Ognuno è libero di credere e, se crede, di pregare. La cosa più bella per una donna come me è il rivedere ritornare moltissima gente per dirmi che la mia preghiera è servita a qualcosa.</p>
<p><strong>Natuzza ma lei ha mai previsto il futuro di qualcuno?<br />
</strong>No, mai. È una cosa che non ho mai fatto e che non farò mai.</p>
<p><strong>Ha mai visto come è fatto il paradiso?<br />
</strong>Ho incontrato delle anime che stanno in paradiso, e le ho incontrate felici, libere, radiose, immerse in un bellissimo campo di grano…</p>
<p><strong>Eppure, lei conosce l’aldilà. C’è chi dice che lei parla con i defunti…<br />
</strong><strong> </strong>A volte incontro delle anime, che mi pregano di portare dei messaggi ai propri familiari rimasti in vita. E incontro delle anime felici, sono quelle che hanno il privilegio di vivere in paradiso, e delle anime infelici, sono quelle che vivono nel purgatorio…</p>
<p><strong>Come fa a parlare con i morti?<br />
</strong>Molta gente viene da me e mi fa vedere le fotografie dei propri cari defunti: a volte mi capita di avere incontrato le loro anime e di aver avuto da loro dei segnali da dare ai parenti. Altre volte mi capita di non averle incontrate. Quando si tratta di anime che ho già incontrato racconto ai parenti di questo mio incontro con loro.</p>
<p><strong>Natuzza, è vero che lei dice continuamente alla gente che viene a trovarla di essere una donna felice?<br />
</strong>È vero, io sono una donna felice, a cui il Signore ha dato più di quanto io stessa potessi aspettarmi o sognare di avere. Viene da me tanta gente e mi confessa di essere in preda alla disperazione perché ha un figlio gravemente ammalato: i miei figli stanno bene, non sono mai stati male, e questa la considero una grande fortuna.</p>
<p>So che anche questo lo ha voluto il Signore, e di questo gli sono profondamente grata. Come potrei non essere una donna felice? O davvero lei crede, come molti fanno, che la felicità sia legata ai beni materiali della vita?</p>
<p>Da questa casa sono passate migliaia di tristezze, e tutto questo mi ha insegnato che nella vita non c’è denaro o benessere che conti di fronte al dolore dell’anima…Ogni volta che io prego penso agli altri, e prego il Signore perché dia agli uomini la serenità che serve loro per continuare a vivere.</p>
<p>“C’è un momento della vita di ognuno di noi in cui si fanno dei bilanci, e se nel cuore non hai qualcosa da offrire a te stesso, o se nella vita, che hai già vissuto, non sei riuscito a costruire niente né per te e per gli altri, allora i bilanci saranno il segno di questo fallimento della tua esistenza… I valori veri della vita di un uomo sono nella sua fede in Dio e nella sua capacità di amare gli altri”.</p>
<p><strong>Natuzza, ma prima di andare via posso chiederle che cosa le ha insegnato finora la vita?<br />
</strong>Una cosa bellissima, cioè la certezza e la consapevolezza piena che Dio esiste e che niente è più forte del suo amore. Dio esiste, meravigliosamente, straordinariamente, prepotentemente, è questa la grande certezza della mia esistenza.</p>
<p>È difficile forse che io riesca a spiegarglielo bene, le ripeto non conosco neanche i numeri o le lettere dell’alfabeto, ma posso assicurare a tutta questa gente che continua a cercarmi che vale la pena di pregare perché solo così ognuno capirà il senso vero della vita. Altrimenti, quella che verrà dopo di noi, sarà una vita ancora più triste di questa già vissuta”.</p>
<p><strong>Suppongo allora che la morte sia l’unica cosa che non le fa paura…<br />
</strong>Perché dovrebbe farmi paura? La morte è la soluzione naturale della nostra esistenza, se non ci fosse la morte non ci saremmo noi e non ci sarebbe la vita.. intanto c’è la vita in quanto c’è la morte. Commette un gravissimo errore chi crede che la morte sia la fine, essa è invece solo l’inizio di un nuovo cammino.</p>
<p>Ho capito tutto questo quando ero ancora una bambina: un giorno si presentò alla mia casa un povero che chiedeva l’elemosina, in casa c’era soltanto un tozzo di pane, aprii la panca dove di solito conservavamo il pane e diedi a quel povero quell’unico pezzo di pane che era rimasto…</p>
<p>Prima di andarsene il povero mi chiese se avessi un desiderio da realizzare, gli dissi che mi sarebbe piaciuto conoscere San Francesco di Paola, lui allora mi sorrise e mi rispose “oggi il tuo desiderio è finalmente esaudito”… da quel giorno non rividi più quell’uomo, ma nel sogno gli chiesi alcune cose che puntualmente si avverarono… quel giorno capii che San Francesco era venuto a trovarmi e che la morte di un uomo è soltanto il vero trionfo della vita terrena… perché dopo la morte c’è un’altra vita in cui ognuno di noi ritroverà finalmente gli affetti lasciati e gli amori traditi dalla morte terrena.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9337 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza.jpg" alt="" width="425" height="283" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza.jpg 425w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/Tomba-natuzza-113x75.jpg 113w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>Alla morte di Natuzza Evolo la gente chiede gran voce “Natuzza Santa subito” E dopo dieci anni Santa Romana Chiesa avvia il processo di beatificazione, una nuova lunga inchiesta sui “frutti” che Natuzza ha lasciato al mondo.</p>
<p>Natuzza è morta all’età di 85 anni nella sua casa di Paravati il 1° novembre 2009 e il 6 aprile 2019, il vescovo della diocesi di Mileto Nicotera Tropea, Mons. Luigi Renzo, annuncia ufficialmente l’avvio della causa di beatificazione. Postulatore è nominato un giovane intellettuale della chiesa cosentina, don Enzo Gabrieli, e la notizia fa il giro del mondo.</p>
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		<title>7. Una carezza piena d&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 14:53:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricordo come fosse appena ieri il giorno in cui andai a trovare Natuzza per la prima volta… Erano le prime ore del pomeriggio. Alla porta della<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo come fosse appena ieri il giorno in cui andai a trovare Natuzza per la prima volta…</p>
<p>Erano le prime ore del pomeriggio. Alla porta della sua casa arrivò una giovane signora, veniva da Taranto, e ricordo perfettamente bene il momento di quell’incontro tra le due donne, frazioni di secondi carichi di una commozione impossibile da descrivere e da immaginare, l’una avvinghiata all’altra, come fossero la stessa persona insieme, il silenzio rotto dalle lacrime della giovane arrivata da lontano, un pianto disperato, quasi liberatorio, a dirotto, come se per tutta la vita quella donna non so se quel pianto fosse il segno negativo di una tragedia, o forse invece l’espressione più naturale di un dramma appena vissuto e ormai finalmente lontano.</p>
<p>Aspettai con calma che tutto ritornasse come prima, poi mi avvicinai alla giovane signora e le chiesi il perché di quella commozione. Questa fu la sua risposta:</p>
<p>“Qualche anno fa mi trovavo a Parigi. Ero capitata in uno dei più grandi ospedali parigini perché mio padre era gravemente ammalato di tumore. Lo avevo accompagnato con la speranza di poter in qualche modo prolungare i pochi giorni di vita che ancora gli restavano da vivere. E un pomeriggio, nell’androne di questo reparto dove era ricoverato mio padre, incontrai Natuzza. Mi disse che veniva da lontano, che la sua terra era simile alla mia, io venivo dalla Puglia lei dalla Calabria, io venivo per mio padre, lei lo aveva fatto per stare accanto ad una persona che amava molto. Dopo aver scambiato i soliti discorsi che normalmente si fanno in queste tragiche occasioni, Natuzza mi accarezzò, appena sotto il collo. Mi parve la sua una carezza carica di amore, lasciai che questa donna mi accarezzasse il più a lungo possibile, ma subito dopo averlo fatto Natuzza mi guardò quasi implorante negli occhi e mi pregò di farmi controllare. Aveva avvertito che sotto la parte accarezzata c’era qualcosa che secondo lei andava ben guardata da un medico.</p>
<p>Pensai subito che questa povera donna avesse voluto dimostrarmi, in questo modo così semplice ma anche così strano, il suo amore, forse era un modo come un altro per dirmi a suo modo che pensava anche alla mia salute fisica. Chissà? I primi giorni lasciai correre, tentai di dimenticare quel gesto e quel consiglio, ma la cosa non fu facile. Ogni qual volta la rincontravo Natuzza non faceva altro che ripetermi quello che già mi aveva detto, “fatti guardare da un medico!”.</p>
<p>Una mattina, dietro le sue insistenze decisi allora di approfittare di questa mia permanenza in ospedale a Parigi e di farmi visitare da un medico…”</p>
<p>Incredibile. L’esito di quella visita fu dirompente. I medici parigini scoprono che questa giovane donna ha una ghiandola ingrossata all’altezza della tiroide, ne studiano le cause, ne esaminano il liquido estratto e scoprono che si tratta di un tumore invasivo. “Cancro!”.</p>
<p>La donna viene operata d’urgenza, mentre suo padre, rispetto a lei, sembra invece completamente guarito.</p>
<p>Due mesi più tardi i medici parigini la tranquillizzano. Le spiegano che era arrivata appena in tempo utile per permettere loro un intervento chirurgico. Se fossero passate altre due settimane, le spiegano, sarebbe morta devastata dal male. Ma quando le chiedono come avesse fatto a scoprire di essere gravemente ammalata questa donna non seppe dare loro nessuna risposta plausibile. Fece finta di non capire la loro lingua, sorrise, poi corse in agenzia e prenotò un volo per Lamezia Terme: prima di arrivare in Puglia volle passare da Paravati, perché in sogno Natuzza era tornata a trovarla e le aveva detto di volerla rivedere.</p>
<p>Mille storie incredibili come questa ho avuto il privilegio di raccogliere in tutti questi anni seguendo da vicino e personalmente per la Rai il caso Natuzza Evolo, storie apparentemente impossibili, al limite del mistero, storie tutte uguali, ricorrenti, cicliche, ognuna di esse più bella e più tragica dell’altra.</p>
<p>In tutti questi anni c’è chi si è preso la briga di catalogare tutte queste “morti evitate”, questi “miracoli” che forse diventeranno tali fra un secolo, quando la Chiesa li riconoscerà come tali.</p>
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		<title>8. Il ricordo testimonianza di Mons. Cortese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jan 2020 14:57:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Mons. Cortese]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>È stato mons. Domenico Tarcisio Cortese, vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea (con lei nella foto), e che nei fatti per quasi trent’anni si è caricato, da solo e in prima persona, il peso enorme e soprattutto scomodo che Natuzza aveva per la Chiesa del tempo, e l’ha accompagnata per tutto questo periodo fino al giorno della sua morte.</p>
<p>“Sono stato vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea per ben ventotto anni e la mia testimonianza è diretta, avendo conosciuto e seguito Natuzza e le sue vicende nei lunghi anni del mio episcopato. Il mio ricordo – scrive Mons. Cortese nella postfazione fatta al saggio di Luciano Regolo e a lei dedicato – non intende esprimere alcun giudizio di merito sui fenomeni straordinari attribuiti alla mistica di Paravati.</p>
<p>Su questo delicato ambito la competenza esclusiva è della Chiesa che nei tempi, nei modi e nelle forme previsti e prescritti, saprà emettere il suo fondato e decisivo giudizio. Ma quello che posso dire, senza timore di essere smentito da nessuno è che Natuzza, donna di fede, ha saputo obbedire alla Chiesa, anche nei momenti più delicati e difficili della sua vita. Posso dare la mia diretta testimonianza. Alcuni uomini del clero erano pieni di perplessità e di riserve su Natuzza, per le sue visioni e i suoi messaggi, a volte non teneri nemmeno verso il clero. Da qui incomprensioni.</p>
<p>Quando nel 1979 entrai in diocesi, Natuzza venne da me e mi disse: “Eccellenza, se volete che io non riceva gente e non parli con la gente, io vi obbedirò!”. Io le feci presente che non avevo alcuna facoltà, né tantomeno la volontà, di impedire che lei ricevesse e parlasse con la gente, convinto come ero che il suo incontro e la sua parola avrebbero fatto solo del bene. Se ne andò rasserenata”.</p>
<p>Mons. Domenico Tarcisio Cortese ripeté questo concetto per tutto il resto dei giorni di vita che gli restarono: “Nella mia vita di vescovo non ho mai ricevuto una dichiarazione di obbedienza così piena e leale. Per la sua vita di fede e per la sua obbedienza Natuzza ha molti punti in comune con altri eccezionali testimoni del nostro tempo. Potrei citare Padre Pio.</p>
<p>Preferisco parlare di don Primo Mazzolari. Ritenuto un sacerdote di frontiera, troppo avanzato e scomodo, ha subìto vari richiami e interventi di diffida da parte dell’autorità ecclesiastica, sempre accettati con grande spirito di obbedienza. Oggi la sua forte e coraggiosa personalità e testimonianza è massimamente riconosciuta e condivisa. Prima di morire, nel suo testamento, scrive: “Sono dispiaciuto di aver fatto involontariamente soffrire i miei superiori. Non lo sono però di aver sofferto”.</p>
<p>Papa Paolo VI risponde indirettamente a queste affermazioni; quasi per chiedere perdono a don Primo per quello che le autorità ecclesiastiche avevano fatto soffrire all’obbediente sacerdote: “Certo non era sempre possibile condividere le sue posizioni. Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tenere dietro. E cosi ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi”.</p>
<p>Il vecchio vescovo di Mileto, dovunque egli andasse, e gli chiedessero di Natuzza o di cosa pensasse di lei, aveva sempre un aneddoto molto particolare da raccontare, ma che dava perfettamente bene l’idea del grande rapporto di complicità che Natuzza aveva saputo creare con il vescovo della sua diocesi: “Fin da ragazza Natuzza vive e testimonia la sua fede, anche con segni straordinari, che incuriosiscono e inquietano. Donna semplice e umile è Natuzza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9397 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/44-copia.png" alt="" width="532" height="362" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/44-copia.png 532w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/44-copia-215x146.png 215w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/44-copia-50x34.png 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/44-copia-110x75.png 110w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /></p>
<p>“Ricordo un episodio che evidenzia la semplicità e la genuinità di Natuzza, ma potrei anche dire la sua ingenuità. Da Ortisei fece venire la statua della Madonna, con le sembianze che la stessa Natuzza aveva indicato e richiesto allo scultore. Prima di procedere alla benedizione della statua, per esporla poi alla venerazione dei fedeli, chiesi di poter vedere la statua per una scrupolosa curiosità. Mi recai, di sera, nella casa di Natuzza e mi trovai di fronte una statua della Madonna dal volto giovanile e sorridente, con le mani aperte e tese verso la terra, verso la gente. Fra me e me dissi: “Finalmente una statua dell’Immacolata tesa non verso il cielo, quasi a fuggire la terra, ma tesa verso la terra, quasi a voler abbracciare l’umanità”.</p>
<p>Con apprensione, Natuzza guardava i miei occhi per carpire la mia reazione immediata. Mi chiese timorosa: “Eccellenza, vi piace la mia Madonna?”. “Sì” risposi “mi piace tanto”, ma quasi per scherzo aggiunsi: “Ma non è la mia Madonna”. Turbata e perplessa, Natuzza insiste: “Com’è la vostra Madonna?”. Faccio presente che per un figlio di san Francesco d’Assisi, quale ero io nell’iconografia francescana, la Madonna deve avere sempre il Bambino Gesù tra le braccia. Ma non persi tempo a rassicurare Natuzza. Le dissi che la sua Madonna era come la Madonna di Lourdes e di Fatima, che non hanno il Bambino tra le braccia; anche se la “Bella Signora” tra le mani ha la corona del Santo Rosario.</p>
<p>Natuzza, rasserenata e tranquillizzata, baciandomi la mano, esclama: “Eccellenza, sono felice!”.</p>
<p>Per la sua vita di fede a volte fuori dall’ordinario Natuzza ha dovuto e saputo soffrire, con coraggio, incomprensioni e diffidenze, a volte anche derisioni da parte di qualche ecclesiastico. Rimase invece sempre obbediente alla Chiesa, sostenuta da fede incrollabile, e ha proseguito il suo cammino nel fermo convincimento di dover assolvere una missione, quella cioè di portare agli uomini tutto l’amore possibile”.</p>
<p>Eloquente, conclude il vescovo Cortese nel suo ricordo – testimonianza – la confessione di uno dei figli di Natuzza sulla bara della sua mamma nel giorno dei solenni funerali, in un pomeriggio apocalittico di diluvio e di vento, alla presenza di migliaia e migliaia di fedeli.</p>
<p>Con la voce ferma, anche se rotta dal dolore e dall’emozione, il figlio dice: “Ti ringrazio perché mi hai spiegato sin da bambino che, oltre alla mia famiglia, composta da mamma Natuzza, papà Pasquale e altri quattro fratelli, io avrei avuto tanti fratelli e sorelle, perché bisogna amare il mondo intero”.</p>
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		<title>9. Valerio Marinelli biografo di Natuzza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 15:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Natuzza Evolo]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Marinelli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Valerio Marinelli, Ingegnere nucleare, e, per scelta, biografo di Natuzza  ha scritto dieci libri diversi su Natuzza Evolo. Nessuno meglio di lui conosce il fenomeno Evolo,<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Valerio Marinelli, Ingegnere nucleare, e, per scelta, biografo di Natuzza  ha scritto dieci libri diversi su Natuzza Evolo. Nessuno meglio di lui conosce il fenomeno Evolo, e nessuno meglio di lui può oggi considerarsi il vero unico grande biografo ufficiale della donna che “parlava con i defunti” e aveva le stigmate.</p>
<p>Valerio Marinelli nasce in Calabria, a Rosarno, il 9 maggio 1942, e si laurea in Ingegneria Nucleare presso il Politecnico di Torino nel 1967. Dal 1969 al 1975 è ricercatore presso il Centro Studi Nucleari della Casaccia del CNEN, l’attuale ENEA.</p>
<p>Lascia i ruoli dell’Università il 1° novembre 2012, ma in realtà rimane ancora oggi protagonista accademico di primissimo ordine al Campus di Arcavacata.Un uomo che lascia un segno indelebile della sua presenza e delle sue ricerche nella grande Università calabrese.</p>
<p>Un curriculum vitae come il suo metterebbe in crisi chiunque, è successo anche a noi, ma per fortuna è lui che fa il primo passo per evitarci di sentirci a disagio: “Se lei vuole – mi dice –  possiamo anche darci del tu”.</p>
<div id="attachment_9326" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9326" loading="lazy" class="size-medium wp-image-9326" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-300x300.png 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-150x150.png 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-100x100.png 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-85x85.png 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/18-Valerio-Marinelli-80x80.png 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-9326" class="wp-caption-text">Valerio Marinelli</p></div>
<p><strong>Professore, come nasce e quando nasce in lei l’idea di occuparsi di Natuzza? Quando, il suo primo incontro con lei?<br />
</strong>Alla fine del 1975, dopo aver lavorato per sette anni presso il Centro Ricerche e Studi Nucleari della Casaccia (Roma) in qualità di ricercatore, ero tornato in Calabria perché avevo avuto un incarico di insegnamento all’Università di Arcavacata. Qui ho incominciato a sentire parlare di Natuzza, della quale si raccontava che vedesse e parlasse con Gesù, con la Madonna, con i defunti e che avesse anche delle facoltà straordinarie più tangibili quali l’emografia, la bilocazione, le stimmate…</p>
<p>Poiché io avevo dei problemi irrisolti con la fede: ero stato educato in una famiglia cattolica ma dai tempi dell’Università  avevo smarrito la fede e mi chiedevo se Dio esistesse veramente o no, pensai che i fenomeni di Natuzza, se studiati e accertati come veritieri, potevano costituire delle prove importanti dell’esistenza di Dio e dunque, occupandomi anche di questo argomento, avrei potuto fare una cosa utile per me stesso e forse  per gli altri.</p>
<p>Iniziai leggendo il libro di Francesco Mesiano <em>I fenomeni paranormali di Natuzza Evolo</em> e interrogando alcuni testimoni ancora viventi. Poi, nel 1977, mi recai personalmente da Natuzza e le proposi di venire a trovarmi in bilocazione presso l’Università della Calabria, dove, insieme ad alcuni colleghi, avremmo ripreso con la telecamera la sua bilocazione per poterla verificare e studiare. Allora io avevo solo 35 anni ed ero piuttosto intraprendente e sicuro di me.</p>
<p>Tra tutte le sue facoltà, io ero attratto in particolare dalla bilocazione perché, secondo me, e anche secondo il parere di alcuni teologi e studiosi, essa costituisce una prova notevole dell’esistenza dell’anima, non potendosi proiettare a distanza un corpo fisico ma solo un elemento spirituale.</p>
<p>Natuzza, con grande semplicità, mi disse che la bilocazione non dipendeva da lei, ma avveniva quando e dove voleva Dio e mi spiegò che era molto difficile che Dio mi concedesse quella prova. Mi invitò comunque, se lo avessi voluto, ad interrogare qualche testimone (molto tempo dopo mi confidò che, in quell’occasione, l’angelo le aveva subito detto che io avrei scritto dei libri su di lei).</p>
<p>Dopo questo incontro crebbe in me il desiderio di approfondire tutto ciò che la riguardava e, nel mio tempo libero, incominciai a girare per tutta la Calabria e anche fuori regione per intervistare e interrogare varie persone che avevano interagito con lei e avevano avuto dei segni da parte sua. Così ben presto scoprii che Natuzza aveva svolto un’attività gigantesca di consiglio, di conforto, di conversione, di aiuto di vario tipo, nei confronti di una infinità di persone e che, al di là dei suoi pur importanti doni mistici, era stata e continuava ad essere un punto di riferimento e un’ancora di salvezza per tanta umanità sofferente, bisognosa di aiuto e di solidarietà.</p>
<p>Quanti dolori aveva lenito, quanti lutti e tragedie aveva contribuito a superare!</p>
<p>Ben presto trovai le risposte che desideravo ai miei dubbi religiosi e Natuzza mi diede la certezza della fede! Mi sembrò così importante registrare, anche attraverso i miei studi e i miei libri, le sue opere.</p>
<p><strong>Che ricordo ha? Che emozioni le lasciò? Che impressione reale le fece?<br />
</strong>Natuzza lasciava nell’animo di chi la visitava e anche in me una grande sensazione di semplicità, di serenità, di vicinanza umana, e uno si sentiva riconciliato con Dio e con gli altri.</p>
<p><strong>Dieci libri dedicati a Natuzza, cosa c’è dentro? Come vanno letti? O meglio, classificati?<br />
</strong>Quando, nel 1980, pubblicai il mio libro, dal titolo <em>Natuzza di Paravati</em>, pensavo di avere finito il mio lavoro su di lei, perché la mia ricerca aveva concluso che i suoi fenomeni erano autentici e che Natuzza era completamente credibile. Ma ella, quando le portai il libro, mi disse: “Vi chiedo scusa per quello che vi dico, ma è l’angelo che lo sta dicendo: il libro è povero di idee”. E per non dispiacermi molto, aggiunse: “Però quello che c’è scritto è tutto vero!”</p>
<p>Io allora capii che non avevo approfondito in modo adeguato gli aspetti spirituali di Natuzza e le dissi che avrei preparato una seconda edizione del libro. Ella invece mi disse di lasciare il libro senza modificarlo, così come era stato scritto, e mi suggerì di scrivere un secondo libro. Così, nel secondo libro, per il quale impiegai quasi cinque anni, sviluppai molto di più la spiritualità di Natuzza, i suoi doni interiori e il tema delle conversioni da lei operate.</p>
<p>Ormai mi sentivo molto legato a questa figura che aveva occupato un posto importante nella mia vita, e continuai ad annotare i nuovi eventi che la riguardavano, le nuove testimonianze che si aggiungevano e, scrivendo un libro dopo l’altro, realizzai una sorta di biografia a puntate, registrando i principali avvenimenti della sua vita in tempo quasi reale, per un totale di dieci volumi. L’ultimo contiene testimonianze di manifestazioni e grazie ottenute con la sua intercessione anche dopo la sua morte.</p>
<p>I volumi hanno un impianto simile, contenendo ogni volume notizie biografiche, testimonianze e documentazione di varia natura esposte in capitoli aventi spesso lo stesso titolo, in modo da rendere più facile l’approfondimento e lo studio dei vari aspetti della personalità e dei carismi di Natuzza: ad esempio tutti contengono un capitolo sulle visioni e i colloqui celesti, un capitolo sull’emografia, sulle sofferenze mistiche, sulla visione dei defunti… Possono essere considerati anche come una banca dati dalla quale altri autori possono attingere. Essi contengono anche tutte le interviste a Natuzza, comprese quelle fatte per la RAI dal dottor Pino Nano e tutti i colloqui documentati di Natuzza con Gesù e la Madonna.</p>
<p><strong>Se lei tornasse indietro rifarebbe questo lavoro monumentale?<br />
</strong>Non ne ho il minimo dubbio, anzi mi rammarico perché avrei potuto fare di più, ma gli impegni di lavoro e di famiglia non me lo hanno consentito.</p>
<p><strong>Quante altre volte ha poi visto e parlato con Natuzza?<br />
</strong>Ho avuto la fortuna di poterla frequentare assiduamente, specialmente prima che fossero instaurate le prenotazioni telefoniche, quando si poteva andare da lei liberamente, e anche dopo, ponendole una infinità di domande su tanti argomenti, spirituali e non.</p>
<p><strong>Cosa di più l’ha impressionata di questa vostra frequentazione?<br />
</strong>La sua umiltà profonda e sincera, non si poneva mai al di sopra di alcuno, nascondeva con modi di fare semplici e dimessi e con la dolcezza delle parole la sua pur forte personalità e la sua grandezza; inoltre si riconosceva chiaramente, nel suo continuo prodigarsi per gli altri, la sua enorme, enorme carità e compassione del prossimo.</p>
<p><strong>Ha mai dubitato del “fenomeno”?<br />
</strong>Da quando l’ho conosciuta, mai, anche se, pur raramente, qualche volta mi è accaduto di essere rimasto un po’ perplesso dalla sue risposte, ma quando, in un secondo tempo, sono ritornato sulla stessa questione chiedendo maggiori spiegazioni, lei mi ha chiarito sempre tutto in un modo molto limpido e convincente.</p>
<p><strong>Che approccio ha avuto, lei da fisico, con le stigmate? E con la bilocazione?<br />
</strong>Sono ingegnere, non fisico, il mio approccio è stato in questo caso piuttosto emotivo, perché ho toccato con mano le sue sofferenze, specie quando ho assistito un Venerdì Santo alla sua passione insieme a Gesù crocifisso.</p>
<p>Per questo aspetto delle sofferenze mistiche ho chiesto sempre il parere di medici e specialisti. Nel mio undicesimo libro <em>Natuzza tra scienza e fede</em>, sono raccolte le opinioni di molti medici sulle stimmate e sulle emografie. Tutti concordano nel pensare che si è di fronte a fenomeni non spiegabili per mezzo della scienza. Sulla bilocazione dirò in seguito.</p>
<p><strong>Natuzza parlava con gli angeli custodi? Ci ha mai creduto?<br />
</strong>Le risposte che dava Natuzza, in varie situazioni, andavano ben oltre l’intelligenza umana. Era capace, nel caso di malattie, di fare immediate diagnosi mediche di grande esattezza, anche con l’ammalato a distanza, come riscontrato anche da medici nel libro sopra citato. Io stesso ho verificato più volte l’acutezza e la veridicità delle sue risposte. Talvolta mi è capitato di essermi recato da lei con una lunga lista di domande e, dato che non c’era tempo e lei era molto stanca, mi sono sentito dare da lei, senza io avessi domandato alcunché, una unica risposta panoramica che toccava molte delle domande che avevo scritto sul mio appunto.</p>
<p><strong>C’è un ricordo personale con Natuzza che le è rimasto dentro per sempre?<br />
</strong>Tra i vari ricordi mi viene in mente quando fui testimone di un presunto miracolo che però non riuscii a documentare in modo adeguato perché non fu possibile rintracciare i protagonisti. Lo chiamerò il “miracolo del bambino sordomuto.”</p>
<p>Un mattino, nel 1985, io mi trovavo a casa di Natuzza e partecipavo al servizio d’ordine per disciplinare l’afflusso dei visitatori. Venne una signora non prenotata con un bambino che insisteva a farsi ricevere da Natuzza. Le signore del servizio le dissero che avrebbero fatto entrare solo il bambino. Io notai che questo bambino, di circa 10 anni, aveva un’espressione un po’ intontita.</p>
<p>Natuzza, uscita dalla porta, tirò a sé il bambino, lo abbracciò e l’accarezzò. Io osservai la scena e pensai: “Natuzza ora lo guarisce con le sue mani”.</p>
<p>Immediatamente Natuzza si volse verso di me fulminandomi con uno sguardo severo e di rimprovero e portò con sé il bambino nella stanzetta in cui riceveva.  Alcuni minuti dopo uscì con il bambino e lo porse alle signore che lo restituirono alla mamma, che era rimasta fuori all’esterno.</p>
<p>Il giorno dopo sentii dire che il bambino era stato miracolato perché la sua mamma aveva di nuovo bussato alla porta piangendo e aveva riferito alle stesse signore, che io conosco personalmente, che il bambino non parlava e non sentiva e, quando aveva raggiunto la mamma aveva parlato dicendole: “Mamma, Natuzza ti manda i suoi saluti”.</p>
<p>Purtroppo non fu possibile rintracciare i genitori del bambino, gente semplice e modesta, venuta dalla Puglia. Furono visti entrare nella chiesa di Paravati dalla mamma del parroco e pregare di fronte alla statua di San Francesco e di altri santi.</p>
<div id="attachment_9346" style="width: 786px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9346" loading="lazy" class="wp-image-9346 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-1024x678.jpg" alt="" width="776" height="514" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-1024x678.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-768x509.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-1536x1017.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-220x146.jpg 220w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-960x636.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace-1019x675.jpg 1019w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/01/20-Natuzzacon-il-marito-Pasquale-Nicolace.jpg 1776w" sizes="(max-width: 776px) 100vw, 776px" /><p id="caption-attachment-9346" class="wp-caption-text">Natuzzacon il marito Pasquale Nicolace</p></div>
<p>Tutti ci chiedevamo se questo miracolo fosse avvenuto realmente e Pasquale, il marito di Natuzza, in mia presenza, chiese in modo perentorio alla moglie: “Natuzza, chiedi all’angelo se il miracolo è avvenuto e fatti dare il nome di queste persone!”. Natuzza, subito, rispose: “Questo non lo chiederò mai all’angelo. Come sarebbe bello che il Signore facesse dieci miracoli al giorno, senza che nessuno di noi lo sapesse!”</p>
<p><strong>Come crede che andrà a finire il processo di beatificazione?<br />
</strong>Sono certo che il processo si concluderà con la canonizzazione di Natuzza perché lei ha glorificato molto il Signore amando il prossimo come Lui vuole e il Signore la porterà all’onore degli altari. Sui tempi necessari ovviamente è difficile dire alcunché. Ad esempio, l’imprevisto del coronavirus ha ritardato sicuramente lo svolgimento del processo diocesano per l’accertamento delle virtù eroiche.</p>
<p><strong>Lei ritiene ci siano i “frutti” che il tribunale ecclesiastico va cercando?<br />
</strong>I frutti ci sono certamente. Ha convertito mezza Calabria, tanta gente in Sicilia, nelle Puglie, in Toscana, in Sardegna e non solo. I suoi cenacoli di preghiera, intitolati al “Cuore Immacolato di Maria” sono attivi e operanti in Italia, negli Stati Uniti, in Australia.</p>
<p><strong>Quante sono le vicende miracolose che lei ha catalogato?<br />
</strong>Ci sono molti “presunti miracoli” ottenuti in vita e alcuni ottenuti dopo la sua morte, ma è prematuro parlare di questo, su cui a tempo debito la Chiesa farà le sue inchieste mediche e teologiche.</p>
<p><strong>Cosa diceva Natuzza delle sue ferite durante la Settimana Santa di Pasqua?<br />
</strong>Non le chiamava mai stimmate, solo ferite. Per umiltà diceva che forse erano una malattia che un giorno la scienza avrebbe spiegato, ma, ovviamente, sapeva benissimo che erano il segno della sua intima unione con Gesù Crocifisso e che le sue sofferenze servivano per la salvezza delle anime.</p>
<p><strong>Se Natuzza fosse vissuta altrove, non in Calabria, avrebbe raccolto lo stesso entusiasmo popolare?<br />
</strong>Sono certo di sì, anche se lei era tipicamente una donna del sud. Del resto la sua risonanza è nazionale e mondiale.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8740 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/17-.jpg" alt="" width="480" height="278" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/17-.jpg 480w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/17--252x146.jpg 252w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/17--50x29.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/17--129x75.jpg 129w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></strong></p>
<p><strong>Quanto la stampa, la televisione hanno contribuito a farne un “caso-internazionale”?<br />
</strong>Certamente la stampa e soprattutto la televisione hanno contribuito enormemente alla sua popolarità. Molti, come risulta dalle testimonianze, hanno avuto un forte beneficio spirituale dal solo vedere la sua immagine e sentire la sua voce in TV.</p>
<p><strong>Ha un progetto ancora inedito e da ultimare sulla vicenda?<br />
</strong>Sto preparando una monografia sulle bilocazioni di Natuzza, che, come è noto, avvenivano con varie modalità: Natuzza in bilocazione poteva essere vista parlando talvolta con lei come se fosse stata veramente presente col suo corpo reale, poteva rimanere invisibile ma essere percepita per mezzo di profumi, di voci o rumori; spostare oggetti, trasportare qualcosa da un posto all’altro, lasciare misteriose tracce di sangue ed emografie a distanza.</p>
<p>Questo lavoro è uno studio abbastanza completo sulle bilocazioni di Natuzza di cui sono venuto a conoscenza. C’è anche la documentazione di una prova scientifica: è stato accertato, presso un istituto di Medicina legale, che una macchia di sangue bilocativo lasciato da Natuzza sulla federa del cuscino di una persona aveva lo stesso gruppo sanguigno del sangue di Natuzza, mentre gli abitanti della casa in cui avvenne quella bilocazione, due coniugi di Catanzaro, avevano gruppi di sangue diversi.</p>
<p><strong>Che cosa secondo lei non è stato ancora raccontato bene di Natuzza?<br />
</strong>Per quanto si scriva su Natuzza, ella rimane sempre un personaggio misterioso, perché è stata fortemente afferrata e plasmata da Dio e, per quanti sforzi si facciano, non è mai del tutto decifrabile e rivelabile in tutte le sue sfaccettature. Poi lei era riservatissima e nessuno, neanche i figli o il marito sapevano tutto ciò che realmente le accadeva. Si potrebbe probabilmente approfondire ancora di più la sua spiritualità.</p>
<p><strong>Un film o una fiction su Natuzza: può essere utile a fare di questa donna un’icona mediatica?<br />
</strong>Credo che al momento sia prematuro. Potrà essere utile in futuro, almeno dopo la sua beatificazione.</p>
<p><strong>Perché lei ha sempre vissuto questo suo rapporto con Paravati in silenzio, quasi di nascosto?<br />
</strong>In parte per il mio carattere e poi credo che ognuno di noi abbia un compito da svolgere.</p>
<p><strong>Ha mai avuto paura di essere “mal giudicato” dal mondo scientifico per il suo approccio a Natuzza?<br />
</strong>Certamente qualche critica l’ho avuta, ma non me ne sono fatto mai dei problemi, anche perché ho cercato sempre di svolgere le mie attività accademiche con serietà. Alla fine del mio corso di Fisica Tecnica, per molti anni, nell’ultimo giorno di lezione, dicevo ai miei studenti: “Il programma del corso lo abbiamo terminato ed ora vi parlerò di Natuzza. Naturalmente siete liberi di andare via”. Ma la maggior parte di essi rimaneva. E così, per un’ora abbondante, parlavo e discutevo con loro della mia esperienza con Natuzza. Molti di questi studenti, vari anni dopo, mi hanno riferito di ricordare ancora quell’incontro con emozione.</p>
<p>Lasciamo Valerio Marinelli che è già sera avanzata, ma il tempo è volato via per due motivi semplicissimi: primo, perché sentirlo parlare di Natuzza è straordinariamente affascinante, e forse questo è il meno.</p>
<p>Secondo, la vera magia di questo nostro incontro è il modo articolato e severo come il “professore” e lo “scienziato” si è avvicinato al fenomeno “Natuzza Evolo”, al suo approccio scientifico a questa povera donna calabrese, e la chiave di lettura che alla fine ne dà ma che fanno di Natuzza Evolo un vero personaggio della storia moderna. Da indagare ancora.</p>
<p>Valerio Marinelli non ha dubbi su questo ma partendo proprio dalle mille cose belle che ci ha appena riservato e affidato.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8789 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-1024x932.jpg" alt="" width="1024" height="932" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-1024x932.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-768x699.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-1536x1398.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-2048x1864.jpg 2048w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-160x146.jpg 160w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-50x45.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-82x75.jpg 82w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-824x750.jpg 824w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/natuzza-evola-742x675.jpg 742w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
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		<item>
		<title>1. Dedicato ad Alvaro</title>
		<link>https://www.calabriain.online/reportage/corrado-alvaro/dedicato-ad-alvaro/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=dedicato-ad-alvaro</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Sep 2019 09:19:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mio padre? Lo ricordo così &#8220;Una vita piena, sofferta, e un grande cuore, anche se quel senso del pudore tutto calabrese gli impediva di essere tenero<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mio padre? Lo ricordo così</strong></p>
<p>&#8220;Una vita piena, sofferta, e un grande cuore, anche se quel senso del pudore tutto calabrese gli impediva di essere tenero persino con suo figlio. Ma mi voleva un gran bene, ne sono certo: al punto da pretendere che non facessi lo scrittore perché a farlo realmente, diceva, si soffre, si soffre&#8221;.</p>
<p>Ha l&#8217;aspetto e il colore di quei contadini-pescatori che scendevano ogni sera di sabato alla praja per varare lampàre nello Jonio, un aspetto asciutto e levigato, e il color delle brocche di Squillace, o dei calanchi prossimi a San Luca. Non glielo dico, per timore di far della retorica; gli dico invece, e penso non gli spiaccia, che nessuno, vedendolo, potrebbe mai smentire la sua origine, e lui sorride, ribatte divertito:</p>
<p>“La cosa strana è che son nato altrove, a Bologna per la precisione; ma con il nome che mi trovo addosso, non trovo strano che tutti, lei compreso, mi ritengano un vero calabrese&#8221;.</p>
<p>Siamo in un ufficio RAI di Via del Babuino, a Roma: scrivania, telefono, e da una parte un mobiletto anonimo con sopra una radio vecchio stampo su cui troneggia uno scarpone che par sfilato da un piede di Charlot. In questa stanza lavora da alcuni anni Massimo Alvaro, figlio di Corrado, lo scrittore che tutti conosciamo, di cui ricorre il ventennale della morte. E allora eccoci qui con lui, con questo figlio, a parlare del padre celebre e di ciò che per lui ha rappresentato… Cominciamo?</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9435 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/1-Massimo-alvaro-figlio-di-Corrado-copia-2-2-copia.jpg" alt="" width="283" height="379" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/1-Massimo-alvaro-figlio-di-Corrado-copia-2-2-copia.jpg 283w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/1-Massimo-alvaro-figlio-di-Corrado-copia-2-2-copia-109x146.jpg 109w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/1-Massimo-alvaro-figlio-di-Corrado-copia-2-2-copia-37x50.jpg 37w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/1-Massimo-alvaro-figlio-di-Corrado-copia-2-2-copia-56x75.jpg 56w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" /></p>
<p>&#8220;Ecco, sì, diciamo subito che avevo per lui un rispetto enorme. È stato un esempio come uomo, come regola di vita: un esempio di onestà e rettitudine, moralità. Era anche un grande scrittore, riconosciuto come tale, e avrebbe potuto perciò trarre abbondante acqua al suo mulino, avere una vita diversa e dare anche a me una vita diversa. Invece non è mai riuscito a trarre grande profitto dal suo nome: almeno dal punto di vista economico.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9436 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/2-Corrado_alvaro.jpg" alt="" width="500" height="557" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/2-Corrado_alvaro.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/2-Corrado_alvaro-131x146.jpg 131w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/2-Corrado_alvaro-45x50.jpg 45w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/2-Corrado_alvaro-67x75.jpg 67w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Quando è morto, in casa non c’era una lira. Se ne era andato tutto per la malattia; morto di tumore. E insomma questo era mio padre: un uomo schivo, severo con se stesso e con gli altri. Per quanto ricordi, non ci sono mai stati momenti di grande effusione o quanto meno di tenerezza, fra me e lui.</p>
<p>Forse era una forma di timidezza, un esagerato senso di pudore che ho poi riscontrato altri calabresi, fatto sta che era incapace di slanci d&#8217;affetto. Non ricordo mai di aver visto mio padre e mia madre andare insieme a braccetto, e non certo per colpa di mia madre, che da buona romagnola era invece tutta slanci. Lui, lui. Io lo adoravo, sia come padre che come uomo e come scrittore. Lo ponevo sugli al tari, per così dire, e lui se ne rendeva perfettamente conto, e credo soffrisse a non potere esternare nei miei confronti ciò che realmente sentiva quel senso di pudore tutto ca labrese, casa non c&#8217;era una lira. Se ne era andato tutto per la malattia; morto di tumore. E insomma questo era, voglio dire, che gli impediva magari di gettarmi le braccia al collo e baciarmi; no, questo non sarebbe mai accaduto, e allora diceva con un magro sorriso: Povero Massimo, mi deve digerire tutti i giorni&#8230;.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9437 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/3-alvaro.jpg" alt="" width="285" height="296" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/3-alvaro.jpg 285w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/3-alvaro-141x146.jpg 141w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/3-alvaro-48x50.jpg 48w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/3-alvaro-72x75.jpg 72w" sizes="(max-width: 285px) 100vw, 285px" />Il rifiuto di qualsiasi compromesso</strong></p>
<p>&#8220;Certo non mi sarei mai sognato di contestarlo. Certi atteggiamenti critici nei suoi riguardi li ho avuti soltanto do po la sua morte, e mi son detto, ecco, che in molte cose aveva torto: quel suo essere tutto d&#8217;un pezzo, la sua intransigenza verso se stesso e gli altri: a cosa approdava tutto questo? Con il suo nome e il suo prestigio, lo ripeto, avrebbe potuto non avere preoccupazioni di alcun genere dal punto di vista economico, avrebbe potuto per così dire vivere di rendita, e invece fino all&#8217;ultimo ha dovuto stare al chiodo, faticare, lavorare sodo, scrivere articoli per i giornali per tirare avanti la famiglia. E questo credo sia stato uno dei suoi più grandi crucci: non essersi potuto dedicare interamente, esclusivamente al suo mestiere di scrittore.</p>
<p>Se avesse potuto lasciare il giornalismo, che lo impegnava enormemente, avrebbe scritto chissà quali e quante cose importanti; invece doveva scrivere i suoi articoli, che era no poi quelli che, in definitiva, gli permettevano di sbarcare il lunario. Una gran fatica. Certo, se avesse voluto, avrebbe potuto anche piantarla con il giornalismo; ma non era tipo da arrivare a compromessi. In epoca fascista a casa nostra veniva spesso Bottai. Corrado, gli diceva, prendi la tessera. Tl faccio Accademico. Essere accademico a quei tempi significava aver risolto ogni problema. Ma lui non voleva saperne. Preferiva arrabattarsi, sudare le camicie sulla macchina da scrivere.</p>
<p>&#8220;Era un uomo preciso, metodico — l&#8217;impiegato di se stesso: avrebbe potuto timbrare il cartellino. Si alzava la mattina alle sette, prendeva un cap puccino e si metteva alla scrivania, davanti alla grande finestra da cui si vedeva Piazza di Spagna. D&#8217;inverno, non essendoci in casa riscaldamento, si avvolgeva le gambe in un plaid di lana, e cominciava a picchiare&#8230; Lavorava ininterrottamente sino alle 13, si pranzava e poi lui andava a fare il pisolino.</p>
<p>Quando si alzava nel tardo pomeriggio, usciva: da solo, o con Pannunzio e qualche altro amico, andava avanti e indietro per il Babuino, da Piazza di Spagna a Piazza del Popolo, chiacchierando, discutendo. Alle 21 tutti a tavola, e su questo era intransigente: se ero con amici, io dovevo piantarli lì e correre a casa. Non tollerava il minimo ritardo, cominciava a stare in apprensione. In questo credo che fosse molto calabrese, aveva conservato intatte tutte quelle abitudini patriarcali&#8230; Ma in definitiva era molto calabrese in tutto”.</p>
<p><strong>La Calabria se la portava dentro</strong></p>
<div id="attachment_9438" style="width: 811px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9438" loading="lazy" class="wp-image-9438 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca.jpg" alt="" width="801" height="534" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca.jpg 1000w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-112x75.jpg 112w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/4-alvaro-a-san-luca-960x640.jpg 960w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /><p id="caption-attachment-9438" class="wp-caption-text">Alvaro a San Luca</p></div>
<p>“La Calabria se la portava dentro, e quando gli riusciva di farlo correva a San Luca. In fondo è rimasto un immigrato: si era inurbato, ma non integrato. Era felice quando in casa venivano dei calabresi.</p>
<p>Era un via-vai di calabresi in casa nostra: gente, povera gente che il più delle volte aveva dei problemi da risolvere, e veniva da mio padre per farsi raccomandare. Arri vavano, ricordo, con scatole e panieri -—  il &#8220;presente&#8221; -— come Renzo da Azzeccagarbugli. Mio padre li accoglieva tutti alla stessa maniera, quasi con entusiasmo, e si metteva a parlare con loro di San Luca, e dei vivi e dei morti. Ci si trovava bene con questa gente, e si vedeva. Una volta mi raccontò di una donna che gli aveva chiesto se davvero stesse per scoppiare la guerra con l&#8217;Abissinia, e mio padre le disse che  sì, e lei disse: Peccato che il figlio mio è morto, sennò poteva andare anche lui a guadagnarsi qualcosa. Agghiacciante. Ma sembrava davvero che il destino di gran parte dei calabresi non potesse essere altro che questo: andare in guerra, emigrare&#8230; Mio padre ce l&#8217;aveva col ceto medio, il ceto medio calabrese, che giudicava apatico, pettegolo, fuori della storia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9430 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/5.jpg" alt="" width="532" height="449" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/5.jpg 532w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/5-173x146.jpg 173w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/5-50x42.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/5-89x75.jpg 89w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /></p>
<p>&#8220;Questo era mio padre: un riccio apparentemente, un uomo chiuso e impenetrabile; ma se si riusciva a forare la corazza, allora si otteneva tutto da lui. In casa nostra non entravano molte persone &#8211; c&#8217;era per così dire un gran rispetto del focolare; ma quelle poche erano davvero di casa, trattate con molto affetto e familiarità. Ezio Taddei, per esempio: arrivava e si metteva con noi a tavola e mio padre era felice di poter discutere con lui di arte, di politica o delle cose di tutti i giorni, &#8220;Spesso venivano a trovarlo giovani scrittori, ragazzi che cominciavano allora, e lui era prodigo di suggerimenti, di consigli. Aveva grande curiosità verso i giovani, e si augurava che per essi fosse tutto più facile.</p>
<p>Per lui, invece, tutto era, o almeno sembrava, molto faticoso: il rapporto umano, come la stesura di un articolo. Con mia madre, per esempio &#8211; anche con lei sembrava molto distaccato, e lei, da buona roma gnola, saliva spesso di giri, era molto critica, verso di lui. Ma credo si volessero un gran bene.</p>
<p><strong> </strong><strong>La casa di Vallerano ultimo rifugio</strong></p>
<p>Il declino di mia madre cominciò dopo la morte di mio padre. Andò a chiudersi nella casetta che avevamo comprato a Vallerano, nel Viterbese, e non volle più tornare nella casa, di Piazza di Spagna, dove tutto le ricordava l&#8217;uomo che non c&#8217;era più.</p>
<p>&#8220;La casa di Vallerano fu uno degli amori di mio padre. Come, prima, il Monte Argentario. A Santa Liberata, sull&#8217;Argentario, avevamo preso in fitto una casa — 500 lire all&#8217;anno, — e mio padre ci andava spessissimo. Finchè non scoprì il Viterbese, la casa di ValIerano: la comprò, la fece restaurare. Si chiudeva dentro, lavorava, faceva grandi passeggiate nel bosco. Io andavo qualche volta a trovarlo e lui era felice di avermi con lui. Solo che alla lunga mi annoiavo: c&#8217;era un silenzio enorme, dentro e fuori, non si sentiva altro che la macchina da scrivere di mio padre. Per lui ValIerano era l&#8217;ideale: meditava di ritirarsi lì prima o poi e di fare sporadicamente qualche puntata a Roma giusto per rivedere qualche amico. Ora anche la casa di Vallerano è venduta.</p>
<p>&#8220;Il sogno segreto di mio padre era quello di fare l&#8217;agricoltore. Quando andava a Vallerano passava ore con il contadino che ci lavorava il pezzetto di terra a parlare di semine concimi colture&#8230; Era il grande amore per la terra. Parlava sempre, ricordo, di un fondo che il nonno aveva in Calabria, <em>Vorea</em>, un pezzo di terra dove c&#8217;erano due-tre alberi di more di gelso e certi piccoli carciofi spinosi. Di quelle more non ne ho mangiate mai più &#8211; more bianche, dolcissime: esistono ancora?</p>
<p><strong>A suo padre dava del ”voi”</strong></p>
<div id="attachment_9431" style="width: 184px" class="wp-caption alignleft"><img aria-describedby="caption-attachment-9431" loading="lazy" class="wp-image-9431 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro.jpeg" alt="" width="174" height="240" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro.jpeg 716w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro-106x146.jpeg 106w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro-36x50.jpeg 36w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro-54x75.jpeg 54w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro-543x750.jpeg 543w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/6-Padre-di-C.Alvaro-489x675.jpeg 489w" sizes="(max-width: 174px) 100vw, 174px" /><p id="caption-attachment-9431" class="wp-caption-text">Padre di Corrado Alvaro</p></div>
<p>&#8220;Aveva un&#8217;adorazione per il padre. Era un ometto buffo il nonno: in Calabria, a San Lu ca, lo chiamavano lu cavaleri: faceva l&#8217;insegnante, il maestro, ma credo non fosse neanche abilitato a farlo. Riuniva dei ragazzi all&#8217;aperto e faceva lezione: raccoglieva un fiore e spiegava com&#8217;era fatto, ac chiappava un insetto e faceva altrettanto&#8230; e poi parlava del mondo lontano in cui lui non era mai stato: l&#8217;Affrica, l&#8217;America Grande, l&#8217;America Piccola&#8230; Di fronte a mio non no, mio padre stava in uno stato di vera soggezione come un subalterno davanti al superiore. E gli dava del voi: Pa dre, come state? Padre, volete qualcosa? Una forma di dolce sudditanza. Ricordo quando il nonno veniva a Roma: usciva di casa di prima mattina e re stava fuori tutta la mattinata, rientrando puntuale per l&#8217;ora del pranzo. Mio padre gli chiedeva: Dove siete stato, padre? E lui elencava i posti dov&#8217;era stato: il Pincio, il Gianicolo, San Pietro, il Colosseo, San Giovanni&#8230; Sembrava avesse fatto il tour de Rome, al completo. E mio padre: Chissà quanti mezzi vi sarà toccato prendere. Vi siete regolato bene? Mio nonno si toglieva il cappello, come a far respirare il cranio: Nessun mezzo, rispondeva. L &#8216;ho fatta a piedi. Roba da barzellette.</p>
<p>&#8220;Se mio padre aveva quella gran venerazione per lui, lui era orgogliosissimo del figlio. Entrambi facevano di tutto per dimostrare agli Stranges la famiglia rivale di San Luca che gli Alvaro valevano qualcosa. Mio padre si sobbarcò a spese enormi per fare studiare i fratelli, e lui, con gran sacrificio, diventò quel che diventò.</p>
<p><strong>Il piacere di scrivere ma che fatica!</strong></p>
<p>Scrivere è più bello che fare l&#8217;amore, diceva. In realtà, scrivere gli costava il più delle volte un&#8217;enorme fatica: di alcuni romanzi — Belmoro, per esempio, di 600 pagine, — trovammo quattro rifacimenti. Tutto doveva funzionare come voleva lui, altrimenti non era soddisfatto. Anche gli articoli, per i quali in genere non si va tanto per il sottile, a lui costavano una fatica enorme: li scriveva, li riscriveva, tagliava, limava &#8211; ci sudava sopra finché, almeno secondo il suo punto di vista, non erano perfetti.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9432 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/7-alvaro-web1.jpg" alt="" width="500" height="645" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/7-alvaro-web1.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/7-alvaro-web1-113x146.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/7-alvaro-web1-39x50.jpg 39w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/7-alvaro-web1-58x75.jpg 58w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>&#8220;Le sue letture preferite erano i classici latini e greci, che leggeva nell&#8217;originale. Conosceva benissimo sia il latino che il greco, e questo gli servì a qualcosa. Quando dopo l&#8217;8 settembre scappò e si rifugiò a Chieti facendosi chiamare &#8220;professor Giorgi&#8221; visse facendo ripetizioni di latino e greco a dei ragazzi&#8230; Fu un periodo duro, quello. Le sue idee politiche lo avevano messo spesso nei guai: nel &#8217;24, quando faceva il critico teatrale per Il Mondo, fu bastonato a sangue. Ma lui non volle mai dire da chi. Non nutriva odio per nessuno, semmai disprezzo. Diceva pane al pane, vino al vino, senza peli sulla lingua per intenderci; e questo gli costava spesso antipatie, inimicizie palesi o nascoste. “Era molto critico anche nei riguardi delle sinistre, che pure, nel dopoguerra, aveva apertamente appoggiato. E non era certo tenero con il Vaticano. Era sicuramente anticlericale, però credeva nel trascendente: era religioso a modo suo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9433 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1.jpg" alt="" width="500" height="502" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-300x300.jpg 300w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-150x150.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-100x100.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-145x146.jpg 145w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-50x50.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-75x75.jpg 75w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-85x85.jpg 85w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/8-CORRADO-ALVARO-GUERRA-15-18-1-80x80.jpg 80w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>&#8220;Lo vidi arrabbiato una sola volta, nel &#8217;40, quando gli arrivò la cartolina del richiamo alle armi. Era tenente-colonnello di fanteria, e ricordo che andava su e giù per la stanza, nervosamente, agitando gli stivali che teneva in mano, urIando: Ecco, quando è il momento siamo sempre buoni!</p>
<p>Carne da macello&#8230; La guerra per lui era una cosa insensata: la prima, quella quindici-di ciotto, gli aveva lasciato i segni nelle braccia &#8211; ferite gravi.</p>
<p><strong>Una vita sofferta e un grande cuore</strong></p>
<p>&#8220;E così, questo è un riassunto di mio padre come lo ricordo.</p>
<p>Una vita piena, sofferta, e un grande cuore, anche se quel senso di pudore tutto calabrese gli impediva di essere tenero persino con suo figlio. Ma mi voleva un gran bene, ne sono certo: al punto da pretendere che non facessi lo scritto re, perché a farlo realmente, diceva, si soffre, si soffre. Per il resto, nessuna limitazione: avevo tutte le libertà possibili e immaginabili.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-9434 aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2.jpg" alt="" width="286" height="385" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2.jpg 743w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2-108x146.jpg 108w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2-37x50.jpg 37w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2-56x75.jpg 56w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2-557x750.jpg 557w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/9-alvaro2-502x675.jpg 502w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" /></p>
<p>&#8220;Gli ultimi tempi? Be&#8217;, gli ultimi tempi furono i più tristi. Lo ricordo bene mio padre: era come uno sbandato, rattristato da quello che succedeva, angosciato dall&#8217;idea che non ci fossero più rimedi possibili. La storia di Belmoro &#8211; ha letto quella storia? Magnitudo, Energheiton, Lipona, l&#8217;Orga- nizzazione Mondiale Malvagi…   Non è storia d&#8217;oggi? Tutto è accaduto, tanto per usare il titolo di un altro suo libro, e quasi mi conforta l&#8217;idea ch&#8217;egli riposi ormai in pace. Da vivo, dove avrebbe potuto mai trovare conforto al giorno d&#8217;oggi? Sull&#8217;Argentario? No, l&#8217;hanno rovinato: chiasso, speculazione edilizia e chi più ne ha più ne metta. Quanto a Vallerano, il silenzio si è rotto anche lì: tutto mondo è paese.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-photo su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="max-width:100%" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":true,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":false,"autoPlay":3000,"imagesLoaded":true,"contain":false,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512eba2c55"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/alvaro.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="340" height="227" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/alvaro.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/alvaro.jpg 340w, 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<p>Nella foto di apertura, Alvaro nel ritratto di Renato Guttuso.</p>
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		<title>2. La madre di Alvaro. “Quel figlio d’oro”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 15:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenico Zappone Siede tutta sola presso la finestra e si fa vento con un cartoncino. È una donna avanti negli anni, un po’ curva, con belle<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.calabriain.online/esperienze/zappone-chi-era/"><strong>Domenico Zappone</strong></a></p>
<p>Siede tutta sola presso la finestra e si fa vento con un cartoncino. È una donna avanti negli anni, un po’ curva, con belle mani forti, giovanili, mani che hanno fatto il pane fin quando hanno potuto. Veste di nero e calza babucce di panno. I capelli, radi e bianchi, divisi da una sottile riga, son pettinati a treccine, tenute ferme al sommo del capo da una fettuccia.</p>
<p>È una qualsiasi donna di paese senza nulla di eccezionale la madre di Corrado Alvaro, e questo un poco delude, perché la madre di uno scrittore chi sa uno come se l’immagina, chi sa quali segni vorrebbe scorgerle negli occhi o sul viso.</p>
<p>Come io entro nella stanza che è nuda, disadorna, con un piccolo letto di ferro e uno stipo a muro, Antonia Giampaolo non alza nemmeno per curiosità il capo, ma continua quietamente ad agitare il cartoncino. Ha davanti sui braccioli di una sedia un fascio di calze, ma. «C’è tempo per rivederle» sembra pensare, chiusa in una sua impenetrabile dimensione.</p>
<p>«Questo signore è un amico di Corrado» le fa ora il figlio don Massimo, chinandosi verso di lei, che, con lentezza, muovendo appena la fronte, mi osserva senza interesse, né mi chiede come stia il figlio lontano quando le dico, fingendo, che Corrado sta bene e a mio mezzo le manda tanti saluti, o vuol sapere nulla della nuora, del nipote. «Corrado sta bene e le invia tanti cari saluti» ripeto dopo un attimo per avviare il discorso, e quella continua a fissarmi in maniera curiosa, quasi avesse un peso sulla nuca.</p>
<div id="attachment_9478" style="width: 375px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9478" loading="lazy" class="wp-image-9478 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-1.jpg" alt="" width="365" height="548" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-1.jpg 400w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-1-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-1-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-1-50x75.jpg 50w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /><p id="caption-attachment-9478" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Foto Don Massimo</span></p></div>
<p>Adesso le chiedo come si sente dopo la malattia di due anni fa. Con esile voce: «È caldo» risponde, come per dire che sta male a causa del caldo; infatti è affannata, pallida, parla con fatica.</p>
<p>Scorgo dalla finestra le tegole dei tetti vicini. Il paese di Caraffa, sulla costa jonica calabrese, arde nella vampa d’agosto in un calmo delirio bianco, e questo palazzetto decrepito, di un tardo Rinascimento corrotto, va paurosamente in rovina. Di colpo ho la percezione di aver turbato un ordine, un antico ritmo fatto di gesti e di echi, sicché, intimidito dalla stessa mia voce, sto per andarmene in punta di piedi, quando, non so come, mi induco ad un ultimo tentativo, e, indicando le calze, dico che anche Corrado usa, d’inverno, portarne di simili, che tengono ben caldo e preservano dall’umidità; ma la donna, di impeto, solleva il capo, risponde che suo figlio non usa quelle calze. «Usa calze di seta» obietta vibrante; e ormai il gelo è rotto, il discorso, magari intervallato da lunghe pause, è ormai avviato.</p>
<p>«Era un figlio d’oro, da bambino, un vero figlio d’oro» mi dice «che non diede mai un dispiacere né a me né a suo padre. Tutti a San Luca gli volevano bene, e i compagni lo rispettavano come un comandante; ma lui ad una cert’ora interrompeva il gioco, veniva sotto la finestra: &#8220;È l’ora?&#8221; chiedeva al padre, e quello gli rispondeva che non era l’ora, che avrebbe pensato lui a chiamarlo e perciò giocasse in pace; però Corrado quel pensiero ce l’aveva ormai in testa, il gioco non lo divertiva più».</p>
<p>Questo il primo ricordo della madre, che rievoca trasognata, come se parlasse a se stessa, poi ricade nel solito mutismo, in quel suo modo di essere assente e presente, per cui la battuta è sempre improvvisa o imponderabile. Infatti, come risvegliandosi, dopo un poco sillaba: «A quei tempi Corrado era il più sapiente che ci fosse a San Luca; quando andava alla dottrina dallo zio Giampaolo, quello che primo intuì le qualità del ragazzo e ne parlò al padre, ricordava tutto a mente. All’uscita di chiesa le donne se lo contendevano, volevan che lui ripetesse quanto avevano udito e già dimenticato». (“Le donne erano giovani &#8211; che mi stringevano fanciullo &#8211; ai polsi e alle ginocchia &#8211; dicendomi: Canta l’inno della Madonna, &#8211; e io mi smarrivo nei loro occhi”). E poi: «Sempre mi veniva alle gonnelle, diceva che un giorno mi avrebbe comprato un pettine, un piatto, una scodella e una poltrona d’oro». (“Quando i figli sono grandi non trovano più la via per dire le parole buone di un tempo, e tanto meno quelle che i ragazzi poveri sanno dire, come per esempio: Quando sarò grande ti farò una pentola d’oro, un piatto d’oro”). «Mi chiedeva spesso se gli volevo bene, almeno quanto lui me ne voleva, e si spazientiva se tardavo a rispondergli». (“Vostra madre vi vuol bene? chiese Florestano. ‘Molto me ne vuole’. Gli si inumidirono gli occhi, a tradimento, come se sentisse curva la voce materna. ‘Me ne vuole, ma siamo abituati ormai a pensarci da lontano. Me ne vuole come se mi avesse perduto, e io lo stesso, Ma lei sa sempre dove io mi trovo”).</p>
<p>«S’incantava a Natale davanti al presepio, e il padre sempre gliene costruiva uno in casa. Una volta che Corrado rimase un poco più a lungo in chiesa per la cerimonia dell’Epifania, quando rientrò e vide che il padre aveva già distrutto il presepe, pianse come se gli avessero strappato il cuore. A Roma poi volle che gli spedissimo i pastori da Gioiosa».</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-8811 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro.jpg" alt="" width="354" height="629" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro-82x146.jpg 82w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro-28x50.jpg 28w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro-42x75.jpg 42w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro-422x750.jpg 422w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Antonia-Giampaolo-madre-Alvaro-380x675.jpg 380w" sizes="(max-width: 354px) 100vw, 354px" /></p>
<p>Sono nitidi i ricordi che la madre ha del figlio fanciullo, di quando era a San Luca e se lo vedeva sempre dattorno come un caprettino bizzarro. Poi c’è una frana nella memoria, un vuoto buio e amaro, squarciato qua e là da qualche balenìo. La madre infatti non ricorda (o dice di non ricordare) nulla di quando Corrado andò a studiare a Catanzaro e dopo a Montefiascone, di quando partì soldato, tornò ferito, si trasferì a Roma, a casa veniva ogni quattro o cinque anni, s’era fatto di colpo grande, gli stampavano i libri, <em>s’era per sempre svezzato. </em>Soltanto ricorda che quando spedirono a casa la sua cassetta d’ordinanza, mentre lui era all’ospedale pieno di ferite, tra le tante cose trovò anche una lettera di donna. «Ad una ad una bacio le sue ferite» c’era scritto. «Era una contessa o una marchesa» precisa la madre con orgoglio, perché il figlio era povero, i suoi nonni erano pastori sull’Aspromonte.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9479 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2.jpg" alt="" width="334" height="458" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2.jpg 729w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2-106x146.jpg 106w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2-36x50.jpg 36w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2-55x75.jpg 55w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2-547x750.jpg 547w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-2-492x675.jpg 492w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /></p>
<p>«Corrado quando veniva qui non parlava mai dei suoi libri, noi non sapevamo niente delle sue cose. Si mostrava semplice, ingenuo, attento alle cose della casa, come un buon figliolo che ritorna dopo tanto tempo nella sua casa e trova tutto cambiato e se ne duole. Venivano le sorelle dalla marina, venivano gli amici. Lui, però, appena restavamo soli, tornava a chiedermi come stessi, sempre dandomi del lei, voleva sapere cosa mi desiderasse il cuore. Era un figlio d’oro&#8230; Poi andava in cucina. Gli piaceva assaggiare i cibi, e un po’ mi faceva spazientire. Per farmi piacere trovava buona ogni cosa. A tavola studiava il colore del vino, lo guardava controluce, lo lodava. Così faceva con la frutta. Carezzava le pesche come la guancia di un bambino. Quando andava al paese si fermava con la gente più umile, si sforzava di parlare il dialetto di un tempo. Mi faceva un tantino ridere quel suo modo di parlare, figlio d’oro».</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-9480 aligncenter" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-687x1024.jpg" alt="" width="389" height="579" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-687x1024.jpg 687w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-768x1145.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-98x146.jpg 98w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-34x50.jpg 34w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-503x750.jpg 503w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3-453x675.jpg 453w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Madre-alvaro-3.jpg 939w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></p>
<p>Mentre che la madre dice, bruscamente passando da un ricordo all’altro, spesso interrompendosi, don Massimo trattiene a stento il pianto. Gli leggo dentro una sofferenza che vorrei alleviare e non posso. Di nascosto gli stringo le mani.</p>
<p>«Io ero il fratello piccolo, c’erano vent’anni di differenza tra noi, perciò le nostre vite sono state diverse, anche se lui mi fu sempre vicino, quasi un secondo padre. Solo una volta stranamente fummo ragazzi, e fu quando due anni fa lui venne a Caraffa per l’onomastico della mamma, il 13 di giugno. Erano le undici del mattino. La festa era ormai finita. Erano rimasti i tamburini per le strade ad augurare di porta in porta le buone feste. Mentre leggevo il breviario, mi sentii chiamare, ma non ci feci caso. Come la voce risuonò daccapo, mi voltai. Era lui in compagnia della moglie. Subito ci recammo a casa. Si buttò ai ginocchi della madre, le baciò le mani, quasi piangeva. Aveva voluto farle quella improvvisata, ed ora era felice per lo scompiglio che aveva creato. A tavola parlò del colono, del suo fondo di Vallerana, della vigna, del noccioleto, degli alberi che aveva piantato con le sue mani.</p>
<p>Il giorno appresso volle vedere il nostro paese, ma da lontano. Andammo assieme fino a Casignana, che è distante da qui un chilometro. Una donna ci invitò a entrare nella sua casa. Corrado vide la casa pulita, ebbe belle parole per il letto alto, da farci sonni felici, ne parlò alla donna. Questa lo interruppe. Disse: “Però manca il meglio”, perché rimasta vedova. Corrado fu colpito da quella espressione tremenda, da quella fulminea icasticità. Poi, dalla terrazza, contemplò a lungo San Luca, sull’opposta collina, percorse certo tutti i valloni e le forre della sua fanciullezza, Pietra Longa, Pietra Cappa, ma non me ne fece motto alcuno. Al ritorno volle che facessimo altra strada. Prendemmo un viottolo, ma ben presto ci smarrimmo. Saltammo siepi e fosse, aggirammo valloni e macchie, più volte tornammo sui nostri passi. Più di due ore camminammo. Io temevo che lui si fosse spazientito. Lo stesso pensava Corrado di me. Rientrammo a casa che era notte. Quando gli ricordai a Roma l’episodio, ed era molto malato, mi disse che quello era stato un giorno felice, che tutto era stato bello, come un’invenzione o un inganno della fantasia».</p>
<div id="attachment_9481" style="width: 738px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9481" loading="lazy" class="wp-image-9481 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-1024x677.jpg" alt="" width="728" height="481" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-1024x677.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-768x508.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-221x146.jpg 221w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-113x75.jpg 113w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-960x635.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa-1021x675.jpg 1021w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Pietra-Cappa.jpg 1400w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" /><p id="caption-attachment-9481" class="wp-caption-text">Pietra Cappa</p></div>
<p>Mentre ricorda queste cose, don Massimo carezza i manoscritti del fratello, i due ultimi libri stampati, il taccuino che contiene quella ninnananna composta dal padre «con una sintassi piuttosto angolosa» e coi due famosi versi: «Sui fanciulli con spade le squadre &#8211; farne strage son pronti a obbedir», ed anche lui dice: «Era un figlio d’oro».</p>
<p>Più che mai son pentito di essere venuto in questa casa, ed ora me ne vado pieno di rimorsi. Nel congedo, continuando la finzione, (la madre non sa che il figlio è morto, ha ottanta anni e le hanno voluto risparmiare quest’altro dolore), dico ad Antonia Giampaolo cosa vuole che riferisca a Corrado. «Ditegli di non venire, di riguardarsi, <em>che sta bene dov’è» </em>mormora appena. La risposta m’atterrisce: penso al frammento da <em>Mastrangelina</em> riportato sopra dal manoscritto inedito: “Siamo abituati a pensarci da lontano&#8230; Ma lei sa sempre dove io mi trovo” come alle terribili frasi delle sibille o dei profeti, quando l’uomo credeva alle favole e aveva un altro cuore.</p>
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		<title>3. Così Saverio Strati raccontò Alvaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 14:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 1983 e in febbraio andava in edicola il primo numero della rivista Cittàcalabria (Fatti, problemi, idee recitava il sottotitolo). Avevo chiesto a Saverio Strati<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/reportage/cosi-saverio-strati-racconto-alvaro/">3. Così Saverio Strati raccontò Alvaro</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Era il 1983 e in febbraio andava in edicola il primo numero della rivista Cittàcalabria (Fatti, problemi, idee recitava il sottotitolo).<br />
</em><em>Avevo chiesto a Saverio Strati di farci il dono di un suo scritto che sicuramente avrebbe conferito più importanza e credibilità a una testata che si presentava molto ambiziosa.<br />
</em><em>Strati, con la disponibilità di sempre, accondiscese inviandoci il racconto inedito del suo incontro, lui appena trentenne, con Corrado Alvaro all’apice della sua notorietà.<br />
</em><em>Un incontro che si concluse con una confidenza, il desiderio coltivato da lungo tempo dallo scrittore di San Luca, di dar vita a una rivista calabrese, scritta da calabresi.<br />
</em><em>Accogliemmo quel pezzo come un segno, un incoraggiamento ad andare avanti… Di Strati che probabilmente non a caso aveva scelto di raccontarci quell’incontro e di un grande calabrese di cui molto più modestamente avremmo potuto tentare di realizzare il sogno.<br />
</em>(Antonio Minasi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Una rivista calabrese, l’ultimo progetto</strong></h3>
<p><strong> </strong>Nel giugno del ’53 Alvaro venne a Caraffa per salutare sua madre. Lo andai a trovare per due sere di seguito. Per due sere volle che uscissimo e facessimo una passeggiata fuori paese. Dentro di me si stabilì subito un rapporto confidenziale col grande scrittore che era veramente un uomo affascinante, semplice, alla mano. In una di quelle nostre conver­sazioni, gli dissi:</p>
<p>“Ho trovato molto interessante quel suo opuscolo: <em>L&#8217;Italia rinuncia?</em> È uno scritto che dovrebbe essere più diffuso, più conosciuto”.</p>
<p>“<em>Mi dica, mi dica</em>”, fece Alvaro fissandomi con gli occhi formicolanti di sorpresa e di gioia. <em>“È uno scritto che pochi hanno letto; e io credo di essere stato un poco profeta in certe affermazioni</em>.”</p>
<p>“Mi ha fatto capire molti problemi: non si sbaglia quando scrive che del fascismo si risentiranno i residui per più di vent’anni ancora”.</p>
<p><em>“E soprattutto qui da noi. Giù, nella bassa Italia, il fascismo è più forte e più fiorente che altrove. È facile capirlo: non c’è stata una lotta partigiana; i tedeschi si sono ritirati in tutta fretta. Non c’è stato lo scompiglio e la presa di coscienza che invece ci sono stati al Centro e al Nord. Qui da noi la piccola borghesia vede nel fascismo quel periodo durante il quale i treni camminavano in orario. Era il periodo del cosiddetto ordine&#8230; E uno studio, quello mio, che andrebbe approfondito”.</em></p>
<p>“È interessante, il suo scritto, per molti altri aspetti. Dice una grande verità quando parla di quei professionisti che arrivati alla laurea non leggono più un libro; e quando racconta di quel medico che, nel prestarle una copia dei <em>Promessi Sposi,</em> le dice: <em>il libro può tenerlo, tanto gli studi li ho finiti da un pezzo”.</em></p>
<p><em>“Vive a questa maniera, la gente: indifferente a tutto ciò che è cultura. Prendere il diploma, la laurea per trovare al più presto un posto. La nostra epoca è una delle più tragiche di tutti i tempi. Si studia non per imparare, per arricchirsi di conoscenza, ma per non lavorare con le braccia e a que­sto si aggiunga la corsa al posto, l’adattarsi alla situazione, forse oggi più che ieri. Quella stessa gente che ieri era fascista oggi è democristiana, senza rendersi conto della responsabilità morale; e il rifiuto a usare la testa per pensare&#8230; Sì, le masse imparano a leggere, gli analfabeti diminuiscono di anno in anno: come si legge, cosa si impara a leggere, cosa si legge? Giornalacci rivoltanti per il basso livello mentale vengono divorati, sono pane quotidiano, diventano mentalità, dove andremo a sbattere di questo passo?&#8230; La mancanza di scuole di avviamento, di organizzazione. Già in alta Italia è diverso. Da noi ad ogni passo c’è un liceo classico. Bisogna svecchiarsi, nulla da fare”.</em></p>
<p>Si trovarono a passare dei ragazzi scalzi e malvestiti. Si piazzarono a pochi passi da noi e si spingevano e ridacchiavano.</p>
<p><em>“Da dove venite”?</em> domandò loro Alvaro.</p>
<p>Risero insieme dandosi gomitate. “Ci date cento lire”? disse allo scrittore il ragazzo più sfacciato.</p>
<p>“<em>Ma certo”,</em> fece Alvaro. Prese dei soldi e li porse al ragazzo.</p>
<p><em>Compratevi il gelato. Da&#8217; anche a loro, non fare il furbo, eh? Sapete leggere”?</em></p>
<p>I ragazzi mossero la testa in senso affermativo e subito scapparono ridendo e vociando.</p>
<p><em>“Poveri ragazzi”!</em> esclamò Alvaro. <em>“Se si fanno male a un dito del piede, sangue e polvere si mescolano insieme e di conseguenza infezioni e in qualche caso anche il tetano</em>”. &#8211; È raro che prendano un’infezione, &#8211; dissi. Siamo stati tutti abituati a camminare a piedi nudi. Alla loro età anch’io mi toglievo le scarpe, d’estate e inciampavo e sangue e polvere si mescolavano e mai ho preso un&#8217;infezione. “<em>Qualche volta me le tolsi an­ch’io, ma di nascosto”,</em> confessò Alvaro; e cambiando subito tasto: <em>“Se lei rilegge attentamente </em>Gente in Aspromonte<em> si accorge indubbiamente da sé come quello sia un romanzo interrotto. Mentre lo scrivevo, mi accorsi che spuntavano molti problemi scottanti. Erano anni difficili e certo non mi avrebbero stampato il libro. Tagliai, sfumai. Comunque parecchie cose sono già dentro che a buon intenditore dicono tutto della condizione della nostra gente”.</em></p>
<p>Ero contento che Alvaro mi parlasse di queste cose come se ci si conoscesse da sempre; e nello stesso tempo mi stupivo com’egli passasse bruscamente da un argomento a un altro. Quando tornammo al paese, anche la seconda sera lo accompagnai fino alla porta di casa. La strada era animata di donne sedute davanti alle porte. C’era seduto nel vano di una finestra del piano terra la figlia di un pastore. Una splendida ragazza sui sedici, diciotto anni: il collo lungo, il viso roseo e delicato, i capelli a corona e gli occhi grandi e dolci. Alvaro si fermò per qualche istante e la guardò con ammirazione. La ragazza divenne di porpora, non sapeva dove nascondere le mani. Si alzò e rientrò.</p>
<p>“<em>Ha visto”?</em> mi disse Alvaro. <em>“Ha visto che segni di nobiltà ci sono nel volto di quella ragazza? Altro che miss Italia e miss mondo”!</em></p>
<p>Quando ci licenziammo lo ringraziai del piacere e dell’onore che mi aveva dati a farmi stare in sua compagnia così a lungo.</p>
<p><em>“Ma che dice? Mi fa piacere stare con i giovani e poi con un calabrese che ama studiare, che vuole emergere&#8230; Se qualche volta le capita di recarsi a Roma, mi venga a trovare”.</em></p>
<p>Lo andai a trovare insieme a Walter Pedullà due anni dopo nella sua abitazione di Piazza di Spagna. Fu più cordiale e più alla mano di prima. Ci parlò a lungo dei problemi della Calabria vista dalla sua angolazione d’intellettuale di primo piano più che da scrittore. Era il periodo dell’operazione Marzano.</p>
<p><em>“La prima cosa che faccio, la mattina, è di leggere i giornali. Mi preme molto da vicino sapere quello che succede laggiù&#8230; I giornalisti stanno fa­cendo un gran chiasso; ma nessuno di essi riesce a capire che la malavita calabrese, almeno finora, non è la mafia siciliana. La malavita calabrese conserva ancora le caratteristiche della vecchia cavalleria&#8230; Ecco quel Romeo che si costituisce, ma prega il questore di poter fare un banchetto al quale devono partecipare il questore stesso e i poliziotti. Mi pare molto cavalleresco questo gesto e sotto c’è anche della nobiltà. In Sicilia una cosa del genere non potrebbe accadere”.</em></p>
<p>Nel discorso che seguì, ci confidò che aveva in mente di fondare una rivista mensile scritta da calabresi che parlassero soltanto della Calabria e dei suoi problemi. Il titolo doveva essere, se ricordo bene: <em>La Tribuna dei Calabresi.</em> Fece mentalmente insieme a noi un preventivo delle copie che si sarebbero potute vendere e in Calabria e nel resto d’Italia e anche all’estero per via dei suoi amici. Ci chiese chi secondo noi dei calabresi avrebbe potuto collaborare con articoli intelligenti.</p>
<p><em>“Laggiù dovrebbero smetterla, &#8211; aggiunse, &#8211; di scrivere certe rivistacce piene zeppe di poesie d’amore. Questo petrarchismo fuori tempo e fuori posto, contro senso e malato, dà molta noia, quando poi si pensa che c’è gente che muore di fame e i disoccupati aumentano e gli analfabeti non diminuiscono. Quelli che scrivono queste strane poesie non hanno occhi per guardarsi in giro?”</em></p>
<p>E dopo una pausa aggiunse: <em>“Penso da diversi anni di fondare questa rivista e ritengo che un tremila copie dovremmo venderle. Ci vorrebbero circa due milioni. I soldi potrei averli da qualche banca o da qualche industriale&#8230; Se mi riuscirà di cominciare, voi naturalmente potrete mandarmi dei lavori” </em>e rivolto a me: <em>“Ho letto il suo racconto su Nuovi Argomenti. Lavori, lavori e vedrà che solo il lavoro le darà un po’ di soddisfazione.”</em> E stringendomi la mano sulla soglia della porta: <em>“Mi scriva, così la terrò informata della rivista”.</em></p>
<p>Si era nell’ottobre del 1955. Nel giugno del 1956 Alvaro, logorato d&#8217;un male imperdonabile, moriva, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura italiana.</p>
<div id="attachment_9457" style="width: 240px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9457" loading="lazy" class="wp-image-9457 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-627x1024.jpg" alt="" width="230" height="375" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-627x1024.jpg 627w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-768x1253.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-89x146.jpg 89w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-31x50.jpg 31w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-46x75.jpg 46w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-460x750.jpg 460w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati-414x675.jpg 414w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2021/01/strati.jpg 829w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /><p id="caption-attachment-9457" class="wp-caption-text"><span style="font-size: 8pt;">Saverio Strati in una foto degli anni ‘70</span></p></div>
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		<title>4. Corrado Alvaro. La vita, le opere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 13:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Gente in Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[San Luca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Corrado Alvaro nasce il 15 aprile 1895 a San Luca, in Calabria, dove trascorre anche i suoi primi anni di infanzia vivendo a diretto contatto con<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Corrado Alvaro</strong> nasce il 15 aprile 1895 a San Luca, in Calabria, dove trascorre anche i suoi primi anni di infanzia vivendo a diretto contatto con la natura e con gli uomini della sua terra.</p>
<p>Nel 1906, dopo aver terminato gli studi elementari sotto la guida del padre, maestro di scuola, si trasferisce in città per iscriversi al ginnasio.</p>
<p>Nel 1909 viene espulso dal collegio dei padri gesuiti di Mondragone dove era stato ammesso come allievo esterno.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9441 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro.jpg" alt="" width="232" height="340" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro.jpg 232w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-100x146.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-34x50.jpg 34w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-51x75.jpg 51w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></p>
<p>Dal 1910 al 1914 &#8220;corre alla ventura per mezza Italia&#8221;</p>
<p>scrivendo racconti e poesie d&#8217;amore nei ritagli di tempo sottratti allo studio.</p>
<p>Allo scoppio della prima guerra mondiale partecipa</p>
<p>alle ostilità combattendo sul fronte carsico come ufficiale.</p>
<p>È gravemente ferito alle braccia nel 1916</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9442 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-685x1024.jpg" alt="" width="514" height="768" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-685x1024.jpg 685w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-768x1147.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-98x146.jpg 98w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-502x750.jpg 502w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-452x675.jpg 452w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia.jpg 937w" sizes="(max-width: 514px) 100vw, 514px" /></p>
<p>Nel 1917 pubblica <em>Poesie in</em><em> grigioverde</em> mentre</p>
<p>cominciano ad apparire i suoi primi articoli sul <em>Resto </em></p>
<p><em>del Carlino</em>.</p>
<p>Nel 1920 si laurea in lettere e filosofia</p>
<p>presso l&#8217;Accademia scientifico-letteraria di Milano.</p>
<p>Due anni dopo si trasferisce a Roma ed entra come</p>
<p>redattore nel quotidiano <em>Il Mondo</em>, fondato da Giovanni Amendola.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9444 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-609x1024.jpg" alt="" width="528" height="888" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-609x1024.jpg 609w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-768x1291.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-87x146.jpg 87w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-30x50.jpg 30w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-45x75.jpg 45w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-446x750.jpg 446w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1-402x675.jpg 402w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Foto-poesia-1.jpg 833w" sizes="(max-width: 528px) 100vw, 528px" /></p>
<p>Nel 1927 ripara in Germania per sottrarsi alle persecuzioni fasciste dopo aver pubblicato <em>L’uomo nel labirinto.</em></p>
<p>Rientra a Roma nel 1930. Qualche mese dopo esce</p>
<p><em>Gente in Aspromonte.</em></p>
<p>Nel 1931 compie un viaggio in Turchia. Al suo rientro in patria il</p>
<p>fascismo cerca di attrarlo nell&#8217;orbita della &#8220;cultura di regime&#8221;</p>
<p>Nel 1934 visita anche l’Unione Sovietica. Quattro anni dopo, nel 1938, pubblica <em>L&#8217;uomo è forte</em> con l&#8217;editore Bompiani.</p>
<p>Agli inizi del 1940 accentua la sua polemica antifascista estraniandosi quasi completamente dal mondo della cultura ufficiale.</p>
<p>Dopo il 25 luglio del &#8217;43 dirige per quarantacinque giorni il <em>Popolo di Roma</em>. Quando i tedeschi occupano la capitale è costretto a riparare in Abruzzo dove vivrà per più di un anno sotto falso nome</p>
<p>Nell&#8217;estate del 1945 rientra a Roma tornando definitivamente alla sua attività intellettuale.</p>
<p>Nel 1946 pubblica <em>L’età breve.</em> Tre anni dopo è rappresentata a Milano <em>La lunga notte di Medea.</em></p>
<p>Agli inizi del1951 esce la prima edizione di <em>Quasi una vita</em>.</p>
<p>L’anno dopo è vincitore del “Premio Strega”.</p>
<p>Nel 1955 escono <em>I settantacinque racconti.</em></p>
<p>Muore a Roma, dopo una lunga malattia, l’undici giugno 1956.</p>
<p>Nel 1961 sarà pubblicato postumo <em>Tutto è accaduto</em></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9443 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-871x1024.jpg" alt="" width="664" height="780" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-871x1024.jpg 871w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-768x903.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-124x146.jpg 124w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-43x50.jpg 43w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-64x75.jpg 64w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-638x750.jpg 638w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura-574x675.jpg 574w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Alvaro-chiusura.jpg 1000w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>5. Paesaggio di Aprile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 10:29:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Corrado Alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[La Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[Passione di Gesù]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antologia Dal Libro sussidiario di cultura regionale, ormai introvabile, il racconto semplice e completo della Pasqua, nel ricordo di Corrado Alvaro Paesaggio di Aprile         <span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antologia</strong><br />
Dal <em>Libro sussidiario di cultura regionale</em>, ormai introvabile, il racconto semplice e completo della Pasqua, nel ricordo di <strong>Corrado Alvaro</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-9461" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-1.jpg" alt="" width="170" height="253" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-1.jpg 170w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-1-98x146.jpg 98w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-1-34x50.jpg 34w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-1-50x75.jpg 50w" sizes="(max-width: 170px) 100vw, 170px" /></strong></p>
<p><strong>Paesaggio di Aprile</strong><strong>                             </strong><strong> </strong></p>
<p>Questo è il mese della buona Pasqua.</p>
<p>Quando il Signore risorge sembra che una benedizione si propaghi sui campi.</p>
<p>La mattina di Pasqua, dalle case dei paesi, la terra appare fiorita in una mattinata.</p>
<p>Le acque dei fiumi sembrano arrestate e giacciono come specchi nella valle. La terra si stende placida a ricca.</p>
<p>La certezza del frutto è in tutti gli uomini che hanno lavorato.</p>
<p>Nelle strade si rianimano i balli. Tra un coro di ragazzi e di donne che battono le mani in cadenza, i popolani danzano. Si sente picchiare il loro piede nudo sulla morbida terra. L’orizzonte è limpido. Dei paesi lontani si scorgono distintamente le case e sembra di toccarle con mano. Dalla pozza d’acqua al ciottolo nel sole tutto è chiaro e lucente come se la terra fosse coperta di gioielli.</p>
<p><strong><span style="font-size: 12pt;">LA SETTIMANA SANTA</span></strong></p>
<p>Per tutta la Settimana Santa, paesi interi della Calabria non fanno che seguire atto per atto la Passione, la Morte e la Resurrezione. Vi partecipa tutto il popolo, e tutte le case diventano gravi, come se celebrassero in quei giorni i loro dolori, le loro sofferenze.</p>
<p>Il pastore è sceso dalla montagna e passa la Domenica delle Palme seduto sul pavimento della chiesa a intagliare col coltelluzzo la croce nel legno tenero dell’ulivo. Ma la Domenica delle Palme è passata, bianchissima, tra le palme gialle e i rami argentati dell’ulivo.</p>
<p>La Settimana comincia. La Madonna è stata vestita d’un mantello nero che le copre il viso, e mostra soltanto la fronte immacolata. È stato già eretto il Sepolcro nel mezzo della chiesa. Il sepolcro è segreto e solenne. È fatto a gradini sui quali poggiano, come colonne, le coperte più belle, di filo e di damasco che vi siano in paese. Ad ogni gradino sono state posate le piante del grano cresciuto nelle cantine, bianco come l’alabastro. C’è, nella chiesa, un odore di ceri e di consunzione.</p>
<p>I ragazzi passano, incantati, le ore in chiesa. Ognuno ha legato delle cannuccie a uno spago e sta attento alle parole del predicatore che ricorda la Passione alla Madonna ammantata e alle donne sospirose che stanno in ginocchio. Quando le immagini della sofferenza divina sono ricordate dal pulpito, e il prete parla al Crocifisso coperto di seta violacea, si ode per la chiesa un battere di pugni sui petti e il fruscio delle cannuccie che i ragazzi si danno sulle spalle in segno di penitenza e di disciplina.</p>
<p>Intanto le campane sono legate, il paese è come muto e attonito. La squilla più acuta della campana è rimasta sospesa e muta, mentre il gracidio del legno agitato dal sagrestano schianta l’aria. Le gialle candele delle Tenebre si spengono una dopo l’altra come speranze finite. L’ultima brilla al sommo del triangolo, davanti all’altare spogliato e si spegne anch’essa. E da tutti i banchi si leva un rumore desolato. La chiesa è nel buio, e il cuore degli uomini è nello sconforto.</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9463 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-3.jpg" alt="" width="472" height="338" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-3.jpg 472w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-3-204x146.jpg 204w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-3-50x36.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2019/09/Paesaggio-di-aprile-3-105x75.jpg 105w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></strong></span></p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>LA PASSIONE</strong></span></p>
<p>La Passione del Signore comincia il Giovedì Santo. Gesù è nell’orto a pregare. I suoi discepoli si sono addormentati. Ed ecco arriva Giuda, che lo ha venduto agli ebrei, e lo indica alle guardie accostandoglisi e baciandolo. Per un momento sembra che la redenzione del mondo vacilli.</p>
<p>I discepoli sono dispersi. San Pietro aspetta di sapere che cosa è accaduto del Signore, com’uso fra i servi di Caifasso. Ed ecco una serva che lo riconosce e gli domanda se non sia un discepolo di Gesù. Pietro risponde di non conoscerlo. Si sente fuori il gallo cantare, e quel canto sveglia i pensieri di Pietro il quale si accorge di aver rinnegato il Salvatore e piange.</p>
<p>In Calabria, le croci delle chiese sono sormontate dal gallo col becco aperto, e sono circondate da tutti i segni della Passione: ecco i chiodi che servirono a inchiodare Gesù alla Croce; ecco la mano che lo schiaffeggiò, ecco la spugna del fiele, in cima alla canna; la lancia che gli passò il petto; il lino della Veronica.</p>
<p>La notte del Giovedì Santo, i pastori nei paesi fanno un grande falò in piazza e vi siedono intorno, in memoria della notte di San Pietro.</p>
<p>Da noi ogni paese ha eretto, su una collina, tre croci: il Calvario. Nella notte del Venerdì Santo si va in processione dietro a qualcuno che porta la Croce, e gli uomini del paese fanno a gara nel canto delle invocazioni e delle implorazioni.</p>
<p>Tutto il paese vuol soffrire in questi giorni, e si vedono le processioni di uomini che portano sul capo corone di spine, o che reggono col capo delle campane di spine che scendono fino alle gambe nude. I più piccoli portano corone di vitalba e reggono le cocche del lenzuolo in cui giace il Corpo del Signore trafitto e sanguinante.</p>
<p><span style="font-size: 12pt;"><strong>PASQUA</strong></span></p>
<p>È rimasta in alcuni paesi della Calabria la tradizione delle sacre rappresentazioni. Si rifanno gli atti della Passione di Gesù, con personaggi vivi o con immagini. Il popolo assiste al sacro teatro.</p>
<p>All’alba del Sabato la Madonna ammantata di nero è portata pei campi. Il grano è già verde ed alto; la primavera sta per nascere. La mattina si vede la Madonna ammantata correre pei campi a interrogare dov’è il suo Signore Figlio. Ma i campi sono deserti. Più tardi tutto il popolo si riversa nelle strade e aspetta l’annunzio della Resurrezione. Ecco che dalla porta della chiesa esce una figura vestita come un sacerdote e corre veloce verso i campi. Corre come una colomba e come un angelo. È San Giovanni. Egli porta sul petto la scritta: <em>Il Signore è risorto.</em> Traversa la piazza, vola sulla gente prostrata, lo si vede già pei campi cercare la Madonna. La trova solitaria su una collina, s’inchina al suo cospetto e le dice: <em>Il Signore è risorto.</em> La Madonna lo guarda attraverso il mantello che le copre la fronte, e fa un cenno di diniego. Ella vuol credere al miracolo, ma aspetta di vedere il suo Signore. Ed ecco San Giovanni di nuovo in istrada. Corre, corre, corre verso la Chiesa la cui porta è spalancata, e che è già tutta illuminata. Ne esce di nuovo, subito, accompagnato da una processione che porta l’immagine di Gesù trionfante con lo stendardo fra le mani divine, avvolto nell’azzurro mantello. Le campane improvvisamente si mettono a suonare a festa.</p>
<p>La Madonna, dalla collina, ha veduto il Signore affacciato sul popolo che si batte il petto, e corre incontro al suo Figliuolo. Si incontrano in mezzo ai prati. Dalle spalle della Madonna cade il mantello di lutto, ed ella riappare vestita di stelle e incoronata come nelle belle sere di maggio.</p>
<p>Il Signore e la Madonna, uno accanto all’altra, proseguono il cammino attraverso i prati, fra il popolo giubilante, felici Madre e Figlio. Sui campi piove la benedizione del cielo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_8913" style="width: 1035px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-8913" loading="lazy" class="wp-image-8913 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161.jpg" alt="" width="1025" height="827" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161.jpg 1025w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-768x620.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-181x146.jpg 181w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-50x40.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-93x75.jpg 93w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-930x750.jpg 930w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/09/161-837x675.jpg 837w" sizes="(max-width: 1025px) 100vw, 1025px" /><p id="caption-attachment-8913" class="wp-caption-text">Foto di D. Giampà</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>La Stroncatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2016 11:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Palmi]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncatura]]></category>
		<category><![CDATA[Tradizioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong><em>struncatura</em></strong>, in dialetto calabrese <strong>struncatura</strong>, è un piatto tipico della cucina calabrese, e in particolare delle città della Piana di Gioia Tauro. Sebbene attualmente sia diffusa in tutta la Calabria, la zona di maggiore vendita e consumo è da considerarsi la fascia tirrenica della Provincia di Reggio Calabria. La componente principale del piatto è una pasta realizzata con i residui di farina e crusca della molitura del grano. Il frumento integrale e la segale le conferiscono il suo aspetto ruvido e grossolano, grazie alla forma e al suo particolare impasto trattiene molto bene il condimento. La pasta viene generalmente condita con ingredienti tipici della tradizione contadina quali olio extravergine di oliva, aglio, peperoncino calabrese, alici, e mollica di pane tostata. Che sia da secoli un piatto della tradizione culinaria della provincia reggina, lo dimostra il fatto che ad oggi essa è una delle portate principali di ristoranti tipici, nonché piatto principe di occasioni conviviali, feste e sagre, una delle quali si svolge a Palmi,  l’altra a Gioia Tauro. La sua importanza per la tradizione del territorio, è data dal fatto di essere stata addirittura scelta per rappresentare parte del ricco patrimonio culinario calabrese al padiglione Rai di Expo 2015. Attualmente essa è prodotta da diversi pastifici artigianali sparsi nei vari centri della Piana.</p>
<p><strong>Origini</strong></p>
<p>Le origini della stroncatura sono molto antiche, essa giunse in Calabria con gli amalfitani che da secoli intrattenevano rapporti commerciali con la Calabria.</p>
<p>È importante rilevare che intorno alla fine del 1800 nella Piana di Gioia Tauro, attivissima zona commerciale, si riscontrava una presenza cospicua di commercianti di pasta provenienti dalla Costiera Amalfitana come risulta dall’Annuario d’Italia del 1895.</p>
<p>Gli amalfitani probabilmente cominciarono a diffondere questo prodotto originariamente destinato agli animali. Divenuto dapprima piatto della cucina povera, è oggi un patrimonio culinario di tutta la zona. In alcuni centri pianigiani la “struncatura” vanta un’antica e gloriosa tradizione, e questo la rende appunto “piatto tipico della cucina della Piana”. La tradizione tramanda che i pastifici utilizzavano le “scopature” di magazzino cioè raccoglievano da terra i residui misti di farina e crusca delle operazioni di molitura del grano. Successivamente venivano impastati dando luogo ad un tipo di pasta dal colore scuro chiamata, appunto, <em>struncatura </em>che era venduta a prezzi molto bassi. Essendo destinata agli animali, per motivi igienici fu proibita per l’alimentazione umana, ma continuò comunque ad esser venduta in alcune botteghe del posto, quasi come fosse merce di contrabbando. Per il suo bassissimo costo era consumata dalle classi sociali meno abbienti, e per correggere o attenuare il grado di acidità veniva condita con salse molto piccanti o con acciughe salate. Attualmente, la sua ricetta è stata riscoperta e adeguata alla normativa vigente. È prodotta da pochi pastifici artigianali con ingredienti di qualità come il grano duro, segale e la farina integrale.</p>
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		<title>Fiumefreddo Bruzio, tra colline e il mare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 16:04:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi Cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Fiumefreddo Bruzio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiumefreddo Bruzio è ubicato lungo la costa del mar Tirreno nella parte meridionale della provincia di Cosenza e confina a nord con Falconara Albanese ed a sud con Longobardi Marina. Il Comune si<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Fiumefreddo Bruzio è ubicato lungo la costa del mar Tirreno nella parte meridionale della provincia di Cosenza e confina a nord con Falconara Albanese ed a sud con Longobardi Marina.</p>
<p>Il Comune si estende su una superficie di circa 30 km² che, pur essendo prevalentemente collinare, è caratterizzata da una spiccata differenza morfologica, infatti sale dal livello del mare e prima bruscamente, poi sempre più gradatamente, fino a sfiorare i 1500 metri, poco prima della cima di Monte Cocuzzo, il monte più alto della Catena Costiera, che si erge a quota 1541. Il territorio è costituito da un massiccio montuoso-collinare ricco di boschi di querce, castagni e mortella nel cui sottobosco crescono spontanee piante officinali e aromatiche come menta, origano, felci, e radure dove pascolano liberi ovini e bovini.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9798 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-683x1024.jpg" alt="" width="521" height="781" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-683x1024.jpg 683w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-768x1152.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-97x146.jpg 97w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-33x50.jpg 33w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-50x75.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-500x750.jpg 500w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W-450x675.jpg 450w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-W.jpg 945w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" /></p>
<p>Dal massiccio partono due falangi collinari &#8211; separate da una stretta valle alla base della quale scorre una tipica fiumara appenninica &#8211; caratterizzate prima da sommità tondeggianti per finire poi, nella parte più prossima al mare, in forma di pianori, su uno dei quali sorge il borgo medievale che costituisce il centro storico di Fiumefreddo. In questa zona è dominante la macchia mediterranea e numerosi sono gli uliveti e i vigneti oltre ai frutteti. Infine, una lingua di terra pianeggiante di natura prevalentemente alluvionale si estende per poche centinaia di metri tra le colline e la spiaggia su cui in tempi relativamente recenti sono sorte le frazioni della &#8220;stazione&#8221;, dello &#8220;scaro&#8221; e del &#8220;regio&#8221;  prevalentemente vocate ad accogliere e promuovere il turismo balneare.</p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-photo su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-center" style="max-width:100%" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":true,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":false,"autoPlay":3000,"imagesLoaded":true,"contain":false,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512ebb24e1"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1020" height="992" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo.jpg 1020w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-768x747.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-150x146.jpg 150w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-50x50.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-77x75.jpg 77w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-771x750.jpg 771w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-694x675.jpg 694w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /><span></span></a></div></div><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1417" height="945" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w.jpg" class="" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w.jpg 1417w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-1024x683.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-768x512.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-219x146.jpg 219w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-50x33.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-112x75.jpg 112w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-960x640.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/fiumefreddo-57-attuale-municipio-ex-convento-w-1012x675.jpg 1012w" sizes="(max-width: 1417px) 100vw, 1417px" /><span></span></a></div></div></div><script id="su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script">if(window.SUImageCarousel){setTimeout(function() {window.SUImageCarousel.initGallery(document.getElementById("su_image_carousel_6ac512ebb24e1"))}, 0);}var su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script=document.getElementById("su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script");if(su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script){su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script.parentNode.removeChild(su_image_carousel_6ac512ebb24e1_script);}</script>
<p><strong>Fiumefreddo e il Castello della Valle</strong></p>
<p>Nel 1531 il feudo di Fiumefreddo venne donato da Carlo V d&#8217;Asburgo al marchese Ferdinando De Alarçon-Mendoza<span style="font-size: 11.666666030883789px;"> </span>che rimodernò il castello per uso residenziale secondo il gusto tardo rinascimentale dell&#8217;epoca: a questa fase di interventi risale il portale d&#8217;ingresso michelangiolesco.</p>
<p>Nel 1806-1807 il castello subì il duro assedio dalle truppe napoleoniche &#8211; analogamente ai vicini paesi di Belmonte Calabro e Amantea &#8211; e ne fu quasi completamente distrutto.Fiumefreddo, difesa dal vice-preside della provincia di Calabria Citra, Giovanni Battista De Micheli, si arrese il 12 febbraio 1807.</p>
<p>Ad oggi, l&#8217;unica parte del castello interamente recuperabile (ed in parte già accessibile) è quella dei sotterranei.</p>
<p>Dichiarato <b>“Monumento Contro Tutte le Guerre”</b>, con delibera comunale del 26 novembre 2006, nonostante il restauro, le cannonate del generale Renyer sono ancora ben visibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_9153" style="width: 774px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-9153" loading="lazy" class="wp-image-9153 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5.jpg" alt="" width="764" height="475" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5-768x478.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5-235x146.jpg 235w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5-121x75.jpg 121w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Castello_della_Valle_5-960x597.jpg 960w" sizes="(max-width: 764px) 100vw, 764px" /><p id="caption-attachment-9153" class="wp-caption-text">Veduta del Castello</p></div>
<p style="text-align: justify;">			<div id="huge_it_google_map929156_container">
				<div class="hide" id="huge_it_google_map929156"
				     style="position:relative !important;height:450px; width:100%;
					     border-radius:20px !important;
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					     ">
				</div>
			</div>
			<style>
				#huge_it_google_map929156 img {
					max-width: none;
					visibility: visible !important;
				}
				.hide {
					display: none;
				}
			</style>
			<script>
				jQuery(document).ready(function () {
					function InitializeMap929156() {
						var marker = [];
						var polygone = [];
						var polyline = [];
						var polylinepoints;
						var newpolylinecoords = [];
						var polygonpoints;
						var polygoncoords = [];
						var newcircle = [];
						var infowindow = [];
						var newcirclemarker = [];
						var circlepoint;
						var width = jQuery("#huge_it_google_map").width();
						var height = jQuery("#huge_it_google_map").height();
						var div = parseInt(width) / parseInt(height);
						var trafficLayer = new google.maps.TrafficLayer();
						var bikeLayer = new google.maps.BicyclingLayer();
						var transitLayer = new google.maps.TransitLayer();
						function bindInfoWindow(marker, map, infowindow, description, info_type) {
							if (info_type == "click") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'click', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
							}
							if (info_type == "hover") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseover', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseout', function () {
									infowindow.close(map, marker);
								});
							}
						}
						jQuery(document).on("click tap drag scroll", function (e) {
							if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
								var container = jQuery("#huge_it_google_map929156");
								if (!container.is(e.target) && container.has(e.target).length === 0) {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: false,
										scrollwheel: false
									});
								} else {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: true,
										scrollwheel: true
									});
								}
							}
						});
						jQuery(window).on("resize", function () {
							var newwidth = jQuery("#huge_it_google_map").width();
							var newheight = parseInt(newwidth) / parseInt(div) + "px";
							jQuery("#huge_it_google_map").height(newheight);
						})
						var center_lat = 39.2337922;
						var center_lng = 16.069827799999985;
						var center_coords = new google.maps.LatLng(center_lat, center_lng);
						var styles = [
							{
								stylers: [
									{hue: "#"},
									{saturation:0 },
									{lightness:0 },
									{gamma:1 },
								]
							}
						]
						var frontEndMapOptions = {
							zoom: parseInt(12),
							center: center_coords,
							disableDefaultUI: true,
							styles: styles,
							panControl: true,
							zoomControl: true,
							mapTypeControl: true,
							scaleControl: true,
							streetViewControl: true,
							overviewMapControl: true,
							mapTypeId: google.maps.MapTypeId.ROADMAP,
							minZoom: parseInt(0),
							maxZoom: parseInt(22)
						}
						var front_end_map = new google.maps.Map(document.getElementById('huge_it_google_map929156'), frontEndMapOptions);
						if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: false,
								scrollwheel: false
							});
						} else {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: true,
								scrollwheel: true
							});
						}
						var huge_map_shown = 0;
						function front_map_animations() {
							var map_anim;
							huge_map_shown = 1;
							var block = jQuery("#huge_it_google_map929156");
							if ("none" == "none") {
								map_anim = "";
							} else {
								map_anim = "none";
							}
							block.removeClass("hide");
							block.addClass("animated " + map_anim);
							google.maps.event.trigger(front_end_map, 'resize');
							front_end_map.setCenter(center_coords);
						}
						if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map929156_container").offset().top
							&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map929156_container").offset().top
						) {
							setTimeout(function () {
								front_map_animations();
							}, 500);
						}
						jQuery(window).scroll(function () {
							if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map929156_container").offset().top
								&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map929156_container").offset().top
							) {
								setTimeout(function () {
									front_map_animations();
								}, 500);
							}
						});
						if ("false" == "true") {
							bikeLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							trafficLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							transitLayer.setMap(front_end_map);
						}
						var front_end_data = {
							action: 'g_map_options',
							map_id:9,
							task: 'ajax'
						}
						jQuery.ajax({
							url: 'https://www.calabriain.online/calabriain/wp-admin/admin-ajax.php',
							dataType: 'json',
							method: 'post',
							data: front_end_data,
							beforeSend: function () {
							}
						}).done(function (response) {
							HGinitializeMap(response);
						}).fail(function () {
							console.log('Failed to load response from database');
						});
						function HGinitializeMap(response) {
							if (response.success) {
								var mapInfo = response.success;
								var markers = mapInfo.markers;
								for (var i = 0; i < markers.length; i++) {
									var name = markers[i].name;
									var address = markers[i].address;
									var anim = markers[i].animation;
									var description = markers[i].description;
									var markimg = markers[i].img;
									var img = new google.maps.MarkerImage(markimg,
										new google.maps.Size(20, 20));
									var point = new google.maps.LatLng(
										parseFloat(markers[i].lat),
										parseFloat(markers[i].lng));
									var html = "<b>" + name + "</b> <br/>" + address;
									if (anim == 'DROP') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											icon: markimg,
											content: description,
											animation: google.maps.Animation.DROP
										});
									}
									if (anim == 'BOUNCE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											content: description,
											icon: markimg,
											animation: google.maps.Animation.BOUNCE
										});
									}
									if (anim == 'NONE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											icon: markimg,
											content: description,
											title: name,
										});
									}
									infowindow[i] = new google.maps.InfoWindow;
									bindInfoWindow(marker[i], front_end_map, infowindow[i], description, "click");
								}
								var polygones = mapInfo.polygons;
								for (var i = 0; i < polygones.length; i++) {
									var name = polygones[i].name;
									var line_opacity = polygones[i].line_opacity;
									var line_color = "#" + polygones[i].line_color;
									var fill_opacity = polygones[i].fill_opacity;
									var line_width = polygones[i].line_width;
									var fill_color = "#" + polygones[i].fill_color;
									var latlngs = polygones[i].latlng;
									polygoncoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polygonpoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										polygoncoords.push(polygonpoints)
									}
									polygone[i] = new google.maps.Polygon({
										paths: polygoncoords,
										map: front_end_map,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeColor: line_color,
										strokeWeight: line_width,
										fillOpacity: fill_opacity,
										fillColor: fill_color,
										draggable: false,
									});
									google.maps.event.addListener(polygone[i], 'click', function (event) {
										var polygone_index = polygone.indexOf(this);
										var polygone_url = polygones[polygone_index].url;
										if (polygone_url != "") {
											window.open(polygone_url, '_blank');
										}
									})
								}
								console.log(polygone);
								var polylines = mapInfo.polylines;
								for (var i = 0; i < polylines.length; i++) {
									var name = polylines[i].name;
									var line_opacity = polylines[i].line_opacity;
									var line_color = polylines[i].line_color;
									var line_width = polylines[i].line_width;
									var latlngs = polylines[i].latlng;
									newpolylinecoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polylinepoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										newpolylinecoords.push(polylinepoints)
									}
									polyline[i] = new google.maps.Polyline({
										path: newpolylinecoords,
										map: front_end_map,
										strokeColor: "#" + line_color,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeWeight: line_width
									})
								}
								var circles = mapInfo.circles;
								for (var i = 0; i < circles.length; i++) {
									var circle_name = circles[i].name;
									var circle_center_lat = circles[i].center_lat;
									var circle_center_lng = circles[i].center_lng;
									var circle_radius = circles[i].radius;
									var circle_line_width = circles[i].line_width;
									var circle_line_color = circles[i].line_color;
									var circle_line_opacity = circles[i].line_opacity;
									var circle_fill_color = circles[i].fill_color;
									var circle_fill_opacity = circles[i].fill_opacity;
									var circle_show_marker = parseInt(circles[i].show_marker);
									circlepoint = new google.maps.LatLng(parseFloat(circles[i].center_lat),
										parseFloat(circles[i].center_lng));
									newcircle[i] = new google.maps.Circle({
										map: front_end_map,
										center: circlepoint,
										title: name,
										radius: parseInt(circle_radius),
										strokeColor: "#" + circle_line_color,
										strokeOpacity: circle_line_opacity,
										strokeWeight: circle_line_width,
										fillColor: "#" + circle_fill_color,
										fillOpacity: circle_fill_opacity
									});
									if (circle_show_marker == '1') {
										newcirclemarker[i] = new google.maps.Marker({
											position: circlepoint,
											map: front_end_map,
											title: circle_name,
										});
									}
								}
							}
						}
					}
					InitializeMap929156();
				})
			</script>
			
<p><!--:--><!--:en--></p>
<p><!--:--></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dino, l’Isola che c’è</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-azzurro/isola-di-dino-praia-a-mare/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=isola-di-dino-praia-a-mare</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 07:09:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Isola di Dino]]></category>
		<category><![CDATA[Praia a Mare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.calabriavillage.it/?p=4952</guid>

					<description><![CDATA[<p>Emerge sul litorale nel Golfo di Policastro, poco più a Sud di fronte a Praia a Mare (CS), a breve distanza dalla costa, di fronte a<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Emerge sul litorale nel Golfo di Policastro, poco più a Sud di fronte a Praia a Mare (CS), a breve distanza dalla costa, di fronte a Capo Arena e alla Torre di Fiuzzi. Un tempo, un istmo la collegava alla terraferma, ma i fenomeni di erosione, cui tutta la zona è soggetta, lo hanno fatto scomparire.</p>
<p>L’isola ha una superficie di circa cinquanta ettari ed è costituita da calcari dolomitici. La sua forma è assimilabile ad un ellissoide con l’asse maggiore lungo circa 1 km; l’asse minore circa 500 metri. La parte centrale è occupata da un pianoro d’altezza variabile tra i 75 e i 100 metri. Il dorso scende poi lentamente verso ponente fino ad una quota di 73 metri su cui sorge una cinquecentesca torre di avvistamento.</p>
<p>Varie sono le interpretazioni sul nome. L’isola è stata chiamata “Dino o Dina” forse perché anticamente vi sorgeva un tempio (<em>aedina</em>) consacrato dai naviganti a Venere, dea dell’amore, o ai Dioscuri, Castore e Polluce, il cui culto era tra i più diffusi tra le città della Magna Grecia, o più probabilmente a Leucotea, protettrice dei naviganti. La dea, secondo le credenze, avrebbe avuto il compito di rendere propizie le traversate lungo la costa che, per lo splendore del sole e per il luccichio quasi immobile del mare, più che mitica presenza delle Sirene, fiaccava le forze e assopiva le menti dei marinai nell’ora meridiana, con la caduta del vento e con l’incombente calura.</p>
<p>Il nome “Dino” potrebbe però derivare dalla parola greca “dine” che significa vortice, gorgo d’acqua, turbine, bufera. Il piccolo golfo, compreso tra l’isola e la Punta di Scalea, era temuto dagli uomini di mare a causa delle frequenti e violente mareggiate che ne rendevano difficoltosa la navigazione. Anche in epoca recente questo lembo di mare è temuto da pescherecci che vi praticano la pesca costiera.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9714 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/575267.jpg" alt="" width="625" height="348" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/575267.jpg 625w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/575267-260x146.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/575267-50x28.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/575267-135x75.jpg 135w" sizes="(max-width: 625px) 100vw, 625px" /></p>
<p>Le intemperie non hanno risparmiato neppure la maestosa e solenne croce di pietra eretta sull’isola nei primi anni del 1900.</p>
<p>L’isola fu testimone di lotte e battaglie, assalti, difese, incursioni piratesche, difese disperate. Vascelli mussulmani vi fecero tappa in più occasioni nel corso delle loro spedizioni: nel IX secolo dopo Cristo, nel XV e nel XVI. Nell’estate del 1600 il litorale fu preso d’assalto dai Turchi, guidati da Amurat Rays, che con il suo esercito di predoni e le sue navi terrorizzava il Meridione d’Italia.</p>
<p>La Torre dell’isola, di forma quadrangolare e di origine normanna, fu utilizzata in epoca angioina e borbonica come punto di avvistamento, comunicazione ed allarme contro le ripetute invasioni della costa. Dalla torre costruita sulla punta occidentale dell’isola (denominata Frontone), si può ammirare lo splendido panorama del golfo e le nidificazioni degli aironi grigi e dei falchi pellegrini, il tutto allietato dai versi dei numerosissimi gabbiani reali.</p>
<p>Il perimetro dell’isola, sprovvisto di arenile, misura tre km su cui si aprono numerose grotte. Iniziando il periplo dal versante Nord se ne incontra una molto piccola ma molto suggestiva quando i raggi del sole la illuminano da ponente. Le sue acque, sempre limpide, perché riparate dai venti, consentono di osservare ad occhio nudo il fondale, circa dieci metri di profondità. Si possono ammirare stelle marine e banchi di “sardine” che danno il nome alla grotta.<br />
Doppiati gli strapiombi della punta occidentale si apre la Grotta del Frontone. Avanzando di una cinquantina di metri si apre poi un’altra grotta al cui interno ci si può spingere con una piccola imbarcazione per una ventina di metri. Ci si addentra poi a piedi e nel fondo della grotta si possono ammirare sui lati le rocce levigate dall’acqua e sul pavimento numerose conchette di forma diversa, simili ad acquasantiere.</p>
<p>Sul versante a Sud altra grotta dalla grande apertura. La sua bellezza è data da varie componenti che armonicamente si fondono e creano uno spettacolo suggestivo: la profondità di circa 12 metri, la disposizione e l’altezza varia della volta rocciosa non levigata, la posizione della cavità esposta a mezzogiorno con la parte interna orientata verso il levante offre straordinari effetti di luce dal colore azzurro. Ebbene, sì, anche qui c’è una Grotta Azzurra!</p>
<p>Poco più avanti la Grotta del Leone così chiamata per una roccia che somiglia a un leone sdraiato.</p>
<p>A metà del secolo scorso tanta bellezza solleticò l’interesse di molti ma a nessuno arrise il successo. Sembrò che a poter vincere la gara fosse Gianni Agnelli che nel 1962 comprò l’isola per 50 milioni di lire. L’Avvocato avrebbe voluto farne un polo del turismo di lusso, una alternativa a Capri e Saint Tropez.</p>
<p>Fu progettata una edificabilità molto contenuta e fu costruita una strada di 1700 metri, il pontile di attracco per le barche. Apparvero dei bungalow, i trulli bianchi, un ristorante.</p>
<p style="text-align: left;">Erano gli anni del boom e tutto sembrava possibile. Ma si aprì presto una battaglia giudiziaria durata venti anni che vide vincitore Antonio Praticò, ex operaio, eletto per quattro legislature consecutive Sindaco di Praia a Mare. L’Isola di Dino è tornata bene pubblico</p>
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		<title>Le mute parole dei giganti di pietra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 07:15:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Megaliti]]></category>
		<category><![CDATA[Nardo Di Pace]]></category>
		<category><![CDATA[Narduepaci]]></category>
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		<category><![CDATA[Valle Precariti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I cosiddetti Megaliti di NARDODIPACE sono databili cinquemila anni prima che i Greci arrivassero in Calabria. Ci si trova dinanzi a grandi assemblaggi che hanno avuto<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b>I cosiddetti Megaliti di NARDODIPACE sono databili cinquemila anni prima che i Greci arrivassero in Calabria.<br />
</b><b>Ci si trova dinanzi a grandi assemblaggi che hanno avuto bisogno di tecniche con presenze umane notevoli, megablocchi granitici di grandi dimensioni tra loro sovrapposti, distribuiti in un estesissimo raggio d’azione</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli incendi in Calabria, ahimè, non godono di buona fama. Molti boschi di cui la regione è ricca negli ultimi anni ne hanno sofferto la violenza distruttiva.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure – quando si dice che ogni male non viene per nuocere – a Nardodipace, piccolo centro, poco più di mille abitanti, sul margine sud-orientale delle Serre calabresi dalla parte ionica, in provincia di Vibo Valentia, all’inizio del nuovo millennio, più precisamente nell’anno 2002, in seguito ad un grosso incendio che, disboscando notevolmente la zona lungo i pendii collinari dai 600 a quasi 1.400 metri, sul deserto di terra bruciata, ha rivelato la presenza di enormi complessi di grandi pietre accorpate fra loro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Uno scenario inedito quanto mai sorprendente che mobilita subito numerosi studiosi italiani e stranieri.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fra i primi a giungere a Nardodipace ci sono il prof. Alessandro Guerricchio, ordinario di Geologia all’Università della Calabria, il prof. Winther, archeologo statunitense del Paleolitico e Neolitico europeo, accompagnato dal prof. Bertolini e dal prof. Domenico Raso, studioso dei linguaggi della preistoria e che a questi studi dedicherà la vita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Esclusa</span> <span style="font-weight: 400;">l’origine naturale della costruzione, l’indagine si orienta su ipotesi archeologiche nonché antropologiche molto interessanti. Si aprono scenari di incredibile fascino e di notevole interesse circa l’esistenza di popolazioni di molto antecedenti la colonizzazione delle terre calabresi da parte dei greci.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9725 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace.jpg" alt="" width="749" height="606" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace.jpg 1000w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-768x621.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-180x146.jpg 180w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-50x40.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-93x75.jpg 93w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-927x750.jpg 927w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/Nardopinace-834x675.jpg 834w" sizes="(max-width: 749px) 100vw, 749px" /></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I due megaliti collocati in due zone distinte sono indicati come Geosito A e B con singolari forme architettoniche che si ripetono da un sito all’altro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ dunque lecito pensare che ci sia stata la mano dell’uomo ma c’è una corrente di pensiero che solleva dubbi sulla teoria di una civiltà che abbia colonizzato questi</span> <span style="font-weight: 400;">territori e lasciato un segno quasi indelebile sul territorio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il prof. Guerricchio ha individuato una remota orientazione astronomica verso il solstizio d’estate “ma quello del quinto millennio a.C.” E Winther nei segni che sembrano tracciati dal tempo sulle pietre ha visto e letto altro: “questa è la sepoltura di tutti i signori del mare portati qui in navigazione” e aggiunge il prof. Raso “dall’esodo dell’enclave dei Pelasgi durata tre millenni”. Tesi sostenuta anche dal grecista Franco Mosino che ha collegato appunto questa civiltà a quella dei Lestrigoni o Pelasgi descritti da Omero nell’</span><i><span style="font-weight: 400;">Odissea</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La discussione, oltre a risolversi a favore della tesi antropica qualora si osservino da vicino i megaliti, pare giungere a un decisivo punto di svolta in seguito alla constatazione piramidale di uno dei due, quello denominato con la lettera A costituito dall’accostamento di diverse strutture circolari, simili a cumuli di matrice diremmo celtica, o legata alle strutture megalitiche di Stonhenge. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto Nardodipace sta a metà tra la terra ferma, o almeno la sua ultima punta e la Sicilia (dove non mancano siti analoghi, anche se le dominazioni successive li hanno cancellati, ma sono descritti nelle cronache medievali (il geografo Idrisi ne è un esempio), ma soprattutto con Malta altro luogo in cui ritroviamo i Menhir e i simboli, quelli sono essenziali, che ritroviamo anche a Nardodipace.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le pietre di Nardodipace, come quelle di Malta o di Stonehenge “parlano” per così dire la stessa lingua, utilizzano il medesimo alfabeto fatto di rune e gli stessi simboli. Sembrano essere f</span><span style="font-weight: 400;">orse l’unica testimonianza di una Civiltà della Pietra, ben più antica forse del V millennio, e scomparsa, di cui i megaliti di Nardodipace costituiscono ad oggi, un unicum in Italia</span><b>.</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sull’uso religioso, anche qui si potrebbe dissentire, è ovvio, come nel più noto sito inglese, che i siti astronomici, e da cui era pertanto possibile scrutare gli astri con importanti informazioni per la caccia, l’agricoltura, l’avvicendarsi delle stagioni, fossero nel contempo luoghi di culto. L’astronomia stessa rientrava nel culto. Dunque, uno scopo triplice: astronomico, religioso e funerario.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono i connotati di un popolo evoluto, possessore di una elevata conoscenza tecnologica scientifica e astronomica, in grado di rendere possibili imprese titaniche come la costruzione degli insediamenti megalitici; ma era anche un popolo che riconosceva il carattere sacro del rapporto con la Natura, venerata come Madre Terra, che era dedito ai culti riferiti proprio agli elementi determinanti i cicli naturali, come il Sole, la Luna e le stelle.</span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9724 " src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-1024x721.jpg" alt="" width="856" height="603" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-1024x721.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-768x540.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-1536x1081.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-207x146.jpg 207w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-50x35.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-107x75.jpg 107w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-960x676.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13-959x675.jpg 959w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/NARDODIPACE-M-GUZZO-I13.jpg 1559w" sizes="(max-width: 856px) 100vw, 856px" /></p>
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		<title>Nicotera, il mare cristallino della “Costa degli dei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jun 2016 14:01:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costa degli Dei]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo Azzurro]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<category><![CDATA[vibo valentia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che la Calabria fosse suddivisa in tratti di costa infiniti ormai per tutti è un dato di fatto ma che tutti avessero un nome, è cosa<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-azzurro/nicotera-la-costa-degli-dei-in-calabria/">Nicotera, il mare cristallino della “Costa degli dei”</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p>Che la Calabria fosse suddivisa in tratti di costa infiniti ormai per tutti è un dato di fatto ma che tutti avessero un nome, è cosa poco nota .E così quella striscia di costa che da Pizzo Calabro arriva a Nicotera prende il nome di <strong>Costa degli Dei</strong>, meravigliose spiagge e mare cristallino la caratterizzano.</p>
<p>È inutile soffermarci su Tropea, Capo Vaticano, Parghelia, di cui si sente parlare spesso, io oggi voglio descrivervi Nicotera. Ricordo ancora il primo giorno che ci andai, andò in tilt il navigatore perché chi era alla guida dell’auto decise di fare le strade interne per arrivarci, vi assicuro che c’è un modo più veloce per raggiungerla, l’autostrada Salerno – Reggio Calabria! A mio parere è una delle più belle località della provincia di Vibo Valentia, ricca di storia di arte e tradizioni, ricca di gente disposta a farsi in quattro per accogliere il turista e chiunque ricopra il ruolo di ospite.</p>
<p>L’abitato gode di uno splendido paesaggio: Nicotera Marina, Monte Sant’Elia di Palmi, lo stretto di Messina, l’Aspromonte e le isole Eolie. Interessante è il panorama che si può godere affacciandosi da “<strong>affacciu</strong>” lo sguardo da qui può abbracciare all’orizzonte la sponda messinese con il maestoso <strong>Etna </strong>visibile nelle giornate più nitide, <strong>Punta Faro</strong> e le <strong>Isole Eolie</strong>.</p>
<p>Ricca di storia Nicotera ne conserva le tracce nel suo imponente castello &#8211; nella parte storica del paese &#8211; fatto costruire dalla famiglia Ruffo nel XVIII secolo, oggi centro museale. I grandi saloni del piano terra ospitano il “Civico Museo Archeologico”, mentre il primo piano dell’edificio ospita il “Centro per lo studio e la conservazione della civiltà contadina del Poro”.</p>
<p>È così piccola Nicotera, a stento si crede che all’ interno custodisca così tanta bellezza, valorizzata dalla gente che la abita, che tanto la ama!</p>
<p style="text-align: justify;">			<div id="huge_it_google_map346688_container">
				<div class="hide" id="huge_it_google_map346688"
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					     border-radius:1px !important;
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					     ">
				</div>
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				#huge_it_google_map346688 img {
					max-width: none;
					visibility: visible !important;
				}
				.hide {
					display: none;
				}
			</style>
			<script>
				jQuery(document).ready(function () {
					function InitializeMap346688() {
						var marker = [];
						var polygone = [];
						var polyline = [];
						var polylinepoints;
						var newpolylinecoords = [];
						var polygonpoints;
						var polygoncoords = [];
						var newcircle = [];
						var infowindow = [];
						var newcirclemarker = [];
						var circlepoint;
						var width = jQuery("#huge_it_google_map").width();
						var height = jQuery("#huge_it_google_map").height();
						var div = parseInt(width) / parseInt(height);
						var trafficLayer = new google.maps.TrafficLayer();
						var bikeLayer = new google.maps.BicyclingLayer();
						var transitLayer = new google.maps.TransitLayer();
						function bindInfoWindow(marker, map, infowindow, description, info_type) {
							if (info_type == "click") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'click', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
							}
							if (info_type == "hover") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseover', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseout', function () {
									infowindow.close(map, marker);
								});
							}
						}
						jQuery(document).on("click tap drag scroll", function (e) {
							if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
								var container = jQuery("#huge_it_google_map346688");
								if (!container.is(e.target) && container.has(e.target).length === 0) {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: false,
										scrollwheel: false
									});
								} else {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: true,
										scrollwheel: true
									});
								}
							}
						});
						jQuery(window).on("resize", function () {
							var newwidth = jQuery("#huge_it_google_map").width();
							var newheight = parseInt(newwidth) / parseInt(div) + "px";
							jQuery("#huge_it_google_map").height(newheight);
						})
						var center_lat = 38.5461927;
						var center_lng = 15.933803200000057;
						var center_coords = new google.maps.LatLng(center_lat, center_lng);
						var styles = [
							{
								stylers: [
									{hue: "#"},
									{saturation:0 },
									{lightness:0 },
									{gamma:1 },
								]
							}
						]
						var frontEndMapOptions = {
							zoom: parseInt(11),
							center: center_coords,
							disableDefaultUI: true,
							styles: styles,
							panControl: true,
							zoomControl: true,
							mapTypeControl: true,
							scaleControl: true,
							streetViewControl: true,
							overviewMapControl: true,
							mapTypeId: google.maps.MapTypeId.ROADMAP,
							minZoom: parseInt(0),
							maxZoom: parseInt(22)
						}
						var front_end_map = new google.maps.Map(document.getElementById('huge_it_google_map346688'), frontEndMapOptions);
						if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: false,
								scrollwheel: false
							});
						} else {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: true,
								scrollwheel: true
							});
						}
						var huge_map_shown = 0;
						function front_map_animations() {
							var map_anim;
							huge_map_shown = 1;
							var block = jQuery("#huge_it_google_map346688");
							if ("none" == "none") {
								map_anim = "";
							} else {
								map_anim = "none";
							}
							block.removeClass("hide");
							block.addClass("animated " + map_anim);
							google.maps.event.trigger(front_end_map, 'resize');
							front_end_map.setCenter(center_coords);
						}
						if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map346688_container").offset().top
							&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map346688_container").offset().top
						) {
							setTimeout(function () {
								front_map_animations();
							}, 500);
						}
						jQuery(window).scroll(function () {
							if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map346688_container").offset().top
								&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map346688_container").offset().top
							) {
								setTimeout(function () {
									front_map_animations();
								}, 500);
							}
						});
						if ("false" == "true") {
							bikeLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							trafficLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							transitLayer.setMap(front_end_map);
						}
						var front_end_data = {
							action: 'g_map_options',
							map_id:14,
							task: 'ajax'
						}
						jQuery.ajax({
							url: 'https://www.calabriain.online/calabriain/wp-admin/admin-ajax.php',
							dataType: 'json',
							method: 'post',
							data: front_end_data,
							beforeSend: function () {
							}
						}).done(function (response) {
							HGinitializeMap(response);
						}).fail(function () {
							console.log('Failed to load response from database');
						});
						function HGinitializeMap(response) {
							if (response.success) {
								var mapInfo = response.success;
								var markers = mapInfo.markers;
								for (var i = 0; i < markers.length; i++) {
									var name = markers[i].name;
									var address = markers[i].address;
									var anim = markers[i].animation;
									var description = markers[i].description;
									var markimg = markers[i].img;
									var img = new google.maps.MarkerImage(markimg,
										new google.maps.Size(20, 20));
									var point = new google.maps.LatLng(
										parseFloat(markers[i].lat),
										parseFloat(markers[i].lng));
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									if (anim == 'DROP') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											icon: markimg,
											content: description,
											animation: google.maps.Animation.DROP
										});
									}
									if (anim == 'BOUNCE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											content: description,
											icon: markimg,
											animation: google.maps.Animation.BOUNCE
										});
									}
									if (anim == 'NONE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											icon: markimg,
											content: description,
											title: name,
										});
									}
									infowindow[i] = new google.maps.InfoWindow;
									bindInfoWindow(marker[i], front_end_map, infowindow[i], description, "click");
								}
								var polygones = mapInfo.polygons;
								for (var i = 0; i < polygones.length; i++) {
									var name = polygones[i].name;
									var line_opacity = polygones[i].line_opacity;
									var line_color = "#" + polygones[i].line_color;
									var fill_opacity = polygones[i].fill_opacity;
									var line_width = polygones[i].line_width;
									var fill_color = "#" + polygones[i].fill_color;
									var latlngs = polygones[i].latlng;
									polygoncoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polygonpoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										polygoncoords.push(polygonpoints)
									}
									polygone[i] = new google.maps.Polygon({
										paths: polygoncoords,
										map: front_end_map,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeColor: line_color,
										strokeWeight: line_width,
										fillOpacity: fill_opacity,
										fillColor: fill_color,
										draggable: false,
									});
									google.maps.event.addListener(polygone[i], 'click', function (event) {
										var polygone_index = polygone.indexOf(this);
										var polygone_url = polygones[polygone_index].url;
										if (polygone_url != "") {
											window.open(polygone_url, '_blank');
										}
									})
								}
								console.log(polygone);
								var polylines = mapInfo.polylines;
								for (var i = 0; i < polylines.length; i++) {
									var name = polylines[i].name;
									var line_opacity = polylines[i].line_opacity;
									var line_color = polylines[i].line_color;
									var line_width = polylines[i].line_width;
									var latlngs = polylines[i].latlng;
									newpolylinecoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polylinepoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										newpolylinecoords.push(polylinepoints)
									}
									polyline[i] = new google.maps.Polyline({
										path: newpolylinecoords,
										map: front_end_map,
										strokeColor: "#" + line_color,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeWeight: line_width
									})
								}
								var circles = mapInfo.circles;
								for (var i = 0; i < circles.length; i++) {
									var circle_name = circles[i].name;
									var circle_center_lat = circles[i].center_lat;
									var circle_center_lng = circles[i].center_lng;
									var circle_radius = circles[i].radius;
									var circle_line_width = circles[i].line_width;
									var circle_line_color = circles[i].line_color;
									var circle_line_opacity = circles[i].line_opacity;
									var circle_fill_color = circles[i].fill_color;
									var circle_fill_opacity = circles[i].fill_opacity;
									var circle_show_marker = parseInt(circles[i].show_marker);
									circlepoint = new google.maps.LatLng(parseFloat(circles[i].center_lat),
										parseFloat(circles[i].center_lng));
									newcircle[i] = new google.maps.Circle({
										map: front_end_map,
										center: circlepoint,
										title: name,
										radius: parseInt(circle_radius),
										strokeColor: "#" + circle_line_color,
										strokeOpacity: circle_line_opacity,
										strokeWeight: circle_line_width,
										fillColor: "#" + circle_fill_color,
										fillOpacity: circle_fill_opacity
									});
									if (circle_show_marker == '1') {
										newcirclemarker[i] = new google.maps.Marker({
											position: circlepoint,
											map: front_end_map,
											title: circle_name,
										});
									}
								}
							}
						}
					}
					InitializeMap346688();
				})
			</script>
			
<p><span style="font-size: 8pt;">Credits: <a href="http://www.scoprilacalabria.com/nicotera-spiagge-meravigliose-e-mare-cristallino-nella-costa-degli-dei/">scoprilacalabria</a></span><!--:--><!--:en--></p>
<p><!--:--></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Filej con la ‘nduja</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/filej-con-la-nduja/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=filej-con-la-nduja</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jun 2016 13:42:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Filej]]></category>
		<category><![CDATA[nduja]]></category>
		<category><![CDATA[Ricette]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.calabriavillage.it/?p=4749</guid>

					<description><![CDATA[<p>Speciale piatto della cucina regionale INGREDIENTI PER 4 PERSONE 400 g di filei 100 g di ’nduja 500 g di pomodori maturi 50 g di Pecorino<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<h3 class="content_sx" style="text-align: center;"><span style="font-size: 18pt; font-family: georgia, palatino, serif;"><strong>Speciale piatto della cucina regionale</strong></span></h3>
<div class="content_sx"></div>
<div></div>
<div class="content_sx"><span style="color: #ff0000;"><strong>INGREDIENTI PER 4 PERSONE </strong></span></div>
<ul>
<li class="content_sx">400 g di filei</li>
<li class="content_sx">100 g di ’nduja</li>
<li class="content_sx">500 g di pomodori maturi</li>
<li class="content_sx">50 g di Pecorino di Monte Poro grattugiato</li>
<li class="content_sx">olio extravergine di oliva</li>
<li class="content_sx">sale</li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;">DIFFICOLTÀ:</span><br />
<strong>minima</strong></li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;">PREPARAZIONE</span><br />
<strong>10 minuti</strong></li>
</ul>
<ul>
<li><span style="color: #ff0000;">COTTURA</span><br />
<strong>20 minuti</strong></li>
</ul>
<div class="content_dx" style="text-align: justify;">Sbollentate in acqua i pomodori, sbucciateli, eliminate i semi e tritateli grossolanamente. Mettete la &#8216;nduja in una capace padella con un filo di olio, portate sul fuoco e fatela sciogliere schiacciandola con un cucchiaio di legno, quindi aggiungete i pomodori e fateli insaporire a fiamma vivace; regolate di sale.<br />
Portate a ebollizione abbondante acqua, salatela e cuocete i filei; scolateli al dente, versateli nella padella con il sugo e fateli saltare a fiamma vivace. Completate con il pecorino grattugiato e servite.</div>
<p><!--:--><!--:en--></p>
<p><!--:--></p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Eccellenze calabresi: il fico &#8220;dottato&#8221;</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/eccellenze-calabresi-fico-dottato/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=eccellenze-calabresi-fico-dottato</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jun 2016 07:32:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[Fichi]]></category>
		<category><![CDATA[Fichi Dottati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.calabriavillage.it/?p=4582</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Dottato, chiamato anche Ottato, è una varietà di fico domestico bìfere di origine italiana. Molto coltivata nell&#8217;Italia meridionale, il suo frutto è particolarmente apprezzato secco. Nella provincia<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-sapori/eccellenze-calabresi-fico-dottato/">Eccellenze calabresi: il fico &#8220;dottato&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <b>Dottato</b>, chiamato anche Ottato, è una varietà di fico domestico bìfere di origine italiana. Molto coltivata nell&#8217;Italia meridionale<sup id="cite_ref-1" class="reference"></sup>, il suo frutto è particolarmente apprezzato secco. Nella provincia di Cosenza la Denominazione di Origine Protetta &#8220;Fichi di Cosenza DOP&#8221; designa in modo esclusivo i frutti essiccati di fico domestico “Ficus carica sativa”, appartenenti alla suddetta varietà.</p>
<p><sup id="cite_ref-5" class="reference"></sup>I <strong>Fichi dottati</strong> hanno un sapore particolare e da sempre legata alla tradizione agricola e gastronomica calabrese.</p>
<p style="text-align: justify;"><div class="su-youtube su-u-responsive-media-yes"><iframe width="740" height="500" src="https://www.youtube.com/embed/JTGcTzHh_6I?" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; encrypted-media; picture-in-picture" title=""></iframe></div>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>Fico</strong> fresco o essiccato, è stato da sempre un cibo &#8220;povero&#8221; e tipicamente contadino: mangiato col pane faceva da companatico e se il pane non c&#8217;era, lo sostituiva. Questo frutto (che oggi,una filiera di centotrenta produttori e trasformatori tenta di proteggere e valorizzare) si raccoglie a mano, da giugno ad ottobre: maturo, dal sapore mieloso, di pezzatura medio-piccola, buccia chiara, polpa morbida e semi minuscoli, essiccato, e con sapiente lavorazione artigianale, per secoli ha rappresentato una  delle provviste più gradite e meglio conservate.<br />
L&#8217;essiccazione, che fino a pochi decenni fa si faceva al sole, su rudimentali stuoie di canne, oggi avviene in appositi forni; ma, dalla trasformazione, ancora tante prelibatezze: crocette, trecce, coroncine, palloni, confettura. Squisite sempre, ma ancor più, se gustate con un Mantonico passito della Locride.</p>
<p>Per millenni, nel bacino del Mediterraneo, i fichi principalmente secchi sono addomesticati e considerati dall&#8217;uomo come un alimento con qualità tonificanti e di conservazione. Nel corso dei secoli, nelle province di Salerno e Cosenza, essi diventano una risorsa economica importante per gli agricoltori che hanno creato una vasta gamma di derivati, oggi, tutelati dalla denominazione di origine: &#8220;Fico Bianco del Cilento&#8221; DOP e &#8220;Fichi di Cosenza&#8221; DOP.</p>
<p><strong><span id="Grappa_aromatizzata_ai_fichi" class="mw-headline">Grappa aromatizzata ai fichi</span></strong></p>
<p>In Provincia di Reggio Calabria, nel basso ionio reggino (Area Grecanica), i fichi raccolti, caratterizzati da proprietà uniche derivanti dal particolare microclima, sono utilizzati per produrre la grappa aromatizzata ai fichi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 8pt;">Sitografia: eccellenzecalabresi.it &#8211; <b>^</b> <span class="reference-text"><cite class="citation web">Fichi di Cosenza DOP, su fichidicosenza.com. </cite></span><b>^</b> <span class="reference-text"><cite class="citation web">Fichi di Cosenza DOP Atlante dei prodotti tipici &#8211; Ortofrutticoli DOP e IGP, su agraria.org.</cite></span></span></p>
<p><!--:--></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-sapori/eccellenze-calabresi-fico-dottato/">Eccellenze calabresi: il fico &#8220;dottato&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sulle tracce dei Greci di Calabria</title>
		<link>https://www.calabriain.online/ambiente/sulle-tracce-dei-greci-di-calabria/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=sulle-tracce-dei-greci-di-calabria</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 16:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[gallicianò]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.calabriain.online/calabriain/?p=6836</guid>

					<description><![CDATA[<p>Li chiamavano sprezzantemente paddéchi quando i montanari greci dall’Aspromonte scendevano a Reggio. Fino a quando uno studioso tedesco, Gerhard Rohlfs zaino in spalla, a dorso di<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/ambiente/sulle-tracce-dei-greci-di-calabria/">Sulle tracce dei Greci di Calabria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Li chiamavano sprezzantemente <em>paddéchi </em>quando i montanari greci dall’Aspromonte scendevano a Reggio. Fino a quando uno studioso tedesco, </strong><strong>Gerhard Rohlfs </strong><strong>zaino in spalla, a dorso di mulo, si avventurò dalle loro </strong><strong>parti e ascoltandoli dal vivo poté enunciare un’ipotesi straordinaria: </strong><strong>quella parlata incomprensibile affondava le radici nel greco di Omero, continuità ininterrotta con la Magna Grecia!</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>Samantha De Martin</strong></p>
<p>Terra arsa dal sole, fichi d’india, strade a picco sul mare, il blu intenso del cielo che accoglie nel grembo piccole case abbarbicate alla collina.</p>
<p>Aggirarsi tra i paesini dell’area grecanica significa compiere un viaggio nel tempo, nella lingua e tra le tradizioni popolari di una Calabria autentica, scrigno fedele di un passato che custodisce storie, mestieri, leggende, antichi riti. Aneddoti di maghi e di magare, miti ed eroi si confondono in questo mosaico brillante, cucito con pazienza da vecchie mulattiere che s’inerpicano tra precipizi e gole profondissime, sperdute nella loro bellezza maturata al sole di una civiltà antica e al trascorrere lento dalle stagioni.</p>
<p>Siamo nella Grecìa calabrese, la terra dei Greci di Calabria, incastonata nel massiccio aspromontano, a una manciata di chilometri da Reggio, nella frastagliata valle dell’Amendolea. La si può scoprire raggiungendo i comuni di Bova Superiore, Bova Marina, Roccaforte del Greco, Condofuri, Roghudi, Gallicianò, Amendolea, Grotta, San Carlo, limiti territoriali della Grecìa linguistica, dove gli ultimi, pochissimi parlanti &#8211; in tutto 500 &#8211; sono i relitti di una parlata antichissima che affonda le sue radici addirittura nel greco di Omero.</p>
<p>È stato in realtà un tedesco, Gerhard Rohlfs più di 90 anni fa, a scoprire e a valorizzare queste comunità attraverso i suoi ripetuti viaggi in Calabria, regione che, come scriveva, <em>“doveva essere redenta attraverso la riconquistata dignità di popolo, a seguito della riscoperta dei valori culturali regionali da parte dei suoi abitanti”.</em></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-6838 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca.jpg" alt="" width="866" height="413" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca.jpg 866w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca-768x366.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca-260x124.jpg 260w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca-50x24.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/05/FOTO-2-Messa-ortodossa-a-Gallicianò-Courtesy-of-Grekopedia-Digital-Library-del-Parco-Culturale-della-Calabria-Greca-150x72.jpg 150w" sizes="(max-width: 866px) 100vw, 866px" /></strong></p>
<p><strong>Gallicianò, “acropoli della Magna Grecia”</strong></p>
<p>Il mio incontro con i Greci di Calabria è invece avvenuto quasi 90 anni dopo rispetto allo studioso tedesco, precisamente a Gallicianò, “Acropoli della Magna Grecia”, in un pomeriggio di primavera inoltrata. A offrirmi lo spunto per una visita, l’amore per una terra magnetica, la curiosità per le parlate locali e l’argomento della mia tesi di laurea, legato agli aspetti linguistici della superstizione in quest’area.</p>
<p>La signora Nucera, dopo aver messo a disposizione <em>u bizzolu &#8211; </em>il ‘gradino della porta di casa’ aveva iniziato a tessere il suo elenco di malanni che negli ultimi mesi l’avevano sferzata, condividendo quel suo coraggioso “tirare avanti” contro gli avversi colpi della sorte. Poi, nel mostrare la perla del borgo, la piccola chiesa ortodossa <em>Panaghìa tis Elladas</em> (Madonna dei Greci), era passata a ricordare con orgoglio quegli studiosi, primo tra tutti Rohlfs, che erano arrivati fin lì e che <em>“avevano insegnato il greco ai Greci stessi”.</em></p>
<p><strong>Gli eredi della lingua di Omero</strong></p>
<p>Le comunità grecaniche sono un crogiolo di diverse civiltà fuse tra loro da secoli di dominazioni avvicendatesi sul fertile sostrato greco antico &#8211; potremmo dire con Rohlfs addirittura omerico &#8211; al quale, col tempo, si sono aggiunti elementi latini, arabi, francesi, ispanici, germanici, riplasmati e riadattati nella fucina del Cristianesimo, e a contatto con il mondo della Grecia moderna.</p>
<p>Per afferrare questo legame fortissimo con il mondo greco, oltre ad osservare i riti funebri &#8211; ma anche quelli legati alla coltivazione, alla preparazione dei dolci e del pane &#8211; ancora oggi presenti tra queste comunità, basta ascoltare la parlata dei pochi anziani rimasti. Eppure questa lingua fu a lungo apostrofata come la parlata dei villani e dei <em>paddéchi, </em>i montanari greci.</p>
<p>Mentre l’avvento del Fascismo &#8211; infliggendo severe punizioni agli scolari sorpresi a parlare greco &#8211; non aveva fatto altro che accrescere l’isolamento di queste comunità grecofone, la distanza geografica di questi centri &#8211; lontani dalla superstrada litoranea e dai circuiti di distribuzione della stampa &#8211; aveva favorito la conservazione di queste parlate locali, la cui riscoperta avvenne intorno agli anni Cinquanta del Novecento.</p>
<p>La continuità ininterrotta tra il greco della Magna Grecia e quello parlato oggi in queste comunità è molto evidente soprattutto nel lessico &#8211; soprattutto a quello legato alla sfera della superstizione &#8211; dei Greci di Calabria. Nonostante i dialetti italo-greci abbiano una loro fisionomia e non possano essere identificati con nessun dialetto regionale della madreterra greca, in queste comunità il legame linguistico con la madrepatria non fu mai interrotto.</p>
<p>Se infatti parole come <em>cátara </em>(‘maledizione’)<em>, diávolo, δráćena </em>(‘drago femmina’) sono comuni al bovese e al greco antico, il bovese<em> lícena</em> (‘strega maledetta, lupa’)<em>, </em>ancora presente nella parlata di Bova, trova riscontro in uno dei <em>Dialoghi</em> del greco Luciano di Samosata, dove la voce <em>Lukaìne </em>figurava come nome proprio di una prostituta. Significato che giustificherebbe l’attuale utilizzo figurato del termine.</p>
<p>A quanti, bovesi e non, sarà poi capitato di imbattersi nella parola magára (‘strega, maga in grado di sedurre gli animi con formule e gesti’) con la sua accezione non proprio positiva, a indicare una donna immorale? Ed eccolo il termine Mégaira a designare, nella mitologia classica, una delle Erinni, divinità del male e della morte.</p>
<p>E si potrebbe continuare ancora, frugando nel lessico per cogliere questo contatto tra le antiche colonie linguistiche della Calabria magnogreca e la madrepatria.</p>
<p><em> </em><strong>Bova, la “capitale” della cultura greca di Calabria</strong></p>
<p>Con il suo grazioso centro storico, la piazzetta che accoglie un’antica locomotiva a vapore, e ancora la Cattedrale, il Santuario di San Leo e gli antichi palazzi nobiliari, Bova, inserita nel circuito dei borghi più belli d’Italia, è la “capitale” dell’area grecanica.</p>
<p>I ruderi del castello normanno sorvegliano orgogliosi questo affascinante borgo tra i cui anfratti sembrano risuonare ancora le voci degli antichi Ausoni.</p>
<p>Meta di Vandali, Saraceni, Arabi, Normanni, questo piccolo centro accoglie il “Sentiero della civiltà contadina” e, dal 2016 &#8211; nel punto esatto in cui il viaggiatore Edward Lear disegnò un bellissimo scorcio di Bova, durante il suo Grand Tour &#8211; il Museo della lingua greco-calabra intitolato a Gerhard Rohlfs.</p>
<p><strong>Roghudi, il borgo fantasma</strong></p>
<p>A qualcuno sarà capitato di avventurarsi da solo, in fuoristrada, sfidando il continuo susseguirsi di dirupi e stradine impervie. Ma a Roghudi Vecchio, il “borgo fantasma” a una ventina di chilometri da Bova, spopolato in seguito alle alluvioni del 1971 e del 1973, e raggiungibile percorrendo una piccola strada in un paesaggio selvaggio e incredibilmente suggestivo, è consigliabile andarci in compagnia di una guida esperta.</p>
<p>D’altronde è il nome stesso di questo piccolissimo centro &#8211; dal greco <em>rochódes</em>, ‘roccioso’ &#8211; composto da brandelli di ruderi, aggrappato a un puntuto dente di roccia sospeso sull’assetata fiumara dell’Amendolea, a mettere in guardia evocando l’ambiente che lo circonda.</p>
<p>Eppure sembra ancora di vederla la <em>Narada </em>di Roghudi, dalle sembianze femminili e i piedi d’asina, sbucata dai racconti popolari grecanici, mentre si aggira tra i vicoli abbandonati. Il suo nome ricorda un aggettivo utilizzato da Omero nell’Iliade, dove il misterioso autore designava invece ‘colei che non inganna’.</p>
<p>Avviluppati nel loro fecondo silenzio, i borghi dell’area grecanica sembrano ammiccare a quella costa fertile, impreziosita del giallo profumato del Bergamotto e percorsa dall’incedere lento della tartaruga Caretta Caretta che ha scelto la fascia jonica reggina, cuore della Calabria Greca, per deporre le uova.</p>
<p><strong>Un patrimonio da difendere e tramandare</strong></p>
<p>Sospese tra i relitti di un mondo che scompare con la morte degli ultimi parlanti, le comunità grecaniche, con la loro profumata tradizione culinaria, la vivacità del <em>Festival Etnomusicale Paleariza</em>, la preziosa lingua, possono sopravvivere solo grazie alla salvaguardia garantita dalla memoria e dall’orgoglio, più che dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482 a tutela delle minoranze linguistiche.</p>
<p>Nel 2003 il GAL &#8211; Gruppo Azione Locale Area Grecanica &#8211; ha promosso <em>Pucambù</em>, l’Agenzia per lo Sviluppo del turismo rurale della Calabria Greca, un consorzio con il compito di promuovere i pacchetti turistici e garantire servizi comuni al territorio.</p>
<p>Recentemente ha preso il via la campagna di raccolta fondi &#8220;Se mi parli vivo&#8221; promossa dall&#8217;Associazione culturale ellenofona <em>Jalò Tu Vua </em>in partenariato con GAL Area Grecanica e il Comune di Bova, per la salvaguardia e la promozione del greco di Calabria.</p>
<p>Due i progetti interconnessi che consistono nell&#8217;istituzione di tre laboratori linguistici permanenti e gratuiti di greco di Calabria, nei comuni di Bova, Condofuri e Reggio, e nella realizzazione della <em>Casa della Filoxenìa</em>, un percorso esperienziale sulle migrazioni del popolo calabrese e non.</p>
<p>Sono iniziative importanti, che rafforzano un impegno che un giorno ci renderà tutti, accanto ai Greci di Calabria, depositari di un patrimonio fatto di riti, credenze e tradizioni, fertile <em>humus</em> di quella civiltà e identità storica della nostra lussureggiante Arcadia.</p>
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		<title>Vini DOC di Calabria &#124; Cirò</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2016 07:01:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cirò]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze Calabresi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: justify;">Il <b>Cirò</b> è un vino DOC, è il primo vino calabrese ad avere la Denominazione di Origine Controllata dal 1969 . Prodotto in provincia di Crotone nei comuni di Cirò e Cirò Marina e in parte nei territori di Melissa e Crucoli</p>
<p style="text-align: justify;">La storia del vino Cirò ha inizio nell&#8217;VIII secolo a.C. quando alcuni coloni giunti dalla Grecia approdarono sul litorale di Punta Alice e fondarono Krimisa. La sua origine è legata alla leggenda di Filottete il quale, al ritorno da Troia, consacrò le frecce donategli da Eracle nel santuario di Apollo Aleo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Krimisa”è il nome che probabilmente deriva da quello di una colonia greca, Cremissa, dove sorgeva un importante tempio dedicato al dio del vino, Bacco. Si dice che il “Krimisa” (o Cremissa) fosse, nell’antichità, il “vino ufficiale” delle Olimpiadi. Dall&#8217;antichità ad oggi, il Vino Cirò ha sempre goduto fama di essere dotato di <strong>virtù terapeutiche</strong>. Infatti più di un medico garantiva che il Cirò è un &#8220;sicuro cordiale per chi vuole recuperare le forze dopo una lunga malattia&#8221; ed inoltre è &#8220;tonico opulento e maestoso per la vecchiaia umana che vuole coronarsi di verde ancora per anni&#8221;.<br />
La storia del vino Ciro&#8217;, risale quindi ai primi sbarchi dei coloni greci sulle coste Calabresi, ove rimasero talmente impressionati della fertilita&#8217; di questi vigneti che gli diedero il nome di<strong>&#8220;Enotria&#8221;, &#8220;terra dove si coltiva la vite alta da terra&#8221;</strong> e questo nome venne poi esteso in tutta Italia. I greci seppero dare un grande valore a questi vigneti dicendo che un appezzamento di terra coltivata a vite valeva per sei volte un campo di cereali, infatti alcuni tipi di vite presenti sul suolo Calabrese e in qualche zona dell&#8217;Italia si presume siano di origine greca, come ad esempio il <strong>gaglioppo, il mantonico ed il greco bianco.</strong> Le due localita&#8217; Calabresi, <strong>Crotone e Sibari</strong> situate lungo la costa jonica avevano una particolare importanza dopo aver dato origine alla produzione del <strong>&#8220;Krimisa&#8221;</strong> antenato dell&#8217;attuale Ciro&#8217;, che divento&#8217;,  <strong>il &#8220;Krimisa&#8221;,  il vino ufficiale dell&#8217; Olimpiade</strong> e probabilmente è stato il primo esempio di sponsor secondo l&#8217;attuale definizione. Lo stesso <strong>Milone di Crotone</strong>, vincitore di ben sei olimpiadi, pare fosse un grande estimatore di questo vino che per tradizione veniva offerto agli atleti che tornavano vincitori dalle gare olimpiche. La tradizione è stata riportata in auge alle Olimpiade di Città del Messico nel 1968 dove tutti gli atleti partecipanti hanno avuto la possibilità di gustare il Cirò come vino ufficiale, fra l&#8217;altro Cremissa era anche il nome della colonia greca, sede di un imponente tempio dedicato a <strong>Bacco</strong>, situata più o meno dove oggi c&#8217;è <strong>Cirò Marina. </strong>Talmente tanta era all&#8217;epoca, l&#8217;importanza della produzione del vino Ciro&#8217;, che sembra addirittura fossero stati costruiti degli <strong>&#8220;enodotti&#8221;</strong> con tubi  in terra cotta che partivano dalle colline di Sibari fino ad arrivare al porto dove il vino veniva direttamente imbarcato, per abbreviare cosi&#8217; tutte le operazioni di trasporto. Oggi il vino Ciro&#8217; viene esportato in tutto il mondo, conosciuto per le sue grandi qualita&#8217;. In particolare il Cirò rosso, con <strong>una gradazione di 13,5 gradi</strong>, puo&#8217; addirittura portare la qualifica di <strong>&#8220;Riserva&#8221;.</strong></p>
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		<title>&#8220;Sardella&#8221; o &#8220;rosamarina&#8221; tipico &#8220;caviale&#8221; di Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 May 2016 07:17:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[crotone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> La sardella calabrese (detta anche il caviale calabrese, caviale dei poveri, rosamarina, o nudicella) è un prodotto tipico calabrese della provincia di Crotone, dell&#8217;Alto Ionio Cosentino<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--> La <b>sardella calabrese</b> (detta anche il <b>caviale calabrese</b>, <b>caviale dei poveri</b>, <b>rosamarina</b>, o <b>nudicella</b>)</p>
<p style="text-align: justify;">è un prodotto tipico calabrese della provincia di Crotone, dell&#8217;Alto Ionio Cosentino e del Basso Ionio Cosentino, a base di salsa di bianchetti di piccolissima e/o media taglia e di peperoncino rosso piccante macinato in polvere. Altri ingredienti sono sale ed aromi (semi di finocchio selvatico).</p>
<p style="text-align: justify;">Più ricercata è la <i>rosamarina di triglie</i> perché, grazie al colore naturale di questi pesci, risulta al momento della pesca leggermente rosata e di gusto più dolce una volta cotta, rispetto alla versione commerciale a base di acciughe che appare del tutto bianca.</p>
<p style="text-align: justify;">Si deve specificare che in Calabria con &#8220;<i>rosamarina</i>&#8221; si indica al tempo stesso il pescato e il prodotto già lavorato a mo&#8217; di salsa. È eccellente anche per preparare delle superbe polpette o addirittura, per i più temerari, da mangiare freschissima, appena pescata, con olio d&#8217;oliva e limone.</p>
<p style="text-align: justify;">La pesca delle acciughine avviene nei mesi di marzo e aprile e la vendita e la preparazione coinvolge la zona della costa jonica che va da Trebisacce a Corigliano e del suo entroterra silano. La pesca del novellame(<i>rosamarina</i>) riguarda in realtà tutto il litorale calabrese, sia ionico che tirrenico, ma pare non sia estranea ad altre regioni, ad esempio la Sicilia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span id="Curiosit.C3.A0" class="mw-headline">Curiosità</span></strong></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">Crucoli (KR) è il <i>paese della Sardella</i>, ma anche Cirò Marina, Cariati e Trebisacce rivendicano la paternità. Invero Crucoli promuove questo prodotto tipico con una sagra che si svolge ininterrottamente nel centro storico dal 1970, ogni seconda domenica di agosto.</li>
<li style="text-align: justify;">Una normativa dell&#8217;UE vieta la pesca del novellame.</li>
</ul>
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		<title>Pietra Cappa ti attira, ti chiama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 May 2016 15:24:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Escursioni Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[monolite]]></category>
		<category><![CDATA[pietra cappa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;">
<p><strong>Carmine Verduci</strong></p>
<p>Non è facile sintetizzare il fascino e la magia di questo luogo attraverso semplici scatti. Ma in qualche modo Pietra Cappa alla fine del tuo cammino al suo cospetto, te la porti nel cuore, ha una energia che ti chiama, ti attira, come una madre. La sua maestosità è simile ad una presenza divina nel cuore dell’Aspromonte, genesi del tutto, cuore di una Calabria sconosciuta ma intensa, profonda ed energica…</p>
<p>Attraverso il nostro ultimo viaggio abbiamo vissuto la difficoltà, il sacrificio, l’attesa, il camminare silenziosamente ed inermi difronte ai suoi piedi, accompagnati da versi e riflessioni dello scrittore calabrese Francesco Perri, – il Parco d’Autore è a lui intitolato – che ci ha consegnato intense immagini di vita che fu, e che in qualche modo ancora permangono, rivivono sui percorsi battuti dagli amanti della montagna e dai curiosi provenienti da tutta Europa. Tutti rimangono colpiti non solo dall’intensità di emozioni e sensazioni che il luogo trasmette, camminando in questa “valle delle grandi pietre” che riserva e trasmette ad ognuno immagini e sensazioni difficili da sintetizzare ed esprimere.</p>
<p><strong>Pietra Cappa meta di oltre 5.000 visitatori ogni anno</strong>, risulta essere il monolite più grande d’Europa, assieme ad essa, “Pietra Drione” (‘Ndriuni’) ed anche la famose Rocche di San Pietro dove la presenza dei Monaci bizantini appare evidente attraverso i romitaggi monastici scavati nella pietra a testimoniare come la sacralità di questi luoghi ha rappresentato per secoli il cuore pulsante della cristianità. Poco distante Pietra Tonda la cui sommità somigliante ad un cuscino rappresenta un punto panoramico capace di proiettarti dall’Aspromonte alle acque azzurre del mar Ionio.<br />
Ai piedi di Pietra Cappa non lontano in località San Giorgio i resti di una <strong>antica chiesetta</strong> ricordano la presenza dei monaci che edificarono questi santuari immersi in una natura incontaminata e lontano dalle coste per sfuggire alle persecuzioni ed alle invasioni saracene.<br />
Luoghi dell’anima, si potrebbe dire.</p>
<div></div>
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		<title>La Fonte di San Rocco a Palmi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 May 2016 19:24:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Fonte di San Rocco]]></category>
		<category><![CDATA[Monumenti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;">Monumento di recente realizzazione (è stato inaugurato infatti nel 2010), la <strong>Fonte di San Rocco</strong> è un importante fonte monumentale che sorge nella Piazza San Rocco, prospiciente alla facciata della Chiesa di Maria Santissima Immacolata e San Rocco a Palmi, in provincia di Reggio Calabria.</p>
<p style="text-align: left;">Realizzata su progetto e disegno di Maurizio Carnevali e Carmelo Bagalà, è stata finanziata con donazioni volontarie della città di Palmi, che ha così voluto erigere un<span class="text_exposed_show"> monumento per ricordare il luogo nel quale, fino all&#8217;Ottocento, si ergeva il pozzo di San Rocco, importante fonte idrica per la cittadina.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span class="text_exposed_show">Circondato da un basamento di granito a tre gradoni, la Fonte si compone di un blocco parallelepipedale sul quale poggia una statua bronzea di San Rocco, disteso e nell&#8217;atto di sorreggere una croce a stile, mentre ai suoi piedi si trova un cane, punto centrale dell&#8217;iconografia del santo.</span></p>
<div class="su-image-carousel  su-image-carousel-has-spacing su-image-carousel-crop su-image-carousel-crop-4-3 su-image-carousel-has-lightbox su-image-carousel-has-outline su-image-carousel-adaptive su-image-carousel-slides-style-default su-image-carousel-controls-style-dark su-image-carousel-align-none" style="" data-flickity-options='{"groupCells":true,"cellSelector":".su-image-carousel-item","adaptiveHeight":false,"cellAlign":"left","prevNextButtons":true,"pageDots":true,"autoPlay":5000,"imagesLoaded":true,"contain":true,"selectedAttraction":0.025,"friction":0.28}' id="su_image_carousel_6ac512ebc7b93"><div class="su-image-carousel-item"><div class="su-image-carousel-item-content"><a href="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/11265407_925377150862304_5048692855602471934_o.jpg" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-caption=""><img width="1024" height="681" 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		<title>Unica, inimitabile &#8216;nduja</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2016 07:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[nduja]]></category>
		<category><![CDATA[Sagra della Nduja]]></category>
		<category><![CDATA[spilinga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La &#8216;nduja è un salume calabrese di consistenza morbida e dal gusto particolarmente piccante. Il nome nduja o più semplicemente duja, che trae origine dal termine<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La &#8216;nduja è un salume <strong>calabrese</strong> di consistenza morbida e dal gusto particolarmente piccante.</p>
<p>Il nome nduja o più semplicemente duja, che trae origine dal termine latino “inducere”, cioè introdurre, è altresì collegato ad altri due particolari tipi di insaccato, sempre costituiti da carne e spezie, il piemontese salam dla doja e la francese andouille, da cui tramite la mediazione del diminutivo andouillette forse prende il nome.</p>
<p><strong>Caratteristiche</strong><br />
È tipica delle zone dell’altopiano del Poro: Spilinga (in provincia di Vibo Valentia) è il comune d’elezione, ma l’area di produzione è estesa a molti comuni, in particolar modo a quelli del versante tirrenico, a tal punto da fare della ‘nduja un alimento tipicamente associato a tutta la Calabria. Preparata con le parti grasse del maiale, con l’aggiunta del peperoncino piccante calabrese, è insaccata nel budello cieco (orba), per poi essere affumicata.</p>
<p>Storicamente la ‘nduja è un piatto povero, nato per utilizzare gli scarti delle carni del maiale: milza, stomaco, intestino, polmoni, esofago, cuore, trachea, parti molli del retrobocca e faringe, porzioni carnee della testa, muscoli pellicciai, linfonodi, grasso di varie regioni, ecc. Il successo commerciale è all’origine delle modificazioni attuali nelle diverse composizioni.</p>
<p>Consumo “‘Nduja e pane”<br />
Si consuma spalmandola su fette di pane abbrustolito, meglio se ancora calde, o utilizzata come soffritto per la base di un ragù o di un sugo di pomodoro, con aglio; può essere usata per guarnire la pizza, prima degli altri condimenti se cruda, oppure appena sfornata; si può consumare su fettine di formaggi semi-stagionati o può entrare nella composizione di frittate.</p>
<p>Sagra della ‘Nduja<br />
Come ogni prodotto tipico che si rispetti, anche la piccantissima ‘nduja ha la sua sagra, che viene celebrata l’8 agosto di ogni anno a Spilinga. In questa occasione, sono presenti stand gastronomici che consentono di degustare la ‘nduja in molti modi. Durante la serata è possibile ascoltare musica popolare e assistere al caratteristico camejuzzu i focu, uno spettacolo pirotecnico molto coinvolgente. Tutto il paese in modo corale, si impegna alla buona riuscita dell’evento, che accoglie ogni anno migliaia di turisti della Costa degli dei.</p>
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		<title>Bivongi. Cascata del Marmarico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 May 2016 11:57:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Parchi]]></category>
		<category><![CDATA[Bivongi]]></category>
		<category><![CDATA[Cascate Marmarico]]></category>
		<category><![CDATA[Escursioni Aspromonte]]></category>
		<category><![CDATA[Ferdinandea]]></category>
		<category><![CDATA[Sentiero del Brigante]]></category>
		<category><![CDATA[Vallone Folea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cascata del Marmàrico (/mar’mariko/, in dialetto calabrese Cascata du Marmaricu) è la cascata più alta della Calabria e dell’Appennino meridionale, è alta 114 metri. Si trova nell’alto corso<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Cascata del Marmàrico</strong> (/mar’mariko/, in dialetto calabrese <em>Cascata du Marmaricu</em>) è la cascata più alta della Calabria e dell’Appennino meridionale, è alta 114 metri.<br />
Si trova nell’alto corso della fiumara Stilaro, al vallone <em>Folea</em>. Il luogo circostante ha l’omonimo nome della cascata, al di sotto di essa si trova un piccolo laghetto. Si trova nel territorio del comune di Bivongi (RC).<br />
Dal 6 settembre 2011 è stata inserita tra le “meraviglie italiane” del progetto omonimo, nato in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, di carattere turistico-culturale del Forum Nazionale dei Giovani.</p>
<p><strong>Etimologia</strong><br />
Marmarico”, è una parola di origine dialettale e significa “lento” o “pesante”, probabilmente dall’impressione che l’acqua, seppure in perenne caduta, sembri apparentemente formare dei filamenti immobili. La parola <em>Folèa </em>invece deriva dal greco <em>φωλεὰ</em> e significa <em>nido</em>.</p>
<p><strong>Itinerari</strong><br />
Vallone Folea<br />
La Cascata si può raggiungere da Bivongi nel primo tratto con un fuoristrada in 20 minuti. Successivamente, arrivati al punto di confluenza tra il Vallone <em>Folea</em> e <em>Ruggiero</em>, si prosegue per il secondo tratto a piedi per 20 minuti seguendo il percorso del Folea. Per completare l’intero percorso a piedi sono necessarie due ore di cammino.<br />
Ogni anno, dal 2008, il club MedAmbiente Bivongi a fine luglio propone questo itinerario per la pulizia e mantenimento del percorso.</p>
<p>Si può effettuare un secondo itinerario dalla località Ferdinandea con circa due ore di cammino. Si parte dal sentiero alla sinistra della Villa Ferdinandea, segnalato dal G.E.A.Gruppo Escursionisti d’Aspromonte, che all’inizio costeggia il vallone Folea per poi allontanarsi e a questo punto bisogna seguire il percorso dell’antica condotta forzata, quando questa si ricongiunge con un’altra si intraprende il sentiero che scende a valle e attraverso uno stretto sentiero sempre segnalato si scorgerà in più passaggi la visuale della cascata dall’alto. A fondo valle ci si troverà nei pressi del Folea e da lì si proseguirà a piedi per 10 minuti seguendo il primo itinerario che costeggia il torrente e si giungerà ai piedi della Cascata del Marmarico.<br />
Poco a valle delle Cascate del Marmarico passa il “Sentiero del Brigante”, itinerario per escursionisti di lunga percorrenza, individuato e realizzato dal G.E.A. nel 1989. Una volta giunti ai piedi della cascata sulla sinistra è percorribile un breve sentiero per giungere alla seconda balza, e da lì alla terza balza arrampicandosi sulla destra per un brevissimo tratto.</p>
<p><strong>Eventi</strong><br />
Ogni anno a cavallo tra luglio e agosto l’associazione Medambiente Bivongi organizza il “Marmarico Day”, una giornata che si svolge presso la Cascata del Marmarico e prevede la piccola sistemazione dei sentieri e/o una ripulitura sommaria dai rifiuti abbandonati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come arrivarci:</strong><br />
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					max-width: none;
					visibility: visible !important;
				}
				.hide {
					display: none;
				}
			</style>
			<script>
				jQuery(document).ready(function () {
					function InitializeMap701075() {
						var marker = [];
						var polygone = [];
						var polyline = [];
						var polylinepoints;
						var newpolylinecoords = [];
						var polygonpoints;
						var polygoncoords = [];
						var newcircle = [];
						var infowindow = [];
						var newcirclemarker = [];
						var circlepoint;
						var width = jQuery("#huge_it_google_map").width();
						var height = jQuery("#huge_it_google_map").height();
						var div = parseInt(width) / parseInt(height);
						var trafficLayer = new google.maps.TrafficLayer();
						var bikeLayer = new google.maps.BicyclingLayer();
						var transitLayer = new google.maps.TransitLayer();
						function bindInfoWindow(marker, map, infowindow, description, info_type) {
							if (info_type == "click") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'click', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
							}
							if (info_type == "hover") {
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseover', function () {
									infowindow.setContent(description);
									infowindow.open(map, marker);
								});
								google.maps.event.addListener(marker, 'mouseout', function () {
									infowindow.close(map, marker);
								});
							}
						}
						jQuery(document).on("click tap drag scroll", function (e) {
							if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
								var container = jQuery("#huge_it_google_map701075");
								if (!container.is(e.target) && container.has(e.target).length === 0) {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: false,
										scrollwheel: false
									});
								} else {
									front_end_map.setOptions({
										draggable: true,
										scrollwheel: true
									});
								}
							}
						});
						jQuery(window).on("resize", function () {
							var newwidth = jQuery("#huge_it_google_map").width();
							var newheight = parseInt(newwidth) / parseInt(div) + "px";
							jQuery("#huge_it_google_map").height(newheight);
						})
						var center_lat = 38.4848161;
						var center_lng = 16.452658499999984;
						var center_coords = new google.maps.LatLng(center_lat, center_lng);
						var styles = [
							{
								stylers: [
									{hue: "#"},
									{saturation:0 },
									{lightness:0 },
									{gamma:1 },
								]
							}
						]
						var frontEndMapOptions = {
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							center: center_coords,
							disableDefaultUI: true,
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							panControl: true,
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							scaleControl: true,
							streetViewControl: true,
							overviewMapControl: true,
							mapTypeId: google.maps.MapTypeId.ROADMAP,
							minZoom: parseInt(7),
							maxZoom: parseInt(22)
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						var front_end_map = new google.maps.Map(document.getElementById('huge_it_google_map701075'), frontEndMapOptions);
						if (window.matchMedia('(max-width:768px)').matches) {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: false,
								scrollwheel: false
							});
						} else {
							front_end_map.setOptions({
								draggable: true,
								scrollwheel: true
							});
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						var huge_map_shown = 0;
						function front_map_animations() {
							var map_anim;
							huge_map_shown = 1;
							var block = jQuery("#huge_it_google_map701075");
							if ("none" == "none") {
								map_anim = "";
							} else {
								map_anim = "none";
							}
							block.removeClass("hide");
							block.addClass("animated " + map_anim);
							google.maps.event.trigger(front_end_map, 'resize');
							front_end_map.setCenter(center_coords);
						}
						if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map701075_container").offset().top
							&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map701075_container").offset().top
						) {
							setTimeout(function () {
								front_map_animations();
							}, 500);
						}
						jQuery(window).scroll(function () {
							if (jQuery(window).scrollTop() <= jQuery("#huge_it_google_map701075_container").offset().top
								&& jQuery(window).scrollTop() + jQuery(window).height() >= jQuery("#huge_it_google_map701075_container").offset().top
							) {
								setTimeout(function () {
									front_map_animations();
								}, 500);
							}
						});
						if ("false" == "true") {
							bikeLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							trafficLayer.setMap(front_end_map);
						}
						if ("false" == "true") {
							transitLayer.setMap(front_end_map);
						}
						var front_end_data = {
							action: 'g_map_options',
							map_id:3,
							task: 'ajax'
						}
						jQuery.ajax({
							url: 'https://www.calabriain.online/calabriain/wp-admin/admin-ajax.php',
							dataType: 'json',
							method: 'post',
							data: front_end_data,
							beforeSend: function () {
							}
						}).done(function (response) {
							HGinitializeMap(response);
						}).fail(function () {
							console.log('Failed to load response from database');
						});
						function HGinitializeMap(response) {
							if (response.success) {
								var mapInfo = response.success;
								var markers = mapInfo.markers;
								for (var i = 0; i < markers.length; i++) {
									var name = markers[i].name;
									var address = markers[i].address;
									var anim = markers[i].animation;
									var description = markers[i].description;
									var markimg = markers[i].img;
									var img = new google.maps.MarkerImage(markimg,
										new google.maps.Size(20, 20));
									var point = new google.maps.LatLng(
										parseFloat(markers[i].lat),
										parseFloat(markers[i].lng));
									var html = "<b>" + name + "</b> <br/>" + address;
									if (anim == 'DROP') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											icon: markimg,
											content: description,
											animation: google.maps.Animation.DROP
										});
									}
									if (anim == 'BOUNCE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											title: name,
											content: description,
											icon: markimg,
											animation: google.maps.Animation.BOUNCE
										});
									}
									if (anim == 'NONE') {
										marker[i] = new google.maps.Marker({
											map: front_end_map,
											position: point,
											icon: markimg,
											content: description,
											title: name,
										});
									}
									infowindow[i] = new google.maps.InfoWindow;
									bindInfoWindow(marker[i], front_end_map, infowindow[i], description, "click");
								}
								var polygones = mapInfo.polygons;
								for (var i = 0; i < polygones.length; i++) {
									var name = polygones[i].name;
									var line_opacity = polygones[i].line_opacity;
									var line_color = "#" + polygones[i].line_color;
									var fill_opacity = polygones[i].fill_opacity;
									var line_width = polygones[i].line_width;
									var fill_color = "#" + polygones[i].fill_color;
									var latlngs = polygones[i].latlng;
									polygoncoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polygonpoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										polygoncoords.push(polygonpoints)
									}
									polygone[i] = new google.maps.Polygon({
										paths: polygoncoords,
										map: front_end_map,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeColor: line_color,
										strokeWeight: line_width,
										fillOpacity: fill_opacity,
										fillColor: fill_color,
										draggable: false,
									});
									google.maps.event.addListener(polygone[i], 'click', function (event) {
										var polygone_index = polygone.indexOf(this);
										var polygone_url = polygones[polygone_index].url;
										if (polygone_url != "") {
											window.open(polygone_url, '_blank');
										}
									})
								}
								console.log(polygone);
								var polylines = mapInfo.polylines;
								for (var i = 0; i < polylines.length; i++) {
									var name = polylines[i].name;
									var line_opacity = polylines[i].line_opacity;
									var line_color = polylines[i].line_color;
									var line_width = polylines[i].line_width;
									var latlngs = polylines[i].latlng;
									newpolylinecoords = [];
									for (var j = 0; j < latlngs.length; j++) {
										polylinepoints = new google.maps.LatLng(parseFloat(latlngs[j].lat),
											parseFloat(latlngs[j].lng))
										newpolylinecoords.push(polylinepoints)
									}
									polyline[i] = new google.maps.Polyline({
										path: newpolylinecoords,
										map: front_end_map,
										strokeColor: "#" + line_color,
										strokeOpacity: line_opacity,
										strokeWeight: line_width
									})
								}
								var circles = mapInfo.circles;
								for (var i = 0; i < circles.length; i++) {
									var circle_name = circles[i].name;
									var circle_center_lat = circles[i].center_lat;
									var circle_center_lng = circles[i].center_lng;
									var circle_radius = circles[i].radius;
									var circle_line_width = circles[i].line_width;
									var circle_line_color = circles[i].line_color;
									var circle_line_opacity = circles[i].line_opacity;
									var circle_fill_color = circles[i].fill_color;
									var circle_fill_opacity = circles[i].fill_opacity;
									var circle_show_marker = parseInt(circles[i].show_marker);
									circlepoint = new google.maps.LatLng(parseFloat(circles[i].center_lat),
										parseFloat(circles[i].center_lng));
									newcircle[i] = new google.maps.Circle({
										map: front_end_map,
										center: circlepoint,
										title: name,
										radius: parseInt(circle_radius),
										strokeColor: "#" + circle_line_color,
										strokeOpacity: circle_line_opacity,
										strokeWeight: circle_line_width,
										fillColor: "#" + circle_fill_color,
										fillOpacity: circle_fill_opacity
									});
									if (circle_show_marker == '1') {
										newcirclemarker[i] = new google.maps.Marker({
											position: circlepoint,
											map: front_end_map,
											title: circle_name,
										});
									}
								}
							}
						}
					}
					InitializeMap701075();
				})
			</script>
			
<p style="text-align: justify;">
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			</item>
		<item>
		<title>Il Castello Ruffo di Scilla</title>
		<link>https://www.calabriain.online/ambiente/il-castello-ruffo-di-scilla/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-castello-ruffo-di-scilla</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 May 2016 06:15:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Anassilla]]></category>
		<category><![CDATA[Castello Ruffo di Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Faro di Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Ruffo di Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Scilla]]></category>
		<category><![CDATA[Skyllaion]]></category>
		<category><![CDATA[Stretto di Messina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il castello Ruffo di Scilla, talvolta noto anche come castello Ruffo di Calabria, è un&#8217;antica fortificazione situata sul promontorio scillèo, proteso sullo stretto di Messina (già<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/ambiente/il-castello-ruffo-di-scilla/">Il Castello Ruffo di Scilla</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il castello Ruffo di Scilla</strong>, talvolta noto anche come castello Ruffo di Calabria, è un&#8217;antica fortificazione situata sul promontorio scillèo, proteso sullo stretto di Messina (già &#8220;Stretto di Scilla&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Il castello costituisce il <em>genius loci</em> della cittadina, circa 20 km a nord di Reggio Calabria, e sicuramente uno degli elementi più caratteristici e tipici del paesaggio dello Stretto e del circondario reggino. Il castello ospita inoltre uno dei fari della Marina Militare, il faro di Scilla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Storia</strong><br />
La prima fortificazione della rupe di Scilla risale all&#8217;inizio del V secolo a.C. quando, durante la tirannide di Anassila, la città di Reggio assurse a una notevole importanza, tale da poter ostacolare, per oltre due secoli, l&#8217;ascesa di potenze rivali. Infatti, nel 493 a.C., il tiranno di Reggio Anassila il giovane, per porre fine alle incursioni dei pirati tirreni che lì avevano una sicura base per le loro scorrerie, dopo averli sconfitti col dispiego di un grande esercito, fece iniziare l&#8217;opera di fortificazione dell&#8217;alta rocca. Questa divenne per Anassilao un importante avamposto di controllo sulle rotte marittime. L&#8217;opera fu portata a termine dai successivi tiranni reggini, spesso impegnati in scontri con i pirati combattuti avvalendosi del porto fortificato appositamente costruito nella zona circostante, verso Punta Pacì, luogo inaccessibile dal lato opposto allo scoglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Baluardo della sicurezza dei reggini, dotata di approdo, la fortificazione di Scilla fu di fondamentale importanza agli effetti del felice esito della guerra contro la pirateria, consentendo ai tiranni di Reggio di opporre per lungo tempo una valida resistenza contro gli attacchi di nuovi nemici e contro i continui tentativi di rivalsa dei Tirreni sconfitti.<br />
Il dominio reggino fu interrotto per soli cinquant&#8217;anni da Dionisio, tiranno di Siracusa, che, nel 390 a.C., assoggettò la rocca dopo un lungo assedio. Nel cinquantennio che intercorse tra le distruzioni operate da Dionisio e il riacquisto dell&#8217;indipendenza favorita da Timoleonte di Corinto, che abbatté il potere tirannico di Siracusa (340 a.C.), i Tirreni rioccuparono la rocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornata la normalità, Scilla rientrò nell&#8217;orbita di Reggio. La rupe pian piano divenne una vera fortezza, tanto che nel III secolo a.C. la fortificazione dei reggini, alleati dei romani, resistette validamente ai Punici alleati dei Bruzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Successivamente Ottaviano, una volta disfattosi del rivale Pompeo, avendo compreso l&#8217;importanza strategica della rupe di Scilla che gli aveva offerto opportuno rifugio, decretò che venisse maggiormente fortificata.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti Plinio il Vecchio cita Scilla come Oppidum Scyllaeum (<em>Naturalis historia,</em> III, 76), e &#8220;oppidum&#8221; in latino è un termine usato per indicare un grande insediamento fortificato.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il geografo greco Strabone sullo Skyllaion (in greco Σκυλλαίον, originale denominazione greca del luogo): <em>«Dopo il fiume Metauro c&#8217;è un altro Metauro; segue poi il promontorio Skyllaion, in posizione elevata, che forma una penisola con un piccolo istmo a cui si può approdare da entrambe le parti. Anasilao, tiranno di Rhegion, lo fortificò contro i Tirreni, facendone una stazione navale; impedì così che i pirati attraversassero lo Stretto: vicino infatti c&#8217;è il promontorio di Caenys &#8230; che è l&#8217;ultima estremità dell&#8217;Italia che viene a formare lo Stretto</em> &#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni scavi hanno portato alla luce strutture murarie del monastero basiliano di San Pancrazio, edificato verso la metà del IX secolo come difesa stavolta dalle incursioni saracene. Nel 1060, con l&#8217;assedio di Reggio da parte dei normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, anche il castello di Scilla resistette a lungo e si arrese solo per fame. Roberto il Guiscardo quindi attestò sulla rocca un presidio militare. Nel 1255, per ordine di Manfredi, Pietro Ruffo fortificò ulteriormente le rocca assegnandovi un presidio, mentre nel XIII secolo il castello fu ulteriormente fortificato da Carlo I d&#8217;Angiò.<br />
Nel 1469 Re Ferdinando I di Napoli concesse il castello a Gutierre De Nava, un cavaliere castigliano vicino alla corte aragonese e originario della Germania (da lui discendono i De Nava di Reggio), che fece eseguire nuovi interventi di ampliamento e di restauro. Nel 1533 il castello fu acquistato da Paolo Ruffo che decise di restaurarne il palazzo baronale e nel 1578 ottenne il titolo di principe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Età moderna e contemporanea</strong><br />
Il forte terremoto del 1783, che danneggiò tutta l&#8217;area dello stretto e parte della Calabria meridionale, non risparmiò il castello di Scilla che però, divenuto proprietà demaniale dello Stato nel 1808, fu restaurato nel 1810.Il terribile sisma del 1908 distrusse gran parte dell&#8217;antica struttura del castello, mentre nel 1913 la parte più superiore venne chiusa per ospitare il faro. Poi durante il periodo fascista alcuni ambienti vennero divisi in appartamenti destinati a impiegati e funzionari pubblici, uso che contribuì al danneggiamento di ciò che rimaneva della struttura.<br />
Nell&#8217;ultimo trentennio il castello è stato utilizzato come ostello della gioventù, ma oggi, dopo un nuovo restauro, è stato destinato a diventare un centro culturale: ospita infatti il Centro regionale per il recupero dei centri storici calabresi ed è sede di mostre e convegni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;architettura e l</strong><strong>a fortezza</strong><br />
Il castello si erge sul promontorio che divide le due spiagge di Marina Grande e di Chianalea. L&#8217;edificio presenta una pianta irregolare con parti databili a diverse epoche ma che nel complesso conservano tutt&#8217;oggi la configurazione abbastanza omogenea di una fortezza dotata di torrioni e feritoie. L&#8217;ingresso è preceduto dal ponte che conduce all&#8217;edificio il cui ambiente principale è caratterizzato dal portale di pietra costruito con arco a sesto acuto, sui cui campeggiano lo stemma nobiliare dei Ruffo e la lapide che celebra il restauro del castello eseguito nel XVI secolo. Superato l&#8217;androne a volta ribassata si apre un cortile, e da qui, percorrendo il grande scalone, si giunge all&#8217;ingresso della residenza. Questa è dotata di ampi saloni, essendo stata di proprietà di una delle più ricche e importanti casate del regno di Napoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Data la posizione dominante del castello sullo Stretto di Messina, nel 1913 fu costruito un faro per fornire un riferimento alle navi che attraversavano lo Stretto. Il faro di Scilla, una piccola torre bianca con la base nera, è tuttora attivo ed è gestito dalla Marina Militare.</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.google.com/maps/d/embed?mid=1UzO9z9ZY1ZwMVlkTeczujFkufxk&amp;hl=it" width="100%" height="480"></iframe></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Bergamotto, oro verde della Calabria</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-verde/bergamotto-oro-verde-della-calabria/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=bergamotto-oro-verde-della-calabria</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2016 15:08:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo verde]]></category>
		<category><![CDATA[Baca mortu]]></category>
		<category><![CDATA[Bergamotto]]></category>
		<category><![CDATA[Brancaleone]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brancaleone e la costa jonica reggina, godono di una fama ormai internazionale per la colivazione del prezioso Bergamotto, considerato “L’ORO VERDE DELLA CALABRIA”. Sono tante le aziende<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-verde/bergamotto-oro-verde-della-calabria/">Bergamotto, oro verde della Calabria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Brancaleone e la costa jonica reggina, godono di una fama ormai internazionale per la colivazione del prezioso Bergamotto, considerato <em>“L’ORO VERDE DELLA CALABRIA”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sono tante le aziende che si stanno affermando sul mercato mondiale grazie alla passione e alla tenacia nell’aver saputo mantenere questa antica tradizione, che oggi si distingue per eccellenza e qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un motivo di vanto per i Calabresi e per noi della fascia jonica che da tempo stiamo affrontando sfide come, disoccupazione ai massimi storici, emigrazione giovanile e molti problemi sociali dovuti all’abbandono delle Istituzioni e della politica che non è riuscita a risollevare le sorti di questa fascia di territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bergamotto, che cresce, come abbiamo detto, nei limiti della fascia Jonica reggina, resta un prodotto naturale che per unicità e profili aromatici e terapeutici, risulta uno dei più utilizzati nella cosmesi e dell’industria profumiera mondiale. E’ per questo che oggi, grazie all’impegno delle aziende che hanno saputo rilanciare il prodotto sul mercato, cresce sempre di più il desiderio di scoprire le origini di questa pianta, della sua coltivazione e delle proprietà benefiche del suo frutto. Abbiamo chiesto all’esperto “Sebastiano Stranges” (Agronomo e ricercatore)il quale ci ha delucidato sui tanti quesiti posti dalla nostra indagine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il Bergamotto</em> </strong>(Citrus x bergamia, Citrus aurantium L. ssp. Bergamia (Risso &amp; A.Poit.) Wight &amp; Arn.) è un agrume tipicamente italiano del genere Citrus. Pare che si sia originato spontaneamente nella periferia di Reggio Calabria nel ‘700 da seme (arancio amaro e un altro agrume, forse cedro). Sembra che l’origine del bergamotto sia molto più antica di quello che si è scritto fino ad oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nelle tombe egizie,</em></strong> è stato trovato l’olio di bergamotto misto ad aloe, usato per inumare i cadaveri. In una tomba di epoca romana a Salerno, è stato trovato un unguentario con tracce di essenza di bergamotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>In India, Cina ed altri paesi asiatici,</strong></em> in antico esistevano delle varietà di agrumi, non eduli con caratteristiche simili a quelle del bergamotto. In India, col nome di Turangi (cedro, quello della festa del tempio ebraico-ma anche agrumi profumati a volte non eduli, menzionati per l’antichità nei paesi asiatici.) Turangi non definiva solo il cedro, ma anche altri agrumi odorosi. Il nome dialettale degli agrumi nella provincia di Reggio è “Rangi” dove il prefisso “tu” sparisce, ed il nome degli agrumi diventa <em>rangi-rangiu amaru-rangegliu,</em>la pianta diventa<em> rangara</em> etc….</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il nome dialettale del bergamotto</em></strong> per molte aree linguistiche è “Baca mortu” in cui il verbo Bacare, sta per tranquillizzare. Il termine bacamortu potrebbe avere origine anche se tradotto nella lingua attuale, molto antiche. Infatti nei processi di inumazione egizia si tranquillizzavano i morti, con tutti i “confort” possibili nel loro viaggio nell’adilà. Un altro agrume simile al bergamotto esiste e da molto tempo, si tratta del Limoncello, che non è una limetta, anzi presenta caratteristiche che lo diversificano alquanto. Il limoncello ha caratteri intermedi tra il limone dolce ed il bergamotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’albero del limoncello</strong></em> è a crescita lenta, apparentemente gracile, con rami forti e robusti, senza spine, foglie laceolate, intere, da coriacee a molli, di colore verde intenso. Endocarpo rotondo, con grosso umbone, all’attaccatura di questo, vistosa spianatura a volte depressa, flavedo rugoso,verde, giallino a maturazione. Albedo poco consistente, fortemente attaccato agli spicchi. Spicchi con vescicole verdine, di sapore dolce, poco succosi con un grato profumo sfumato di bergamotto e limone dolce, confuso spesso con la limetta dolce, e da considerarsi un ibrido naturale. Come il bergamotto, contiene olio odoroso, ma più blando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In passato</em> </strong>oltre al consumo fresco, si ottenevano liquori e digestivi, da qui liquore di limoncello. Chiamare il liquore limoncello ottenuto con il limone, è un falso storico, in quanto il liquore ottenuto dalla buccia del limone, si conosceva come limoncino. Anche perché il prezioso liquore, ottenuto dal limoncello, era un prodotto di nicchia ad uso delle famiglie nobiliari. Una virosi dagli anni 1960 in poi ne contrasse la produzione. Il limoncello si può considerare il parente più prossimo del bergamotto.</p>
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		<title>Nascita di una regione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Minasi Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 May 2016 08:46:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Regione Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un tempo remoto la Calabria fu un arcipelago coperto da una folta vegetazione di palme e banani&#8230; Antica, dunque, è pure la nostra vocazione turistica.<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In un tempo remoto la Calabria fu un arcipelago coperto da una folta vegetazione </strong><strong>di palme e banani&#8230; Antica, dunque, è pure la nostra vocazione turistica.</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>La nostra è terra di sorprese. Così scopriamo che un po&#8217; delle Alpi sta adagiato </strong><strong>da milioni di anni sul nostro Appennino. La pressione del Nord sul Sud è antica&#8230;</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>La nascita della terra risale a 5 miliardi di anni fa, quella della Calabria a 200 milioni. Dunque una regione giovane e, come tutti i giovani, di carattere instabile…</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em><strong>Vincenzo Perrone</strong></p>
<p><strong> </strong>«Quando fu il giorno della Calabria Dio si trovò in pugno 15.000 Kmq. di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro. Si mise all&#8217;opera e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.</p>
<p>«Diede alla Sila il pino, all&#8217;Aspromonte l&#8217;ulivo, a Reggio il bergamotto, allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene&#8230;, a Palmi il fico&#8230;, a Cirò il vino, a Rosarno l&#8217;arancio&#8230;. a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne&#8230;, alle montagne il canto del pastore, alle spiagge la solitudine&#8230; Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l&#8217;inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l&#8217;estate il sole, per l&#8217;autunno il sole&#8230; Volle il mare sempreverde, la rosa sbocciante a dicembre, l&#8217;acqua abbondante, il profu­mo delle erbe inebriante.</p>
<p>«Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza, in cui entrava il compiacimento del Creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno del divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità: le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni&#8230;, la siccità, l&#8217;analfabetismo, l&#8217;omertà, la miseria, l&#8217;emigrazione ».</p>
<p>E in questo modo che Leonida Repaci immagina la nascita della Calabria e&#8230; dei mali che l&#8217;affliggono.</p>
<p>La nascita della Calabria risale a milioni di anni fa. I geologi, infatti, il tempo lo misurano così dal momento che la stragrande maggioranza degli eventi che studiano avvengono appunto nel corso di milioni di anni.</p>
<p><em> </em>All&#8217;anagrafe geologica la data di nascita della terra é posta intorno a cinque miliardi di anni fa, quella della Calabria all&#8217;incirca a 200 milioni di anni fa, momento in cui iniziarono quei processi geologici che hanno portato alla formazione della regione. È dunque una terra giovane e, come si dice di tutti i giovani, forse si agita un po&#8217; troppo; ne sappiamo qualcosa quando la sentiamo tremare sotto i piedi. È questo, la giovinezza, il motivo di fondo, la causa principale da cui derivano i problemi geologico-ambientali della Calabria. Le catene montuose geologicamente giovani, come le Alpi e gli Appennini, rappresentano sulla superficie terrestre, delle aree instabili.</p>
<p>I terremoti, l&#8217;intensa erosione, le frane, non sono altro che alcuni degli eventi attraverso i quali l&#8217;equilibrio tende a ristabilirsi. Perché questo equilibrio si ristabilisca ci vorranno, ovviamente, milioni di anni. Fra alcune centinaia di milioni di anni possiamo immaginare una Calabria senza più terremoti, spianata dall&#8217;erosione, in cui scorrono fiumi lenti e pigri, un paesaggio simile a quello delle pianure africane in cui vediamo muoversi leoni ed elefanti.</p>
<p>Ma ritorniamo alla nascita della Calabria e ripercorriamo questi 200 milioni di anni, un po&#8217; velocemente. A quei tempi le carte geografiche erano molto diverse da quelle di oggi e assai più facili da ricordare: c&#8217;era un unico grande continente, il Pangea, circondato da un unico grande mare, il Pantalassa. Le cose, però, cambiano velocemente; sotto la spinta di forze che agiscono all&#8217;interno della terra e che sono le responsabili di quanto avviene in superficie, il Pangea, quest&#8217;unico continente, comincia a fratturarsi. I frammenti che così si formano e che divengono via via più nu­merosi nel corso dei milioni di anni, si muovono l&#8217;uno rispetto all&#8217;altro, vanno alla deriva. Nascono così anche l&#8217;Oceano Atlantico e quello Indiano.</p>
<p>A noi interessano i movimenti del continente Europa-Asia e di quello africano, essendo l&#8217;area mediterranea compresa tra i due. In un primo momento, fino a circa 70 milioni di anni fa, i due continenti si allontanano sempre più. Ma più tardi le cose cambiano: dopo una fuga durata ben oltre cento milioni di anni l&#8217;Europa rallenta: é l&#8217;Africa che ora va più veloce e tende a recuperare lo spazio perduto. L’Oceano Tetide, interposto tra i due, viene ad essere compresso e con il passare del tempo si riduce sempre più.</p>
<p>A partire da 45 milioni di anni fa l&#8217;Africa conclude il suo lungo inse­guimento prima accostandosi e poi scontrandosi con l&#8217;Europa. Accade così che il margine continentale europeo si deformi e su di esso si accavallino enormi frammenti di crosta provenienti dall&#8217;antico oceano e dal continente africano. Si forma così, all&#8217;incirca 20-25 milioni di anni fa, una lunga catena di montagne, di cui fanno parte le Alpi che non sembrano avere alcunchè a vedere con la Calabria. Ma la nostra terra, si sa, è terra di sorprese e le Alpi ci sono anche in Calabria, come vedremo fra poco.</p>
<p>La spinta dell&#8217;Africa contro l&#8217;Europa, infatti, non si esaurisce con la costru­zione delle Alpi, ma continua e per effetto di essa, a partire da 25 milioni di anni fa, comincia a formarsi un&#8217;altra serie di catene montuose di cui fanno parte gli Appennini. È in questo mo­mento che un frammento di Alpi si va ad accavallare sull&#8217;Appennino in via di for­mazione.</p>
<p>Nel cosiddetto Appennino calabrese sono così presenti due catene montuose sovrapposte una sull&#8217;altra: quella che sta sopra é un pezzo di Alpi e come tale é completamente diversa dagli Appennini. È veramente impressionante raccogliere delle rocce in Catena Costiera o in Sila e riscoprirvi gli stessi identici eventi, magari avvenuti decine o centinaia di milioni di anni fa, che si possono rintracciare in rocce prelevate in Piemonte o in Val d&#8217;Aosta. Sembra tutto una favola ma é così.</p>
<p>II malcapitato Appennino calabrese, quindi, vive da una ventina di milioni di anni con sulle spalle il pesante fardello rappresentato da un pezzo di Alpi spesso alcune migliaia di metri; la pressione del Nord sul Sud è antica&#8230; Esso riesce a venire a giorno solo in poche aree, come le Terme Luigiane, Monte Cocuzzo, i Bagni di Caronte. È facile riconoscerlo essendo formato da calcari, che danno belle pareti ripide e con aspetto molto aspro.</p>
<p>Le “Alpi Calabresi”, al contrario delle Alpi in senso stretto, infatti, non hanno un aspetto a guglie, pinnacoli, piramidi e pareti verticali su cui rischiare la pelle da soli o in cordata. Esse sono tutto un susseguirsi di groppe e mammelloni dai dolci pendii; ricordano la montagna nordica, scandinava, dice Piovene nel suo <em>Viaggio in Italia</em>.</p>
<p>Cosa ha determinato quest&#8217;altro particolare carattere della regione? È successo che, dopo essere finite addosso al povero Appennino, le Alpi Calabresi hanno rappresentato per alcuni milioni di anni, all&#8217;incirca tra i 20 e i 12 milioni di anni fa, un insieme di isole, strette e allungate più o meno come la penisola attuale, che emergevano dal mare di allora. Il clima era diverso da quello di oggi: un sole caldo e piogge, brevi ma abbondanti, lungo tutto il corso dell&#8217;anno, come nelle regioni tropicali attuali. Una folta vegetazione con palme e banani ricopriva completamente queste isole orlate da spiagge di sabbia bianca o rasa e da barriere coralline, un vero paradiso per il Club Mediterranée di allora; anche la vocazione turistica della nostra terra é antica&#8230;</p>
<p>Per effetto di queste condizioni climatíche le rocce granitiche o metamorfiche che costituiscono le Alpi Calabresi si sono alterate profondamente; da rocce molto tenaci “é duro come il granito”, si dice comunemente &#8211; si sono disgregate e trasformate in un sabbione incoerente con un&#8217;elevata frazione argillosa.</p>
<p>La storia recente della Calabría é caratterizzata da un intenso sollevamento; negli ultimi due milioni di anni l’Aspromonte, ad esempio, si é sollevato di circa 1500 metri, che é moltissimo se si pensa che le aree più stabili d&#8217;Italia, come il Salento, nello stesso periodo di tempo, sono salite di soli 100 metri. Quanto più un&#8217;area si solleva velocemente tanto più intensamente essa viene attaccata dall&#8217;erosione; montagne e colline non sono altro che il frutto di questa lotta tra le forze interne della terra, che tendono a sollevarle, e quelle esterne, come l&#8217;acqua ed il vento, che tendono a spianarle, erodendole senza tregua. Nella nostra regione il velocissimo sollevamento innesca un&#8217;intensissima erosione, !e rocce, essendo profondamente alterate, non riescono ad opporre che pochissima resistenza ed ecco gli smottamenti, le frane, le alluvioni.</p>
<p>Vedremo un’altra volta il diavolo di nuovo all&#8217;opera; ne combina un&#8217;altra delle sue ai danni della nostra terra: í terremoti.</p>
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		<title>Nik Spatari, il patriarca ammiraglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 08:01:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[costa dei gelsomini]]></category>
		<category><![CDATA[Hiske Maas]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p><strong>In una zona dimenticata della valle del Torbido è fiorito il deserto.<br />
E’sorto un centro d’arte tra i più originali d’Europa: il Museo Santa Barbara.</strong><br />
<strong>L’hanno creato Nik ed Hiske</strong></p>
<hr />
<p><strong>Enzo Romeo</strong></p>
<p>Se cercate l’elisir dell’eterna giovinezza andate sulla sponda settentrionale del Torbido, una delle fiumare che graffiano il verde delle forre aspromontane e corrono luminescenti fino allo Jonio. Prima di giungere al paese di Mammola troverete il Museo Santa Barbara.</p>
<p>Chiedete di Nik Spatari e fatevi dare da lui la ricetta.</p>
<p>Nik è un artista geniale e solitario, un gigante barbuto che ha raggiunto splendidamente il traguardo dei 90 anni. Sembra un personaggio uscito dall’antico testamento, simile anche nell’aspetto a quei patriarchi a cui spesso si è ispirato.</p>
<p>L’ex grangia certosina dove si è ritirato all’inizio degli anni ’70 è stato trasformato in un originale parco museale d’arte moderna. “Uno spirito creativo inquieto ed eretico”, lo ha definito una volta Bruno Zevi. Da bambino perse l’udito durante i bombardamenti alleati su Reggio e da allora i colori divennero il suo linguaggio: cominciò a dipingere sui muri delle case diroccate e dal dopoguerra ad oggi non ha smesso mai di cercare nuove forme espressive.</p>
<p>Da dove trae questa energia? Probabilmente dal fatto che pensa e agisce come se avesse davanti l’eternità. Perciò nel 2008 si è messo a costruire la sua nuova casa. Sorge in cima alla collina del parco e sembra la cabina di comando di un transatlantico che ha già la prua verso il largo. L’ha chiamata <em>La Rosa dei Venti</em>. Spatari si sente l’ammiraglio di una nave che solca il Mediterraneo e fa riemergere i segreti del Mare Nostrum. Come documenta <em>L’enigma delle arti assistite</em>, il libro in cui afferma che il grande flusso migratorio sviluppatosi nell’arco di millenni ha trasferito sulle sponde europee le civiltà asiatiche. I periodi greco, etrusco, romano, bizantino sono solo un effetto-riflesso di questo lungo solco fecondo e generatore. Non ha caso <em>La Rosa dei Venti</em> ha forme geometriche ispirate ai triangoli egizi e agli esagoni dell’oriente antico.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-9229 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-1024x687.jpg" alt="" width="1024" height="687" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-1024x687.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-768x515.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-120x80.jpg 120w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-1536x1031.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-218x146.jpg 218w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-50x34.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-112x75.jpg 112w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-960x644.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo-1006x675.jpg 1006w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/06/2-in-mezzo-al-testo.jpg 1772w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Un’abitazione-studio-monumento venuta su in economia, ovvero &#8211; come si usa dire oggi &#8211; secondo criteri ecologisti, utilizzando materiali di riporto recuperati sul posto: pietre dell’antico complesso certosino o prese negli alvei del Torbido  e del suo affluente Neblà. E poi, travi e legname dei vicini boschi, messi a contrasto con ceramiche colorate regalate a Nik da una ditta tedesca.</p>
<p>Dopo quasi quarant’anni, dunque, Nik e Hiske Maas &#8211; la sua inseparabile moglie-manager olandese &#8211; lasciano la loro prima dimora. Vi arrivarono col vento della beat generation, a bordo di un pullmino Volkswagen che sembrava uscito dal set del film <em>Hair</em>. Quella casa non era altro che un casello dismesso delle Ferrovie Calabro-Lucane. L’artista e la compagna lo occuparono e lo trasformarono in uno spazio ispirato all’architettura di Le Corbusier, che Spatari aveva conosciuto nel suo errare tra Parigi, la Svizzera e Milano. La scelta di ritirarsi nell’”eremo” di Santa Barbara fu dettata dall’idea di trasformare in luogo creativo un pezzo della terra dove Nik è nato e di cui è innamorato. Per questo ha pagato il prezzo di un parziale oblio, lontano da quei circuiti d’arte che si contendevano le sue tele dagli impareggiabili colori, capaci di trasfondere in linee moderne la forza primigenia.</p>
<p>A Santa Barbara Spatari ha fatto fiorire il deserto. Ha spazzato via i rovi, ha innalzato gruppi scultorei, scoperto resti romani e bizantini. Ha perfino fatto deviare il corso della superstrada Jonio-Tirreno, vincendo un’epica battaglia con l’Anas e la burocrazia. Una zona dimenticata e in abbandono è divenuta un centro d’arte tra i più originali d’Europa, sebbene ancora poco conosciuto e valorizzato. Su una superficie di circa settantamila metri quadri sono distribuite opere di artisti di tutto il mondo. Ma soprattutto sorgono le invenzioni artistico-architettoniche di Nik. Oltre al casello-alloggio, va citato il Camaleonte, una struttura concepita originariamente come sala incontri e mensa. O la foresteria, costruzione che serpeggia tra il verde, arricchita da un enorme mosaico ricco di colori e di rimandi storici, mitologici e religiosi. Capace di oltre venti posti letto, la foresteria è concepita per ospitare artisti e studiosi, ma anche visitatori interessati all’arte.</p>
<p>Di fronte c’è una scultura di ferro battuto alta 15 metri intitolata <em>L’Ombra della Sera</em>.</p>
<p>Ma l’opera più ardita rimane <em>Il sogno di Giacobbe</em>, 112 metri quadrati di dipinti su sagome di legno, applicate al soffitto e alle pareti dell’antica chiesa del complesso di Santa Barbara, di probabili origini paleocristiane. Un lavoro per molti versi autobiografico, perché l’artista si riconosce nella vicenda insieme drammatica ed esaltante del figlio di Isacco, tanto da dare a Giacobbe il proprio volto e a quello dell’amata Rachele il viso della sua compagna Hiske.</p>
<p>Secondo l’Esodo Giacobbe ebbe settanta figli ma solo uno, Giuseppe, fu il prediletto. Anche Nik e Hiske, come Giacobbe e Rachele, vorrebbero avere una discendenza. Per questo sono pronti a lasciare la Santa Barbara Art Foundation alla Calabria &#8211; figlia prediletta &#8211; perché diventi un parco artistico regionale. Un’occasione che sarebbe davvero peccato sciupare.</p>
<p>Nik Spatari è morto recentemente all&#8217;età di 91 anni.</p>
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		<title>Un menù di lunga vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 07:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Molochio]]></category>
		<category><![CDATA[Time]]></category>
		<category><![CDATA[Valter Longo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Verdure, legumi e frutta a guscio” Questo il consiglio del prof. Valter Longo per stare in buona salute e rimanere giovani a lungo. Fa la spola<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Verdure, legumi e frutta a guscio”</strong></p>
<p><strong>Questo il consiglio del prof. Valter Longo per stare in buona salute e rimanere giovani a lungo.</strong></p>
<p><strong>Fa la spola tra la California e la Calabria, soprattutto Molochio, piccolo paese di origine dei genitori dove gli ultracentenari sono numerosi.  Ci sarà una ragione, avrà pensato e per scoprirla ha accantonato la sua passione per la musica che lo aveva portato a Los Angeles, per dedicarsi allo studio della biochimica e dell’invecchiamento.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Antonietta Catanese </strong></p>
<p>Era partito per l’America per fare la rockstar. Oggi Valter Longo è famoso quanto Bruce Springsteen e deve la sua popolarità non a una chitarra elettrica, che continua a suonare molto bene quando può, ma alle molecole, al Dna e ai suoi sorprendenti studi sull’invecchiamento. La rivista americana <em>Time</em> lo ha scelto tra le cinquanta personalità più influenti della terra, tra Bill Gates e i neo-Nobel James P. Allison e Tasuku Honjo.</p>
<p>Il suo luogo del cuore è Molochio, il suo paese di origine nell’Aspromonte calabro, dove ritorna ogni anno malgrado viva all’altro capo del mondo. Nato a Genova, Longo trascorreva a Molochio le vacanze da bambino, col nonno, e a Molochio esiste la comunità di ultracentenari tra le più numerose al mondo dove il giovane gerontologo ha condotto una parte importante delle sue ricerche: oggi è direttore del Longevity Institute all&#8217;Università della Southern California e a capo del programma <a href="https://www.ifom.eu/it/ricerca-cancro/ricerca-lab/ricerca-lab-longo.php">Longevità &amp; Cancro</a> dell&#8217;IFOM di Milano.</p>
<p>Un numero primo, a soli 51 anni: inventore della famosa<strong> “</strong>Dieta Mima Digiuno” confluita nel  libro-best seller <em>La Dieta della Longevità</em>, edito in Italia da Vallardi, tradotto in 14 lingue,  e cui è seguito un altro successo, <em>Alla tavola della longevità</em>.</p>
<p>Semplificando, noi siamo ciò che mangiamo. E Longo ha scoperto come bisogna mangiare per rimanere giovani a lungo, proprio come i nonni di Molochio. Quando ritorna in Calabria, amici e parenti non gli fanno mancare un “piatto di pasta e vaianedda” (i fagiolini verdi appena colti nell’orto di casa) che per lo scienziato valgono quanto una “assicurazione” sulla vita.</p>
<p><strong>Prof. Longo, dove si trova adesso, a cosa sta “lavorando” e come divide la sua vita tra l’Italia e la California?</strong></p>
<p>Direi cinquanta e cinquanta, mi divido equamente tra l’Italia e gli States. Adesso mi trovo a Los Angeles. Qui lavoriamo principalmente sulla “longevità sana” e sulla rigenerazione multi-sistemica, con focus sulle malattie dell’invecchiamento.</p>
<p><strong>L’attualità: il <em>Time</em> l’ha inserita tra le 50 persone più influenti nel mondo. Cosa si prova nel sapere di essere un <em>influencer</em> a livello globale?</strong></p>
<p>Sono contento. Soprattutto in America il <em>Time</em> ha molta influenza e questo ci permetterà anche di raccogliere più fondi per la ricerca, sia all’università che all’ IFOM, e dunque per le mie Fondazioni. Poi è una conferma che quello che stiamo facendo stia già influenzando molte persone. Non mi è mai piaciuto parlare solo di ricerca che cambierà le cose in un futuro lontano, ho sempre voluto anche pensare a come aiutare chi ne ha bisogno adesso.</p>
<p><strong>Ci racconti gli esordi: sognava di fare questo da bambino?</strong></p>
<p>No, da bambino sognavo di fare la rockstar. Poi al secondo anno di università, quando mi hanno chiesto di dirigere la banda dell’università come studente di jazz performance, ho dovuto fare una scelta e ho deciso di lasciare gli studi musicali per dedicarmi alla biochimica e all’invecchiamento. Avevo 19 anni e non ho mai fatto altro. Ho sempre pensato che fosse un campo fantastico, sia dal punto di vista scientifico che da quello medico.</p>
<p><strong>Qual è la domanda più frequente che la “gente comune” le rivolge?</strong></p>
<p>La domanda più frequente riguarda la dieta mima digiuno. Mi viene chiesto se davvero “allunga la vita”. Rispondo che non lo sappiamo, ma che sappiamo che riduce una serie di fattori di rischio per le malattie e l’invecchiamento.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-7776 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559.jpg" alt="" width="866" height="541" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559.jpg 866w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559-768x480.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559-234x146.jpg 234w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559-50x31.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/113559-120x75.jpg 120w" sizes="(max-width: 866px) 100vw, 866px" /></strong></p>
<p><strong>La dieta giornaliera e la dieta mima-digiuno. Lei consiglia di non azzardare il fai-da-te e di rivolgersi agli esperti. Ma c’è qualche regoletta-base che può consigliare?</strong></p>
<p>Spiego: la dieta giornaliera è al 100% fai da te, in base alle istruzioni e alle ricette che si trovano nei miei due libri.  In questi parlo di una dieta “pescetariana”: verdure, legumi, un po’ di pasta e pane e pesce qualche volta a settimana. Invece non bisogna improvvisare con la dieta mima digiuno. È troppo potente per essere lasciata al “fai da te”.</p>
<p><strong>Ritornando alle origini, ci racconta cosa successe a Molochio, tra quei centenari che sono stati la chiave delle sue ricerche? </strong></p>
<p>Per la verità tutto parte dalla ricerca di base fatta in California, ma ad un certo punto ho capito che era fondamentale trovare il denominatore comune tra scienza e tradizione. I centenari calabresi, ma non solo calabresi, hanno rappresentato un importante pilastro per il mio libro <em>La Dieta della Longevità.</em></p>
<p><strong>Un aneddoto delle sue interviste ai “nonni” di Molochio?</strong></p>
<p>Un bell’aneddoto è quello della signora centenaria di Molochio a cui &#8211; durante una intervista con la televisione francese &#8211; ho chiesto: “Ma quante volte alla settimana lei mangiava la carne quando era giovane?”.  E lei, un po’ confusa, e dopo che la figlia le traduce la domanda in dialetto calabrese, sorride e risponde: “Sì, una volta eravamo riusciti a mangiare carne dopo che ci siamo infiltrati abusivamente in un matrimonio”. Quindi la carne non la mangiavano quasi mai.</p>
<p><strong>C’è una più spiccata sensibilità, oggi, verso l’alimentazione? A cosa la addebita?</strong></p>
<p>Al fatto che siamo circondati da malattie e malati, con terapia farmacologiche che spesso non fanno molto. Le persone hanno capito che questo non è il metodo migliore. Adesso viviamo tanto malati. La ricerca, e soprattutto quella sulla nutrizione, ha il chiaro potenziale di farci vivere di più e sani.</p>
<p><strong>Quali sono i tre alimenti della lunga vita che non devono mancare sulla nostra tavola? </strong></p>
<p>Verdure, legumi e frutta a guscio.</p>
<p><strong>Una dritta per approvvigionare una buona materia-prima?</strong></p>
<p>Selezionare cibo biologico,  quando possibile. Bisogna stare attenti non solo a cosa si mangia ma alla provenienza del cibo. I miei due libri spiegano come fare molte di queste scelte. Quindi partirei da lì e farei il possibile per selezionare al meglio finché non avremo qualcuno che farà questo per noi.</p>
<p><strong>Conosciamo meglio Valter Longo e la sua vita “da scienziato”: qual è la sua giornata-tipo? Ha un hobby? </strong></p>
<p>La mia seconda passione è la musica, quindi suono ancora chitarra e pianoforte,  quando posso. Quando ne ho la possibilità cerco anche di camminare e andare in bicicletta, soprattutto in California.</p>
<p><strong>L’eterno dilemma tra studi umanistici e studi scientifici. È una falsa contrapposizione? Lei legge poesie o romanzi? </strong></p>
<p>Sono due tipi di studi molto diversi ma che possono aiutarsi a vicenda. Purtroppo non ho molto tempo per leggere romanzi e quando riesco preferisco rileggere i classici: Pirandello, Kafka&#8230;</p>
<p><strong>Lei si sente – o si è mai sentito &#8211;  un “cervello in fuga”? </strong></p>
<p>“No, mai! Anche perché sono andato negli USA a suonare la chitarra. Quindi semmai sarei un polpastrello in cerca di una Stratocaster americana”.</p>
<p><strong>Cosa consiglia ai ragazzi che vogliano seguire le sue “orme” sulla via della scienza?</strong></p>
<p>Sicuramente di andare fuori dall’Italia per un po’, a lavorare con le persone più brave al mondo in un determinato settore, anche a costo di lavorare per loro gratis e fare qualche lavoretto per pagarsi le spese. Eventualmente però è anche bello tornare in Italia, soprattutto armati di queste nuove conoscenze e di questa esperienza.</p>
<p><strong>Quando ritornerà in Calabria? Qui ci sono i parenti: cosa dicono di questa popolarità? </strong></p>
<p>Torno in Calabria tre o quattro volte all’anno. È uno dei miei posti preferiti. Diciamo che quello calabrese è un popolo molto caloroso, una grande famiglia. Ho sicuramente visto molto più entusiasmo in Calabria che in Liguria, dove sono nato.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda. La Regione Calabria ha varato recentemente una Legge sulla Dieta Mediterranea. Pensa sia utile? </strong></p>
<p>Come ho già scritto, la parola Dieta Mediterranea ormai non significa quasi niente per gli italiani, per due ragioni. Uno: tutti pensano di farla ma quasi nessuno la fa; due: metà delle indagini realizzate fanno vedere effetti limitati della Dieta Mediterranea, sia sulle malattie che rispetto alla longevità. In genere si parla di riduzioni delle malattie tra il 6 e il 13%.  Quello che è vero è che sicuramente è una buona dieta da fare e che è stata testata moltissimo. Però la dieta della longevità che descrivo nel mio libro ha un potenziale di molto superiore, anche se sicuramente non validato quanto quello della dieta mediterranea.</p>
<div id="attachment_7779" style="width: 1034px" class="wp-caption aligncenter"><img aria-describedby="caption-attachment-7779" loading="lazy" class="wp-image-7779 size-large" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-1024x765.jpg" alt="" width="1024" height="765" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-1024x765.jpg 1024w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-768x573.jpg 768w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-1536x1147.jpg 1536w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-196x146.jpg 196w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-50x37.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-100x75.jpg 100w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-960x717.jpg 960w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia-904x675.jpg 904w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2020/08/Il-ricercatore-Valter-Longo-con-nonno-Salvatore-copia.jpg 1654w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><p id="caption-attachment-7779" class="wp-caption-text">Il ricercatore Valter Longo con nonno Salvatore</p></div>
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		<title>Liquirizia, oro nero di Calabria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 07:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;">In <b>Calabria</b> nasce la migliore liquirizia, definita come la liquirizia cru, con la migliore qualità a livello mondiale. Essa è un prodotto antichissimo, conosciuto da oltre 35 secoli, che cresce in una fascia di latitudine che va dalla Spagna fino alla Cina. La liquirizia è un arbusto perenne a base legnosa alto fino a un metro appartenente alla famiglia delle Leguminose, provvisto di radici fittonanti e di rami che crescono strisciando sul suolo o si interrano dando origine a nuove radici, dalle cui bolliture si ottiene l’estratto vegetale.</p>
<p style="text-align: left;">Un quarto del fabbisogno nazionale di liquirizia, che si aggira sulle 10 mila tonnellate l’anno, arriva dalla nostra regione, dove il clima è particolarmente favorevole allo sviluppo della <b>Glycyzzhiza</b>. Esistono diverse varietà ma la più apprezzata è la Glabra.</p>
<p style="text-align: left;">La liquirizia pura di origine calabrese è particolarmente equilibrata nel gusto dolce-amaro per cui può essere utilizzata senza additivi o altre sostanze edulcoranti, mentre la liquirizia prodotta in altri paesi è molto amara. Tale primato qualitativo ha fatto sviluppare in Calabria l’industria della liquirizia. Consumata prima come bastoncini naturali tratti dalla radice, intorno al <b>1700</b> si è incominciato a trarre dalla radice un succo, poi concentrato in liquirizia nera, brillante e profumata, capace oggi di raggiungere i mercati internazionali.<br />
<img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-10483 size-full" src="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/05/Museo_liquirizia.jpg" alt="" width="550" height="458" srcset="https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/05/Museo_liquirizia.jpg 550w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/05/Museo_liquirizia-175x146.jpg 175w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/05/Museo_liquirizia-50x42.jpg 50w, https://www.calabriain.online/calabriain/wp-content/uploads/2016/05/Museo_liquirizia-90x75.jpg 90w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" />In Italia la liquirizia trova localizzazione quasi esclusivamente nella Regione Calabria dove si concentra circa l&#8217;80% della produzione nazionale, principalmente proviene dalla zona costiera della Calabria, in <b>provincia di Cosenza</b>, in particolare l&#8217;area di maggiore trasformazione è situata nei comuni di <b>Rossano</b> e <b>Corigliano</b>.</p>
<p style="text-align: left;">Da sempre la liquirizia ha costituito una potenziale ricchezza, ma soltanto con l&#8217;intervento del<b>Duca di Corigliano</b>, che impiantò la prima fabbrica del genere (1715), agli albori dell&#8217;industrializzazione, essa divenne una fonte reale di progresso economico. Altre aziende sorsero sempre nel 1700 e sempre nella Sibaritide, ad opera di nobili e ricche famiglie: <b>Amarelli</b> (1731),<b>Abenante</b> (divenuta poi <b>Martucci</b> nel 1808) e <b>Labonia</b> nel territorio del comune di Rossano e <b>Castriota-Scanderbeg</b> (divenuta poi <b>Solazzi</b>) in quello di Corigliano. Nel corso del 1800 l&#8217;industria continuò a svilupparsi, conquistando, grazie alla bontà e genuinità del prodotto, i mercati d&#8217;Europa e d&#8217;America. L&#8217;esportazione della liquirizia calabrese si consolidò ed ampliò nella seconda metà del secolo <b>XIX</b> ed ancora nel primo decennio del secolo <b>XX</b>.</p>
<p style="text-align: left;"><b>Descrizione del prodotto<br />
</b><b>Pasta</b>: densa, nera, lucida e profumata;<br />
<b>Forma</b>: variabili dai classici cilindretti, alle forme a bastoncino, tonde, schiacciate;<br />
<b>Gusto</b>: dolce amarognolo; profumo: molto intenso.</p>
<p style="text-align: left;"><b>Raccolta e tecniche di produzione<br />
</b>La raccolta è un lavoro faticoso che prima si faceva con la zappa. Ora si estraggono a mano dopo che i trattori le hanno portate allo scoperto rivoltando la terra. Separate le radici, i fasci vengono prima tagliati e poi sfibrati da un mulino a martelli. Dopo questo trattamento e dopo essere state bagnate con acqua, le radici si trasformano in una poltiglia biancastra che viene pompata in degli estrattori. Qui il prodotto viene scaldato e sterilizzato, poi inserito in una pressa. A questo punto inizia un delicato processo di concentrazione che serve a togliere sempre più acqua alla liquirizia. In questa fase il risultato è un liquido biancastro che diventa sempre più scuro e alla fine viene colato in teglie di teflon. Qui la liquirizia assume l&#8217;aspetto di rigidi panetti rettangolari. Poi, dai panetti, la liquirizia viene trattata per ottenere le forme e la consistenza desiderate. Dalla liquirizia si ottengono una serie di prodotti, fra i quali l&#8217;ottimo <b>liquore</b> e buonissimi gelati e caramelle.</p>
<p style="text-align: left;"><b>Uso gastronomico<br />
</b>Impiegata in diversi settori industriali, dalle radici della pianta della Liquirizia si ricava un succo dalle molteplici proprietà (digestive, disintossicanti, emollienti, antisettiche…) largamente usato in erboristeria, nell’industria farmaceutica, per la produzione di liquori e di dolci (pastiglie di vario formato, polvere o pasta per la preparazione di gelati; i rametti più giovani, essiccati, si possono masticare e succhiare).</p>
<p style="text-align: left;"><b>Aspetti salutistici<br />
</b>La liquirizia da secoli è conosciuta per le sue eccezionali proprietà, citata negli antichi trattati di medicina indiana, greca e di altre civiltà. Fa bene all&#8217;apparato respiratorio ed in realtà possiede un principio attivo che riduce gli stimoli della tosse e favorisce l&#8217;espettorazione. Le radici masticate favoriscono l&#8217;attività digestiva ed in certi casi aiutano a smettere di fumare. Come risulta dal primo erbario cinese, in Asia la liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici cinesi la prescrivono da sempre per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tartufo di Pizzo, il gelato con il cuore dolce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 06:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Eccellenze Calabresi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;">Il <b>tartufo di Pizzo</b> è un prodotto tipico della pasticceria calabrese. Si tratta di un gelato alla nocciola che viene modellato, rigorosamente nel palmo della mano, a forma di semisfera con un cuore di cioccolato fondente fuso e ricoperto da un spolverata di cacao amaro in polvere e zucchero. È stato inventato negli anni &#8217;50 dello scorso secolo quasi certamente ispirandosi all&#8217;omonimo cioccolatino della tradizione torinese commercializzato dalla Talmone, prodotto con gli stessi ingredienti e all&#8217;epoca popolarissimo. A questo dolce tipico sono ispirati vari tartufi industriali che non hanno niente a che fare con quello artigianale. La produzione è tradizionalmente artigianale.</p>
<p style="text-align: left;"><strong><span id="Storia_e_origini" class="mw-headline">Storia e origini</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">Nel 1940, il maestro pasticcere messinese Dante Veronelli rileva dal napitino Jannarelli nel centro di Pizzo il Gran Bar Excelsior, che in seguito cambierà il nome in Gelateria Dante proprio in onore al suo primo proprietario, per proseguire l&#8217;attività imprenditoriale si avvale della collaborazione di un giovane pasticcere di belle speranze anche lui di Messina, Giuseppe De Maria, al secolo &#8220;Don Pippo&#8221;. I due grazie alla genialità produttiva del secondo e a quella imprenditoriale del primo riescono in poco tempo ad attirare l&#8217;attenzione per la grande qualità e il gusto dei loro prodotti. Il genio dei due artigiani si esprime all&#8217;interno del laboratorio di produzione, al termine della seconda guerra mondiale. A seguito della morte del Veronelli, il De Maria rimane l&#8217;unico proprietario dell&#8217;esercizio. Il tartufo, nella sua forma attuale è nato a Pizzo (nel 1952 circa) per puro caso, artefice di questa innovazione proprio &#8220;Don Pippo&#8221; il quale in occasione di un matrimonio patrizio, avendo esaurito gli stampi e le forme per confezionare il gelato sfuso per rifornire i numerosi invitati del matrimonio, sovrappose nell&#8217;incavo della mano una porzione di gelato alla nocciola ad uno strato di gelato al cioccolato, inserì quindi all&#8217;interno del cioccolato fuso ed avvolse il tutto in un foglio di carta alimentare da zucchero dandole la forma tipica del tartufo, il tutto fu messo a raffreddare. Il successo conseguito gli valse l&#8217;immediata notorietà. La ricetta originale viene ancora custodita gelosamente dai nipoti del maestro &#8220;De Maria&#8221;. Nel 1950, Giorgio Di Iorgi, il quale aveva iniziato la sua carriera lavorativa dentro la gelateria con il ruolo di cameriere, comincia ad apprendere l&#8217;arte della produzione del gelato; quindici anni dopo, in seguito al pensionamento del maestro De Maria, ne rileva l&#8217;attività. Da questo momento in poi l&#8217;attività viene gestita a conduzione familiare, tramandandosi da padre in figlio la ricetta segreta per la realizzazione dei prodotti di gelateria.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 6pt;">Note: Elisa Cristiano, Enzo Cuzzola, Ivano Nasso, Marketing e sviluppo. Le Terre della Fata Morgana, Maggioli Editore, 2013, p. 163, ISBN 88-387-8493-0. | Lamezialive.it: Celebrati i 66 anni della nascita del TARTUFO DI PIZZO, e del suo creatore Giuseppe De Maria</span></p>
<p><!--:--><!--:en--></p>
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		<title>Castello Roseto Capo Spulico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 May 2016 08:16:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghi e Città]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><!--:it--></p>
<p style="text-align: left;">Il castello di Roseto Capo Spulico si eleva in incomparabile posizione paesaggistica, su uno scoglio leggermente rialzato al di sopra della rena circostante, in riva alle acque chiare del mar Ionio. L’origine del maniero non è stata ancora puntualizzata, ma si ritiene che la fortificazione possa risalire ad epoca <strong>pre-federiciana</strong>, e più probabilmente normanna, allorché <strong>Roberto il Guiscardo</strong> e il fratello Ruggero si divisero la Calabria e decisero di eleggere la <em>Porta Roseti</em> quale confine dei relativi possedimenti. Il primigenio complesso fortificato dovette essere poi ristrutturato da Federico II, con un’operazione di <em>restyling</em> che ne definì le forme attraverso l’impiego di blocchi litici sbozzati irregolarmente. Di certo, tuttavia, all’epoca <strong>dell’Hoenstaufen</strong> il castello era decorato da magnifiche pitture, presumibilmente di carattere profano, che oggi sono purtroppo scomparse.</p>
<p style="text-align: left;">Un documento duecentesco ricorda in effetti come, in un suo mandato, l’imperatore svevo caldeggiasse un intervento conservativo, volto a scongiurare i pericoli derivanti alle parti in legno e ai dipinti dalle infiltrazioni di pioggia. L’intrusione angioina nel Mezzogiorno d’Italia procurò altri rimaneggiamenti all’edificio, che nel<strong> 1275</strong>, secondo i registri degli Angiò, ospitava un castellano, uno scudiero e dodici guardie. Il castello ha comunque ha saputo attraversare i secoli, giungendo fino a noi in uno stato di conservazione tutto sommato accettabile, almeno esternamente e almeno in confronto a costruzioni medievali coeve.</p>
<p style="text-align: left;">Sulla sua derivazione da modelli templari alchemico-esoterici si è affannata una recente ipotesi, che ne farebbe derivare le forme dal Tempio di Gerusalemme. Inoltre, sempre secondo questi ultimi studi, vi sarebbe stata addirittura custodita la Sacra Sindone, episodio da correlare a tutta una serie di simboli templari e rosacrociani sparsi qua e là per il castello. Pensare: in una realizzazione tanto esoterica, attualmente si organizzano matrimoni e ricevimenti d’ogni genere. Anche su prenotazione. Il monumento è di proprietà privata.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La struttura del castello<br />
</strong>La conformazione castellare della fortificazione di Roseto Capo Spulico si imposta su una pianta trapezoidale irregolare, che segue l’andamento dello strato litologico sottostante e lascia riconoscere le sue parti più antiche nella più alta delle torri. L’architettura generale è apparentemente imperniata sulla mole di un mastio quadrangolare, a cui si addossa un corpo di fabbrica di fattura piuttosto articolata e complessa. L’ingresso è ricavato nella muratura di una cortina circolare con apparato a sporgere, mentre una torretta quadrata sul lato opposto e una cortina merlata sul versante del mare contribuiscono a completare l’insieme della costruzione. Proprio la presenza dell’apparato a sporgere denuncerebbe dei rimaneggiamenti successivi all’età federiciana, collocabili forse nel periodo della dominazione angioina. Di estremo interesse risultano le rifiniture in calcare ben sagomato delle finestre, che si aprono con i loro eleganti archetti a illuminare l’ombra scura della tessitura muraria.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Come arrivarci:</strong> con l&#8217;Autostrada del Sole, fino all&#8217;uscita per Sibari. Raggiunta Sibari (a 25 Km da Roseto) con la superstrada 534, immettersi nella strada statale 106 (Jonica), direzione Taranto.</p>
<p><iframe loading="lazy" style="border: 0;" tabindex="0" src="https://www.google.com/maps/embed?pb=!1m18!1m12!1m3!1d48905.571495561955!2d16.54420037669434!3d39.99508328046299!2m3!1f0!2f0!3f0!3m2!1i1024!2i768!4f13.1!3m3!1m2!1s0x0%3A0x2cbdde9775c22e8!2sCastello%20Federiciano!5e0!3m2!1sit!2sit!4v1598358717461!5m2!1sit!2sit" width="100%" height="450" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen" aria-hidden="false"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
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		<title>Il vino più antico d&#8217;Italia: Greco di Bianco</title>
		<link>https://www.calabriain.online/mondo-sapori/greco-bianco-vino-piu-antico-ditalia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=greco-bianco-vino-piu-antico-ditalia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Minasi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2016 08:02:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo sapori]]></category>
		<category><![CDATA[casignana]]></category>
		<category><![CDATA[costa dei gelsomini]]></category>
		<category><![CDATA[Greco di Bianco]]></category>
		<category><![CDATA[Vino DOC]]></category>
		<category><![CDATA[Zefirio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con Greco di Bianco si indica il vitigno tipico della fascia costiera reggina sul versante ionico nel territorio del comune di Bianco. La produzione è consentita esclusivamente nella provincia<span class="excerpt-hellip"> […]</span></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online/mondo-sapori/greco-bianco-vino-piu-antico-ditalia/">Il vino più antico d&#8217;Italia: Greco di Bianco</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.calabriain.online">Calabria IN</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt;">Con<b> Greco di Bianco</b> si indica il vitigno tipico della fascia costiera reggina sul versante ionico nel territorio del comune di<strong> Bianco.</strong> La produzione è consentita esclusivamente nella provincia di Reggio Calabria, in particolare, appunto, nel territorio di <strong>Bianco</strong>, da cui prende il nome, e nel comune limitrofo di <strong>Casignana</strong>, sulla Costa dei gelsomini.</span></p>
<h3 style="text-align: left;"><span id="Il_vitigno" class="mw-headline" style="font-size: 18pt;">Il vitigno</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt;">Il grappolo del vitigno Greco di Bianco è lungo, spargolo, può arrivare ad una lunghezza massima di 60 centimetri. Gli acini sono piccoli e rotondeggianti, vinaccioli molto sviluppati e, quindi, con poca polpa e la buccia sottilissima.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt;">Il sistema di produzione più utilizzato è il cordone speronato orizzontale bilaterale. I tralci arrivano fino a 7 metri di lunghezza e si adornano di foglie pentalobate, lucide nella pagina superiore e quasi tomentose nella pagina inferiore, tipiche di queste viti. Altro sistema, oramai praticato solo su vecchi vigneti, è l&#8217;alberello. Il vitigno ha una resa media in uva fresca di circa 100 q/ha. L&#8217;uva, prima di essere spremuta viene appassita su graticci di canne fino a quando non si è registrato un calo minimo del 35%.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt;"><strong>Il Greco di Bianco non può essere messo in commercio prima di un anno dalla vendemmia.</strong></span></p>
<h3 style="text-align: left;"><span id="Caratteristiche_organolettiche" class="mw-headline" style="font-size: 18pt;">Caratteristiche organolettiche</span></h3>
<ul style="text-align: left;">
<li><span style="font-size: 12pt;"><b>colore</b>: giallo tendente al dorato con eventuali riflessi ambrati.</span></li>
<li><span style="font-size: 12pt;"><b>odore</b>: alcolico, etereo, caratteristico del vino.</span></li>
<li><span style="font-size: 12pt;"><b>sapore</b>: morbido, caldo, armonico con caratteristico retrogusto.</span></li>
</ul>
<h3 style="text-align: left;"><span id="Cenni_storici" class="mw-headline" style="font-size: 18pt;">Cenni storici</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 12pt;"><strong>Il Greco di Bianco è ritenuto il vino più antico d&#8217;Italia</strong> insieme al Moscato di Siracusa. La vite dalla quale si ricava il Greco di Bianco ha origini molto remote: si ritiene che il primo tralcio sia arrivato in Calabria, nel territorio di Bianco, già nel <strong>VII secolo a.C.</strong>, quando i Greci sbarcarono presso il promontorio<strong> Zefirio</strong> (oggi chiamato Capo Bruzzano).</span><br />
<span style="font-size: 12pt;">La pianta trovò lungo questo tratto di terra caratteristiche climatiche simili a quelle d&#8217;origine.</span><br />
<span style="font-size: 12pt;">Nel 1966 il Greco di Bianco ha raggiunto un livello molto basso di produzione, ragion per cui fu fondata a Bianco una cooperativa agricola, con il fine di valorizzarne e standardizzarne la produzione. L&#8217;obiettivo è stato raggiunto nel <strong>1980</strong>, anno in cui il Greco di Bianco ha ottenuto il riconoscimento del <strong>marchio DOC.</strong></span></p>
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